Intervista a Vladimiro Giacchè

Vladimiro Giacché è nato a La Spezia nel 1963. Presidente del Centro Europa Ricerche dall’aprile 2013.

Nel settore finanziario dal 1995, sino al 2006 ha lavorato presso il Mediocredito Centrale, dove ha ricoperto nel tempo i ruoli di responsabile dell’ufficio sviluppo risorse umane, assistente del Presidente, responsabile del servizio studi e relazioni esterne e del servizio revisione interna. Dal 2006 al 2007 è stato responsabile dello staff tecnico di Matteo Arpe, Amministratore Delegato di Capitalia. In Sator dal 2008, è stato responsabile affari generali di Sator S.p.A. e della funzione di internal audit di Sator Immobiliare SGR S.p.A.
É attualmente responsabile della funzione di internal audit di Arepo BP S.p.A. e membro del Consiglio di Amministrazione di Banca Profilo S.p.A.

Studi universitari svolti a Pisa e Bochum (Germania), laurea e dottorato di ricerca in filosofia con il massimo dei voti alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Principali pubblicazioni: Finalità e soggettività. Forme del finalismo nella Scienza della logica di Hegel (1990), Storia del Mediocredito Centrale (con P. Peluffo, 1997), La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (2008, 3a ed. 2016), Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (2012; ed. tedesca 2013), Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (2013; ed. tedesca 2014, ed. francese. 2015) e Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile (2015). Nel corso degli anni ha curato saggi economici e politici di Marx e Lenin, pubblicando spesso articoli scientifici su riviste italiane e straniere. 
Il suo ultimo libro è “Hegel: la dialettica”.


1) Lei ha più volte ribadito una incompatibilità di fondo tra i Trattati Europei e la nostra Costituzione. A suo avviso, una forza comunista dovrebbe mettere l’uscita dall’UE al primo punto del proprio programma o dovrebbe, come suggerisce ad esempio Varoufakis, lottare per una sua possibile riforma?
In realtà di recente, preso dallo sconforto per l’assenza di reazioni sensate da parte dell’UE alla crisi del Coronavirus, Varoufakis si è spinto sino ad affermare che gli Inglesi avevano fatto la cosa giusta votando Brexit, contraddicendo così sue posizioni passate in merito. Ma questo atteggiamento – apparentemente un po’ schizoide – non ha a che fare soltanto con la natura un po’ volubile del personaggio. Essa è in realtà abbastanza naturale: quanto più mi illudo che la UE sia riformabile, tanto più il mio atteggiamento ogni volta che l’UE dimostra la sua vera natura sarà di disappunto e di sdegno, da “amante tradita” per capirsi.  Chi per contro da anni ha inteso quale sia questa natura non vede motivi per amare la UE, ma non ha neppure motivi per gridare al tradimento. L’Unione Europea è un insieme di Stati in lotta per affermare gli interessi delle rispettive grandi borghesie nazionali. Qualcuno ci è riuscito molto bene (la Germania in primis, ma anche la Francia), qualcuno altro molto meno (è il caso dell’Italia). Resta il fatto che oggi l’Unione Europea è un beggar thy neighbor club, un’accolita in cui ciascuno cerca di fregare il vicino, e dal punto di vista dei suoi Trattati qualcosa di peggio: una macchina per la deflazione salariale, per lo spostamento della competitività su questo terreno. Non si tratta di avere simpatia o antipatia nei confronti di questa Unione, ma di capire come funziona: e funziona esattamente così, attraverso la competizione al ribasso di diritti e garanzie del lavoro. La fuoriuscita da questo contesto è la condizione necessaria, anche se ovviamente non sufficiente, per poter ricominciare a parlare seriamente – e non in una stanca e rituale ripetizione di vecchi slogan ai quali nessuno crede più – di diritti del lavoro, di miglioramenti delle condizioni delle classi lavoratrici.       

2) Dentro l’UE si stanno delineando sempre più dei rapporti di dipendenza tra un centro, rappresentato dalla Germania, ed una periferia, composta dall’Europa Orientale e Meridionale. A suo avviso, come si può fermare il declino economico del nostro paese favorito da tale rapporto di dipendenza?
Questi rapporti di dipendenza sono chiari da tempo, e in parte preesistono alla stessa nascita dell’Unione Europea: ad esempio, i rapporti di subfornitura che legano produttori italiani alla Germania sono largamente preesistenti alla nascita dell’Unione Europea e al Trattato di Maastricht. La novità è rappresentata dall’accentuarsi della dipendenza finanziaria e politica dei paesi cosiddetti periferici dalle scelte della potenza europea egemone. Da questo punto di vista i rapporti di dipendenza semicoloniale che dagli anni Novanta in poi hanno caratterizzato la relazione Germania – paesi dell’Est Europeo (dopo l’annessione della DDR e l’apertura dell’enorme mercato non soltanto di consumatori, ma di lavoratori, rappresentato dagli ex paesi del blocco sovietico) vengono oggi estesi anche al Sud Europa. Questo è molto chiaro in Grecia, ma si tratta di un processo visibile anche per quanto riguarda l’Italia (fa testo il vero e proprio shopping di imprese italiane da parte del capitale francese e tedesco). Il rapporto di dipendenza politica ed economica dalla potenza egemone è per noi divenuto un fattore chiave del declino economico, che si esprime ormai in perdita di molti punti percentuali di pil pro capite su un arco quasi trentennale e di regressione nella divisione internazionale del lavoro. Da questo punto di vista un aspetto chiave è stato rappresentato dalle privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno privato questo Paese delle grandi imprese pubbliche che erano anche i maggiori investitori in ricerca e sviluppo tecnologico. Un altro snodo fondamentale è stato rappresentato dalla gestione della crisi del 2008-2009, prima caratterizzata da insufficiente spesa pubblica per rilanciare la domanda aggregata (a fronte degli ingentissimi fondi messi in campo dalla Germania) e poi dall’attuazione di politiche procicliche di conio europeo (ma effettuate da governi italiani che godevano di una grande maggioranza parlamentare, come il governo Monti) che hanno distrutto capacità produttiva in grande quantità, a tutto beneficio dei competitori esteri delle imprese italiane. Questo è stato reso possibile dall’incapacità e dalla mancanza di volontà politica di sottrarsi al ricatto dello spread, a sua volta imposta – oltreché dall’inadeguatezza di un ceto politico prigioniero dell’ideologia subalterna del “vincolo esterno” – dal peso crescente del capitale produttivo d’interesse all’interno del capitale complessivo detenuto dalle grandi e piccole famiglie del capitalismo italiano. 
3) Ad essere in crisi in questi mesi è il modello mercantilista tedesco, fatto di esportazioni e deflazione salariale. La Germania potrebbe approfittare degli attuali equilibri interni all’UE per aprire la borsa degli investimenti pubblici e secondo lei ci potrà essere un superamento di questo modello anche in Italia?
La crisi del modello mercantilista tedesco è un punto essenziale da mettere a fuoco: in quanto essa precede la stessa crisi dovuta alla pandemia, e in quanto ovviamente si cercherà di occultare questo dato di fatto. Quanto sta avvenendo oggi è il rilancio in deficit spending della domanda interna tedesca, oltreché il sostegno alle imprese in crisi; in misura minore sembrano interessati dalle misure del governo tedesco – almeno per ora – gli investimenti. Non occorre essere profeti per prevedere che, non appena passata l’emergenza, le fanfare del modello mercantilistica tedesco torneranno a squillare.  Il problema è che questa crisi mette in difficoltà dei pezzi essenziali del discorso ideologico dominante negli ultimi decenni: priorità del privato sul pubblico, del mercato sullo Stato, necessità di comprimere il welfare (ossia il salario indiretto), incentivo alle delocalizzazioni produttive.  Ogni singolo aspetto di questo modello è messo duramente alla prova in queste settimane. Lo stesso, purtroppo, non si può dire dei rapporti di forza tra gli Stati europei e i rispettivi capitali. Non è affatto escluso, al contrario, che gli Stati più indeboliti dalla crisi precedente perdano ulteriormente terreno e sovranità. Ovviamente, però, non si tratta di un destino ineluttabile.  
4) La BRI cinese è il progetto più ambizioso proposto dalla Cina al mondo. Quali rischi e opportunità esistono nell’adesione a questa iniziativa del governo cinese?
Ovviamente, come tutti i progetti di questo genere, la BRI (Belt & Road Initiative) ha diverse dimensioni e può essere letta in diversi modi: come un progetto economico, geopolitico, di espansione della propria area di influenza, di soft power, ecc. Per quanto mi riguarda ritengo sia preminente l’aspetto economico: la BRI è l’unico progetto su scala mondiale che avesse l’ambizione di superare la Grande Recessione e i suoi strascichi mobilitando investimenti reali, in particolare nelle infrastrutture (in primis dell’Asia, Centrale e non solo), soprattutto in quelle la cui assenza rappresenta un collo di bottiglia dello sviluppo. Non si tratta di interpretazioni fantasiose, ma di una teoria elaborata da un economista cinese, Justin Yifu Lin, ed esposta nel testo Against the Consensus. Reflections on the Great Recession, dopo aver passato in rassegna criticamente le altre misure messe in campo da Stati Uniti, Giappone ed Europa. La cosa significativa è che il libro in questione è uscito nel 2013, ma prima del famoso discorso di Astana in cui Xi Jinping lanciò il progetto della Nuova Via della Seta (inizialmente denominato One belt One Road e poi Belt and Road Initiative). L’Italia avrebbe un grande vantaggio nell’aderire a questo progetto. Non mi riferisco però soltanto al Memorandum of Understanding, firmato da governo giallo-verde tra le polemiche (in genere pretestuose), ma alla capacità di darvi seguito con progetti concreti a cui tengano dietro contratti reali. Per ora si è fatto qualcosa in particolare per i porti del Nord (Vado Ligure – Genova e Trieste), ma a mio giudizio il vero potenziale consisterebbe nell’attrezzare come terminale della via della seta marittima un porto del Sud (ad esempio Taranto). Questo rappresenterebbe uno stimolo importante alla riduzione del gap infrastrutturale (in particolare ferroviario) tra Sud e Nord Italia e ci consentirebbe di sfruttare la posizione geografica dell’Italia potenziando l’interscambio con i paesi dell’Africa del Nord e del Medio Oriente. Fare di Trieste e di altri porti del Nord uno hub portuale per la Mitteleuropa è sicuramente un obiettivo di interesse (consentirebbe un risparmio di 5 giorni rispetto alle navi che attraccano a Rotterdam), ma un terminale nel Sud del paese sarebbe un volano di sviluppo molto maggiore. Per non parlare delle implicazioni geopolitiche della cosa, in termini di importanza del nostro Paese nel Mediteranneo.    
5) A suo avviso la Cina rappresenta un possibile modello di transizione al socialismo?
Il modello socio-economico cinese è di grande interesse. A esso ho dedicato un lungo saggio che dovrebbe essere pubblicato nei prossimi mesi (ne è uscita la versione tedesca, dal titolo Wirtschaft und Eigentum – Staat und Markt im heutigen China, come allegato al numero 2/2020 dei Marxistische Blätter). A mio giudizio non c’è dubbio che la società cinese sia – non soltanto nell’autopercezione della dirigenza cinese – una società di transizione (o, come dicono loro, una società nella “fase primaria del socialismo”) che rientra a pieno titolo nel solco delle società nate dalla Rivoluzione d’Ottobre. Detto questo, ritengo che essa possa essere un “modello” per paesi in via di sviluppo, ma non per un paese a capitalismo maturo come il nostro. Anche se forse il mix Stato/mercato, per certi versi prossimo a quell’economia mista che è stata uno dei tratti caratterizzanti del capitalismo italiano del dopoguerra sino a tutti gli anni Ottanta, ma con una più forte accentuazione della regolamentazione e pianificazione dello sviluppo ad opera dello Stato (tramite la pianificazione in senso proprio e tramite il braccio rappresentato dalle società a capitale pubblico), può suggerire qualcosa anche a noi.  In ogni caso, la dirigenza cinese è la prima a rifiutare il concetto stesso di “modello di socialismo” da esportazione, ritenendo – non a torto – che la presenza di “Paesi guida” e l’acritica riproposizione di esperienze altrui abbia fatto abbastanza danni in passato.    
6) Lei ha scritto un interessante libro sulla fine della DDR. Esistono delle similitudini tra l’attuale situazione della Germania Est e il nostro Mezzogiorno?
Esistono senz’altro, e questa per la pubblicistica mainstream è già una notizia. Infatti la lettura che tuttora va per la maggiore vede la vicenda che interessa i territori della ex-DDR come un caso di integrazione riuscita, da contrapporre alle vicende del nostro Mezzogiorno. In realtà nel dibattito post-unitario in Germania il tema del Mezzogiorno italiano fu molto presente sin dal 1991 (quando il disastro industriale nei territori della ex Germania Est si profilò con nettezza), ma come esempio di integrazione malriuscita che si stava riproponendo nel caso della ex-DDR. Il giudizio tranchant di un economista certo non sospetto di simpatie nei confronti della Germania Est quale Hans-Werner Sinn, seppure formulato nel 2003, è tuttora valido: “invece di un miracolo economico, è sorto un secondo mezzogiorno in Europa, una regione economica zoppicante, che non riesce a connettersi alle regioni più sviluppate del paese”. Se poi si utilizza come parametro il deficit commerciale nei confronti delle altre zone del paese, esso appare molto superiore in Germania Est rispetto al resto della Germania che nell’Italia del Sud rispetto al Nord del paese: le stime oscillano tra 45% e addirittura 60% della Germania Est, a confronto con un 12,5% dell’Italia del Sud; sono stime precedenti la Grande Recessione, e le distanze da allora si sono avvicinate, ma non per merito della Germania Est, bensì a causa della forte perdita di prodotto accusata dal Sud d’Italia dal 2008 in poi.  L’aspetto forse più interessante è però rappresentato dalle analogie tra l’andamento dell’economia nella ex Germania Est dopo l’unione monetaria tedesca e quello di alcune economie europee dopo la crisi dello scorso decennio: anche in questi casi, come già nella ex Germania Est, si è avuta disoccupazione di massa, deficit della bilancia commerciale (rispettivamente verso l’Ovest della Germania e verso il Nord Europa), emigrazione verso le zone più ricche del continente, perdita di capacità produttiva su vasta scala.  Del resto, come ho documentato nella nuova edizione di Anschluss (novembre 2019, Diarkos editore), il confronto tra Germania Est e paesi cosiddetti “periferici” dell’Unione Europea ha avuto un testimonial d’eccezione: nientemeno che Angela Merkel, che al Consiglio Europeo di Parigi del dicembre 2013 ha stabilito esplicitamente questo parallelo – ovviamente in termini mistificatori e per rivendicare per la Germania il ruolo di benefattore che però non può spingersi oltre un patto crediti contro riforme. A pensarci bene, questa è la cifra sia dell’unificazione tedesca (prima i crediti promessi a novembre 1989 e non concessi a febbraio 1990 “in assenza di riforme”, poi moneta unica tedesca in cambio dell’abbandono “senza residui” dell’economia pianificata e del pegno rappresentato dalle imprese di Stato), sia dell’intervento del MES nel caso della Grecia (anche qui con un corollario di privatizzazioni con un istituto simile alla famigerata Treuhandanstalt tedesca), sia – infine – di quello che con incredibile sfacciataggine viene proposto oggi all’Italia e a altri paesi: ancora una volta, non aiuti ma crediti, e ancora una volta – passato il periodo dell’emergenza – contro “riforme” che contempleranno probabilmente una ristrutturazione del debito entro la moneta unica. 
7) Tra le varie teorie economiche tornate alla ribalta in questi anni c’è la MMT, soprattutto grazie ai socialdemocratici dentro il Partito Democratico statunitense. Che idea ha di questa teoria economica?
Non è una teoria che io abbia particolarmente approfondito, né ho ritenuto necessario adottare questa teoria – che ha conosciuto una certa fortuna recente, forse non per caso, nel paese la cui moneta gode dello status di valuta internazionale di riserva per eccellenza – per controbattere le politiche di austerity e di colonizzazione tramite il debito invalse in Europa negli ultimi anni. Credo di averle controbattute con tempestività e con qualche efficacia, sin dal mio Titanic Europa (2012), pur partendo da presupposti teorici diversi. Sono ovviamente contento che vi sia una convergenza di obiettivi, e a quanto vedo anche di argomentazioni, a partire da presupposti teorici di partenza differenti.
8) Ritiene la prima esperienza di governo del cosiddetto populismo in Italia un momento di rottura con gli ultimi trent’anni di storia politica italiana?
Sì, almeno in parte. Questa rottura si è però consumata più nelle aspettative degli elettori (non viene ricordato volentieri, ma gli indici di fiducia nel governo della popolazione italiana ebbero un’impennata nei sondaggi effettuati dopo la formazione di quel governo, e la “luna di miele” durò in qualche misura sino alla fine di quell’esperienza) che nella concreta prassi di governo, anche se – sia detto a scanso di equivoci – ritengo che reddito di cittadinanza e quota 100 fossero entrambe iniziative condivisibili e che hanno prodotto effetti positivi.  Il punto è un altro: il prezzo pagato per la formazione di quel governo fu l’affidamento del MEF, il ministero chiave, a una persona non in sintonia con gli orientamenti dei due partiti di governo, ma di garanzia per la stessa Unione Europea. Il risultato fu un atteggiamento arrendevole che favorì il successo dell’operazione di manganellatura del governo a opera dei mercati finanziari su istigazione di Bruxelles, nonché comportamenti remissivi nei confronti delle controparti europee tali da far sì che il governo giallo-verde degli “irresponsabili” chiuse con un deficit marcatamente inferiore di quello di governi “euro-ortodossi” precedenti. Lascio a chi legge le conclusioni da trarre sul funzionamento della nostra democrazia.  Va aggiunto però che quel governo non fu un’occasione sprecata: perché dimostrò la possibilità di governi imperniati su maggioranze diverse da quelle “euro-ortodosse” che avevano caratterizzato i governi precedenti. 
9) L’UE si sta configurando sempre più come un polo imperialista autonomo. Quali implicazioni geopolitiche potrebbe avere secondo lei questa evoluzione dell’UE?
Penso che ci sia un considerevole sforzo in questa direzione, accentuatosi negli ultimi anni. Credo però anche che qui la UE sia vittima delle proprie contraddizioni, non diversamente da come lo furono altre costruzioni sovranazionali intrinsecamente fragili (mi viene in mente l’impero zarista). Lenin scrisse che gli Stati Uniti d’Europa in un contesto capitalistico sarebbero stati per forza di cose nient’altro che un accordo per la spartizione delle colonie. Il problema è che se, come abbiamo visto negli ultimi anni, si innescano dinamiche neo-coloniali interne alla stessa Unione e alla stessa area monetaria, tutto questo difficilmente gioverà alla coesione e alla forza del tutto. Detto in altri termini: l’egemonia così squilibrata di Francia e (soprattutto) di Germania sull’Unione nuoce alla stessa costituzione dell’Unione come polo imperialista autonomo. Per motivi inerenti alla mancata coesione interna e perché quell’egemonia innesca spinte centrifughe (vedi alla voce Brexit) che possono rivelarsi distruttive, soprattutto in assenza di uno Stato europeo – che oggi nessuno vuole.  Se dobbiamo giudicare dalla reazione dell’UE all’emergenza del coronavirus, non sembra che gli Stati Uniti debbano essere troppo preoccupati di un polo imperialista in formazione che non riesce a garantire ai propri territori neppure quello che tutte le banche centrali del mondo garantiscono ai loro, ossia la monetizzazione del debito necessaria a fronteggiare l’emergenza. 
10) Quanto influisce il pensiero marxista nelle sue analisi e quali sono gli economisti marxisti a cui si ispira?
Ritengo che Marx e la tradizione marxista offrano degli strumenti essenziali – per certi versi insuperati – per la comprensione del modo di produzione capitalistico, e quindi anche della società in cui viviamo. Quindi spero vivamente che il pensiero marxista influisca nelle mie analisi.  Dal punto di vista degli autori, va detto in premessa che la tradizione marxista è molto ricca. Un’altra premessa riguarda il sottoscritto: pur presiedendo un centro di ricerca economica applicata, il Centro Europa Ricerche, non sono un professore universitario e le mie ricerche non sono inquadrate in percorsi accademici. Quanto precede è molto importante per inquadrare il mio tipo di utilizzo del pensiero marxista.  Gli autori che sono stati utili per le mie ricerche sono ovviamente in primis Marx ed Engels. Qui direi che è tempo di farla finita con la leggenda dell’Engels amico un po’ fesso del genio Marx: il contributo di Engels all’Ideologia tedesca, al Manifesto è fondamentale, come pure lo è l’inestimabile il lavoro di edizione del Capitale: delle pagine sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, che ho tradotto per la prima volta in italiano dalla MEGA2 nella mia raccolta marxiana Il capitalismo e la crisi, mi sorprese l’aderenza dell’edizione engelsiana all’originale, la marginalità degli errori di edizione, e l’intelligenza delle riformulazioni; tutto questo è tanto più notevole per il fatto che quella edizione si rivolgeva a un pubblico di rivoluzionari e dirigenti operai, e non di professori e filologi marxiani universitari.  Per il resto, trovo molto importanti le riflessioni di Lenin non soltanto sull’imperialismo – qui egli fu capace di prendere il meglio da Hobson e Hilferding, oltreché dalla letteratura tedesca dell’epoca – ma nel contesto di quel formidabile e terribile campo di sperimentazione di nuove forme sociali che fu la Russia post-rivoluzionaria. Qualche anno fa ho curato un’edizione degli scritti economici leniniani dalla rivoluzione al 1923 (Lenin, Economia della rivoluzione, Il Saggiatore 2017) e devo dire che sono stato affascinato dalla profondità teorica e dalla genialità politica di Lenin.  Tra gli economisti marxisti successivi trovo geniale e sottovalutato Henryk Grossmann, e di grande interesse autori come Maurice Dobb e Oskar Lange, oltreché Michal Kalecki (che però non è classificabile come marxista in senso stretto). Nell’ambito dei riformatori che operarono dagli anni Cinquanta in poi nei paesi socialisti dell’est europeo trovo di particolare interesse il lavoro del polacco Wlodzimiers Brus, del tedesco orientale Fritz Behrens, del cecoslovacco Ota Sik e dell’ungherese Janos Kornai (poi – come del resto Ota Sik – approdato a posizioni antimarxiste).  Tra gli economisti marxisti contemporanei ho avuto in anni recenti un dialogo molto fruttuoso con Riccardo Bellofiore, ma sul tema dell’importanza della caduta tendenziale del saggio di profitto nell’interpretazione del capitalismo odierno mi sento più vicino alle posizioni di Alan Freeman, Andrew Kliman e – tra gli italiani – Luciano Vasapollo e Mino Carchedi.  Detto questo, credo che la fase attuale richieda una grande creatività teorica e la capacità di fare i conti seriamente con l’insieme del pensiero economico novecentesco (In gran parte di indirizzo neoclassico), e da questo punto di vista ritengo ad esempio che Capitalism. Competition, conflict, crises di Anwar Shaikh sia un libro importante – anche se non si può considerare ancora una nuova sintesi, e non solo per la mole (1000 pagine…). Quanto ai miei maestri di marxismo, sono stato abbastanza fortunato da averne più d’uno: a Pisa Nicola Badaloni e Lorenzo Calabi, a Roma Alessandro Mazzone. Ma l’economista marxista che mi ha insegnato di più è stato senza alcun dubbio Gianfranco Pala, animatore della rivista marxista “La Contraddizione”: un economista la cui importanza è direttamente proporzionale alla sua emarginazione in ambito accademico. In questa lunga lista, l’aspetto più curioso può sembrare l’accenno a Brus e Behrens, autori oggi abbastanza dimenticati. Ma non è un cenno casuale: da anni sto lavorando a un’opera storico-teorica su Piano e mercato nel socialismo novecentesco, e mi sono convinto che per giungere a risultati soddisfacenti sia essenziale entrare seriamente nel merito dei dibattiti economici che si svolsero nell’URSS degli anni Venti e poi ancora in quelli dai tardi anni Cinquanta ai Settanta ancora in URSS e nell’Est europeo, oltreché ovviamente in Cina in anni più recenti. Ma di questo avremo modo di tornare a parlare, magari tra qualche anno.

da Bollettino Culturale

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