Libano. Nelle strade esplode la rivolta contro il carovita

Da qualche giorno il Libano è scosso, da nord a sud, da una rivolta popolare spontanea contro le politiche di austerity e il carovita.

La scienziateria finanziaria partorita dal Primo ministro Saad  Hariri e company stavolta è consistita in una tassa sulle chiamate Whatsapp, molto utilizzate dai Libanesi per bypassare i costi esorbitanti dei gestori telefonici; è stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso della sopportazione di larghe fette della popolazione del paese dei cedri, che sono a manifestare la propria rabbia; a nulla è valso, fino ad ora, il ritiro quasi immediato della cervellotica misura.

Fra gli episodi di piazza più significativi (oltre, naturalmente al consueto uso massivo delle “armi convenzionali” in dotazione alla polizia contro i manifestanti) si registra l’assalto all’auto di un Ministro al centro di Beirut, cui una guardia del corpo ha risposto sparando in aria; sempre a Beirut, due siriani sono morti, intrappolati in un negozio che aveva preso fuoco. Nel sud, area sciita, dove lo stato è meno presente, ci pensano le milizie del partito Amal a supplire nell’opera di repressione; inoltre, nella città di Nabatyia, i manifestanti hanno fatto irruzione e hanno distrutto l’ufficio di un parlamentare del movimento di resistenza Hezbollah, sulla cui attuale posizione difficile torneremo.

Molti video delle proteste si possono reperire sulla pagina Facebook del Partito Comunista Libanese (https://www.facebook.com/قطاع-الشباب-والطلاب-في-الحزب-الشيوعي-اللبناني-الصفحة-الرسمية-799613303382518/), l’unico a supportare, fino ad ora, pienamente le rivolte e chiedere il rilascio dei prigionieri.

Per inquadrare meglio la situazione, il Libano è paese strutturalmente debolissimo, senza né struttura produttiva, né risorse nel sottosuolo. Le uniche attività economiche presenti sono quella bancaria, che ne fa una sorta di paradiso fiscale di quell’area geografica, e quella della speculazione edilizia.

In tale quadro lo stato è completamente assente (non esistono praticamente trasporti pubblici, istruzione e università pubblica, men che meno la sanità), completamente sostituito dall’assistenzialismo che, così come le istituzioni, sono di segno confessionale.

Pertanto, il paese dipende completamente dalle donazioni esterne, principalmente dell’Arabia Saudita, della Francia e, in misura minore ed esclusivamente per quanto riguarda il sud e la struttura sociale e militare di Hezbollah, dell’Iran. Di conseguenza, ad esempio, il debito pubblico ammonta a 160% del PIL circa. A ciò dobbiamo aggiungere che dall’inizio della crisi siriana, il Libano ospita 1.5 milioni di profughi siriani, che vanno ad aggiungersi ai 4 milioni di Libanesi e al mezzo milione di rifugiati palestinesi; in pratica, la popolazione è aumentata del 30% nel giro di pochi anni.

In particolare, la politica economica di austerità è decisa e dettata da Parigi e quindi da Bruxelles, pertanto anche il concepimento della diabolica tassa sulle chiamate Whatsapp potrebbe provenire da lì; il problema, per Parigi e Bruxelles, è che a causa dei veti incrociati fra i partiti, il Libano non riesce ad essere adempiente rispetto alle “riforme” richieste. Di quì un recente aumento delle pressioni da parte di Macron e le accelerazioni cui assistiamo. Altra fonte di pressione economica sono le sanzioni decise dagli USA per ogni istituto finanziario sospettato di collaborare con Hezbollah.

Il riflesso di questa situazione economica e demografica lo abbiamo nella situazione politica. Gli attuali assetti sono il risultato degli equilibri scaturiti dalla catena di eventi che va dall’uccisione di Rafiq Hariri nel 2005 fino alla guerra Hezbollah-Israele nel 2006. Vale la pena ricordare che l’uccisione di Rafiq Hariri fece scaturire una serie di altri omicidi politici tramite autobomba (fra cui il Segretario del Partito Comunista Hawi), il ritiro delle truppe siriane, la riabilitazione dei falangisti collaborazionisti con Israele (e responsabili dei massacri di Sabra e Shatila) e la messa all’angolo di Hezbollah, che si rilanciò, infine, respingendo l’aggressione di Israele, che credeva di chiudere definitivamente i conti attraverso tale aggressione.

Tornando all’attualità politica, in Parlamento vi sono un blocco denominato “8 marzo”, comprendente Hezbollah, Amal e altri, accomunato e tenuto assieme dall’appoggio di Siria e Iran, e uno denominato “Alleanza 14 marzo” capeggiato da Saad Hariri e comprendente anche gli epigoni dei Falangisti collaborazionisti con Israele, tenuto insieme dall’appoggio di Arabia Saudita e Francia in primis. Per mantenere gli equilibri nazionali internazionali, come spesso accaduto nella storia del Libano, i due raggruppamenti sono costretti a formare governi di coalizione, che rimangono sostanzialmente paralizzati; c’è da dire che nell’ambito di tale equilibrio, le forze preminenti, sia per motivi geopolitici (la pressione sull’Iran), sia per motivi di classe (gli Hariri sono fra i più ricchi del Medio-Oriente e intorno al loro blocco gira tutta la residua economia libanese) sono quelle dell’Alleanza 14 marzo, indipendentemente da quale sia la maggioranza parlamentare. Hezbollah, pur essendo militarmente e organizzativamente incomparabilmente più forte, è più focalizzato ad assistere la popolazione sciita e svolgere la sua funzione di Resistenza nei confronti di Israele e degli interessi imperialisti in generale (vedi l’intervento in Siria), mentre nell’ambito del governo nazionale svolge una scarsa funzione.

Queste proteste popolari, ora potrebbero essere il motore di un mutamento degli equilibri.

Dal punto di vista delle reazioni politiche, assistiamo al paradosso apparente che sono i maggiori promotori delle politiche di austerità a premere in tale direzione: i due maggiori “alleati” di Hariri, ovvero Walid Jumblatt, Partito Socialista Progressista, e il falangista Samir Gaegea, hanno subito  chiesto le dimissioni del Governo a seguito delle proteste di piazza; da parte sua il Primo Ministro ha replicato che se entro 72 ore gli altri partiti non gli consentiranno di completare il suo programma di riforme (quello “parigino”), si dimetterà.

Il Segretario Generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, invece, ha dichiarato di essere contrario ad ogni altra forma di imposizione di tasse al popolo, ma di essere altresì contrario alle dimissioni del Governo.

In tale dichiarazione traspaiono tutti i limiti e le difficoltà che il movimento di resistenza incontra nel suo agire in ambito interno al Libano, limitato da un lato dalle sanzioni internazionali che limitano la libertà di movimento dei suoi massimi dirigenti e rendono difficile il finanziamento della propria struttura, dall’altro dalla mancanza oggettiva di una propria agenda economica autonoma e alternativa rispetto ai “pacchetti” francesi, tale da permettergli di distinguersi rispetto a tutti gli altri agli occhi delle fasce popolari.

D’altro canto, è al momento difficile tracciare scenari futuri in caso di dimissioni del Governo: allo stato, non vi sono combinazioni politiche e istituzionali alternative ad una riedizione della coalizione di (finta) unità nazionale, se non un governo della sola coalizione 8 marzo, che, in teoria, ha la maggioranza in parlamento; ma tale eventualità è esclusa dalle dichiarazioni di Nasrallah e dal fatto che Francia e Arabia Saudita non consentirebbero uno sviluppo del genere a qualsiasi costo.

E’, dunque, da tenere d’occhio la spregiudicatezza con cui gli esponenti della coalizione Hariri stanno reagendo alle proteste. Non è da escludere che dietro tale atteggiamento ci sia la spregiudicatezza ancora maggiore del Principe Saudita, sempre alla ricerca di pretesti e occasioni per far saltare il banco degli equilibri interni al Libano a proprio favore, anche al costo di creare possibili escalation. Ricordiamo che già nel 2017 cercò di rovesciare il Governo imprigionando e facendo leggere una dichiarazione di dimissioni al proprio vassallo Hariri. Di fronte a tali aggressioni e tentativi di destabilizzazione, Hezbollah si pone come garante di equilibri e stabilità.

Tuttavia, queste proteste spontanee, genuine e di massa, se proseguono, sono il segnale netto che tale equilibrio ha stancato le fasce popolari, costrette a sottostare ad un continuo ed insopportabile declino delle condizioni materiali, mentre assiste all’arricchimento parassitario di poche famiglie. Speriamo che sulla scia di queste proteste possano inserirsi in maniera unitaria anche i rifugiati palestinesi, nei mesi scorsi protagonisti a loro volta di altri tumulti dovuti a provvedimenti ministeriali che hanno provocati licenziamenti di massa fra di loro.

Il fatto che le manifestazioni vedano una partecipazione unitaria rispetto alle confessioni religiose, tutti con bandiera nazionale alla mano, costituisce un punto fondamentale ed è, forse, il segnale di una volontà diffusa di uscire dalla gabbia del sistema istituzionale confessionale, per costruire finalmente uno stato unitario forte, con servizi pubblici adeguati, tali da consentire ai più poveri di sganciarsi dall’assistenzialismo di tipo religioso.

Ovviamente, in questo quadro, occorrerebbe che le forze comuniste, progressiste e della resistenza antimperialista, che in Libano esistono, raccolgano in qualche modo tali domande politiche e si battano affinché tali proteste vengano legittimate e i prigionieri vengano liberati. Il rischio è che vengano scavalcate dagli eventi: le forze filo-sioniste e quelle oscurantiste del polo islamico-sunnita, capitanate dall’Arabia Saudita, sono sempre pronte a sfruttare gli eventi per scatenare dinamiche reazionarie o di guerra, anche in contesti relativamente pacificati o segnati da proteste popolari motivate e spontanee. Ricordiamo, a tal proposito, le cosiddette primavere arabe.

Per tutti questi motivi, gli sviluppi degli eventi in Libano vanno seguiti a tutto tondo, sia dal punto di vista delle dinamiche di piazza, sia dal punto di vista degli sviluppi politici interni, sia dal punto di vista degli sviluppi geopolitici, senza relegarsi a visuali parziali.

di Giovanni Di Fronzo

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