La nascita del mercato comune Europeo

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Winston Churchill non pare abbia mai brillato per internazionalismo, ma era un convinto assertore degli Stati Uniti d’Europa. Ovviamente non era d’accordo sul fatto che la Gran Bretagna dovesse farne parte. Già nel 1930, ispirandosi ad una famosa frase del Vangelo di Giovanni, dichiarava (ripetendolo nel 1951) che la Gran Bretagna fosse con l’Europa, ma non facesse parte di essa. Quest’atteggiamento, somigliante all’ “Armiamoci e partite” oppure alla logica della famosa frase di Groucho Marx “Mi rifiuto di appartenere ad un club che mi accetta fra i suoi membri” è indicativo di come la costruzione europea nasca nel segno dell’ambiguità, perché è ambiguo lo sviluppo stesso del capitalismo, è ambigua la formazione stessa di un polo imperialistico. Ciò che viene cantato come unione è la continuazione della competizione tra capitalismi con altri mezzi ed è il presupposto della guerra tra imperialismi ad un livello superiore. Dunque è un’unione sacra che però non s’avrebbe da fare.

In Churchill questa contraddizione è dichiarata. Nel 1940 egli propone addirittura l’unificazione (sulla scia europeista di Jean Monnet) tra Inghilterra e Francia in seguito all’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania. Un embrione della futura unificazione nasce in vista del conflitto con un’altra parte d’Europa, contro “un sistema che riduca l’umanità ad un vivere di automi e schiavi”. A guerra finita, nel 1946, accanto al discorso sulla cortina di ferro, prima nel Missouri e poi a Zurigo Churchill parla di una sorta di Stati Uniti d’Europa, basati su una partnership franco-tedesca e con fratelli maggiori la Gran Bretagna, il Commonwealth e gli Usa. Un’Europa unita stavolta come bastione non contro il nazismo ma contro il comunismo sovietico di cui Churchill fu acerrimo nemico. In questo progetto c’è tutta l’appartenenza atlantica dell’Inghilterra (“facciamo che l’Europa risorga” ma “non permetteremo che nessuna divisione venga tracciata tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti” e “solo nel momento in cui i piani per unire l’Europa prendono una forma federale non possiamo parteciparvi, perché non possiamo subordinare noi stessi o il controllo della politica britannica a delle autorità federali”) , il suo non volersi rassegnare ad essere un paese come gli altri, la sua vocazione imperialistica che sente sovrastata dall’ascesa americana ma in cui essa vuole conservare un ruolo primario che sarebbe mortificato dall’appartenenza europea senza se e senza ma. Il risultato è una proposta che vede l’Europa nascere nella mangiatoia di Usa e Gran Bretagna. E questo rapporto filiale sta ancora condizionando il polo imperialista europeo per quanto gli sforzi per superare questa condizione adolescenziale sono evidenti a tutti, a guardare certi numeri. Addirittura negli Usa nel 1947 il Congresso degli Usa approva una risoluzione per cui “Il Congresso degli Stati Uniti favorisce la creazione degli Stati Uniti d’Europa” (chissà cosa penserebbe adesso Trump di questa risoluzione). Qualche mese dopo il Segretario di Stato George Marshall annuncia l’European Recovery Program (più famoso come Piano Marshall) e comincia la guerra fredda con l’Urss. Il piano considerava da un lato l’Europa come un malato e dunque i 14 miliardi di dollari in quattro anni servivano per evitare il deterioramento di un continente già straziato dalla guerra. D’altro canto il piano si prefissava il compito di favorire l’integrazione economica europea al fine di far sorgere un partner che implementasse il commercio con gli Usa, favorendo così l’esportazione di merci e capitali americani in Europa. L’abbraccio ratificava una gerarchia tra capitali che la guerra aveva evidenziato (e volendo ratificare una gerarchia poneva le condizioni per la costituzione futura del polo imperialista europeo). Al tempo stesso gli Usa, temendo la vecchia potenza britannica e volendo saldare l’Europa contro l’Urss negava la vendita di armi agli inglesi se non inseriti in una difesa europea integrata (contrariamente alle dichiarazione atlantiche di Churchill gli Usa temevano più il Commonwealth in parabola discendente che non la nascente Europa). In questo modo gli Usa tenevano strettamente il “manubrio” che univa e divideva tra loro l’Europa continentale e il Commonwealth britannico.

Nel 1948 Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo firmano perciò la prima versione del Trattato di Bruxelles contro il fantasma della Germania e contro la più consistente realtà dell’Urss. Essi costituiscono su ispirazione inglese l’UEO (Unione Europea Occidentale), un’organizzazione di cooperazione politica e militare che ha avuto un andamento oscillante (dall’oscurità a cui l’ha relegata la Nato alla sua riattivazione a partire dagli anni Ottanta), conforme a quello della progressiva emersione del polo imperialista europeo. Il timore che l’interesse Usa fosse solo economico porta ad un’alleanza militare difensiva. Truman ne approfitta dopo pochi giorni e sostiene un patto di sicurezza (il futuro Patto Atlantico) in cui il governo statunitense considererebbe un attacco contro uno degli Stati firmatari del trattato di Bruxelles come un attacco contro gli Stati Uniti. In questo modo difesa e offesa, ragione e pretesto si confondono bellamente come nella migliore tradizione imperialista. Al patto nel 1949 gli aderenti erano 12, ma l’automatismo della reazione alla minaccia ad uno degli Stati membri si era affievolito. Questo proprio perché l’ombrello Nato che nasceva in quell’anno oscurava la già difficile tendenza alla costituzione di una autonoma difesa comune europea. L’unità europea erano gli Usa proprio perché essa a parole era l’antidoto contro una terza guerra in Europa, ma nei fatti era la prima difesa contro l’Unione Sovietica. La Nato nel mentre dichiara di voler integrare la difesa comune alla fine previene ogni istanza di autonomia europea.

All’inizio dello stesso anno era andata in vigore l’unione doganale tra Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo che diventerà unione economica vera e propria con un accordo firmato dieci anni dopo: il Benelux, che sarà un modello per la nascita dell’Unione Europea.

Nel 1948 su iniziativa sempre di George Marshall, nasce a Parigi l’OECE (Organizzazione Europea di Cooperazione Economica) al fine di controllare la distribuzione degli aiuti del Piano Marshall per la ricostruzione post-bellica. Contemporaneamente essa promuove il libero scambio di merci e capitali tra paesi membri attraverso la riduzione delle tariffe doganali. Nel 1949 a questo proposito il responsabile americano della gestione del piano Marshall dice “Lo scopo primario di questa integrazione è la nascita di un Mercato Unico all’interno del quale siano eliminate tutte le restrizioni quantitative al movimento dei beni, le barriere valutarie che impediscono i pagamenti e tutti i dazi doganali“.

Un mese dopo il Patto Atlantico, quasi a voler compensare la perdita di autonomia strategica, nasce in Europa con il Trattato di Londra uno strano organismo (sul quale ironizzava Jean Monnet), esterno all’Unione Europea (molti membri non fanno parte dell’Unione), le cui iniziative non sono vincolanti per gli Stati membri (che le devono ratificare nel loro ordinamento interno), ma che svolge una importante funzione ideologica e di mediazione tra l’Unione Europea ed altre nazioni : si tratta del Consiglio d’Europa (da non confondere con il Consiglio dell’Unione Europea e il Consiglio Europeo) che fino al 1989 ha svolto una funzione più generica di promozione dell’identità culturale europea ma dopo ha elaborato un modello politico per le democrazie post-comuniste dell’Est Europa, anticipando la proiezione del polo imperialista europeo verso quelle zone.

All’interno dell’ideologia federalista dell’europeismo si distingue l’utopia dei federalisti (che vorrebbero una costituente) e il realismo dei funzionalisti che accettano e promuovono accordi intergovernativi e propongono un programma di azione progressivo per realizzazioni settoriali. E’ in quest’ambito culturale scettico verso la democrazia che l’unione europea procede. La molla che rende possibile il primo importante passo fu la necessità di risolvere il problema tedesco. Fino ad allora la Francia si era atteggiata a guardiana dello sviluppo democratico tedesco. Per il cancelliere tedesco Konrad Adenauer l’Europa era la stella polare a cui la Germania, che si doveva avviare verso una faticosa ricostruzione (che sembra essere una sorta di conversione), avrebbe dovuto dare poi un contributo. Non ci si crederebbe che dai miti pensieri di una nazione attraversata dai sensi di colpa potesse sorgere la potenza esportatrice che colonizza internamente l’Europa meridionale. Il Capitale, come sfrutta la guerra per risorgere dalle sue ceneri, così si serve dei sensi di colpa per dare slancio alla sua accumulazione come se edificasse piramidi sacrificali (Frau Merkel è figlia di un pastore luterano, e luterana essa stessa, mentre Adenauer era cattolico e dunque predisposto ad immaginare la ripresa dell’accumulazione come un miracolo tedesco). La Germania di fine guerra era caratterizzata da un rigido razionamento legale e da un fiorente mercato nero. Ludwig Ehrard (poi definito come il padre dell’economia sociale di mercato) era allora consigliere economico del governo di occupazione americano e amministratore delle zone occupate occidentali. Egli, sostituendo completamente il Reichsmark con il nuovo marco tedesco diede un colpo fortissimo al mercato nero e permise di nuovo la nascita di un mercato legale del lavoro. L’innalzamento della disoccupazione conseguente a tale provvedimento (il mercato legale vuol dire dominio legalizzato sulla forza lavoro) causò un grande sciopero generale e il blocco di berlino Ovest da parte dei sovietici (che avevano rifiutato la circolazione di questa nuova moneta nell’area da loro controllata). Tuttavia il ponte aereo Usa e il piano Marshall attenueranno la portata di questi problemi e nel 1952 la Germania genera il suo primo surplus commerciale. Ebbene questa incipiente accumulazione tedesca non poteva essere mortificata dalle briglie francesi alla produzione quando anche la Francia aveva bisogno del carbone tedesco. Inoltre la rottura tra Urss e Occidente a seguito del Piano Marshall e della strategia monetaria di Ehrard favoriscono la pacificazione tra Francia e Germania.

Infine la guerra di Corea e dunque l’interesse degli Americani giocarono addirittura a favore del grande industriale siderurgico (operante nella regione della Ruhr) e criminale di guerra Alfried Krupp (tanto da fargli ridurre la pena inflittagli a Norimberga da 15 anni a 7 mesi). L’infaticabile Jean Monnet (imprenditore vinicolo assoldato dalla politica, accanito ma pragmatico europeista, consigliere di Roosevelt) elabora un memorandum (dove la Germania è vista come avamposto contro l’Urss in armonia con il detto rovesciato “si vis bellum para pacem”) che sarà utilizzato dal ministro degli esteri francese Schuman. Quest’ultimo tiene nel Maggio 1950 un discorso in cui prospetta la costituzione di un’Alta Autorità per la messa in comune e la gestione di carbone e acciaio, oggetto storico di contesa da parte di Germania e Francia. Tale messa in comune deve infatti essere il presupposto per una pacificazione tra i due paesi. L’acciaio e il carbone francesi e tedeschi diventano europei. L’accumulazione di capitale le nazioni le disgrega ma può anche costringerle alla pace. La zona del carbone e dell’acciaio (Saar, Ruhr, Alsazia, Lorena), da sempre contesa tra Francia e Germania, diventa il cuore dell’Europa nascente e non a caso in quella zona si era già costituito il Benelux (le cui nazioni costituenti pure erano caratterizzate da industrie siderurgiche). Sempre in quella zona s’installerà il governo dell’Unione (nelle città di Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo). L’Unione Europea si basa cioè sull’improbabile pace tra Francia e Germania (che non a caso Macron dal momento della sua elezione cerca di rilanciare). E tuttavia è proiettata verso la guerra verso Est, dal momento che carbone e acciaio sono le materie prime dell’industria bellica. La pace tra Francia e Germania, generatrice dell’Unione, sancisce la subordinazione dell’Europa stessa alla guerra fredda americana.

La proposta di Schuman si concretizza un anno dopo nel Trattato di Parigi del 1951 che costituisce la Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), pietra angolare dell’Unione Europea. Gli aderenti sono il Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo), la Germania Ovest, la Francia e l’Italia. Nel Trattato si stabilisce la libera circolazione di questi prodotti, le istituzioni comunitarie preposte (Alta Autorità, Assemblea, Consiglio dei Ministri e Corte di Giustizia), la loro composizione ed il loro funzionamento. Il Trattato fu ratificato da tutti i paesi coinvolti nel 1952 e il mercato fu aperto nel 1953. L’organizzazione così costituita è il prototipo della struttura comunitaria, dotata di poteri propri (e a cui gli Stati cedono parte della sovranità) e una propria assemblea caratterizzata a sua volta da poteri solamente consultivi. Si tratta di un deficit di democrazia. E questo deficit di democrazia si giustifica per rendere gli Stati nazionali liberi di formare accordi reciproci. Tale autonomia sarebbe compromessa se ci fosse un organo legislativo comunitario. Eppure la logica intergovernativa ratifica le asimmetrie esistenti tra le nazioni che costituiscono l’Unione.

La dialettica tra Europa e Usa, quella tra Germania e Francia, tra Germania Ovest e Germania Est, tra Nato e Patto di Varsavia, quella tra sostegno e partecipazione, tra logica intergovernativa e democrazia comunitaria, tra pace interna e guerra all’esterno individuano le contraddizioni che fan no della nascente Unione Europea un processo all’insegna dell’ambiguità. Questa ambiguità è dovuta da un lato al fatto che il processo di integrazione si giustappone ad un terreno (storico e geografico) fatto di faglie e di divisioni che si ripropongono periodicamente per rallentarlo o fargli prendere direzioni non volute. D’altro canto il soggetto che meglio potrebbe incarnare le istanze di civiltà e di unificazione implicite nell’idea di Europa è il mondo del lavoro, che però da questo processo, cadenzato dallo sviluppo capitalistico, ne viene solo mortificato.

Il punto è che l’Europa starebbe comunque stretta al movimento operaio, per cui Togliatti parlava di Europa che va dall’Atlantico agli Urali mentre oggi parliamo di Euro-mediterraneo. L’Europa, considerata da una prospettiva eurocentrica, deve sottomettere il mondo del lavoro per proiettarsi imperialisticamente all’esterno agitando fantasmi arabi, turchi, mongoli e sovietici. Le contraddizioni dell’Europa ne fanno forse un anello debole nella contesa tra imperialismi. L’umanitarismmo di sinistra

I soggetti che rappresentano il mondo del lavoro a loro volta per ragioni tattiche e propagandistiche non assumono coerentemente la prospettiva di classe. Certo essi criticano l’europeismo capitalista, ma parlano comunque di un’Europa che va dall’Atlantico agli Urali. Tatticamente le mosse sono giuste, ma in prospettiva incoraggiano i lavoratori a guardare a questo processo con gli occhi speranzosi di chi si è tolto i vestiti da lavoro e vorrebbe essere cittadino o consumatore (la Casa Comune Europea di Gorbaciov ne è l’ultima perdente declinazione). Questa illusione però fa parte della consegna del lavoratore al Capitale. Gli esiti infausti di tale atteggiamento sono ormai sotto i nostri occhi.

Il ministro degli Esteri italiano Carlo Sforza nel maggio del 1950 propone (mandando un memorandum all’ambasciatore americano Dunn) una prima ipotesi di un esercito europeo integrato. Si tratta di una proposta sempre sul filo dell’ambiguità: poiché con la nascita della Nato si prevedeva un veloce inserimento della Germania nella struttura militare atlantica (a dispetto della diffidenza francese), si poteva procedere all’integrazione militare europea come supporto alla stessa Nato. Un tassello importante del polo imperialista europeo viene presentato (magari sinceramente) come rafforzamento dell’ombrello americano. Il segretario di Stato Usa Acheson fiuta subito il doppio passo e mostra disinteresse se non addirittura stizza: l’adesione dei singoli Stati europei alla Nato va più che bene agli interessi americani. Tuttavia un mese dopo le truppe della Corea del Nord di Kim Il-Sung invadono la Corea del Sud. Il surriscaldamento della guerra fredda rimette tutto in ballo: gli Usa avevano bisogno della Germania in quanto Truman temeva un attacco sovietico. La difesa di un eventuale fronte europeo non si poteva attuare senza il concorso di un esercito tedesco. Ma un esercito tedesco autonomo non poteva essere accettato dalla Francia. C’era bisogno di un rivestimento di controllo europeo per mettere in quarantena il riarmo tedesco. Perciò lo spauracchio sovietico sdogana il riarmo tedesco in funzione dell’egemonia Usa. Lo spauracchio tedesco a sua volta sdogana l’esercito integrato europeo in funzione della tendenza revanchista francese rispetto agli Usa. Churchill subito rilancia l’idea dell’esercito europeo unificato. Acheson la raccoglie a modo suo e propone una forza integrata per la difesa dell’Europa Occidentale (!) teorizzando una strategia di avanzamento (forward strategy) che spostava ad Est la linea di difesa della Nato fino al fiume Elba includendo il territorio della Germania Ovest e dunque rendendo necessario l’utilizzo di truppe tedesche. Sforza plaude alla proposta perché la forza integrata senza tedeschi e senza i rinforzi Usa è una debolezza integrata, mentre il francese Schuman, pur opponendo un netto rifiuto, è costretto ad evocare il mago Monnet perché elabori una controproposta che liberi la Francia dal possibile isolamento. La controproposta arriva ed è quella del piano Pleven (primo ministro che fa da testa di legno a Monnet) che prevede la costituzione di un esercito europeo composto da contingenti nazionali a livello dell’unità più piccola possibile ovvero sei divisioni dirette da uno stato maggiore internazionale agli ordini del comandante in capo delle forze atlantiche ma il tutto sotto controllo di un Ministro della Difesa europeo (e di un’altra autorità politica da definire). Tutte le nazioni partecipanti avrebbero dato una divisione all’esercito europeo mantenendo un esercito nazionale. Tutte, tranne la Germania che avrebbe potuto armare solo la divisione offerta all’esercito integrato. Il carattere particolarmente elaborato del piano francese è il frutto di un delicato equilibrio tra le richieste perentorie transalpine e la situazione reale. Infatti la Francia aveva subito cocenti sconfitte in Indocina da parte dell’esercito vietminh di Ho Chi Minh e Giap e dunque Truman, temendo uno Stato vietnamita fantoccio dell’Urss, si era affrettato ad inviare militari ma soprattutto finanziamenti e materiale bellico alla Francia (da 10 milioni di dollari iniziali ai 350 milioni del 1953). Perciò la dialettica che scandisce la lunga gestazione del polo imperialista europeo passa per l’inferiorità dell’imperialismo francese rispetto all’imperialismo Usa che, non a caso, dopo l’aiuto, succederà ai francesi nel gestire il conflitto in Indocina. Tuttavia forse Monnet con quella proposta voleva dilazionare il redde rationem per motivi politici interni e al tempo stesso proporre l’esercito di uno Stato inesistente (quello europeo) per fare un altro passo avanti nella costituzione dell’Europa unita. Non a caso Schuman nel Febbraio del 1951 dirà (in piena sintonia con il funzionalista Monnet) che l’Europa non si sarebbe fatta di getto, come una città ideale, ma si sarebbe costituita settore per settore, e l’esercito europeo era un tassello di questo processo. A scuotere lo stallo arriva la nomina di Dwight Eisenhower, il liberatore d’Europa, a comandante in capo della futura forza integrata. Questi si fece convincere da Monnet a non ingaggiare uno scontro con la Francia sulla partecipazione tedesca e perciò pronunciò un discorso nel Luglio 1951 a favore dell’unificazione europea. In realtà gli Usa volevano utilizzare l’integrazione europea delle forze armate per avere un contributo finanziario più cospicuo da parte dell’Europa in questa impresa. La Germania da spauracchio francese usato contro l’egemonia Usa diventa convitato di pietra americano per il controllo di un polo imperialista in gestazione. Cadono per opera dei vietnamiti le piazzeforti di Cao Bang e Lang Son: Eisenhower può accettare le truppe europee perché la tigre francese è una tigre di carta e non può forzare contro l’egemonia Usa.

A questo punto De Gasperi, timoroso che la nascita di questa forza integrata (se non di una vera e propria comunità europea di difesa) subordinasse l’Italia ad un ruolo marginale (rispetto all’asse conflittuale franco-tedesco), privandola anche dell’opportunità di interagire con l’alleato americano per conto proprio, decide di dare all’Italia un ruolo più dinamico in questa complessa trattativa. Egli, ideologicamente più vicino ad un Europa che non sacrifichi eccessivamente l’autonomia dei singoli Stati, vede con diffidenza una integrazione solo militare che non consenta all’Italia di beneficiare economicamente della cooperazione intra-europea e con gli Usa. Perciò incarica Altiero Spinelli di preparare un memorandum (presentato da Lombardo e Taviani alla Conferenza di Parigi che ha già istituito mesi prima la CECA) in cui si cerchi di forzare l’integrazione europea non solo in senso militare ma anche in senso economico-politico. In questa proposta italiana infatti si parla di un’assemblea parlamentare con dei membri eletti a suffragio universale. La forzatura ha effetti in parte centrifughi: il Benelux, cuore siderurgico dell’intreccio conflittuale tra Germania e Francia, si nasconde dietro la scettica Gran Bretagna (la CECA deve bastare alla fame di cooperazione economica italiana). Inizialmente però Germania e Francia accolgono con favore la proposta di De Gasperi e anzi fanno collegare il progetto di studiare un’organizzazione federale europea alla costituzione stessa della Comunità europea di difesa (CED). Sembra un’accelerazione decisiva ma finisce per danneggiare, come tutte le fughe in avanti, il circuito di relazioni esistente. Infatti, quando si arriva al dunque, Adenauer, lamentandosi dell’eccessivo contributo da destinare alla CED, cerca di porre la questione dell’ammissione della Germania alla Nato, causando l’irrigidimento riflesso della Francia. A questo punto gli Usa nel Febbraio 1952 (la guerra di Corea volgeva in un’altalena tra trattative di pace e riprese del conflitto che sarebbe finita nell’estate del 1953 e dunque anche gli Usa erano stanchi) intimarono agli alleati europei di trovare un accordo militare altrimenti avrebbero riarmato la Germania di propria iniziativa. A Lisbona gli Stati europei sinora riottosi si piegano all’ultimatum dell’imperialismo egemone (che ha bisogno di supporto per finanziare il riscaldamento della guerra fredda) e decidono i contenuti del compromesso che li porterà a Maggio a firmare il trattato istitutivo della CED. A questo processo si affianca l’accordo di pace che consente alla Germania il recupero della sovranità nazionale (recupero sino ad allora congelato) e la rendeva capace giuridicamente di firmare il trattato della CED. Nell’estate dello stesso anno viene ratificata l’istituzione della CECA e Spaak, presidente del Movimento Federalista europeo (e già Primo ministro socialista del Belgio oltre che zio dell’omonima attrice) convince De Gasperi a proporre che fosse non l’assemblea ancora costituenda della CED ma quella già costituita della CECA a fare da Assemblea Costituente della svolta federale. De Gasperi trova anche l’accordo con il francese Schuman per questo nuovo tentativo di mettere un cappello compiutamente politico alla Comunità del carbone e dell’acciaio (quasi che i processi politici si potessero sovrapporre immediatamente a quelli della concentrazione del capitale). Nel Febbraio del 1953 venne redatto da una commissione apposita lo statuto della CPE (Comunità politica europea). Questa si sarebbe occupata direttamente delle relazioni internazionali e della Difesa e avrebbe provveduto al coordinamento delle politiche economiche e finanziarie degli Stati membri. Lo Statuto venne approvato dall’assemblea allargata della CECA e venne inviato alle nazioni partecipanti perché fosse ratificato dai singoli parlamenti nazionali. Sembrava fatta. Ma, come si è detto, le fughe in avanti vengono spesso raggiunte come in una gara ciclistica. I governi prima di approvare lo statuto della CPE avrebbero dovuto ratificare il Trattato sulle CED ma la questione militare che avrebbe dovuto essere il volano del federalismo europeo ne divenne la pietra d’inciampo. In quel frattempo era morto Stalin. Il giovane Samuelson (premio Nobel per l’economia 1970) due anni prima aveva rimproverato i sovietici di considerare inevitabile un collasso del capitalismo e nel contempo di muoversi politicamente in modo che i paesi capitalistici facessero spese militari tanto cospicue da rendere impossibile qualsiasi tipo di depressione (qualcuno in casa nostra gridava al “meccanismo unitario della guerra capitalistica”). Nel nostro caso si evidenziava il fatto che l’accelerazione europeista nasceva nella culla della guerra fredda e da questa riceveva il suo propellente. La morte di Stalin allentò un po’ la tensione. Altiero Spinelli (ormai consegnato al “mondo libero”) intuì che lo stato di grazia stava finendo e disse che l’unificazione federale e l’alleanza con gli Usa erano una necessità della nostra civiltà più che una difesa contro il comunismo. Fu un’interessante quanto vana operazione retorica: il federalismo europeo viene messo insieme all’alleanza con gli Usa (facendo intuire che nasceva sotto il suo ombrello) e la battaglia di civiltà diventava qualcosa di diverso dalla difesa del comunismo (quando invece ne era l’apparenza ideologica). Spinelli finge di ignorare la relazione indistruttibile tra l’europeismo e la paura dell’Altro (del dispotismo asiatico e/o della Russia Mater Tenebrarum), relazione che è uno dei fondamenti ideologici del polo imperialista europeo. Ormai però era troppo tardi perché le sue speranze si realizzassero: quell’attimo di sollievo fece risalire a galla tutte le perplessità sul progetto europeo che erano state superate da quello che si rivelò purtroppo essere un salto della quaglia. Da un lato Eisenhower lasciò l’Europa per diventare Presidente degli Usa e nomina un segretario di Stato (Foster Dulles) poco flessibile rispetto ad Acheson. Dall’altro Francia e Italia, protagoniste della fuga in avanti, si impantanarono a causa anche di problemi interni: il governo de Gasperi (alcuni studiosi di relazioni internazionali pensano che la sua forzatura europeista fosse un modo per alzare la posta e compromettere anche il progetto della CED) si inabissò a causa della legge truffa e questo porterà alla fine del percorso politico del leader democristiano (egli morirà l’anno successivo). In Francia la destra francese e i comunisti convergevano contro la ratifica del trattato: da un lato si protestava contro il riarmo della Germania mentre la Francia disarmava in Indocina, dall’altro l’Urss faceva trapelare una maggiore volontà di distensione. Le minacce di Foster Dulles di favorire ulteriormente la Germania mettono benzina sul fuoco e il radicalsocialista Mendes France diventa capo di governo. Egli mette termine al conflitto indocinese (ratificando una forte battuta d’arresto dell’imperialismo francese) e contestualmente pone condizioni eccessive alla ratifica del trattato CED. La dura replica di Foster Dulles finisce di far precipitare la situazione e la ratifica viene respinta con un espediente procedurale.

Il fallimento della Comunità Europea di Difesa costringerà gli attori in campo ad abbandonare il parte l’approccio eccessivamente intergovernativo, i cui limiti ( come l’eccessiva instabilità causata dalla costante possibilità di tornare indietro rispetto alle intenzioni iniziali) si erano evidenziati nel corso di questi eventi. Tuttavia il punto era che la guerra fredda che provocava le accelerazioni federaliste era al tempo stesso il fattore che lacerava la Germania e con una Germania divisa il decollo del polo imperialista europeo era quasi impossibile.

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