Antimperialismo e internazionalismo: riflessione teorica e iniziativa militante nel libro “Liberare i popoli”

di Luca Cangemi

Il lettore giunto alle ultime pagine del volume dispone senza dubbio di elementi sufficienti per apprezzare, negli scritti di Fosco Giannini dedicati alle questioni internazionali, il valore di una riflessione teorica e dell’iniziativa militante che vi è indissolubilmente connessa.

Con eguale nettezza emerge la forte personalità dell’autore e la sua passione politica. Personalità e passione che lo portarono, anni fa, a levarsi in Parlamento, sfidando l’isolamento anche nelle file della sinistra, per denunciare un mistificante servizio della televisione di Stato sulla Rivoluzione d’Ottobre. E il grande spartiacque dell’assalto bolscevico al cielo ritorna con forza, come stella polare, teorica e politica in ogni scritto di Giannini. E giustamente.

La centralità della dimensione internazionale, il carattere in qualche modo sovradeterminante di essa nell’azione politica quotidiana, sono caratteristiche specifiche del movimento comunista nato dalla rottura rivoluzionaria in Russia. Giusto cent’anni fa (e l’anniversario avrebbe meritato da parte degli storici ben altro impegno di quello finora espresso) nasceva, con il Komintern, il primo esempio di movimento politico, compiutamente e intenzionalmente, globale. In un periodo in cui l’orizzonte di larga parte dell’umanità era ancora limitato angustamente, l’Internazionale Comunista forgia migliaia di uomini e di donne che hanno come campo d’intervento il mondo.

Ce lo raccontano, meglio di complesse analisi storiche, le biografie di questi militanti e queste militanti. Vite straordinarie come quella di Ilio Barontini: tornitore da adolescente, consigliere comunale e dirigente sindacale nella Livorno che dà i natali al PCI, ufficiale dell’Armata Rossa, consigliere dei comunisti cinesi all’alba della rivoluzione, combattente in Spagna, guerrigliero in Etiopia contro i suoi connazionali colonialisti, partigiano in Francia, straordinaria guida dei gappisti durante la resistenza italiana. O come quella di Olga Benario organizzatrice dei gruppi studenteschi comunisti nella Germania di Weimar (tra i ragazzi che la sua struttura recluta c’è un diciassettenne, destinato a divenire lo storico del “secolo breve”, Eric Hobsbawm). Fuggita in Urss dopo aver liberato a mano armata un compagno arrestato, paracadutista sovietica, è inviata dall’Internazionale Comunista in Brasile dove viene arrestata durante un tentativo rivoluzionario e consegnata ai nazisti, che la uccideranno, anni dopo, in una camera a gas. Il movimento comunista internazionale pensa, dunque, il mondo come unico teatro possibile della politica contemporanea.

Il contesto della teoria e della pratica politica non coincide con l’Europa o con quell’Europa allargata che verrà chiamata “Occidente”. E qui si registra una cesura nettissima con la tradizione della Seconda Internazionale, eurocentrica e non esente da complicità con il colonialismo. Questa centralità assoluta della dimensione internazionale si coniuga, dialetticamente e creativamente, con un investimento strategico sulle lotte di liberazione nazionale e, in generale, con una grande capacità di radicamento nella vita e negli interessi dei popoli.

I comunisti assumeranno così il ruolo storico di ricostruttori di grandi nazioni in Asia e di forze politiche pienamente nazionali in antichi paesi europei. E saranno in prima fila nelle lotte di liberazione in America Latina e Africa. Sulla scena internazionale Giannini ritrova anche elementi per analizzare la crisi dell’esperienza comunista, in particolare in Italia e Europa. L’esperienza dell’eurocomunismo viene, per esempio, criticata innanzitutto come chiusura eurocentrica che colloca il PCI in una dimensione “occidentalista” (a cui è connessa la stessa accettazione della Nato), consumando una separazione non solo dal PCUS ma anche da forze decisive del movimento antimperialista mondiale. Una separazione che pesa non in termini di cultura politica ancor più che di linea e collocazione.

È una prospettiva di ricerca interessante che va coniugata fortemente con le ragioni interne ai quadri politici dell’Italia (e anche della Francia e della Spagna) che contribuirono alla nascita dell’eurocomunismo e, ben presto, della sua crisi. La riconsiderazione del passato è premessa, negli scritti di Giannini, a un ragionamento sul presente e sul futuro, che ispira il progetto della ricostruzione di una forza comunista in Italia. Una forza che abbia come peculiare caratteristica una rinnovata propensione internazionalista, teorica e militante. Un intellettuale collettivo che si cimenti prioritariamente nell’analisi delle grandi questioni del mondo, che sempre più sovradeterminano le vicende politiche nazionali, e nel collegamento con le grandi forze progressive in movimento sulla scena globale.

Quest’approccio di riflessione e di proposta politica si articola in molteplici nuclei problematici, in riflessioni puntuali sui più importanti avvenimenti internazionali, in aspre polemiche con il pensiero dominante. Da questo materiale assai esteso (Giannini è un poligrafo non ripetitivo!) vorrei sottolineare al lettore, in particolare, tre temi particolarmente cari all’autore e oggettivamente rilevanti: il ruolo e la natura dell’Unione Europea, l’esperienza cinese; la solidarietà internazionalistica e la lotta antimperialista.

Fosco Giannini esprime una posizione assai netta di forte contestazione dell’Unione Europea, del suo ruolo geopolitico, delle scelte economiche strutturali che impone ai paesi membri (in particolare quelli più deboli), della sua ideologia. In questa posizione politica viene assunto e in qualche modo “popolarizzato” un lavoro di analisi critica da sinistra della costruzione europea che in questi anni è andato avanti nonostante il silenzio o la mistificazione di cui è stato fatto segno dall’apparato mediatico e accademico.

Netta è l’indicazione politica che ne consegue: l’Ue non è uno spazio agibile e contendibile, è uno strumento delle classi dominanti europee e del loro rapporto non privo di conflitti ma in definitiva strategicamente solidale con l’imperialismo statunitense. Un quadro che viene confermato dalla postura europea nelle vicende cruciali di questi anni: Ucraina, Venezuela, Siria. Per forze comuniste e di classe che vogliano far valere la propria autonomia tanto sulle vicende politiche quotidiane quanto sul piano strategico e suscitare un nuovo ciclo di lotte sociali nel vecchio continente, la rottura della gabbia europea appare obiettivo discriminante.

Vi è però da notare che da una posizione così netta non deriva, nelle posizioni di Giannini, un atteggiamento ultimativo ma anzi un approccio dialogante, tipico del dirigente politico consapevole delle difficoltà, teoriche e politiche, di una discussione di questo tipo tra le stesse forze comuniste, della necessaria processualità di un percorso di posizionamento, della costante necessità, se non si vuole essere declamatori, di costruire alleanze politiche e sociali, anche a partire da piattaforme parziali.

Questo quadro generale incrocia, negli scritti raccolti nel volume, vicende specifiche assai rilevanti. Vorrei solo citare – perché a mio parere costituisce merito particolare di Giannini – la polemica costante riservata al progetto di esercito europeo, cogliendone la pericolosa funzione politica e persino ideologica e contrastando l’illusione, diffusa anche a sinistra, che esso possa divenire strumento di autonomia dell’Europa dagli USA. L’enfasi posta in queste settimane dalla nuova Commissione sulla forza militare europea, sulla sua complementarietà alla struttura Nato e sugli interessi 432 del complesso militare industriale, confermano la lungimiranza dell’analisi che il lettore trova in queste pagine. Alla Cina l’autore ha dedicato una non episodica attenzione come dimostra, tra l’altro, l’importante volume che ha curato, insieme a Francesco Maringiò, dedicato ai più recenti sviluppi dell’esperienza del grande paese asiatico.

Molti sarebbero gli spunti da sottolineare. In questa sede vorremmo soltanto indicare alla valutazione del lettore due elementi cruciali: il ragionamento sul “compromesso” con il mercato operato da Deng Xiaoping e approfondito nei decenni seguenti e la valorizzazione politica della proposta della Via della Seta. Giannini colloca la svolta cinese in una connessione storico-teorica con la fase della NEP, fortemente voluta da Lenin negli ultimi anni della sua direzione del partito bolscevico. Leninista è anche il concetto chiave di “alture strategiche” cioè quegli elementi chiave dell’economia di cui lo stato (e il partito) mantengono il controllo, conservando così una capacità di direzione reale, pur in un quadro segnato profondamente da meccanismi di mercato.

Si tratta, a ben vedere, esattamente di quegli elementi, sia in termini di proprietà statale di grandi comparti produttivi, sia in termini di indirizzo politico di un’economia gigantesca e globale, che spesso finiscono nel mirino delle polemiche occidentali.

A conferma indiretta ma significativa delle forti basi del ragionamento proposto. L’ambiziosa proposta economica, commerciale, finanziaria e infrastrutturale di Xi Jinping che occupa la scena globale, la “Via della Seta”, viene considerata in particolare nel suo aspetto geopolitico. Essa viene vista, intanto, come una proposta capace di accelerare il riequilibrio epocale – già in corso – tra il capitalismo USA e i suoi più stretti alleati (a partire da UE e Giappone) e la Cina e un fronte di paesi emergenti che, sia pure con caratteristiche assai diverse l’uno dall’altro, aspirano ad un assetto multipolare del mondo. Se oggi l’acronimo BRICS (Brasile, Russia, Cina, India, Sud Africa) non è più adatto a indicare questo fronte (in particolare dopo il colpo di stato contro Dilma e Lula in Brasile e l’affermarsi di un orientamento, sia pure con notevoli contraddizioni, filo-USA in India), rimane diffusa in molti paesi di Africa, Asia, America Latina una volontà di rinnovamento del quadro politico internazionale che trova nella Cina un interlocutore attento.

La Via della Seta è, però, anche un possibile terreno di lotta più avanzato per le forze antimperialiste e per lo stesso movimento operaio europeo, laddove volesse superare le sue inerzie e i suoi limiti. Mentre infatti aumenta visibilmente la propensione dell’imperialismo statunitense alla guerra, la proposta cinese pone il confronto sul terreno di una proposta aperta di pace e cooperazione. 

La sottolineatura della rilevanza storica e strategica dei successi e dei progetti della Repubblica Popolare Cinese certo non mette in secondo piano i grandi problemi ancora presenti (e di cui sono consapevoli per primi i dirigenti del PCC) nell’immenso paese e le stesse contraddizioni generate dal modello di sviluppo scelto. Anzi, proprio la rilevanza dell’esperienza cinese dovrebbe spingere i comunisti ad uno studio di essa, fuori da ogni modellistica e nello spirito critico proprio del marxismo. Il terzo ed ultimo (ma solo in ordine di esposizione non certo in ordine d’importanza!) aspetto degli scritti di Giannini che voglio sottolineare al lettore attento è il forte investimento politico che viene indicato in direzione della solidarietà internazionalista e nella lotta contro la Nato. Una tensione internazionalista che incrocia i punti caldi delle crisi provocate dalle manovre imperialiste (dall’Ucraina al Venezuela), storiche lotte di liberazione un tempo oggetto nel nostro paese d’appassionata partecipazione poi venuta meno nella crisi politico-culturale della sinistra italiana (come la vicenda Palestinese), la persecuzione anticomunista che si diffonde nell’Europa centro-orientale (dalla Polonia ai paesi baltici).

Nel volume si trovano tante e documentatissime pagine che hanno un valore forte d’informazione e denuncia e l’intento, nobilmente pedagogico, di recuperare la solidarietà internazionalista, come elemento necessario e quotidiano di ogni impegno di trasformazione. Questo intento si salda alla lotta contro la Nato, struttura imperialista fondamentale, che lungi dall’essere archiviata, dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia giunge a portare le sue minacce fino ai confini della Federazione Russa e amplia le sue attività su scala globale.

Giannini ha promosso, come responsabile Esteri del PCI in questi anni, una lunga campagna per l’uscita dell’Italia dall’Alleanza Atlantica, articolata in decine di iniziative soprattutto nei tanti territori che ospitano basi Usa e Nato. Una campagna di Partito ma caratterizzata da grande apertura al mondo dei movimenti che in questi anni, in una situazione assai complessa, hanno continuato a porre le questioni della militarizzazione del territorio, dell’aumento delle spese militari, delle missioni di guerra all’estero.

Un libro, quello di Giannini, dunque, da leggere per chi pensa che i comunisti abbiano molto da dire sul mondo del presente e del futuro. Un testo anche da conservare bene in vista, a cui tornare spesso, per trarre spunti, materiali, contributi per iniziative, assemblee, mobilitazioni. Un volume che aiuta la militanza. È dall’ampiezza con cui questo avverrà praticamente che, crediamo, l’autore misurerà il successo di questa sua fatica

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