La crisi sistemica e la necessità del socialismo

Giacomo Marchetti – Rete dei Comunisti.

Delineare quelli che saranno gli scenari futuri della crisi pandemica e delle sue conseguenze rischia di essere un “rompicapo intellettuale”, simile alla lettura che un mago potrebbe fare della sfera di cristallo. Metodologicamente si rischia si procedere per congetture piuttosto che per ipotesi, e di essere clamorosamente smentiti in breve tempo. Tale è la complessità situazione e l’accelerazione della dinamica storica complessiva che il processo di approssimazione alla realtà per tappe successive, che caratterizza la conoscenza, è un esercizio al limite della fattibilità.

Siamo di fronte ad un fenomeno che per estensione e profondità non ha correspettivi nella Storia Universale contemporanea, perché nemmeno i due conflitti mondiali del secolo scorso avevano comportato contemporaneamente cambiamenti così profondi in tutte le regioni del globo terraqueo.

Non c’è nessun luogo dove la centralità degli avvenimenti arrivi come un “eco lontano” e non solo per le riduzioni delle distanze fisiche “a velocità della luce” prodotte dallo sviluppo dell’informazione digitale.

Emergenza pandemica, crisi del modello sociale capitalistico e delegittimazione della governance politica risultano oggi profondamente intrecciati. Sono, per così dire il cuore della storia, e potrebbero portare non solo alla “rottura” dello status quo ante, ma all’alba di una nuova civiltà o alla rovina di quella precedente senza che il nuovo possa nascere.

Se il “vecchio mondo” è al crepuscolo, non è detto che le luci dell’aurora socialista illuminino il nostro futuro, ma l’unica luce in fondo al tunnel di questa concreta distopia che stiamo vivendo è un processo di transizione dalla preistoria capitalista dell’umanità verso uno stadio più avanzato.

Il comunismo appare quindi dentro i nostri orizzonti storici con il suo duplice portato: il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, da un lato, e dall’altro la sperimentazione pratica di un differente sistema politico-sociale, così come si è configurato a cominciare dalle tre rivoluzioni che hanno indelebilmente segnato la storia del Novecento: il ’17 sovietico e il ’49 cinese e l’ “Ottobre cubano”, i cui effetti, nolens volens, giungono fino a noi.

A cominciare da” non vuol dire che queste comprendono la totalità dei nostri riferimenti fondamentali, ma è da quegli assalti al cielo vittoriosi da cui bisogna partire come possibile sbocco positivo dell’azione dei comunisti nel “determinare” la Storia oggi. A volgere cioè una situazione concreta a favore di uno sbocco politico molto differente da quello immaginato dagli imperialismi e dalle classi dominanti.

Oggi come allora, per prima cosa dobbiamo toglierci il “vestito” che questi ci stanno cucendo addosso.

Per certi versi, il passaggio che stiamo vivendo è simile a quello tra la “Belle Epoque” e la prima guerra mondiale, cioè l’ “Età degli Imperialismi”, esposta con intento divulgativo da uno dei maggiori storici marxisti di tutti i tempi Eric Hobsbawm.

E noi ci troviamo almeno idealmente ad una nuova Zimmerwald.

Fatte queste doverose premesse, andiamo a cercare di comprendere il contesto in cui agiamo.

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Gli Stati Uniti, per così dire, stanno vivendo la loro prima esperienza bellica all’interno dei propri confini.

Non vi è per ora “distruzione materiale”, ma l’inizio di un’ecatombe di vite umane senza precedenti per quel Paese, in cui le grandi megalopoli, da culle del neo-liberalismo, stanno diventando le tombe di una civiltà, esattamente come nelle ricorrenti distopie che hanno caratterizzato l’immaginario hollywoodiano contemporaneo.

A seconda degli scenari che vanno prefigurandosi, fatti propri dall’attuale amministrazione, una quota di poco superiore ai 100 mila morti sarebbe addirittura l’ipotesi più ottimistica per i prossimi mesi, ma il “worst case scenario” di un altro studio parla di oltre due milioni di morti.

Per avere un termine di paragone, al di là delle differenti stime, furono più di 400 mila i morti statunitensi nella Seconda Guerra Mondiale.

La Prima e la Seconda Guerra Mondiale avevano comunque risparmiato il territorio statunitense, anche se impegnato a fondo la propria economia e militarizzato le relazioni sociali.

Gli Stati Uniti riuscirono poi ad “uscire” dalla crisi del ’29 ed affermare la loro egemonia su una parte importante del globo grazie alla partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.

Quel tipo di scelta – la partecipazione alla guerra – non era affatto scontata e fu il prodotto di una serie di variabili che permisero al Paese di fare un “balzo in avanti”, uscendo dalle secche della crisi che il “New Deal” non aveva compiutamente risolto, e riconfigurare le relazioni internazionali come leadership della civiltà capitalista.

Ma a questa nuova crisi epocale, come fu quella del ’29, non sembra esserci alcuna via d’uscita, tanto meno quella che faccia fare agli Stati Uniti un salto che non sia verso il baratro oppure il riemergere dei fantasmi di Tom Joad o Boxcar Bertha, nella versione cinematografica.

All’oggi, negli Usa, non c’è alcun segnale che la pandemia possa essere affrontata adeguatamente da nessun punto di vista.

Certo, anche la guerra di indipendenza dall’Impero britannico e la guerra civile tra “Nord” e “Sud” sono state combattute sul suolo nord-americano, ma quello che stanno vivendo ora è il primo vero conflitto che gli Stati Uniti combattono sul proprio territorio da quando sono diventati un Paese imperialista; e questo ha un impatto culturale enorme sull’american way of life.

Trump è, sì, un presidente di guerra, come si definisce, ma sta portando il proprio Paese alla rovina.

Al di là delle sue incapacità individuali, come di tutta la sua amministrazione e di buona parte del “Deep State”, sono i limiti strutturali di un modello di sviluppo che diventano le maggiori pietre d’inciampo per l’azione politica a tutti i livelli istituzionali, dal singolo sindaco al Presidente in persona, passando per i governatori statali.

Un modo di produzione è entrato in crisi e non appare in grado di reagire – tempestivamente e adeguatamente – per affrontare la minaccia pandemica, anche se questa viene tendenzialmente rappresentata solo come crisi del comando politico, personalizzata nella figura di The Orange Man.

In realtà è proprio il contrario: le incapacità soggettive di far fronte alla situazione si basano su cause oggettive che mostrano i limiti strutturali che ha assunto la forma-capitalismo nel suo Stato guida. Un sistema efficiente, insomma, non seleziona imbecilli…

Quella che è entrata in crisi, quindi, è la civiltà capitalistica nel suo punto più elevato, cioè in quel modello che aveva affermato la sua egemonia con la fine del mondo bipolare, producendo quel “pensiero unico” in cui siamo stati immersi per trent’anni, anche alle nostre latitudini.

L’imperialismo statunitense non solo sembra avere esaurito la sua forza propulsiva, ma è diventato puro progresso regressivo per sé e per chi ha cercato di emularlo. Cammina su un piano inclinato, sfidando la legge di gravità, ma continua ad agire come un “cancro” parecchio aggressivo, come stanno sperimentando anche gli abitanti di Venezuela ed Iran.

Nonostante ad alti livelli siano state compiute simulazioni che avevano largamente anticipato le conseguenze di un contagio del genere, l’amministrazione non è riuscita ad agire di conseguenza, azzerando quel capitale di esperienze maturato sul campo in precedenza. Un segno evidente dell’incapacità di dare continuità qualitativa nella trasmissione del potere.

E questa è una notevole “cesura” storica, segno della crisi di un modello di governance incapace di riprodursi in modo efficiente.

Nonostante il conflitto in corso, gli Stati Uniti non riescono a “convertire” compiutamente la propria produzione per combattere il nemico e soddisfare le necessità basilari, in termini di apparecchiature e vitalità di un sistema medico al collasso.

L’attuale amministrazione, per esempio, si è dovuta scontrare con i vertici di General Motors sulla produzione di apparecchi per la respirazione assistita ed è stata di fatto essere costretta a ricorrere ad una legge di guerra, sia pur molto limitatamente, per costringere un’azienda privata alla produzione necessaria senza battibeccare troppo sui costi.

Significativo che in questo campo debbano addirittura ricorrere agli aiuti cinesi e russi – e, paradosso dei paradossi, prodotti di un’azienda sotto sanzioni USA. Non proprio un risultato brillante per chi voleva ristabilire la sua capacità produttiva come fattore di traino nella competizione internazionale…

L’“egemonia Usa” basata sulla mondializzazione neo-liberista e le catene del valore internazionalizzate si sta rivelando in tutta la sua attuale debolezza, perché – per esempio – non possono “produrre” per sé nemmeno medicinali basilari, visto che i principi attivi vengono prodotti prevalentemente in Cina, e l’ipotesi di “re-internalizzare” le proprie capacità produttive sembra essere ormai fuori tempo massimo.

L’unico segnale di controtendenza sembra essere il loro buon posizionamento sulla via della scoperta del vaccino, con due differenti istituti di ricerca nazionali. Ma sono sulla buona strada anche altri competitor cinesi, russi ed europei.

Questo è un segnale che rivela come anche l’unione delle Big Pharma, abbondantemente sovvenzionata dall’amministrazione per questo progetto, non riesce a produrre uno scarto significativo rispetto ai rivali, nemmeno in termini di ricerca.

La supposta indipendenza energetica statunitense garantita dal petrolio e dal gas di scisto, oltretutto, sta crollando: la domanda globale di greggio si è contratta, il prezzo internazionale è ora la metà rispetto al costo di produzione del greggio statunitense. La finanza statunitense non appare più in grado di sostenere un settore altamente indebitato e al massimo, per ora, sono state “comprate” quote per le riserve strategiche, solo per attutire il danno.

All’oggi l’amministrazione statunitense non sembra in grado di influenzare né un suo storico alleato – l’Arabia Saudita – né lo storico avversario politico (la Russia), per provare a mitigare la guerra dei prezzi e quindi tutelare il proprio ruolo di primo produttore di greggio a livello mondiale.

Questo non vuol dire che non si possa giungere ad un “compromesso” che ripristini un minimo di governance del settore, ma è chiaro che non sono gli Stati Uniti a tenere il timone. Tantomeno in esclusiva.

La manovra combinata di FED e amministrazione ha salvato, sì, alcuni settori dell’economia, ma non tutti quelli che entrati in crisi; mentre i soldi distribuiti “con l’elicottero” ai contribuenti non sono neanche sufficienti a coprire i bisogni di una parte della popolazione che riscopre la disoccupazione di massa. 10 milioni di disoccupati in sole due settimane… Un fenomeno non si vedeva dalla Grande Depressione degli Anni Trenta.

Inoltre il mercato azionario, che ha “bruciato” quote consistenti di investimenti, non sembra rispondere positivamente neanche agli stimoli senza precedenti fin qui elargiti, se non con un transitorio rimbalzo positivo che non ha invertito la tendenza ribassista.

Sul piano internazionale il Dollaro “tiene”, e la FED ha attivato scambi (dollari in cambio di buoni del tesoro USA) con molte banche centrali – tranne quella cinese – per continuare a “lubrificare” il mercato globale, che vede nella valuta statunitense il principale mezzo di scambio.

Ma un pericolo sembra affacciarsi.

Cosa accadrebbe se venisse superata quella regola non scritta, con la fine di Bretton Woods, che lega il petrolio al dollaro, conferendogli lo status di principale moneta di riserva internazionale?

Sembra essere questo l’unico differenziale strategico (inseieme all’arsenale nucleare) che tiene in piedi gli Stati Uniti e conferma il loro ruolo. Ma un’accelerazione del processo di de-dollarizzazione potrebbe dargli il colpo di grazia. La “partnership strategica” russo-cinese, del resto, mirava anche a questo.

Già la crisi del 2008 aveva annichilito l’illusione degli economisti ortodossi, ossia che la “globalizzazione” fosse una sorta di assicurazione sulla vita collettiva per i vari Stati che ne beneficiavano. Ora questa convinzione sembra definitivamente defunta.

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Nessuno fa previsioni sulla profondità e l’estensione delle conseguenze economiche della pandemia, tutti si interrogano su quale potrà essere il ruolo giocato dalla Cina, se riuscirà a contenere il contagio.

I primi dati ufficiali che provengono dalla Repubblica Popolare parlano di una ripresa sostanziale dell’economia, mentre alcuni analisti sottolineano la duttilità del suo sistema economico nell’adattarsi alle esigenze dettate dai bisogni effettivi – a cominciare dalla necessità di contenere il virus – e di produrre i dispositivi medico-sanitari indispensabili per permettere anche a molto altri paesi di affrontare la sfida pandemica.

Ma è sul piano strategico che la Cina sta vincendo una guerra che, in prospettiva, rischia di annullare uno dei pochi “punti di forza” ancora in mano agli Stati Uniti: la sfera digitale.

In questo campo, già da tempo, l’unica azione che gli Stati Uniti riescono in parte ad esercitare è “ostacolare” – senza però possedere una propria forza propulsiva – partnership che ne avrebbero ulteriormente demolito l’egemonia (gli accordi con i Paesi europei per il 5G, per esempio), o facendo leva su alcuni gap tecnologici non colmati e la necessità di ricorrere a forniture nord-americane nella produzione per il mobile.

Dal 5G all’ipotesi di una nuova configurazione della Rete Digitale, proposta a settembre all’organismo ONU che si occupa degli standard internazionali di comunicazione, alle fasi finali di lancio del sistema di geo-posizionamento satellitare cinese a fini civili-militari “Baidou” (che termineranno a Maggio), la Cina sta “vincendo” la guerra tecnologica e ponendo le basi per essere il centro del prossimo processo di accumulazione, polo trainante della futura “economia-mondo”.

È chiaro che questa capacità di proiezione esterna vi potrà essere se, e solo se, vi sarà la “tenuta” all’interno.

Ma è bene ricordare come già l’altra estate il sistema balistico cinese avesse annullato il vantaggio strategico delle portaerei statunitensi nell’Indo Pacifico per ciò che concerne le proprie linee di difesa concentriche.

L’economia-mondo non è “crollata”. Una sua parte, come quella cinese, ha conosciuto una crisi di cui non aveva più avuto esperienza dalla seconda metà degli Anni Settanta, costringendo a rivedere al ribasso le previsioni di crescita. Ma alla fin fine potrebbe anche trattarsi di una crisi “localizzata” all’interno del proprio territorio (e nelle filiere più strette). Ossia “congiunturale”, stando agli indicatori economici, e sicuramente meno “tragica” rispetto ad UE e Stati Uniti per ciò che riguarda le perdite umane.

Potrebbe darsi uno scenario inedito nella storia universale, perché per la prima volta potrebbe essere una potenza “non-imperialista” a raccogliere il testimone della leadership nella riconfigurazione complessiva delle relazioni internazionali – dopo l’imperialismo britannico e quello statunitense – e contemporaneamente come maggior motore economico, sostituendo la “diplomazia delle cannoniere” con quella della task-force sanitaria e delle consulenze industriali.

È bene ricordare qui alcuni tratti peculiari della Cina, spesso ignorati dal grande pubblico.

La Repubblica Popolare è nata da una rivoluzione socialista alla fine degli anni quaranta, dopo una feroce lotta anti-giapponese e lunga guerra civile interna.

Il processo rivoluzionario è stato guidato da un Partito comunista che era riuscito a resistere al tentativo di annichilimento delle forze reazionarie in combutta con gli imperialismi dell’epoca, grazie alla Lunga Marcia.

Con la conquista del potere politico “con la canna del fucile”, la Cina ha elaborato una sua originale sperimentazione della transizione al socialismo che non l’ha fatta divenire un paese compiutamente capitalista neppure dopo le contro-riforme di Deng, iniziate a fine Anni Settanta, e l’entrata nel consesso economico mondiale ai tempi della globalizzazione neo-liberista.

La rivoluzione cinese è stata “un faro” per i sogni di emancipazione politica dei popoli del Tricontinente ed ha esercitato una influenza rilevante anche nell’Occidente capitalista, specie fra i protagonisti dei movimenti sociali, là dove si sono espressi con più forza, lasciando profonde tracce culturali che solo l’industria dello stordimento ha poi in parte rimosso.

Ogni tentativo di definizione stringente della natura sociale del socialismo con caratteristiche cinesi sembra oggi votata all’insuccesso, tenendo conto della serie di fattori che ne fanno un “novum” nella storia mondiale.

È una società tuttora “in transizione”, in cui agiscono e si scontrano classi, interessi, modelli differenti, che sembrano però giunti ad un livello di sintesi superiore a quello espresso altrove.

Senza contraddizione non c’è vita, affermava appunto Mao.

Come per ogni società politica, le trasformazioni “interne” non sono estranee a fattori “esogeni” e influenze esterne. Senza l’apporto della cultura occidentale non ci sarebbe stato il processo che ha portato alla costituzione della Repubblica Cinese nel secolo scorso; e senza rivoluzione bolscevica la “Stella Rossa” non avrebbe brillato sulla Cina.

In sintesi, la dialettica politica tra le classi in Cina riflette anche i rapporti sociali a livello internazionale e gli equilibri politici complessivi. Quindi dipende anche da noi.

La Cina oggi sembra non solo avere colmato quel gap nello sviluppo delle forze produttive che aveva caratterizzato gli sforzi più generosi del suo esperimento socialista; ha posto riparo almeno in parte alle storture emerse soprattutto a livello sociale ed ambientale, e si avvia probabilmente a proporsi come “modello più avanzato” di società al mondo interno.

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L’edificio politico europeo, invece, non sembra in grado di essere una alternativa compiuta, né agli Stati Uniti e né alla Cina.

In questo momento la UE vacilla nelle prospettive di sviluppo verso un processo di integrazione in grado di farne un polo imperialista compiuto ed attrezzato per rispondere alle esigenze della competizione globale.

Il Vecchio Continente, anche nelle ipotesi più ottimistiche, stenta a vedere l’uscita del tunnel del contagio ed allo stesso tempo non vi è certezza sui tempi ed i modi dell’uscita dalla crisi economica, in cui peraltro già versava.

Il “pensiero strategico” delle élite, sul piano economico, ha recuperato ricette che sarebbero state considerate cripto-marxiste fino ad un mese fa: intervento dello Stato, ridistribuzione della ricchezza, zero disoccupazione, – uniti all’eugenetica patronale, che continua a far lavorare nonostante la pandemia – sembrano essere l’unica risposta possibile, insieme alla “militarizzazione” delle relazioni sociali.

In questo contesto, le varie contraddizioni soggiacenti alla sua costruzione stanno venendo prepotentemente a galla. In particolare la “frattura” tra gli Stati del Centro e quelli della Periferia, e la frattura sociale che li attraversa tutti, con gradi ed intensità differenti, sono i motori delle linee di faglia che si vanno aprendo.

I Paesi della UE hanno una matrice comune: le politiche di austerità di bilancio, coeve alla privatizzazione degli asset pubblici, hanno reso il sistema sanitario inadeguato a reggere l’attuale emergenza, mentre la classe padronale è tranquillamente disposta a sacrificare la vita dei propri concittadini per far sì che il sistema economico non si fermi del tutto, ed ha influenzato pesantemente in tal senso le decisioni politiche.

Questo combinato disposto ha prodotto un’ecatombe proprio in quelle zone in Italia che sembravano essere più “ricche” perché maggiormente connesse ed integrate alle filiere produttive della ex locomotiva tedesca.

In questi luoghi si era affermata negli anni con maggior forza l’illusione che fasce relativamente larghe della popolazione potessero soddisfare i propri bisogni complessivi grazie al “welfare privato”, nelle sue diverse forme. Così come era divenuta egemone la convinzione che la scomparsa dei “corpi intermedi” nella società potesse essere colmata da forme di socialità/aggregazione di stampo mercantile/consumistico; e che questi aspetti fossero segni di “ricchezza” e non invece di imbarbarimento.

È entrato in crisi un modello a partire dal “gradino più alto” della catena del valore, non dalle zone d’ombra periferiche, o dalle capacità di governance politica. E’ un fattore che riconfigura la “questione settentrionale” e azzera i modelli cui la rappresentanza politica si era ispirata.

Stanno entrando in crisi i paradigmi “europeisti” e “regionalisti” lì dove sembravano avere maggiore capacità di tenuta, perché le condizioni materiali sembravano essere migliori che altrove.

Questo substrato ha fatto prosperare tutte le possibili varianti dell’“autonomia differenziata”, come illusione di potere sganciarsi da un sistema-Paese per meglio affacciarsi sulla UE e lasciare indietro il resto dell’Italia.

Si è aperta, quindi, una crepa enorme nell’apparato ideologico del nemico anche alle nostre latitudini. E non sembra per ora avere alternative strategiche con un minimo di respiro, perché quello che sembrava essere un modello sociale avanzato si è dimostrato invece la causa del maggior numero di morti e sofferenze, senza neanche uno straccio di soluzione che non sia l’aspettare e guardare. Neppure la quantità industriale di informazione spazzatura e di “fake news” seriali che vengono diffuse attraverso i mezzi di comunicazione di massa riescono a nascondere del tutto la realtà. E espongono quei media ad un discredito che peserà anche al momento dell’uscita dallo stress pandemico.

Una situazione che ricorda quella del “falso incontestabile”, per cui ciò che rappresentano i media apparirà falso a prescindere, tanta è la sfiducia nei loro confronti.

Un fenomeno che, se non politicamente orientato nella nostra direzione, produce “teorie cospirazioniste” e superstizioni…

Questo potrebbe avere conseguenze dirette sul bisogno di rappresentanza di una parte consistente del nostro blocco sociale, e offrire terreno fertile per una ipotesi di alternativa politica che finora sembrava relegata alla marginalità o alla mera testimonianza ideologica.

Questa possibilità si dà perché il socialismo – nelle sue varie forme – si è dimostrato nei fatti un modello superiore di civiltà e l’unica sponda efficace nell’attuale emergenza.

Cuba e Cina sono lì a dimostrarlo agli occhi di miliardi di persone, non solo nel Vecchio Continente.

Alla luce di queste considerazioni, l’ipotesi dell’Alba Euro-Mediterranea appare come un’idea-forza in grado di strutturare un programma di transizione, per sganciare il nostro Paese dalla gabbia della UE e dall’Alleanza Atlantica. Anche lì dove questa ipotesi sembrava avere terreno meno fertile.

Tanto grande è stato il “salto di qualità regressivo” che tale sistema mortifero ci ha fatto fare, tanto radicale sarà la rottura che è necessario produrre.

A cominciare dalla forma mentis nostra e dei nostri compagni di strada.

Come era scritto profeticamente sui muri di Parigi del maggio ’68: corri compagno, il vecchio mondo ti insegue.

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