La ballata della guerra, ovvero sulla rottura dell’Unione Europea!

di Giacomo Simoncelli – Rete dei Comunisti – Siena

Cento anni non sono che un punto nella storia dell’umanità, eppure gli ultimi cento anni hanno racchiuso in sé più stravolgimenti e più immani tragedie di quante se ne possano contare o per lo meno conoscere nei mille anni precedenti. Siamo passati dal cavallo alla navicella spaziale, dalla posta al click sui social network; novità sviluppatesi nel turbinio della storia che si è manifestata in fenomeni che erano difficilmente immaginabili per portata e impatto. Le guerre mondiali, la guerra fredda, la globalizzazione. Ma lasciando da parte l’immaginazione, cos’è che concretamente ci è rimasto di questi cento anni? Riprendendo con licenza i versi del poeta Sanguineti, dov’è la Belle Époque, dove sono le Triplici Alleanze e Intese? Dov’è il New Deal e la democrazia sociale post-bellica? Dov’è la globalizzazione che porterà la fine dei conflitti e la “fine della storia” stessa? L’unica costante che è rimasta certa attraverso questi rivolgimenti, anche attraverso i cambiamenti del modo di produzione capitalistico, è lo sfruttamento di pochi sui molti. E la storia si è ripresentata, ancora una volta, con la stessa dirompenza di sempre, a ricordarci la fragilità del modello sociale a cui il capitalismo dà vita.

Questa volta la pallottola che ha ucciso l’Arciduca d’Austria non è fatta di metallo, ma di microscopiche sequenze genomiche di RNA. Ma il risultato, ce lo dicono tutti i giorni, è proprio quello di una guerra. Senza voler esagerare in paragoni impropri, è assodato che la quotidianità è fatta di bollettini con centinaia di morti al giorno, così come è assodato che ci aspetta un’economia di guerra; nessuna bomba è stata sganciata sulle nostre teste, eppure qualche azione bellica si è consumata. Ora, per diradare i fumi della narrazione mainstream, è chiaro che una pandemia mondiale è una tragedia, ma non si può davvero pensare ad alcuni filamenti di geni come a un nemico di guerra. Del resto, anche la peste del 1348 fu un evento terribile, ma ebbe proporzioni catastrofiche perché fece esplodere le contraddizioni di un sistema già traballante, che non aveva gli strumenti adeguati ad affrontare una tale sfida posta dalla natura. Se allora vogliamo usare la parola guerra usiamola, ma diciamo le cose come stanno: le distruzioni di questa guerra sono avvenute prima ancora del suo scoppio e si sono concretizzate, lo vediamo tutti, nei violenti tagli alla sanità e nell’attacco ai diritti dei lavoratori.

La guerra si è svolta tutta all’interno della società, ed è stato un conflitto di classe. Lo scontro c’è stato, e c’è sempre, tra una piccola frazione dell’umanità che accumula ricchezza e privilegi sulle spalle di una maggioranza di sfruttati. Altro che nemico invisibile: la malattia ne ha rivelato con chiarezza i contorni, che sono quelli del nemico di classe delle classi popolari, ovvero i capitalisti. Cento anni fa eravamo utilizzati come carne da cannone in una guerra fra élite per il predominio sul mondo, oggi siamo utilizzati come carne da cannone, negli ospedali e nei luoghi di lavoro, in una guerra per la sopravvivenza di un modello sociale che non riesce a risolvere la contraddizione tra difesa del profitto e difesa della salute, tra interesse particolare e bisogno sociale.

Alla conclusione di questa emergenza sanitaria la guerra sarà dunque finita? Sempre usando le parole di Sanguineti, “qui se a una guerra non ci pensa una pace/un’altra pace ci ha lì pronta una guerra”. Per ciò che riguarda da vicino il nostro paese e l’Unione Europea, l’Eurogruppo ha trovato un accordo su quattro interventi che, oltre a un fondo per il rilancio dell’economia che ipoteticamente potrebbe essere finanziato con l’emissione di titoli di debito congiunti, prevede l’utilizzo di prestiti agevolati o fondi di garanzia ai prestiti che non solo sono inadeguati, ma che inoltre non eviteranno fallimenti e disoccupazione di massa. Tra queste misure c’è la possibilità di utilizzo del MES per sostenere i costi dell’assistenza sanitaria nella fase emergenziale, specificando immediatamente come, passata questa, i paesi dell’eurozona si devono impegnare a rientrare nei parametri di bilancio che hanno già massacrato il popolo greco. È l’austerity bellezza, e possiamo tristemente riassumere tutta la vicenda nella consapevolezza che nemmeno la pandemia mondiale è in grado di cambiare dall’interno l’Unione Europea.

Ma spingiamoci oltre. Immaginiamo che vengano davvero emessi questi eurobond, che davvero si formino i tanto agognati Stati Uniti d’Europa: sarà la pace per i lavoratori? Come accennavo qualche riga più su, lo sfruttamento è per caso scomparso col New Deal o con la ricostruzione del secondo dopoguerra, è per caso scomparso con la semplice emissione di debito sovrano? Il problema dell’Unione Europea è il suo carattere tendenzialmente imperialista, non il nome né le forme che assumerà nel raggiungere questo stadio di sviluppo capitalistico. La mondializzazione (questo è il termine corretto da usare) del capitale ha ormai toccato ogni angolo del globo, subordinando e trasformando progressivamente i rapporti sociali alle esigenze di riproduzione del capitale stesso. Le possibilità di valorizzazione si sono ristrette, e il contrasto dei vari capitali in competizione fra loro ha portato dal tentativo di strapparsi le colonie nella Prima Guerra Mondiale, al riassetto solo apparentemente unipolare della globalizzazione; in questo riassetto si sono infatti affacciati sempre più nettamente altri poli capaci di giocarsi un ruolo determinante negli equilibri mondiali.

Affamati di profitto, i capitalisti hanno accentuato la finanziarizzazione dell’economia, così come hanno messo a valore i bisogni essenziali della popolazione attraverso lo smantellamento del welfare pubblico strappato dalle lotte operaie del secolo scorso. Protetto dallo scudo del vincolo esterno che metteva in riga i paesi più dissoluti mentre una cornice istituzionale di libero mercato tra aree economiche asimmetriche favoriva l’accentramento di capitali, il padronato europeo ha trovato nella precarizzazione del lavoro e nella privatizzazione dei servizi pubblici la via privilegiata per garantirsi quell’accumulazione necessaria per competere con grandi attori internazionali come quelli statunitensi, cinesi o russi.

Non è importante dunque quali misure metterà in campo l’Unione Europea per uscire da questa crisi, ma il fatto che qualsiasi esse siano, i mezzi di produzione e le scelte di investimento resteranno privati, e quindi indirizzati al profitto piuttosto che al benessere della collettività. È per questo che (permettetemi altre citazioni forse ancor più ambiziose) l’esecutivo italiano così come la Commissione Europea non potranno dare la “pace” agli sfruttati, perché il loro è un governo di guerra perpetua, un governo di continuazione del massacro imperialistico perché questo esige il capitale: la rapina dell’uomo sull’uomo. Non potranno dare nemmeno il “pane”, cioè quel sostentamento materiale di base ora fondamentale, che in questa fase potrebbe essere rappresentato da un reddito d’emergenza; quello che possono dare è una “fame genialmente organizzata”, così come stanno facendo col fondo SURE per la cassa integrazione europea. Non possono dare la libertà, infine, perché sono il governo del grande capitale monopolistico, per dirla ancora con Lenin, o dei monopoli generalizzati, per dirla con Samir Amin, ovvero un governo che teme gli sfruttati, gli emarginati, i lavoratori, e che non concederà nulla se non costretto con la forza.

Chiunque, soggetto individuale o politico, si ponga l’obiettivo della trasformazione della realtà per la costruzione di una società più giusta e più libera non può più porsi tale questione come lo sforzo di trovare un’alternativa di questo modello, bensì ora più che mai appare evidente la necessità di un’alternativa a questo modello. Chi si pone questo scopo deve innanzitutto opporsi al proprio imperialismo, ovvero all’Unione Europea, per screditarla e indebolirla agli occhi delle masse, ed inceppare quindi, seppur momentaneamente, l’accentuarsi dello scontro interimperialistico, l’aumento delle contraddizioni tra interessi irriducibili che possono sfociare in una guerra guerreggiata. In fasi di forte politicizzazione come lo è una crisi sistemica però, deve essere anche in grado di delineare questa alternativa, in forme che siano anche credibili e praticabili. La Rete dei Comunisti sono anni che propone l’ipotesi di un’ALBA Euromediterranea, da costruire proprio lungo la faglia che si è palesata in questi giorni tra i paesi del “grande Nord” e i paesi mediterranei. Una faglia che non è nazionalista o sovranista, come molti giornalisti vogliono farci credere, ma che corre tra il centro del polo imperialista e la sua periferia, che sempre più si è estesa anche all’altra sponda del Mediterraneo, attraverso interventi militari o trattati di libero scambio di forte impronta neocoloniale come l’ALECA per la Tunisia. Come il capitalismo si abbatte e non si può riformare, così la gabbia europea non si cambia, si rompe!

Per fare questo però bisogna che la classe lavoratrice, insieme a tutti coloro che saranno spinti verso il basso dalla crisi che si sta per abbattere con forza su tutto il mondo, ceti medi le cui poche risorse verranno cannibalizzate dalla fame del grande capitale, non ascoltino i vari politicanti e soprattutto quelli che gli vogliono parlare di un’adattabilità del capitalismo alle esigenze sociali; devono invece contare unicamente sulle proprie forze, sulla propria unità, sulla propria organizzazione. Solo un’ipotesi strategica di classe che si incammini sulla via della transizione al socialismo può dare la possibilità all’umanità di non cadere nella barbarie!

10/4/2020

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