70 Anniversario della Rivoluzione Cinese: Mao e la rivoluzione possibile.

Il prossimo 3 ottobre – a Roma – presso i Magazzini Popolari di Casalbertone, la Rete dei Comunisti darà vita ad un Incontro Pubblico che vuole ricordare il 70° Anniversario della proclamazione della Repubblica Popolare Cinese.

Naturalmente – come è consuetudine nello stile di lavoro della nostra Organizzazione – questo Incontro non sarà una vuota celebrazione ma una ulteriore occasione per discutere ed approfondire non solo un importante evento storico ma l’attualità della categoria politica (e del processo materiale) della Rivoluzione nel nostro tempo storico.

Abbiamo quindi rivolto alcune domande a Mauro Casadio, della Rete dei Comunisti il quale, assieme al compagno Roberto Sassi, avvieranno la discussione del 3 ottobre.

(L’intervista è a cura di Michele Franco)

Il 1 Ottobre del 1949 fu proclamata la Repubblica Popolare Cinese. Una vera guerra di liberazione nazionale, in un paese enorme, diretta con grande intelligenza tattica e strategica da un Partito Comunista. Che tipo di rottura del vecchio ordine coloniale rappresentò quel grande processo politico e sociale che – come racconta la storia contemporanea – ha mutato radicalmente la storia dell’Asia e, successivamente, degli equilibri internazionali?

Il tipo di rottura fu rivoluzionaria nel senso pieno della parola e del contesto storico. La vittoria sul nazifascismo in cui l’URSS aveva avuto un ruolo fondamentale, la nascita dei paesi socialisti nell’Europa dell’est avevano evidenziato i limiti di uno sviluppo capitalista che aveva portato a due sanguinose guerre mondiali e stavano dimostrando che era possibile un altro modello sociale. Questa nuova condizione materiale e politica erano di impulso ai movimenti rivoluzionari di tutto il mondo e la Cina era il paese dove il Partito Comunista conduceva una guerra rivoluzionaria già dagli anni ’20. La conquista del potere in quel popoloso paese ha impedito agli USA di intervenire in qualche modo e dunque la vittoria dei comunisti in Cina rendeva ancora più credibile una alternativa comunista mondiale. Inoltre dimostrava ulteriormente che le rotture rivoluzionarie avvenivano fuori dalle logiche schematiche in cui solo la classe operaia poteva fare la rivoluzione e di conseguenza rafforzò il movimento anticoloniale ed antimperialista in quello che allora veniva definito Terzo mondo.

Il Partito Comunista Cinese negli anni sessanta e settanta si rese protagonista di una aspra battaglia ideologica nell’allora Movimento Comunista Internazionale. I celebri articoli del Quotidiano del Popolo (Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi; Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi) aprirono un ampio dibattito che, particolarmente in Europa ed in Italia, ebbe un vasto eco nel “popolo comunista” anche con la nascita di formazioni politiche che rompevano con il “moderno revisionismo”. A tuo parere ed a distanza di molti decenni cosa resta oggi (sul piano delle “lezioni politiche”) di quella feconda stagione?

La rottura della Cina con l’URSS è avvenuta in un contesto storico in via di cambiamento, il PCUS aveva rilanciato l’economia e la società sovietica ma al suo interno cominciavano ad emergere posizioni revisioniste e di mediazione con l’occidente dovute anche ad un equilibrio dei rapporti di forza militari internazionali che obbligavano ad assumere comportamenti politici attenti a queste trasformazioni globali. La Cina era nel pieno di una nuova sperimentazione sociale scaturita anche dalla arrogante e miope scelta Kruscioviana di rompere le relazioni economiche nella metà degli anni ’50 nel pieno di processo di industrializzazione cinese che tentava di risollevare il paese dalla miseria e da una condizione di arretratezza secolare.

Quello che accadde in Europa nell’ambito delle organizzazioni comuniste fu il riflesso diretto di quella rottura politica internazionale che mostrava anche basi teoriche diverse che cominciavano a consolidare quella divaricazione. Sul piano politico di quella fase completamente diversa oggi rimane poco, invece sul piano teorico nel pensiero di Mao molte cose sono attuali e rimangono una parte importante della nostra “cassetta degli attrezzi” che ci possono aiutare ad affrontare una condizione in cui la necessità di una nuova rottura rivoluzionaria comincia a mostrarsi con una evidenza maggiore.

La produzione culturale e teorica di Mao e dei comunisti cinesi è stata – anche considerando il periodo storico in cui si è prodotta e la struttura economica e sociale della “società cinese” – particolarmente attenta alle questioni della “dialettica”e delle varie tipologie di “contraddizioni”. Questa attitudine (il pensiero di Mao) è diventato un metodo di analisi, di interpretazione e di attualizzazione sia delle classiche categorie del marxismo ma anche una modalità a tutto tondo della Politica. Nella elaborazione collettiva e nel percorso di ricerca della Rete dei Comunisti che tipo di bilancio e di acquisizione politico/programmatica avete maturato di questo complesso canovaccio teorico per la battaglia che conducete sul versante della costruzione del Partito/Organizzazione dei Comunisti?

L’attività teorica non è un elemento a se stante, impermeabile alla realtà. In questi decenni di arretramento generale il lavoro teorico della Rete dei Comunisti si è rivolto soprattutto all’analisi delle tendenze e dei fenomeni oggettivi riutilizzando le categorie marxiste, a cominciare dalla Teoria del Valore, che la sinistra e gli stessi comunisti in Italia ed in Europa avevano in gran parte abbandonato. Caduta tendenziale del saggio di profitto, imperialismi, analisi ed inchiesta di classe ed altri canovacci teorici sono stati gli strumenti usati per leggere la realtà oggettiva e le sue profonde trasformazioni. Oggi la crisi del presente modo di produzione si sta manifestando chiaramente e ci pone anche il problema di come una forza comunista si attrezza per assolvere a quei compiti relativi alla costruzione della soggettività. In questo senso ci accingiamo ad affrontare una nuova fase di lavoro teorico che utilizzerà ampiamente il contributo teorico che è venuto da Mao e da quel paese rivoluzionario.

Ricordare la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese non è e non vuole essere una rituale celebrazione di una icona inoffensiva ma – come è stata lo scorso anno la campagna “L’Ottobre sta arrivando” di cui la RdC è stata un soggetto animatore – una occasione per interrogarsi della forme e gli strumenti della “rivoluzione in Occidente” a fronte di una situazione generale dove il capitalismo (e le sue insanabili contraddizioni) non è in grado di indicare una stabile prospettiva di pace ed emancipazione per l’intera specie umana. Mentre l’offensiva ideologica, politica e materiale del capitale sembra procedere come un rullo compressore perché è utile, necessario e possibile continuarsi a definirsi ed agire da “rivoluzionari”?

Appunto perché le contraddizioni del modo di produzione capitalista sono insanabili. Come è sempre avvenuto nella storia del conflitto di classe nel capitalismo va ricordato che varie volte il nostro nemico ha vinto. La storia del movimento di classe mondiale ha visto molte più sconfitte che vittorie. Nonostante questo il conflitto di classe è sempre riemerso senza mai dare una vittoria definitiva al capitale. Questo avviene perché la tendenza di fondo spinge ad una crescita generale e senza limiti, dunque al riproporsi delle contraddizioni insite al capitale in dimensioni sempre più grandi ed a ricreare le condizioni per un suo superamento nelle condizioni storiche inedite che volta per volta su ripropongono. La fine dell’URSS ha fatto pensare – non solo agli apologeti del capitale ma anche a molti che hanno smesso di “dichiararsi comunisti” – che la storia fosse finita. Oggi sappiamo che non è così anzi ci troviamo di fronte a contraddizioni mondiali amplificate e di fronte a nuove contraddizioni come quella ambientale tra la dimensione del pianeta e la tendenza ad andare all’infinito del capitale nella produzione di profitti. Come sempre si cercherà di usare questa contraddizione a vantaggio del presente modo di produzione ma come sempre si ripropone, inevitabilmente, la necessità di essere e di agire da rivoluzionari anche in questa nuova fase storica.

28 settembre, 2019

Un pensiero riguardo “70 Anniversario della Rivoluzione Cinese: Mao e la rivoluzione possibile.

  • 1 Ottobre 2019 in 20:56
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    anche se personalmente sarei ancora più critico verso il socialismo reale dell’ URSS e del Patto di Varsavia che ha preso un sentiero sbagliato già con Stalin poi è stato corretto malamente da Kruscev e infine ha perso ogni slancio rivoluzionario con Breznev ma anche nel socialismo cinese ci sono stati momenti di stasi come ai tempi di Liu Shiaoci e dopo la morte di Lin Biao fino al disastro Deng e alla repressione inescusabile di piazza Tienanmen
    tuttavia
    la Cina ha fatto il massimo sforzo fino a oggi di una transizione a una società comunista nel periodo della grande rivoluzione culturale proletaria

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