Geopolitica della guerra turca

L’aggressione turca al nord-est della Siria è probabilmente un giro di boa delle relazioni internazionali in un quadro geo-politico in veloce mutazione ed in un mondo sempre più effettivamente multipolare.

In questo contesto appare evidente il venir sempre meno dell’egemonia nord-americana nell’area, il consolidarsi della Russia come uno maggiori attori in questo quadrante, il profilo strategico “indipendente” che la Turchia vuole assumere in questa fase in maniera più marcata, e non ultimo l’inconsistenza politica della UE – e dei suoi stati membri – anche nei vari consorzi internazionali di cui i suoi paesi sono parte dalla NATO all’ONU.

Allo stesso tempo visti i rapporti di forza sul campo e il ritiro nord-americano, sembra realizzarsi la fine (o il forte ridimensionamento ) di fatto di una autonomia politica curda nelle regioni nord-orientali della Siria – nonostante l’indomita resistenza dimostrata contro l’avanzata turca – a scapito di una “riconquista” dell’autorità su quei territori da parte delle forze “lealiste” siriane, sia come conseguenza di una alleanza curdo-siriana anti-turca sul terreno, sia di nuovo ruolo svolto dalla Russia.

All’orizzonte e sotto la “tutela” di Mosca si sta concretizzando la realizzazione di nuova integrità politico-territoriale della Repubblica Siriana che ha alle spalle importanti vittore sul campo dello scorso anno: dalla periferia orientale di Damasco, al nord di Homs, alla regione di Deraa alla frontiera con la Giordania, conquiste per le quali l’aviazione russa ha svolto un ruolo fondamentale contro le “sacche di resistenza” jihadiste.

In pratica si stanno realizzando gli auspici di Mosca, affermatesi con i negoziati di Astana e che avevano di fatto soppiantato l’egida delle Nazioni Unite, e i contenuti della Risoluzione ONU 2254 che avrebbe voluto “imporre” alla Siria un organo di transizione, elezioni “libere” e una nuova Costituzione: un risultato dei mutati rapporti di forza sul campo a cui ha dato un contributo fondamentale l’arcipelago politico sciita con l’Iran in testa.

La diplomazia russa che ha di fatto stoppato una nuova risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la Turchia perché non faceva menzione colpevolmente di altri contingenti internazionali presenti “illegalmente” sul suolo siriano (nord-americani, francesi, tedeschi…) ipotizza addirittura un configurazione dei rapporti turco-siriani secondo gli accordi di Adana del 1998 – che implicavano una cooperazione diretta di sicurezza tra Damasco e Ankara – di fatto auspicando il ripristino di uno “status quo ante” alle guerra civile siriana.

Nella guerra civile che dura da otto anni ed in cui la Turchia è stata fortemente implicata, essendo tra le finanziatrici e il retroterra logistico dei foreign fighters jihadisti provenienti da tutto il mondo, con il bene placido di USA e dell’Unione Europea che hanno direttamente sostenuto il tentativo di regime change e le sue nefaste conseguenze che, come la questione dei profughi e del terrorismo jihadista, hanno interessato anche il Vecchio Continente con un effetto “boomerang” che insieme alla resilienza di Assadha annullato i piani dell’UE – in particolare quelli francesi – nella regione.

Un particolare rilevante è stato pressoché ignorato dai commentatori politici in Italia.

Martedì scorso, cioè a metà del tempo intercorso tra l’annuncio del ritiro nord-americano e l’inizio dell’aggressione Turca, come ha riportato “Russia Today”: il ministro delle finanze russo ha annunciato che Mosca ed Ankara hanno siglato un accordo sull’utilizzazione dei Rubli russi e delle Lire turche per i loro pagamenti e regolamenti reciproci.

Un passo avanti verso la “de-dolarizzazione” annunciata lo scorso anno da Ankara, che si unisce al contestuale annuncio dell’uso della rete di pagamenti russa alternativa allo SWIFT e all’utilizzo delle carte di credito MIR che rafforzano questa tendenza.

Lo scambio commerciale tra i due Paesi (Turchia e Russia) è aumentato lo scorso anno ben del 16% raggiungendo la cifra ragguardevole di 25,5 miliardi di dollari.

Questo tipo di scelta sembra porre sempre più al riparo la Turchia da eventuali sanzioni nord-americane – alla faccia della “distruzione dell’economia” annunciata da Trump nel caso di mancato allineamento ai voleri di Washington rispetto al cessate il fuoco – e da quelle europee.

Nelle dichiarazioni al quotidiano turco “Hürriet” Erdogan, il 15 ottobre, scartando la possibilità di un accogliere le richieste nord-americane di un “cessate il fuoco” ha ribadito infatti di non essere preoccupato per le eventuali sanzioni. Nonostante l’importante delegazione statunitense che questo giovedì si è reca ad Ankara (Mike Pence, Mike Pompeo, Robert O’Brien, James Jeffrey), sembra che i giochi siano saldamente in mano alla diplomazia moscovita, e proprio Erdogan si andrà da Putin nei giorni a seguire.

È interessante mettere in rilievo che Erdogan non ritiene l’entrata dell’armata siriana a Manbji uno sviluppo “molto negativo”, visto lo svuotamento della regione di combattenti curdi, aggiungendo: “Perché? Perché è il loro territorio”.

La “de-dolarizzazone” è in atto ormai in maniera irreversibile per la Russia, nel solo 2018 la Banca Centrale russa ha ridotto le sue riserve in dollari da circa la metà al 22%.

L’ultima notizia rilevante è quella legata a Rosneft, gigante russo degli idrocarburi, che copre più del 40% del petrolio estratto in Russia e che esporta ogni giorno 2,4 milioni di barili al giorno, che ha scelto l’euro come moneta di riferimento, riporta il “SOLE 24-ORE” il 3 ottobre.

Questa è una tendenza importante tenuto conto che proprio nel bel mezzo del presunta “massima pressione” statunitense sull’Iran, la Repubblica Islamica – attraverso le dichiarazioni del suo governatore della banca centrale – ha annunciato il 17 settembre che per le transazioni interbancarie Mosca e Teheran inizieranno ad utilizzare un sistema alternativo a Swift, come già avviene tra diverse banche russe e cinese.

Appare chiaro che il “tocco di genio” diplomatico russo sulla questione turco-siriana si basa su solide basi materiali, mentre l’evanescenza della capacità di influenza di Washington segue il corso della sua moneta…

Nel corso di questa crisi si sono evidenziati una relazione Turchia/Nato che più che mettere in difficoltà Ankara, ha messo in rilievo alcune debolezze dell’Alleanza Atlantica che alla fine ha di fatto legittimato l’intervento turco, comprendendone le ragioni di sicurezza ed ha addirittura dovuto incassare le richieste dei politici Turchi di un maggiore supporto all’offensiva militare di Ankara.

La Turchia è un bel “grattacapo” per la NATO, soprattutto per il suo avvicinamento alla Russia da cui ha acquistato i sistemi balistici S400 (che tra non molto saranno operativi) a causa del quale gli Stati Uniti – temendo lo spionaggio dei tecnici russi che saranno presenti in Turchia – ha ritirato la consegna di un centinaio di F35.

Ankara rimane un alleato “strategico” per l’Alleanza tenendo conto che dispone di un esercito di 700.000 soldati, ha una localizzazione strategica nel Mediterraneo, basi aeree, più di 900 dei suoi ufficiali sono membri delle strutture di comando dell’Alleanza, i suoi contingenti sono fondamentali per le operazioni NATO (in Afghanistan ed in Kossovo tra l’altro) e non ultimo, nel 2021 guiderà la Forza di Reazione Rapida della NATO.

Di fatto non è scarsa la capacità di “ricatto” che può esercitare sugli altri stati che compongono il Trattato Nord Atlantico, e per quanto si producano frizioni la NATO deve sempre contro-bilanciare la crescente influenza Russa su Ankara, pena perdere un tassello fondamentale della sua strategia.

Un particolare spesso sfugge nella composizione della struttura di comando turca: l’epurazione dopo il tentato colpo di stato tra le fila dei militari ha portato all’eliminazione di decine di generali, mentre tra il 500/600 ufficiali hanno chiesto asilo politico altrove, il loro posto è stato preso da personale di alto rango conservatore piuttosto filo-russo che filo NATO.

La Turchia è un Paese che vuole dotarsi di una “autonomia strategica” per la sua politica neo-ottomana, ed è diventata da esportatore ad importatore di armi negli ultimissimi tempi, volendosi dotare di uno strumento militare “indipendente” all’altezza delle sue aspirazioni.

In queste settimane si è sottovalutata la capacità di Erdogan di fatto di impedire all’interno un fronte di opposizione ampio, con il richiamo alla retorica nazionalista turca, che ha allineato anche nel voto in parlamento sull’offensiva turca nel Nord della Siria, il partito kemalista CHP e altri nazionalisti, con l’HDP ad essere l’unico partito ad opporsi dentro la rappresentanza istituzionale all’avventura militare di Erdogan.

Senz’altro una vittoria politica, in un clima di mobilitazione sul “fronte interno” in cui nessun mezzo è risparmiato per militarizzare ulteriormente la vita politica turca e marginalizzare l’opposizione: dalla “preghiera della conquista” salmodiata in continuazione dalle 90.000 moschee al saluto militare dei giocatori della nazionale di calcio turca.

Ed anche sul piano diplomatico, non si può dire che Erdogan, non sia riuscito ad allineare a sé alcuni stati – tra cui l’Ungheria di Orban – la potenza atomica pakistana, l’Azerbaidjan e il Kazachistan, cioè un arco dall’alleanze che va da un Paese dell’UE all’Asia.

Le gesticolazioni dell’UE che ha foraggiato il regime turco per gestire il flusso dei profughi siriani causati da una guerra civile come quella siriana – di cui porta pesantissime responsabilità – non sembrano fino ad ora avere inciso minimamente, al netto di mobilitazioni popolari che hanno condannato l’aggressione turca e le nefaste conseguenze sulla popolazione civile.

Appare chiaro il doppio standard con cui l’UE ha voluto fare la “voce grossa” contro la Turchia, applicando un “doppio standard”.

Minaccia di interrompere il flusso d’armi ad Ankara, ma non ha fatto lo stesso con l’Arabia Saudita che guida la coalizione contro i ribelli yemeniti in un conflitto che l’ONU ritiene avere causato una delle più gravi crisi umanitarie attuale in barba alle sue stesse leggi, o non si è imposta nel voler far rispettare l’accordo sul “nucleare iraniano” firmato a Vienna da cui sono usciti gli USA.

All’UE più che alla sorte dei curdi importa il nuovo ruolo che sta giocando la Russia e la sua estromissione da quel contesto che ne certifica l’insuccesso e mina le sue possibilità futura di penetrazione nell’area, oltre ad essere “terrorizzata” dalla possibilità di riaprirsi della Balkan Route cedendo di fatto al ricatto di Ankara.

L’allineamento della NATO all’invasione turca e l’incapacità – di cui il governo italiano si è dimostrato essere il “peggiore rappresentante” – nel cambiare l’ordine delle cose, pone con un urgenza il consolidamento di una ipotesi politica alternativa nel nostro Paese con parole d’ordine chiare di fuori-uscita dalla NATO e dall’Unione Europea, come precondizione per la rinascita dei popoli nel “mediterraneo allargato” basata sul mutuo rispetto, la cooperazione e l’uguaglianza sociale.

Rete dei Comunisti – 18/10/2019

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