Vivere o sopravvivere ? Per una riflessione sul processo di ricomposizione di classe

I processi di trasformazione in atto emersi dopo l’abbandono della convertibilità del dollaro con l’oro, con la conseguente rottura dell’equilibrio valoriale monetario e la successiva implosione dell’avventura sovietiva avvenuta nel 1989, hanno posto i comunisti di fronte ad una crisi d’identità attraversata da contraddizioni che sopivano, sotto le aspettative di vita del proletariato internazionale, congelate nella prima grande e geniale esperienza storica del socialismo.

Non intendo qui, certamente ripercorrere le fasi storiche di quel periodo, ma bensì far emergere alcuni aspetti delle relazioni sociali, riaprendo una questione che è strettamente legata alla diversità di concezione e accettazione passiva dello scorrere della vita sociale delle classi subalterne, nel panorama socio-politico attuale.

Chiaramente, la mia riflessione guarda particolarmente in casa nostra, ma anche con un’ottica legata al panorama sociale di una più vasta Unione Europea.

L’approccio alla visione di un processo rivoluzionario, non può non tracciare una linea netta di separazione tra la logica di una vita incatenata alla “sopravvivenza” e la conquista di una vivibilità partecipativa e futuribile delle classi subalterne. Qui, la contrapposizione tra il modello di prassi-pensiero riformista e coloro che intendono procedere alla distruzione totale dell’esistente è centrale in questa mia analisi.

La realtà che ci troviamo di fronte sposa e trasmette modelli di pensiero elaborati su misura da una schiera di “pensatori parassiti”, burocrati, costruiti su misura dal potere del capitale per cristallizzare una struttura sociale che sia in grado di inquadrare il proletariato all’interno delle compatibilità del capitale.

Insomma, per dirla con chiarezza: “La linea della “sopravvivenza” imposta dalla classe dominante ed accettata incosciamente e passivamente dalla magior parte del proletariato attuale, rappresenta la base culturale per la continuità del dominio del capitale medesimo e certamente il suo superamento rappresenta il primo passo verso una prima identificazione della classe come classe in sé.

La ripartizione della ricchezza dettata dagli interessi dalla classe dominante, mirante a raffreddare i conflitti di classe, rappresenta da sempre un ostacolo alla crescita identificativa della classe, ed è la linea strategica utilizzata dalla borghesia compradora per conservare eternamente il proprio dominio storico.

E qui andrebbe fatta una riflessione sul valore, significato e prospettive delle conflittualità a carattere tradunionista.

Ricordo di aver letto in età adolescenziale un libro di Erich Fromm “Essere Avere” che ho sempre ritenuto un testo importante per la formazione del pensiero.

Al nemico di classe interessa costruire l’essere utile, l’essere cittadino funzionale al dominio del capitale, come individuo sociale subalterno, timorato di Dio, e refrattario all’antagonismo di classe.

Per intenderci “l’individuo merce” che sposa le compatibilità “dell’imperialismo della merce” e le sue proprie specifiche esigenze. Un individuo dominato dal sistema, inquadrato come un soldato che s’immola come un Kamikaze in difesa dell’esistente, facendo propria la logica della “sopravvivenza” come processo di vita.

Gli anni ’70 hanno rappresentato il tentativo fallito di rottura di questa concezione, mettendo in risalto l’immagine di una classe dominante promotrice di una cultura e di una pratica socio-politica perdente per le classi subalterne, quella della pratica della “sopravvivenza”.

In sintesi, lo scambio reale tra dominio eterno da una parte e concessione dell’esistenza in vita dall’altra: “lavoro precario, sfruttamento, salario infame, spinta verso i consumi futili, la messa della domenica, la pizza con gli amici, i beni per la sussitenza minima, l’accettazione tacita dei ruoli sociali etcc…e così via”

SI SOPRAVVIVE RINUNCIANDO A VIVERE!

L’ideologia dominante, trasmette in modalità irriflesse i suoi bandi di scomunica dove l’autorità costituita si avvale, per la costruzione del proprio dominio, anche di un modello di pensiero, concettualmente legato all’ordine morale, cristallizzato in un Dio governatore che impartisce le regole morali dei giochi di potere per poter soggiogare il proprio popolo.

Ed ecco che i processi di accumulazione e di sovrapproduzione costituiscono allora un canovaccio alienante di una rappresentazione della vita dove lo spettacolo non è altro che la rappresentazione di un mercato di zombi, inseriti in un ingranaggio dinamico tra tecnologia e coercizione (poliziesca?!), dove il prodotto del prodotto è la merda del futuro dell’essere umano.

Ma il proletariato, necessita di un mondo rovesciato, per incendiare l’alienazione e restituire alla vita, lo spettacolo della dialettica della natura.

E’ il passaggio dalla sopravvivenza all’autogestione generalizzata, dall’accumulazione forsennata all’accumulazione sociale, nella ricerca di un percorso fruibile attraverso la cancellazione della società fondata sullo spettacolo-mercantile, per fa si che il proletariato si possa identificare, prima di ogni cosa, come classe in se.

Nei trascorsi anni 70, il proletariato ebbe l’occasione di cogliersi nella sua coscienza di classe, nel tentativo di trasformare la propria vita attraverso un processo avveniristico.

Il proletariato come servitore del sistema spettacolo-mercantile, non serve alla rivoluzione. Se i tecnocrati della borghesia: “prelati, magistrati, colonnelli, imprenditori, multinazionali, vaticano, aristocrazie operaie, etcc.”, non entreranno in conflitto con il rifiuto del proletariato nei confronti della strategia della “spravvivenza”, continueremo a navigare in una stagnazione programmata dal capitale verso una barbarie attualmente inconcepibile.

MORTE COLLETTIVA ?

“Rovesciare il vaso”, qualcuno diceva “rovesciare il tavolo”, altrimenti la disgregazione rimarrà tale.

In un precedente Forum della RdC, “il vecchio muore ma il nuovo non può nascere”; lasciatemelo dire, letto così, sembrano, magari inconsapevolmente, parole quasi di resa. Ma la realtà mostra un conflitto sociale a macchia di leopardo che oggi rappresenta comunque un segnale di riscatto.

Nel passaggio fondamentale operato dalla Rete dei Comunisti, che da movimento politico ad Organizzazione di quadri con funzioni di massa, ha operato chiaramente una spinta in direzione della costruzione di un contenitore per la formazione di quello strumento rivoluzionario del proletariato, si evince un processo di crescita per la ricerca di un’opportunità offensiva, che trova comunque quelle difficoltà d’impatto con un proletariato che naviga ancora nella strategia della “sopravvivenza” e rispetto alla quale vede ancora molto distante la possibilità di “rovesciare il vaso”.

La ricomposizione della classe è un processo dialettico dove la prassi gioca un ruolo determinante.

Pietro Palumbo – RdC Caserta

31 ottobre 2019

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