L’enigma della crescita cinese.

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Zhiming Long, Remy Herrera – Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti)

Lo studio che abbiamo tradotto è stato pubblicato sulla storica rivista della sinistra anti-imperialista statunitense “Monthly Review – an indipendent socialist magazine” il primo dicembre del 2018.

Zhiming Long è professore associato presso la scuola di marxismo dell’Università Tsinghua di Pechino e Rémy Herrera è ricercatrice presso il Centro Nazionale di Ricerca Scientifica di Parigi.

I due sono co-autori del volume uscito l’altro anno in francese: “La Chine est elle capitaliste?” per l’édition critiques.

Una loro interessantissima intervista a “Le Média”, a cui volentieri rimandiamo per un approfondimento del punto di vista degli autori – è stata tradotta in Italiano è reperibile su “Sinistra in Rete” https://sinistrainrete.info/estero/14745-remy-herrera-la-cina-e-capitalista.html

È la prima di una serie di traduzioni che come Rete dei Comunisti realizzeremo come materiali propedeutici per una discussione approfondita sullo sviluppo concreto del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

Iniziamo perciò – grazie al contributo di questi che si autodefiniscono “umili economisti marxisti” – a sgomberare il campo dai luoghi comuni stratificatisi lungo il corso di trent’anni di contro-rivoluzione neo-liberista a livello mondiale su cosa sia la Repubblica Popolare.

Questa analisi di lungo periodo affronta temi chiave dello sviluppo cinese con una solida base empirica e demolisce le certezze delle interpretazioni economiche occidentali che legano i successi cinesi alla sua “svolta” riformistica di fine Anni Settanta ed il suo ingresso nel mondo globalizzato.

La pianificazione economica attraverso la guida politica del PCC è una delle chiavi di volta che ne caratterizza lo sviluppo.

Lo studio mette in evidenza la costante ed elevata crescita in tutto il periodo post-rivoluzionario – a parte i primissimi anni dopo il ’49 – e il coevo sostenuto processo di accumulazione del capitale. Tali dinamiche non sono ascrivibili, per gli autori, solo al periodo post-maoista e all’entrata della Cina nel consesso economico mondiale con la globalizzazione, anzi in alcuni casi le statistiche sono migliori per il periodo pre-79.

Un altro dato interessante sul lungo periodo è il costante investimento in istruzione e ricerca che costituisce dalle origini una caratteristica del socialismo cinese.

La questione agraria ha poi nelle specificità del socialismo della Repubblica Popolare un ruolo chiave. Sfamare un quinto della popolazione mondiale con appena il 7% delle terre arabili è stata una sfida non da poco per la giovane repubblica popolare, e la maniera in cui questa sfida è stata vinta rappresenta «forse ancora oggi l’eredità più preziosa della rivoluzione maoista, che ha portato l’accesso della terra per i contadini» nelle parole degli autori nell’intervista citata.Anche se i rapporti di produzione nel mondo agricolo sono mutati nel mondo agricolo dal periodo maoista, il processo di alienazione della proprietà della terra in senso capitalistico non è stato realizzato compiutamente e le forme di resistenza vincente dei contadini cinesi alle forme striscianti di espropriazione sono uno dei termini di comprensione della politica cinese tout court.

Riportiamo integralmente lo stralcio dell’intervista:

« Una cosa di cui forse non misuriamo correttamente la grandezza, ma si tratta forse della chiave del successo cinese, benché spesso passata sotto silenzio. Si dimentica infatti troppo spesso il contributo dei contadini allo sforzo di crescita, ma anche il loro contributo allo sforzo nel trasferimento di risorse dall’agricoltura verso l’industria. Infatti, grazie alla collettivizzazione dell’agricoltura – che è stata eseguita in maniera estremamente prudente, producendo risultati molto positivi sia sul livello di produzione sia su quello della produttività del lavoro – delle risorse furono trasferite verso l’industria e il processo di industrializzazione è stato condotto fin dall’origine. Innanzi tutto nell’industria pesante, poi gradualmente verso industrie leggere e di beni di consumo. Lo sforzo ha anche riguardato il controllo della moneta, della banca e della finanza, che è una delle caratteristiche maggiori del sistema cinese attuale.»

Vi sono altri due elementi di interesse nell’intervista, risultato degli studi originali dei due autori. Da un lato, in un’analisi di lungo periodo, è possibile riscontrare anche in Cina la caduta tendenziale del “saggio di profitto”, dovuto principalmente ad un costante aumento della composizione organica del capitale. Dall’altro, analizzando le fluttuazioni cicliche di breve periodo del tasso di profitto, gli autori individuano una serie di 10 “periodi di crisi” in cui, nonostante una crescita dello sviluppo materiale (in molti di questi casi infatti il PIL registrava un segno positivo, coerente con la costante crescita menzionata all’inizio), il saggio di profitto risultava calante.

In questa amplia e dettagliata panoramica sul lungo periodo, è interessante notare come sembra che il periodo più critico sia stato, anche a livello economico, la “rottura” con l’Unione Sovietica ad inizio Anni Sessanta: a giudicare dalle dinamiche complessive sembra che abbia più danneggiato strutturalmente la pianificazione del proprio sviluppo la “divisione” con l’URSS di qualsiasi altro fattore, al netto degli altri fattori “esogeni” di crisi seguenti, come la crisi asiatica di fine Anni Novanta ed i vari inciampi pregressi.

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Perché un enigma?

Il successo dell’economia cinese può essere illustrato dal rapido tasso di crescita del suo PIL, probabilmente il più alto del mondo, in media, negli ultimi tre decenni, e la leadership che esercita oggigiorno tra i paesi del sud del mondo. Nonostante questo successo venga molto dibattuto nella letteratura accademica e nei media mainstream, in realtà continua a essere avvolto nel mistero, in particolare a causa della natura del dibattito interno agli economisti cinesi, di ampia portata e generalmente poco compreso.

Effettivamente i commentatori occidentali sono costretti a fare affidamento su banche dati, statistiche e fonti di informazione sviluppate da istituzioni occidentali (o multilaterali, ma comunque dominate da potenze occidentali) e questo prisma ideologico incentrato sull’Ovest crea delle distorsioni, che spesso vengono poi attribuite alle autorità cinesi. Altre difficoltà derivano dai termini e dalle categorie ambigue utilizzate per classificare la Cina, come “economia emergente” o Stato BRICS, unite dall’indeterminatezza e dalla confusione nel caratterizzare l’attuale sistema politico ed economico cinese.

Queste dinamiche spiegano come, al di fuori della Cina, le opinioni sui cambiamenti nel paese siano spesso scarsamente documentate e non sufficientemente suffragate da analisi concrete. Da destra si celebra l’apparente trionfo del capitalismo in Cina, anche se si considera in qualche modo aberrante la sua combinazione con la “dittatura comunista”. Da sinistra – o meglio, tra i marxisti – la gamma di divergenze sulla Cina è immensamente ampia, e si va dalla disapprovazione delle evidenti disuguaglianze sociali, causate in parte dal dinamismo economico del paese, fino alla speranza nella creazione di una nuova superpotenza che riesca a contrastare l’egemonia statunitense. L’ascesa della Cina insomma incuriosisce e affascina, causando sia ammirazione che ansia; ma la sua crescita economica rimane un enigma per tutti.

È in questo contesto particolarmente vago che sembra essere stato raggiunto un unanime consenso nelle istituzioni occidentali dominanti, secondo cui l’ascesa della Cina può essere spiegata attraverso una serie di indizi. Una delle forme più diffuse di questo coro a più voci dice che l’economia cinese “è emersa” e che la sua crescita “è decollata” dopo le riforme della fine degli anni ‘70, in particolare quelle attuate dopo la morte del presidente Mao Zedong nel 1976. Questo articolo mette in discussione questo pensiero e tenta di svelare quell’enigma che circonda la crescita economica della Cina, senza fingere di dissiparne le complessità.

Accumulazione di capitale, crescita della produzione ed “emersione” a lungo termine

Una delle idee più diffuse sulla Cina è dunque che essa “è emersa” solo di recente. In effetti, il concetto stesso di emersione -così come quello di BRICS, acronimo forgiato dai think-tank statunitensi dell’alta finanza – suggerisce che un decollo economico sia possibile nell’attuale contesto della globalizzazione nonostante il malfunzionamento del sistema capitalistico mondiale, che è così chiaramente sfavorevole ai paesi del sud del mondo. A ben vedere, la concezione che sostiene che l’economia cinese è emersa, e che può solo essere emersa dopo la morte di Mao, aderisce ad almeno una di queste tre linee di ragionamento.

In primo luogo, si afferma che l’economia cinese può iniziare davvero a svilupparsi grazie al suo “ri-orientamento” e alla sua “apertura” al sistema capitalistico mondiale, scelta spinta da Deng Xiaoping a seguito della terza sessione plenaria dell’undicesimo Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese nel dicembre 1978, cui fece seguito, per inciso, il riconoscimento diplomatico della Repubblica Popolare da parte degli USA nel gennaio 1979.

In seconda battuta, è evidente che l’economia cinese sarebbe rimasta stagnante durante il periodo maoista poiché questa è la natura delle economie socialiste.

Ultimo appunto, che segue lo stesso ragionamento dei due argomenti fin qui menzionati: la Cina sarebbe stata in grado di modernizzarsi quasi immediatamente (come per magia) solamente dopo l’abbandono del comunismo o comunque dopo il ri-orientamento delle istituzioni socialiste verso forme capitalistiche da parte della leadership.

Chi aderisce a queste linee di pensiero, oscura simultaneamente almeno tre dati di fatto.

Il primo è la profondità millenaria della Storia: in effetti, la Cina è indiscutibilmente “emersa” sulla scena mondiale, ma non è certo stato quarant’anni fa che la Cina è diventata una grande civiltà e un immenso Stato-nazione, come invece ci ripetono all’unisono tutti i media. Il peso economico del paese era già un terzo del PIL mondiale all’inizio del XIX secolo. Ed è bene ricordare che fu solo la vittoria della rivoluzione maoista nell’ottobre del 1949 a rendere possibile la fine di un secolo di guerre che avevano distrutto il paese, a partire dalla Prima Guerra dell’oppio nel 1839 e dagli assalti delle potenze occidentali.

Bisogna anche dire che quando la crescita del PIL cinese iniziò regolarmente a superare il 10% (ovvero negli anni ‘80, a fronte della crescita del 3% degli USA) tutte le strutture e le istituzioni socialiste di base erano ancora perfettamente funzionanti.

In terzo luogo, molti non sanno o non si ricordano che il tasso di crescita del PIL cinese era relativamente alto anche prima della morte di Mao.

Quest’ultimo aspetto, sebbene regolarmente ignorato, è molto importante. È vero che la crescita economica ha accelerato a partire dagli anni ‘80, fino a collocare la Cina – nonostante un reddito pro capite decisamente basso – su un piano incredibilmente più alto rispetto agli altri paesi che si chiamavano “socialisti” o “a economia pianificata” in quegli anni. Si dovrebbe però riconoscere che la crescita del Prodotto Materiale Netto (il predecessore del PIL) era già molto elevata nei dieci anni precedenti la decisione di riformare l’economia e aprirla al sistema mondiale.

Secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, espressi a prezzi costanti (anno base 1980) e in medie decennali, il tasso di crescita economico della Cina è stato del 6,8% tra il 1970 e il 1979, più del doppio di quello degli USA nello stesso periodo (3,2, sempre a prezzi costanti del 1980). Inoltre, secondo la serie ufficiale del PIL pubblicata dal NBS, il National Bureau of Statistics, dalla sua creazione nel 1952 ad oggi, il tasso di crescita del PIL cinese dal 1952 al 2015 presenta una media dell’8,3%: 6,3 tra il ‘52 e il ‘78 e 9,9 tra il ‘79 e il 2015. Queste percentuali sono espresse a prezzi costanti (anno base 1952) e standardizzate per tener conto delle interruzioni statistiche determinate dalla transizione contabile dal Sistema del Prodotto Materiale (Material Product System o MPS) al più “moderno” Sistema di Contabilità Nazionale. Ma dai dati si capisce bene che, se escludiamo i primissimi anni della Repubblica Popolare (indicando con ciò il tra il 1952 e il 1962, ovvero il periodo tra il completamento dell’unificazione territoriale e la rottura con l’URSS), si registra una media dell’8,2% annuo del PIL per il periodo 1963-1978, un dato che parla di una crescita molto rapida anche durante la Rivoluzione Culturale.

E che dire dell’accumulazione di capitale in Cina? In un articolo pubblicato sul China Economic Review siamo riusciti a costruire diverse serie storiche originali dello stock di capitale fisico cinese nel lungo periodo tra il 1952 al 2015. Si è trattato di un lavoro nato dal bisogno di utilizzare un nuovo database in molte altre ricerche, considerando che gli istituti statistici cinesi non hanno ancora reso pubblici i dati ufficiali sugli stock di capitale.

Vi sono vari motivi per cui le nostre serie temporali, calcolate utilizzando il metodo dell’inventario permanente, possono essere considerate di alta qualità rispetto alla letteratura esistente, inclusi i Penn World Table. Eccone alcuni: le scorte iniziali sono stimate utilizzando una procedura di calcolo più rigorosa, per quanto riguarda il rapporto capitale/produzione, rispetto a quelle utilizzate in altri database; i flussi di investimento sono strettamente consistenti con la costruzione statistica dello stock di capitale; ci concentriamo sulla costruzione di indici dei prezzi di investimento adattati all’esatta composizione di questo stock; i tassi di deprezzamento utilizzati sono stimati sulla base del tipo di bene capitale, in modo da ricavare un tasso di deprezzamento totale dalla struttura del capitale complessivo.

In questo nuovo database, i tassi di crescita medi dello stock di capitale che abbiamo definito “produttivo” (compresi attrezzature, macchinari, strumenti, edifici industriali e strutture, ma escludendo gli edifici residenziali e il rispettivo valore del terreno) hanno mostrato una differenza decisamente bassa tra i due sotto-periodi ‘52-78 e ‘79-15: 9,7% il primo sotto-periodo e 10,9% il secondo. Se consideriamo uno stock di capitale produttivo più ampio, comprendendo gli inventari, che sono importanti per il calcolo del tasso di rotazione del capitale circolante, vediamo che il ritmo medio di accumulazione di tale stock era leggermente superiore nel primo periodo (10,41%) rispetto al secondo (10,39%). Se poi selezioniamo uno stock di capitale ancora più grande, includendo ora anche gli edifici residenziali e i territori ad essi adiacenti, e quindi non solo le componenti produttive dirette, il tasso di crescita di questo stock allargato rimane comunque alto in entrambi i sotto-periodi: 9,1% nel primo sotto-periodo e 10,9% nel secondo. È chiaro quindi che l’impegno per l’accumulazione di capitale non è un fenomeno recente ma è stato deciso e pianificato dalle autorità cinesi in un lasso di tempo di oltre di sei decenni.

Ed è questo lavoro duraturo di accumulazione, reso possibile in particolare dai trasferimenti di surplus dalle zone rurali, che spiega il successo dell’industrializzazione cinese e, in larga misura, il solido tasso di crescita del suo PIL.

Spese per l’istruzione e la ricerca

Altri fattori hanno certamente avuto un ruolo in questo dinamismo economico. Ciò è particolarmente vero quando consideriamo gli ingenti investimenti nell’istruzione e nella ricerca. Sebbene non sia facile misurare questi investimenti e il loro impatto sulla crescita economica cinese, abbiamo cercato di farlo in un articolo pubblicato all’inizio di quest’anno, in cui il nostro intento è ricostruire alcuni indicatori dei livelli delle risorse educative della popolazione cinese, nella lunga serie storica che va dal 1949 al 2015. Non è stato un lavoro facile perché molte di queste informazioni non esistono nei dati ufficiali del governo cinese, mentre alcune serie riguardanti le quantità di capitale umano, presenti in pubblicazioni come le Penn World Table o Barro-Lee, hanno dei forti limiti per quanto riguarda la Cina.

Abbiamo dunque proposto la nostra serie di “livelli di istruzione” della popolazione, sforzandoci di fornire risposte a queste carenze. Siamo rimasti fedeli alla definizione del NBS del livello d’istruzione raggiunto dalla popolazione, spingendoci poi a includere non solo le persone in possesso di un titolo di studio ma anche quelle che sono ancora a scuola e addirittura coloro che l’hanno iniziata e abbandonata. Abbiamo anche tenuto conto dei cambiamenti nella durata dei cicli educativi, modificati dalle varie riforme susseguitesi, nonché dell’impatto delle campagne scolastiche e dei programmi di formazione per adulti. Abbiamo quindi determinato vari stock di risorse educative e il loro accrescimento dei loro aumenti, il che richiede il calcolo del numero medio di anni d’istruzione degli individui per categoria di formazione e il loro rispettivo peso nella popolazione.

Dalle nostre stime si osserva che i tassi di crescita media della Cina dello stock totale di risorse educative sono stati praticamente uguali tra il periodo ‘49-78 e quello ‘79-15: 4,19% e 4,22%. Se poi consideriamo uno stock educativo “produttivo”, eseguendo calcoli dalla forza lavoro e non dalla popolazione totale, i tassi di crescita medi sono più alti nel primo periodo: 5,07% nel ‘49-78 e 3,55% dalle riforme del 1978 all’attualità.

Gli investimenti nel settore dell’istruzione devono essere stati concepiti quindi come un processo a lungo termine, importantissimo sin dall’istituzione della Repubblica Popolare, e che si è verificato parallelamente all’estensione delle infrastrutture e del sistema di assistenza sanitaria pubblica nell’intero territorio nazionale. Questo è stato uno dei pilastri centrali della strategia a lungo termine della rivoluzione, che ha contribuito in modo decisivo alla forza e al dinamismo dell’economia attuale.

Per quanto riguarda le spese di ricerca e sviluppo (R&S), c’è da dire che la Cina si è conformata al sistema internazionale per le attività di R&S solo nel 1986. Ciò ovviamente non significa che il paese abbia investito in R&S solo da quel momento, ma piuttosto che è impossibile accedere a banche dati omogenee su questo argomento prima di quella data. Visto tale vincolo, abbiamo sviluppato una serie temporale originale per i flussi di spesa in R&S che inizia nel 1949.

Abbiamo mantenuto tutti gli stanziamenti destinati alla R&S, che arrivassero enti privati o pubblici (centri di ricerca, università, imprese statali) sebbene, in termini di budget totale per la ricerca, la percentuale proveniente dal settore privato è ancor oggi relativamente bassa. A questo proposito bisogna dire che solo nel 1984 un’impresa privata venne autorizzata ad operare nella Repubblica Popolare, e la prima legislazione relativa all’attività dei vari soggetti economici privati risale al 1988. Secondo gli elenchi ufficiali del NBS, le spese in R&S delle medie e grandi imprese industriale rappresentavano meno del 6,5% della spesa totale cinese, e questo ancora alla metà degli anni 2000.

I calcoli che abbiamo eseguito sulla base di queste serie forniscono tassi medi di crescita della spesa R&S di circa il 14,5% l’anno in tutto il periodo 1949-2015. Tuttavia, è importante notare come il ritmo di crescita medio fosse molto più elevato nel sotto-periodo ‘49-78. I livelli di avanzamento tecnologico dei primi anni della Repubblica Popolare sono ovviamente molto diversi da quelli di oggi. Bisogna poi sottolineare che il sistema di ricerca pubblica ha dovuto essere costruito da zero, il che spiega in parte crescita molto rapida in spese per R&S in questi primi anni. Tuttavia bisogna riconoscere che, all’inizio della rivoluzione, gli sforzi della Cina rispetto alla R&S sono stati tutt’altro che trascurabili e devono essere analizzati come parte di una strategia paziente e continua, a lungo termine.

In altre parole, la Cina -il cui tasso di sviluppo scientifico può essere messo a confronto senza paura alcuna con i paesi capitalistici più avanzati- non ha iniziato a promuovere la sue attività di R&S come parte della sua recente integrazione globale, ma molto prima, dai primi momenti della rivoluzione. È vero che negli ultimi anni la natura di queste attività di ricerca è divenuta notevolmente sofisticata. Ma fu la strategia di sviluppo della rivoluzione a stabilire la condizioni per l’attuale successo economico, e questo successo è stato sempre in continuità col passato, mai in contraddizione.

Confronti internazionali

Pensiamo sia importante confrontare la Cina con altri paesi nel corso dell’ultimo secolo. L’esigenza è quella di capire che il potere raggiunto dalla Cina e le dinamiche contemporanee della sua economia non sono semplicemente la conseguenza “naturale” della sua apertura alla globalizzazione capitalistica, che nel 2001 l’ha portata persino ad aderire all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

Per fare ciò, utilizziamo una fonte statistica standard che nessuno può sospettare di favoreggiamento delle società comuniste: la guida della Banca Mondiale sulle economie pianificate. Questa guida, scritta da Paul Marer, Janos Arvay, John O’Connor, Martin Schrenk e Daniel Swanson nel 1992, consente di confrontare la Cina pre-1991 con quasi trenta paesi socialisti.

Questo documento rivela ancora una volta che, nel suo insieme, l’economia cinese era già dinamica rispetto ad altri paesi socialisti prima e intorno alla morte di Mao. Ciò è avvenuto, per esempio, per il tasso di crescita del settore industriale, che negli anni ‘70 era in media 7,9% annuo ed era al secondo posto tra le economie pianificate, davanti all’URSS (6,2%) e a tutti gli altri paesi con eccezione della Jugoslavia. Quindi lo slancio dell’economia cinese è stato raggiunto molto prima che entrasse a far parte dell’OMC.

Durante gli anni ‘80, quando il paese aveva ancora istituzioni prevalentemente di tipo socialista, la Cina presentava tassi di crescita molto elevati in tutti i settori, rispetto agli altri paesi classificati come socialisti. Dal 1980 al 1989, in questo gruppo la Cina era già al primo posto per crescita di settori come l’agricoltura (6,3%), l’industria (12,6%), l’edilizia (12,3%) e i servizi (10,6%).

In quasi tutto il mondo accademico occidentale e nei media mainstream c’è chi grida che il “decollo” dell’economia cinese è dovuto alla sua apertura alla globalizzazione. A costoro è utile ricordare che tale crescita è stata resa possibile solo dagli sforzi e dai risultati che hanno avuto luogo durante il periodo socialista maoista. Il nuovo orientamento verso l’esterno può essere considerato come un contributo al successo economico del Paese solo se è chiaro che è stato controllato in modo sicuro ed efficacie dalle autorità. L’apertura cinese è stata ampiamente sottoposta a verifica degli obiettivi e dei bisogni, è stata integrata come “una parte” di una strategia di sviluppo coerente, senza precedenti negli altri paesi. Senza una tale strategia, senza una guida a questo nuovo orientamento, che non è stato altri se non il PCC, l’apertura verso il mondo capitalista avrebbe inevitabilmente portato all’annichilimento e alla distruzione dell’economia nazionale, esattamente com’è accaduto in moltissimi paesi del sud del mondo.

Oltre al progresso sociale e al successo del processo di industrializzazione, un contributo essenziale allo straordinario sviluppo dell’economia è stata l’enfasi della Cina sulla questione agraria. La Cina è uno dei pochissimi paesi al mondo ad aver garantito (e continuato a garantire) l’accesso legale alla terra per la stragrande maggioranza dei contadini. Questa situazione è quasi un unicum, con l’eccezione dei pochi paesi che hanno portato avanti radicali riforme agrarie, associate con una rivoluzione socialista (è il caso del Vietnam). Negli ultimi anni possiamo osservare un aumento delle violazioni della legge e a tentativi di limitare questo accesso alla terra -in particolare con la cessione ingiustificate di terreni pubblici da parte di autorità locali, a cui fa seguito l’esproprio ad una famiglia- ma contemporaneamente è cresciuta anche la resistenza dei contadini di fronte a questi abusi.

L’importanza della questione agraria è fondamentale nei dibattiti del paese, sia tra la leadership politica sia nella società tutta. È impossibile comprendere i profondi cambiamenti verificatisi nel Paese senza porre i contadini al centro dell’analisi. È da sottolineare che una delle prime e principali difficoltà della Cina rivoluzionaria è stata quella di dover nutrire più del 20% della popolazione mondiale con meno del 7% della terra arabile del pianeta. Ciò corrisponde solamente a un quarto di ettaro di terra coltivata pro capite, rispetto al doppio disponibile in India e a cento volte di più negli USA. Questa enorme sfida alimentare poteva essere vinta solo garantendo l’accesso alla terra ai contadini, e questo rimane probabilmente il contributo più prezioso di tutto il patrimonio rivoluzionario maoista.

Sebbene i meccanismi del mercato siano penetrati pienamente nelle attuali modalità di organizzazione, produzione e distribuzione del settore agricolo e abbiano poco a che vedere con quelli dell’era maoista, la proprietà della terra rimane ancora statale o collettiva, pur in forma talora degenerata, che può comprendere un effettivo controllo privato su alcuni terreni. Tuttavia, la persistenza della proprietà pubblica è un punto chiave per distinguere la situazione e il successo della Cina rispetto ad altri paesi di dimensioni continentali comparabili, le cosiddette economie emergenti, come il Brasile e l’India. Questi paesi si sono dimostrati del tutto inadeguati a rispondere alla domanda agraria delle proprie popolazioni.

Evidenziando una successione di “crisi”

La forte crescita della Cina negli ultimi decenni è stata raggiunta senza difficoltà? Per rispondere alla domanda abbiamo rivisitato il database NBS per il PIL. In esso si osserva che l’evoluzione del PIL cinese, espresso a prezzi costanti, appare dal 1952 come una curva esponenziale. In termini di scala logaritmica, vediamo una traiettoria situata attorno a una tendenza lineare fortemente ascendente. Vi sono ovviamente delle fluttuazioni nei tassi di crescita del PIL, anche se la loro ampiezza tende a diminuire nel corso del tempo.

Ci sono solo quattro periodi in cui i tassi di crescita del Pil sono negativi, che ammontano a sette anni sul totale dei sessantaquattro forniti dal campione 1952-2015, ovvero poco più del 10% del periodo considerato. Questi periodi sono:

-1960-62, corrispondente alla rottura delle relazioni con l’URSS (-1,3% nel ‘60, -27,8% nel ‘61, che rappresenta nettamente il più grande arretramento subito dalla Cina negli ultimi sei decenni, e -9,2% nel ‘62)

-1967-68, corrispondente all’inizio della Rivoluzione Culturale (-4,4% e -2,9%)

-1976, anno della morte di Mao (-2%)

-1989, corrispondente alle proteste di piazza Tienanmen (-4,3%)

Nel contesto di una chiara tendenza al rialzo del tasso di crescita economica, possiamo pertanto identificare quattro periodi di crisi, intesi nel significato tradizionale del termine come periodi caratterizzati da un tasso di crescita del PIL negativo e una sua conseguente diminuzione – espressi a prezzi costanti – vale a dire depurando dall’inflazione.

Questo approccio rimane tuttavia insufficiente per spiegare le difficoltà incontrate dall’economia cinese durante i sei lunghi decenni dall’inizio della rivoluzione. Per approfondire l’analisi e rendere più complesso il concetto di crisi, abbiamo scelto di utilizzare gli indicatori del tasso di profitto per la Cina. Il calcolo del tasso di profitto è consuetudine tra gli economisti marxisti per lo studio quantitativo delle dinamiche dell’accumulazione di capitale all’interno dei paesi capitalisti, ma in generale non nei paesi che si definiscono “socialisti”, come appunto la Cina. Si possono però utilizzare comunque i tassi di profitto per un’economia socialista, se la loro costruzione e interpretazione rimangono distinti nettamente dalle dinamiche capitaliste. Pertanto, per il periodo che va dal 1952 al 2015, abbiamo creato diversi indicatori del tasso di profitto nel settore industriale cinese, sulla base della nostra serie di stock di capitale fisico.. Questi indicatori mettono in relazione (1) al numeratore un surplus o profitto, corrispondente alla differenza tra PIL e le varie retribuzioni dei lavoratori (sia dirette che indirette); e (2) al denominatore il capitale anticipato, costituito da (a) capitale fisso (come l’abbiamo già definito) oppure (b) da capitale più il capitale circolante stimato sulla base della velocità di rotazione del capitale (grazie agli inventari).

Utilizzando un metodo di filtraggio, possiamo quindi procedere a una scomposizione tecnica dei tassi di profitto in tendenze di lungo periodo e in cicli di breve periodo. Si possono fare due osservazioni. La prima è quella di una tendenza al ribasso dei tassi di profitto della Cina nel lungo periodo considerato (dal 1952 al 2015), indipendentemente dall’indicatore scelto. Se poi eseguiamo una decomposizione economica dei tassi di profitto, mediante calcoli tesi a distinguere le variazioni nella composizione del capitale, nella produttività del lavoro e della quota del profitto, possiamo vedere che il fenomeno decisivo per spiegare il calo dei tassi di profitto è l’aumento della composizione organica del capitale (cioè il rapporto tra le sue parti costanti e variabili).

La seconda osservazione riguarda i cicli a breve termine che punteggiano le variazioni di questi tassi di profitto. Esiste chiaramente una regolare alternanza di fluttuazioni verso l’alto e verso il basso e queste variazioni cicliche diminuiscono tra gli anni ‘50 e l’inizio degli anni 2000. Tuttavia, l’entità di questi cicli tende ad aumentare significativamente alla fine del periodo, ovvero dalla fine degli anni 2000 ad oggi.

Per il campione concreto esaminato (1952-2015) è possibile identificare una successione regolare di variazioni negative nei tassi di profitto. Gli anni di recessione rilevati per questi tassi, contrassegnati da valori negativi nei tassi di crescita nelle componenti cicliche dei tassi di profitto, sono stati osservati circa trenta volte nei sessantaquattro anni presi in esame. Più precisamente, si nota un segno negativo per gli anni 1952, 1957, 1960-63, 1968, 1978-82, 1985-87, 1990-91, 1998-2003, 2009 e 2012-2015. Vediamo quindi che non solo vengono identificati quattro periodi (come suggerito dal precedente breve controllo della traiettoria del tasso di crescita del PIL) ma vengono registrati dieci periodi con valori negativi, questa volta rispetto alla crescita delle componenti cicliche del tasso di profitto, coprendo un totale di quasi la metà del campione temporale.

Attraverso queste dieci sequenze recessive dei tassi di profitto, che Wen Tiejun ha giustamente definito le “dieci crisi”, riconosciamo i rallentamenti osservati nella storia economica della Cina dalla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949. Dopo le tremende difficoltà che il popolo cinese affrontò subito dopo la vittoria, in gran parte attribuibili alla distruzione causata dalle guerre e dalle convulsioni dei decenni precedenti alla rivoluzione, troviamo la traccia statistica della recessione che iniziò nel ‘52 e arrivò al suo punto più basso nel ‘57. La drammatica crisi dei primi anni ‘60 – la peggiore conosciuta durante l’era maoista – derivò dagli effetti combinati dell’interruzione degli aiuti dell’URSS dopo il deterioramento delle relazioni politiche, il relativo fallimento del Grande Balzo in Avanti e alcune catastrofi naturali. L’anno 1968 fu un altro punto basso e coincide con l’irrigidimento della Rivoluzione Culturale che era stata lanciata due anni prima. I problemi incontrati tra il 1978 e l’82 riflettono le difficoltà della transizione post-Mao e l’attuazione delle riforme strutturali per l’apertura. Il periodo dal 1985 al 1986 è in particolare quello delle riforme fiscali e rappresenta uno dei punti di svolta della Cina nel suo cammino verso un’economia di mercato. Inoltre, al momento del crollo del blocco sovietico, fu tentata una breve esperienza che potrebbe essere definita come “neoliberismo à la Chinoise”, provocando una forte recessione economica negli anni 1990-91, accompagnata dall’esplosione della corruzione. Infine, nel contesto del forte dinamismo del PIL cinese, le diminuzioni delle componenti cicliche dei tassi di profitto dal 1998 sono sempre attribuibili all’impatto di shock esogeni importati, legati alla diffusione degli effetti delle crisi regionali o globali subite dal Paese: la crisi “asiatica” (‘98-99), la crisi della “New Economy” e quella post-11 settembre (2001-03) e la crisi finanziaria “subprime” (una crisi sistemica del capitalismo in realtà), i cui effetti sono stati avvertiti in Cina nel 2009 e, in modo più profondo, dal 2012 ad oggi.

Osserviamo come, paradossalmente, questi dieci momenti di “crisi” sono spesso associati alla crescita del PIL, com’è accaduto per esempio nel ‘63, ‘78, ‘86, ‘91 e 2003. In altre parole, nel caso della Cina, “crescita” non significa necessariamente assenza di difficoltà e al contrario “crisi” non significa necessariamente recessione del PIL. In un paese come la Cina (caratterizzato da forti contraddizioni) sembra necessario utilizzare un concetto più ampio di “crisi”, per poter tener conto dei periodi in cui sorgono difficoltà strutturali, nonostante la presenza di una forte crescita del PIL suggerisca che tutto stia andando bene.

In conclusione

L’analisi del lungo periodo è fondamentale per la comprensione dei tre motori profondi dello sviluppo economico cinese in oltre sessant’anni: il progresso sociale, l’industrializzazione e la questione agraria. Abbiamo esaminato la forte crescita del PIL cinese e dei tassi di profitto industriale, che abbiamo ricostruito dalla serie originale di stock di capitale fisico cinese. Le variazioni di questi tassi di profitto, in un lungo periodo di sei decenni, dimostrano che la traiettoria di crescita della Cina, eccezionale sia in termini di forza che di scala, non è stata regolare. Pertanto abbiamo scelto di descrivere come “crisi” i periodi in cui si assiste a una concomitanza apparentemente paradossale tra variazioni negative dei tassi di profitto e tassi di crescita del PIL positivi e talvolta molto elevati.

In questa linea di ricerca, dove resta ancora molto da fare, sarebbe importante far luce sulla relazione tra tassi di profitto e tassi di crescita, le loro causalità e i possibili cambiamenti nel tempo sull’impatto delle loro inflessioni. Sarebbe anche significativo studiare se la Cina rurale sia stata o meno un cuscinetto per le crisi che il Paese ha vissuto, così come è stato per quanto riguarda i massicci trasferimenti che il settore agricolo ha fornito al processo di accumulazione del capitale industriale.

2 pensieri riguardo “L’enigma della crescita cinese.

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