Documento sulla situazione in Catalogna

La Catalogna è di nuovo in questi giorni teatro di enormi mobilitazioni, in risposta alle (prevedibili e previste) condanne dei politici catalani per l’organizzazione del referendum sull’indipendenza del primo ottobre del 2017. I leader indipendentisti, tra cui l’ex presidente della Geralitat, l’ex-presidente del parlamento e i due presidenti delle organizzazioni indipendentiste ANC e Omnium, sono stati condannati fino a 13 anni di prigione per avere permesso a più di tre milioni di catalani di esprimere il proprio voto, in maniera tra l’altro perfettamente pacifica.

Il contesto della repressione politica

Una sentenza fortemente politica, che si inserisce perfettamente nel solco della tradizione della giustizia dello Stato Spagnolo: solo negli ultimi mesi abbiamo assistito all’arresto di alcuni membri dei CDR (Comitati Difesa della Repubblica) accusati di terrorismo sulla base del ritrovamento di fuochi artificiali in una casal indipendentista da utilizzare alla festa di quartiere, e alle condanne a quasi dieci anni di prigione ognuno degli otto di Altsasu, nei Paesi Baschi, per una rissa da bar con due agenti della Guardia Civil in borghese, una sera in discoteca. Ma guardando oltre gli avvenimenti recenti, la magistratura spagnola si è sempre caratterizzata per una forte durezza nei confronti dei movimenti politici e sociali in generale, e indipendentisti in particolare, armonicamente inserita all’interno di quell’impianto istituzionale che i movimenti di classe iberici chiamano “Regime del 78”, nato da una “transizione” dal franchismo che non è mai stata completa.

La risposta degli indipendentisti

La risposta della popolazione è stata, oggi come due anni fa, impressionante. Da giorni le strade della Catalogna sono invase da migliaia di persone. Durante la giornata di lunedì è stato occupato l’aeroporto internazionale di Barcellona, nelle notti seguenti la città è stato teatro di duri scontri tra le forze dell’ordine (in particolare i Mossos, la polizia catalana) e i manifestanti, che hanno eretto barricate e costituito dei falò. Decine di persone sono state arrestate, e moltissime hanno riportato lesioni anche gravi. Lo sciopero generale chiamato per giovedì 18 settembre, a cui hanno aderito il 40% dei lavoratori, ha visto un blocco pressoché totale del paese quando nel pomeriggio più di un milione di persone si sono riversati nella capitale catalana. Le mobilitazioni sono tuttora in corso, e non sembrano rallentare di impeto. Contemporaneamente si sono tenute manifestazioni di solidarietà in tutto il territorio dello Stato Spagnolo, dall’Andalusia a Madrid, dall’Asturia alla Galizia, con buona pace di chi, in Italia, cerca di vendere il processo indipendentista catalano come una secessione dei ricchi in avversione alle regioni più povere.

Come siamo arrivati al referendum del 2017

È probabilmente utile ricordare come siamo arrivati al referendum di due anni fa, un referendum che, ricordiamo, in pochissimi anche tra gli osservatori più attenti si aspettavano sarebbe stato portato avanti. La richiesta di indipendenza infatti, nonostante la sua storia pluri-centanaria, nel periodo che è andato dalla morte di Franco fino ai primi anni duemila era portata avanti praticamente solo da alcuni settori della sinistra radicale. La borghesia catalana e i partiti che la rappresenta si limitavano ad una richiesta di maggiore autonomia, soprattutto in materia fiscale. Due fattori hanno cambiato radicalmente le cose. Da un lato lo Stato Spagnolo ha reagito alla crisi economica del 2008 implementando pesantissime misure di austerità, sotto dettatura della Unione Europea. Questo ha portato, nello Stato Spagnolo nel complesso ma in Catalogna in particolare, ad imponenti mobilitazioni popolari che hanno provocato la politicizzazione di migliaia di cittadini. Dall’altro lato le istanze autonomiste si sono scontrate contro la totale intransigenza dello Stato Spagnolo a dare la pur minima concessione, figlia di un’ideologia unionista che permea nel profondo le istituzioni spagnole. I due processi si sono intersecati nella bocciatura da parte del Tribunale Costituzionale spagnolo di una serie di leggi di stampo progressista (che rendevano più difficili gli sfratti, tassavano le rendite finanziarie etc) approvate dal Parlament catalano. In sostanza, una grande parte della società catalana, organizzata dalle due grandi organizzazioni indipendentiste ANC e Omnium, si è resa conto della irriformabilità dello Stato Spagnolo. Questo, insieme all’affermazione elettorale della CUP (anticapitalista oltre che indipendentista) ha forzato la mano ai partiti autonomisti e li ha di fatto obbligati alla costituzione di un governo con lo scopo principale dell’organizzazione del referendum.

Il referendum e la reazione spagnola

Se fino al giorno prima del referendum le autorità spagnole negavano che avrebbe avuto luogo, la mobilitazione del primo ottobre 2017 ha dato loro torto. Più di tre milioni di catalani si sono presentati ai seggi e sono stati ore in fila per votare, nonostante la pioggia e le cariche della polizia che cercava di sequestrare le urne. Nella settimana seguente ancora più persone si sono mobilitate, anche come risposta alle violenze della polizia spagnola, e la tensione sociale è stata alta per tutto il resto del mese, fino alla dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre. Alla dichiarazione ha fatto seguito l’applicazione da parte del governo spagnolo del famigerato articolo 155, che sostanzialmente ha commissariato le istituzioni catalane. I leader catalani sono stati arrestati o sono andati in esilio, e negli ultimi due anni il procés indipendentista catalano ha subito una battuta d’arresto. La popolazione si è resa conto che i partiti maggiori non avevano effettivamente pianificato la costituzione di un nuovo paese – una legge di transizione, la forma delle nuove istituzioni. La repressione spagnola ha colpito duramente, con numerosi arresti e processi. In questo contesto difficile, la sinistra indipendentista di classe non è stata capace, finora, di assumere una posizione egemonica, cosa che si è poi riflettuta in scarsi risultati elettorali. A livello istituzionale è prevalsa la linea del partito social-democratico Esquerra Republicana, che spingeva per il compromesso con lo Stato – uno Stato che però non ha mai dimostrato alcuna volontà di dialogare, neanche in seguito al cambio di governo a favore del PSOE. Questo ha portato ad un parziale scollamento da parte della società civile, rappresentata dalle ANC e Omnium, nei confronti dei rappresentanti istituzionali catalani. A questo ha concorso anche il fatto che ad attuare la repressione negli ultimi due anni, nei cortei ma anche tramite gli arresti, siano stati i Mossos, la polizia autonoma catalana che rispondono agli ordini del ministro dell’interno della Generalitat.

Conclusioni

Ritorniamo quindi a queste settimane, in cui la legittima indignazione rispetto ad una sentenza politica e vendicativa, indignazione che sta coinvolgendo anche ampli settori democratici non indipendentisti, si manifesta in un contesto in cui manca la fede cieca nei confronti dei rappresentanti istituzionali catalani che forse troppo aveva caratterizzato la precedete fase del procés. Nei due anni passati parole d’ordine e concetti che fino a pochi anni fa erano appannaggio unicamente dei settori della sinistra di classe (l’indipendenza stessa, la necessità della disobbedienza allo Stato, il franchismo intrinseco nelle istituzioni spagnole) sono diventate parte del senso comune catalano. Altrettanto la valutazione nei confronti della UE è radicalmente cambiata (la catalogna era una delle regioni più europeiste d’Europa) quando è apparso evidente che si sarebbe schierata indiscutibilmente a fianco dello Stato Spagnolo, sorvolando su azioni che se fossero state commesse da uno “stato canaglia” avrebbero portato sicuramente alla richiesta di sanzioni internazionali.

È innegabile che in Catalogna si è costituito in questi anni un movimento politico di massa, di segno tendenzialmente progressista, che tocca in maniera trasversale quasi tutti i settori della società (ad esclusione della grande borghesia, da sempre contraria all’indipendenza) e che sta mostrando una capacità di tenuta, di mobilitazione ed una determinazione forse senza pari nel contesto europeo. Un movimento politico che è stato in grado negli anni passati di provocare la più grave crisi istituzionale nello Stato Spagnolo post-franchista e di sollevare profonde contraddizioni anche all’interno della UE, che schierandosi apertamente con il governo di Madrid ha mostrato l’inconsistenza della sua propaganda di facciata di paladina dei diritti civili.

Si tratta sicuramente di un contesto in cui una sinistra di classe ha la possibilità di giocare un ruolo importante, se sarà in grado di dotarsi di un piano strategico adeguato e allo stesso tempo di costruire un rapporto organico con le fasce popolari presenti nelle mobilitazioni.

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