Contrordine Neoliberisti


La globalizzazione è morta ed è l’ora della “competizione” dura, a tutto campo, geopolitica, ognun per sé, dove contano solo dimensioni e forza (economica, politica militare). Con un occhio più attento alla coesione interna.

Il mondo in cui abbiamo vissuto dalla “fine della storia” (così qualcuno definì gli eventi tra il 1989 e il 1991) si sta bruscamente modificando, nell’economia come nelle relazioni internazionali, nei rapporti di forza come all’interno dei poli strategici della competizione globale.

Molti di questi bruschi cambiamenti agiscono pesantemente all’area in cui agiamo politicamente: l’Europa. Ancora pochi ne mostrano la necessaria consapevolezza, continuando a ragionare o a prendere le misure dei fatti con un metro ormai obsoleto e superato dalla realtà degli avvenimenti.

Questa serie di articoli pubblicati da Contropiano nelle ultime settimane registra il drastico cambiamento di prospettiva che sta maturando o è già maturato ai piani altissimi dell’establishment occidentale. Con differenze sostanziali tra gli interessi statunitensi e quelli “europei” (in realtà soprattutto tedeschi), che si vanno a tradurre in guerra dei dazi, dispetti reciproci (il dieselgate è solo uno degli episodi), ma anche in modifica radicale del “modello economico” che per 30 anni ha dominato sulle due sponde dell’Atlantico e non solo.

La crisi è tornata, o meglio era stata solo tamponata dalle immense iniezioni di liquidità delle principali banche centrali (Federal Reserve, Bce, Bank of Japan, Bank of England), che non hanno risolto i problemi di fondo.

Il più appariscente dei cambiamenti richiesti e previsti è il ritorno dell’intervento pubblico nell’economia, fin qui visto come il padre di tutti i mali. Un intervento esplicitamente diretto (vedi Jamie Dimon, ma anche Peter Altmaier) a proteggere i settori strategici dalle scalate di “soggetti stranieri” (cinesi, ma anche indiani e ovviamente russi).

Le economie statunitense ed europea sono infatti quelle che hanno “beneficiato” di più dei processi di privatizzazione e delocalizzazione della produzione, ed ora si ritrovano con un mercato interno indebolito da decenni di compressione dei salari (per favorire le imprese esportatrici o tout court i profitti societari) e quello globale in via di “recinzione” tra zone di influenza continentali in esplicito conflitto tra loro.

Queste due economie, soprattutto, hanno quindi prodotto una diguguaglianza crescente fortissima che fa da substrato alla divaricazione tra élites e popolazioni impoverite. Creando perciò anche la messa in discussione della stabilità politica interna. L’ascesa di Trump negli Usa, i “populismi” europei, i conflitti sociali che esplodono inattesi (i gilet gialli, ma anche l’indipendentismo catalano, ecc) ne sono la manifestazione empirica evidente.

Se la competizione prevale sulla libertà di mercato allora devono cambiare parecchie parole d’ordine che gli opinion maker devono far diventare senso comune. Le “regole antitrust”, per esempio, vanno eliminate per favore la formazione di “campioni europei” in grado di fronteggiare quelli americani o cinesi. Negli Stati Uniti, invece, si segnala un certa ripresa della dinamica salariale anche per le mansioni meno qualificate (se va sostenuta la domanda interna, non ci sono molti altri modi).

Ma è la Cina a fare in qualche modo sia modello che da “locomotiva”. La sua economia mista, così simile a quella europea ed italiana ante-globalizzazione, supportata però da una ciclopica capacità di programmazione a breve e lungo periodio, sta evolvendo da semplice “manifattura del mondo” a mercato in grado di assorbire enormi quantità di prodotti di consumo.

La differenza, ancora una volta, sta nei tempi e nei modi. Chi si è spinto più lontano sulla via neoliberista – magari nella sparagnina visione “mercantilista” tipica della Germania – deve ora fare più strada in direzione opposta. E dunque concentrare autoritariamente decisioni, risorse, progetti.

Si apre abbastanza rapidamente una fase del tutto nuova per chi ha conosciuto soltanto il “pensiero unico” neoliberista. Ma è una fase che assomiglia in modo impressionante – su dimensioni però prima inimmaginabili – a quella tra le due guerre mondiali.

La “competizione globale”, come segnala anche l’italiana Confindustria, richiede attori geopolitici potenti ed armati fino ai denti, su tutti i terreni. Il che, sia detto con la serietà che ci vuole, comporta che il “mantenimento della pace” non sia più una priorità. Neanche della retorica mediatica, come possiamo vedere nel trattamento riservato al Venezuela bolivariano.

Siamo agli albori di un altro mondo. Ci sembra il caso di iniziare a fissare le coordinate per navigarci dentro con qualche consapevolezza.

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