Googlers in rivolta, tra delusione e sindacato

Ci sono episodi che, seppur di portata minore, indicano in maniera nitida la crisi di egemonia delle grandi borghesie imperialiste, in particolare quella americana che, sul piano esterno, subisce i colpi derivati dalla fine della globalizzazione e quindi del proprio dominio unipolare; mentre su quello interno essa stessa “divorzia” dal sistema di valori attraverso cui ha costruito l’ideologia (intesa come falsa coscienza) del proprio dominio.

Parliamo della crisi in corso da più di anno fra Google e quella che è l’intellighenzia liberale per eccellenza di tutto il mondo, ovvero i suoi ingegneri nella Silicon Valley.

Nell’ambito dell’ideologia della “fine della storia”, propinataci dai think tank d’oltreoceano dopo la caduta del muro di Berlino, la Silicon Valley è venuta assumendo un ruolo speciale come “fine per eccellenza”. verso cui dovrebbe tendere tutto il mondo.

E’ lì, infatti, che vigerebbero e sarebbero praticate la democrazia assoluta, la meritocrazia assoluta, l’uguaglianza e orizzontalità assolute fra razze, generi, tendenze sessuali e individuali e, soprattutto, la prosperità economica. Insomma, la summa della capacità del capitalismo di dipingersi come progressivo.

Per inciso, anche alcune frange dei “movimenti” sono state influenzate dall’onda lunga di questa ideologia, soprattutto nella concezione del web come spazio liscio, senza asperità, in cui è possibile praticare la democrazia orizzontale e, più in generale, nella fiducia nel potenziale di per sé emancipatorio delle tecnologie digitali, purché accompagnate da un reddito universale.

Estrema conseguenza di questa ideologia è il dipingere la suddetta “intellighenzia tecnica” come classe rivoluzionaria del futuro (do you remember il “cognitariato”), mentre in realtà si tratta, nella maggioranza dei casi, di imprenditori che “arrotondano” i propri già cospicui stipendi da lavoratori dipendenti con i profitti derivati da partecipazioni azionarie e startup.

Questa “Gerusalemme terrestre” del capitalismo, in cui i lavoratori partecipano ai profitti sarebbe, ovviamente, risultato non della “meritocrazia”, bensì della catena del valore del silicio e dei materiali che andranno a sostituirlo; la quale catena, spesso, semina guerre e povertà in giro e per il mondo. Per citare solo l’ultima: è tra le concause del colpo di stato in Bolivia (pr il litio e non solo).

Fatte queste dovute premesse, veniamo a Google. Da più di un anno è in corso uno scontro fra la dirigenza del colosso dei servizi su internet e i propri ingegneri. definito “walkout”, che ha portato a varie menifestazioni di questi ultimi all’esterno delle sedi aziendali nella Baia di San Francisco e ad una raffica di licenziamenti, dimissioni di esponenti anche storici che vi lavoravano da più di 10 anni, quindi durante tutto il periodo del boom dell’azienda.

I motivi del dissenso sono emblematici: a) l’insabbiamento di alcuni casi interni di violenza sessuale, in cui i colpevoli sono stati sono stati fatti uscire prima della “tempesta mediatica” dietro laute buonuscite; b) l’intenzione dell’azienda di fornire dei servizi alle agenzie federali addette al controllo del confine col Messico (che dovrebbero servire a bloccare l’immigrazione); c) l’accettazione delle politiche di funzionamento e ricerca imposte dal Governo Cinese per far essere operativo il motore di ricerca anche nella Repubblica Popolare, che vanno a rimpiazzare quelle che gli ingegneri stessi, “democraticamente”, in accordo i dirigenti, hanno contribuito a formulare, valide per il resto del mondo (cosa che loro dipingono come “accettazione della censura operata dalla dittatura”).

I primi due, dunque, sono motivi che potremmo definire “di civiltà”, hanno a che fare con il regresso di valori dovuto alla stagnazione secolare in cui siamo immersi. Il terzo è invece inerente all’insofferenza rispetto alla scoperta che il mondo cambia e i “padroni del mondo” non sono più solo gli statunitensi, ma anche altri.

Entrambe le situazioni sono figlie, come detto, della fase discendente dell’imperialismo USA.

In ogni caso, dopo le dimostrazioni all’esterno delle sedi, i padroni di Google, con grande sorpresa dei manifestanti, hanno progressivamente dismesso i panni democratici per dimostrare una mentalità che si avvicina a quella dei padroni delle ferriere dell’Ottocento.

I consueti meeting per decidere democraticamente le politiche aziendali, che i fondatori Larry Page e Sergey Brin tenevano anche personalmente con gli ingegneri, sono stati cancellati. Sono cominciati demansionamenti, i licenziamenti e tutte le ritorsioni che le aziende utilizzano ordinariamente contro i normali dipendenti “dissidenti”.

Ad esempio, Kathryn Spiers, incaricata di produrre per gli altri dipendenti dei popup testuali sul browser in cui si ricordano le politiche di sicurezza cui attenersi, è stata licenziata in 3 ore perché uno dei messaggi postati era il seguente: “I googlers [i dipendenti di Google] hanno il diritto di partecipare ad attività [sindacali] concertate protette”. La motivazione ufficiale riportata dall’azienda è che la dipendente avrebbe violato i suoi privilegi di accesso.

La diretta interessata, dal canto suo ha spiegato: ”Ho postato quel messaggio a seguito della notizia dell’ingaggio da parte di Google della società di consulenza anti-sindacale IRI, così come quella del licenziamento di quattro miei colleghi per essersi organizzati. Ho pensato che fosse un buon momento per ricordare ad alcuni dei miei colleghi i loro diritti”.

La mia attitudine a lottare per ciò che è giusto mi è costata il lavoro dei miei sogni in Google, un posto in cui ho sognato di lavorare da quando ero in prima media. Ma il mio licenziamento non ha solo portato via il mio lavoro: mi ha anche portato l’amara consapevolezza che il dissenso – critiche fondamentali, non solo di tipo superficiale – non è il benvenuto in Google. Google ha affermato a lungo di essere aperta alle critiche, ma in realtà, la società teme di essere chiamata a rendere conto della sicurezza, la protezione e la privacy dei propri utenti e della propria forza lavoro”, ha proseguito.

Le due principali organizzatrici delle manifestazioni, Claire Stapleton e Meredith Witthaker, si sono dimesse volontariamente. La prima ha spiegato le sue ragioni in articolo, significativamente intitolato: “Google mi amava, finché non ho puntato il dito su ciò che faceva schifo”.

Non ho semplicemente investito nel mito di Google, ho contribuito a scriverlo. Il mio primo lavoro era alle comunicazioni interne, e lì, essendo l’autrice delle mail che esaltavano la cultura e i valori di Google e modificavano il blog delle notizie interne, mi sentivo chiamato ad una funzione più alta: Google pullulava di specialità ed era mio solenne dovere riportare quella particolarità in tutti coloro che erano responsabili di essa – I Googlers”.

Questo è uno dei principali spunti ideologici offerti dalla Claire Stapleton, che spiega anche i motivi di merito delle sue dimissioni. “Il tono della direzione si è raffreddato. Sono state implementate nuove norme che sono state uno schiaffo in faccia alla cultura aperta di Google. Entro pochi mesi dal Walkout, c’erano nuove ‘linee guida della comunità’ intese a limitare le persone che discutevano di politica sui gruppi interni e accedevano a documenti ‘necessari per conoscere’ – come quelli che, nel 2018, hanno rivelato che Google stava facendo un’offerta per un contratto militare e sviluppando un motore di ricerca censurato per la Cina – è stato commesso un reato violento. (Il progetto del motore di ricerca cinese, nome in codice Project Dragonfly, da allora è stato terminato.) E stava cominciando a venir fuori che il supporto formale dei dirigenti per il Walkout non fosse poi così genuino: la stampa ha riferito che a novembre, giorni dopo il Walkout , hanno silenziosamente presentato una petizione al National Labor Relations Board per limitare le tutele legali per i lavoratori attivisti”.

Per concludere: gli effetti della competizione globale colpiscono la graniticità degli apparati ideologici della borghesia imperialista ai più alti livelli. In questo caso anche un’intellighenzia tecnica, la quale, nei casi “peggiori” e minoritari è composta da esponenti dell’aristocrazia salariale più elevata al mondo – dal punto di vista economico e per il livello di identificazione nell’”ideologia dell’impresa” – è fatta oggetto di vessazioni degne delle piccole fabbriche di provincia ed è costretta a rispolverare un lessico di tipo sindacale e a far riferimento alla necessità di organizzarsi collettivamente in tal senso.

Questi risvolti e queste contraddizioni di classe nel campo della borghesia devono dar forza alla nostra battaglia affinché segmenti di lavoratori anche istruiti, ma con prospettive non corrispondenti alle loro ambizioni dirigenziali, vengano spogliati dall’ideologia dell’impresa che in maniera totalitaria cerca di informali di sé sin dalle scuole e dalle Università, pur non essendovene quasi più i presupposti materiali.

La via maestra sembra ancora, come sempre, sviluppare la coscienza di classe!

di Giovanni Di Fronzo

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