L’edificio non sta più in piedi…

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di Dante Barontini

La metafora del “cigno nero” ha di solito un impatto forte sulle menti abituate al solito tran tran. E naturalmente tutti, persino i rivoluzionari, in un “sistema stabile”, ad un certo punto si abituano a un certo modo di funzionare del mondo, mettendo sullo sfondo l’eventualità di un cambiamento radicale.

Il “pensiero unico”, insomma, non è stato soltanto o principalmente l’ideologia neoliberista trionfante, ma una realtà virtuale potente, in grado di eliminare la stessa possibilità di pensare altrimenti all’evoluzione del “sistema”. Ma ogni realtà virtuale funziona finché alla macchina arriva la corrente elettrica…

Un esempio può aiutare. Nelle università di tutto il mondo occidentale le facoltà dedicate all’economia sono state monopolizzate dai neoliberisti. Non solo i marxisti, ma finanche i keynesiani – a lungo egemoni – hanno più avuto possibilità di accedere a una cattedra. Il pensiero economico non liberista è stato semplicemente ridefinito “eterodosso”, senza tante distinzioni tra le varie scuole, a sancire il fatto che c’è una sola “scienza” economica ufficiale e poi ci sono – sempre meno tollerati – gli “eretici”.

Questo monopolio, ci spiegano diversi accademici appunto “eterodossi”, ha avuto il suo contrappasso già con l’esplodere della crisi del 2007-2008, quando nessuno era più in grado di spiegare (figuriamoci di “prevedere”) quello che stava accadendo e soprattutto come uscirne.

E infatti non ne siamo usciti…

Davanti a quel che sta avvenendo in queste settimane la sensazione è identica. Nello stesso giorno avvengono più eventi di grande rilevanza sistemica, di quelli che in altri momenti vengono definiti “eventi shock”, ma nessuno riesce ad azzardare una riflessione in grado di far almeno intravedere una linea di tendenza, un orizzonte degli eventi, un “dopo” che non sia lo sperato “ritorno alla normalità”. Al solito tran tran, insomma.

Proviamo a mettere in fila alcuni – solo alcuni – degli avvenimenti più rilevanti di questo inizio di 2020.

Il 3 gennaio, a Bagdad (Iraq), gli Stati Uniti uccidono  Qassem Soleimani, di fatto il numero 2 del regime degli ayatollah, e l’Iran reagisce con una pioggia di missili sulle basi Usa in Iraq. Per qualche giorno il mondo sembra sull’orlo della guerra, poi tutto rientra nella “normalità”.

Qualche giorno dopo la Turchia invia truppe il Libia per sostenere Al Serraj, di fatto assediato a Tripoli dalle truppe del generale Haftar, sostenuto da Egitto, Qatar… e Russia.

Non contento, Erdogan qualche giorno dopo manda truppe anche in Siria, nella provincia di Idlib, a sostegno delle milizie jihadiste (Isis, Al Qaeda, altre minori), che sono sotto attacco da parte dell’esercito di Assad, appoggiato da Hezbollah, Iran… e Russia.

Quando parte la controffensiva ed Erdogan comincia a contare le perdite a decine, apre i confini verso l’Europa e vi spinge decine di migliaia di rifugiati (siriani, afgani, iracheni, ecc) che si era impegnato a trattenere – dietro compenso miliardario europeo – sul proprio territorio.

La Grecia, primo paese europeo sul confine, andata a destra dopo l’appecoronamento di Tsipras e Syriza, reagisce a là Salvini, sparando sulle famiglie in fuga. L’Unione Europea si blinda nella vergogna, rinnegando ogni diritto umanitario e la Convenzione di Ginevra, e “ringrazia” il neofascismo greco al governo.

Nel frattempo un’epidemia di coronavirus scoppia in Cina, e il mondo capitalistico occidentale ironizza su usi, costumi e abitudini igieniche di quel paese, sperando che questo fermi la crescita economica del gigante cinese, da anni inarrestabile. Ma non la propria…

In poche settimane, però, grazie alla normale interconnessione dei rapporti economici globali – che sono fatti uomini e donne che veicolano, accompagnano, contrattano le merci – quell’epidemia si estende a tutto il mondo. Prima in Europa, ora anche agli Usa. I bastardi che tuonavano sui migranti perché “portano malattie” scoprono che il “paziente zero” – l’untore – è un manager… Italiano doc.

Stamattina California, Florida e stato di Washington hanno dichiarato lo stato di emergenza. E si capisce improvvisamente che aver privatizzato quasi completamente la sanità – negli Usa, ma anche qui in Europa – rende i Paesi inabili a contrastare seriamente un’epidemia. Ma ormai è tardi.

I mercati finanziari, fin qui baricentro di qualsiasi decisione politica ed economica, al punto di aver espropriato la “sovranità” di quasi tutti gli Stati, si muovono nell’incertezza più assoluta, con oscillazioni negative o positive a giorni alterni, di fatto schizofreniche. Tutti si attendevano una “forte correzione” per questa primavera, perché “i prezzi apparivano eccessivi” a fronte di una crescita ovunque anemica. Lo erano, dopo quasi dieci anni di “iniezioni di liquidità” a sostegno degli stessi “mercati”, senza che quella liquidità abbia mai trovato il modo di defluire verso l’economia reale.

La primavera è arrivata. Ma ci ha portato non “uno”, ma uno stormo di cigni neri…

La normalità non c’è più. Non c’è mai stata, probabilmente. Scopriamo che era un rapporto di forza, un dominio stabile e senza troppi scossoni. Specie qui, in un Paese servo, le cui decisioni fondamentali sono da tempo affidate all’Unione Europea e ai “mercati” sul piano economico-politico, alla Nato per quanto riguarda quello militare-strategico e allo spera-in-dio su quello progettuale.

Scriviamo spesso di avere davanti una classe dirigente indecente, incapace, abituata ad obbedire ai forti e bullizzare i governati. Ma non è che in Francia, Germania o negli Usa ci sia poi qualcosa di meglio.

La crisi della politica in Occidente è figlia di un “sistema” che ha in pochi decenni trasferito il potere decisionale vero alle “imprese”, a partire naturalmente da quelle di dimensioni sovranazionali. Un sistema che ha prodotto la sua ideologia, peraltro sempre la stessa da 300 anni: lasciate fare alla mano invisibile del mercato, saprà da sola cosa fare per allocare le risorse in modo ottimale e con vantaggi per tutti.

In questi primi giorni di un marzo insolito possiamo constatare che non è vero niente. Le “imprese” progettano ognuna per sé, competendo con tutte le altre. E la somma di queste concorrenze non produce soluzioni, ma soprattutto problemi.

Gli Stati – tranne pochi – non hanno più gli strumenti operativi in grado di risolverli. Non hanno più il welfare, ma neanche il “software” intellettuale per immaginarle: pianificazione, programmazione di lungo periodo, investimenti produttivi (e non solo infrastrutture date in appalto ai privati).

Dopo decenni passati nell’illusione che “il sistema va avanti benissimo da solo”, quando tutto si ferma nessuno appare in grado di pensare l’insieme, l’intero, e ancor meno quindi di trovare le soluzioni efficaci. Le cose si dissociano, il centro non può reggere… Governanti e accademici dell’economia sono improvvisamente muti.

La “crisi sistemica” origina sempre nei rapporti economici, ma si manifesta in altro modo. Come blocco, collasso, avventura, azzardo, giocare col fuoco. Erdogan, ma anche Trump, Netanyahu, qualcuno che ancora non si è mosso ma avrà la tentazione…

Pensare un’alternativa di sistema non è più un vezzo ideologico o una concessione all’utopia. E’ una necessità vitale. Una sola avvertenza: astenersi perditempo e chiacchieroni…

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