COVID-19 e governance globale: il caso dei “Coronabond” cinesi e la Banca dei BRICS

Mentre la lotta contro il COVID-19 richiede un enorme sforzo finanziario, c’è da notare come la quasi totalità dei Paesi a medio reddito non abbia finora richiesto alcuna assistenza finanziaria al Fondo Monetario Internazionale (FMI) o alla Banca Mondiale.

In tal senso sembra accelerarsi il processo di crisi delle cosiddette istituzioni di Bretton Woods – a chiara egemonia statunitense – mentre si fanno spazio sullo scenario globale nuove forme di governance. In questo articolo, dopo aver analizzato lo scarso ruolo avuto finora da FMI e Banca Mondiale, vedremo quali sono state le misure adottate dalla Nuova Banca di Sviluppo – anche detta Banca dei BRICS – nel fornire assistenza finanziaria a Cina, India e Sudafrica.

Mentre nell’Eurozona la proposta dei Coronabonds è finita pressoché in un nulla di fatto, vedremo come la Banca dei BRICS sia stata l’unica istituzione internazionale a emettere titoli di debito simili per finanziare la lotta all’emergenza sanitaria in Cina.

COVID-19 e le istituzioni di Bretton Woods

Dall’inizio della crisi, il Fondo Monetario Internazionale ha garantito una capacità di credito per un ammontare complessivo di 1000 miliardi di dollari. Nonostante ciò, a oggi pochissimi Paesi hanno richiesto e ottenuto accesso ai prestiti messi a disposizione dall’istituzione.

Nessuno di questi è un Paese a medio reddito; allo stato attuale, solo Paesi a basso e bassissimo reddito hanno fatto richiesta di accesso alle linee di credito del FMI, come si può vedere nella figura sottostante.

Il perché è presto detto. Come spiegava David Lubin sul Financial Times, i fondi messi a disposizione dal FMI sono di fatto inutilizzabili.

Di fronte a una crisi senza precedenti del capitalismo globale, le relazioni creditizie fra i Paesi membri e il FMI continueranno a essere ispirate al principio di condizionalità. In altri termini, lo sblocco delle linee di credito rimane vincolato all’adozione da parte del Paese ricevente di determinate politiche di liberalizzazione, tagli alla spesa pubblica e, in ultima istanza, di svendita delle risorse nazionali.

In una situazione come quella attuale, risulta grottesco come il FMI continui a richiedere misure di austerità in una situazione in cui più spesa pubblica è necessaria quantomeno per fermare la crisi sanitaria, prima, e alleviare gli effetti drammatici della crisi economica, poi.

Un discorso simile si applica alle linee di credito messe a disposizione dalla Banca Mondiale. L’istituzione ha messo a disposizione in capacità creditizia ‘appena’ 12 miliardi di dollari.

Anche se da un lato più Paesi hanno avuto accesso alle linee di credito messe a disposizione dall’istituzione, bisogna notare come questi prestiti siano di entità molto più limitata e legati a progetti specifici sul territorio, richiedendo di conseguenza condizioni meno stringenti.

Mentre la Banca Mondiale ha momentaneamente sospeso il pagamento dei debiti passati per i Paesi cosiddetti IDA – a reddito bassissimo – non si registrano misure sostanziali di supporto ai Paesi a medio reddito.

A oggi, l’India è l’unico fra questi Paesi ad aver usato in maniera più consistente le linee di credito della Banca Mondiale, per un ammontare complessivo di 1,75 miliardi di dollari. Per tutti gli altri, i fondi non raggiungono la soglia dei 100 milioni di dollari, una cifra risibile davanti alla sfida lanciata dalla pandemia.

In molti casi, come per quello della Cina, si tratta di progetti precedenti alla crisi COVID, che si inseriscono in progetti geograficamente limitati di miglioramento delle infrastrutture locali, piuttosto che di fondi messi a disposizione per combattere la crisi sanitaria ed economica.

In generale, la risposta fornita da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale nella pandemia globale appare inadeguata e parziale. Le istituzioni di Bretton Woods sembrano aver perso il loro potere di arbitrio nell’imporre disciplina fiscale ai confronti dei Paesi in via di sviluppo.

Nell’economia globale a più poli che si va delineando sempre più marcatamente, entrambe le istituzioni a egemonia statunitense vanno perdendo progressivamente importanza.

In questo senso, la crisi COVID-19 sembra accelerare inevitabilmente processi già in atto. Il mondo di Bretton Woods muore, vedremo come e quando quello della governance globale multipolare vedrà definitivamente la luce.

I “Coronabond” cinesi e il ruolo della Nuova Banca di Sviluppo

La New Development Bank – Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) ha avuto un atteggiamento decisamente più dinamico rispetto a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale.

Allo stato attuale, il supporto principale fornito dalla Nuova Banca di Sviluppo è stato in favore della Cina – che per forza di cose ha un ruolo di primo piano all’interno dell’area dei BRICS e ha inoltre dovuto affrontare prima degli altri la crisi sanitaria. Notizia di questi giorni è lo sblocco di linee di credito da parte dell’istituzione in favore di India e Sudafrica.

Il 19 Marzo, la New Development Bank ha approvato un Programma Emergenziale di Assistenza alla Cina (Emergency Assistance Program Loan, ndr), per un ammontare complessivo di 7 miliardi di yuan (poco meno di un 1 miliardo di dollari).

Come si può leggere nel sito dell’istituzione, il Programma è finalizzato ad aiutare il governo cinese nella lotta contro il COVID-19, contribuendo così agli sforzi per far fronte alla crisi economica e sanitaria. In particolare, i termini dell’assistenza prevedono un disborso in un’unica tranche, senza particolari condizioni se non quella di impiegare i fondi entro l’anno corrente.

Un mese più tardi, il 22 Aprile, il Consiglio Direttivo della Nuova Banca di Sviluppo ha confermato lo sblocco da parte dell’istituzione di un consistente supporto finanziario alla Repubblica Popolare Cinese, per un ammontare complessivo di circa 15 miliardi di dollari.

Di questi, 5 miliardi costituiscono un prestito a lungo termine e senza particolari condizionalità (a differenza linee di credito fornite da FMI e Banca Mondiale, decisamente più onerose politicamente).

Ad oggi, la Banca dei BRICS è stata l’unica istituzione internazionale ad aver finanziato il governo cinese nel difficile compito di combattere lo scoppio dell’economia nello Hubei.

In prospettiva, di particolare interesse è una seconda manovra adottata dalla Nuova Banca di Sviluppo, con l’emissione di Coronabonds denominati in yuan.

Nello specifico, la Banca dei BRICS ha emesso nel mercato obbligazionario cinese titoli per un valore complessivo di 5 miliardi di yuan (circa 706 milioni di dollari); i Coronabonds emessi dall’istituzione hanno scadenza a 3 anni e verranno usati interamente per finanziare il programma di assistenza alla Cina approvato il 19 marzo 2020.

È inoltre da notare come i titoli obbligazionari emessi dalla New Development Bank siano caratterizzati da un ottimo rating – AA+ secondo S&P and Fitch (più, per intendersi, dei BTp italiani). Nel caso dei Coronabonds cinesi, inoltre,  è di particolare interesse la distribuzione geografica del debito, che rimane in larga parte in mani cinesi (41%), per il 45% in mani di investitori europei, mediorientali e africani e per il restante 14% in quelle di investitori asiatici (non cinesi).

I titoli emessi sono andati letteralmente a ruba. Alla fine delle trattative, il book di negoziazione finale è andato in eccesso di 15 miliardi di yuan (oltre 2 miliardi e 112 milioni di dollari), con un eccesso di richieste di tre volte l’emissione iniziale.

Commentando il successo dell’emissione obbligazionaria, Leslie Maasdorp – Vicepresidente della Nuova Banca di Sviluppo – ha dichiarato:

“Siamo molto soddisfatti per la forte domanda, prezzo e il risultato eccezionale di questa emissione di Coronabonds denominati in yuan nel mercato interbancario cinese.

Questo titolo denominato in yuan è di rilevanza strategica per il nostro mandato di promuovere uno sviluppo sostenibile e rafforzare il nostro impegno nel reperire fondi nella moneta nazionale dei nostri Paesi membri.

Nello specifico, il finanziamento da parte della Nuova Banca di Sviluppo fornirà un supporto di emergenza durante questo periodo di crisi per tutti i Paesi membri che stanno fronteggiando nuove sfide economiche ed enormi difficoltà”. (traduzione dell’autore)

Il supporto finanziario fornito dalla Nuova Banca di Sviluppo non si limita tuttavia alla Cina. Il 30 aprile, un secondo Programma Emergenziale di Assistenza è stato approvato in favore dell’India, per un totale di 1 miliardo di dollari.

I fondi, da usare entro marzo 2021, non si limitano al mero contenimento della crisi sanitaria, ma potranno finanziare anche i costi sociali ed economici legati alla diffusione dell’epidemia.

Come per il caso cinese, l’esborso del prestito avverrà in una tranche e non è legato a particolare condizioni nella conduzione della politica economica interna.

Di recente anche il Sudafrica ha richiesto l’accesso alle linee di credito fornite dall’istituzione finanziaria per 1 miliardo di dollari, ma il prestito non è stato ancora approvato.

Il risultato di lungo periodo di queste nuove forme di cooperazione internazionale è ancora incerto. Mentre iniziative come la Nuova Banca di Sviluppo non avranno forse il potere di cambiare sostanzialmente la governance globale nell’immediato futuro, sono un chiaro segnale che il potere di ricatto di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale – le cosiddette istituzioni di Bretton Woods –  va via via svanendo, cedendo a nuove forme di cooperazione internazionale in uno scacchiere globale che si definisce sempre più marcatamente come multipolare.

Ettore Gallo, economista

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