La Nuova Via della Seta La strategia della Cina per un nuovo ordine finanziario globale

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AAVV (Monthly Review) – Lorenzo Piccinini – Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti)

Traduciamo e pubblichiamo il seguente articolo scritto da ricercatori cinesi, precedentemente tradotto in inglese e pubblicato sulla rivista americana “Monthly Review”.

L’articolo analizza gli obiettivi e i potenziali ostacoli di uno dei cardini della strategia cinese di questi anni, la cosiddetta “Belt and Road Initiative”, fino al 2016 chiamata ufficialmente “One Belt, One Road”, e nota in Italia con il nome di “Nuova Via della Seta”. Essa consiste in una serie di progetti, in particolare di sviluppo e costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche, finalizzati a promuovere le relazioni commerciali della Repubblica Popolare, sviluppati lungo due direttive: una terrestre (la “road”) che taglia il macro-continente Euroasiatico, e una marittima (la “belt”) che invece lo circumnaviga da sud.

Si tratta per la Repubblica Popolare di un progetto fondamentale, motivato dalla necessità di esportazione dell’eccesso di produzione industriale, ma anche dall’enorme mole di capitale finanziario inattivo e da un settore finanziario sempre più sviluppato ed influente (vedi anche http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/04/26/renmimbi-un-secolo-di-cambiamenti-seconda-parte/ ). La formalizzazione e strutturazione di legami finanziari con le nazioni in cui la Cina vuole esportare il proprio capitale in eccesso è infatti una priorità per la Repubblica Popolare, che ha imparato dagli errori commessi negli anni passati, ed è portata avanti attraverso la creazione di istituzioni finanziarie internazionali, come la New Development Bank, il Silk Road Fund, ma soprattutto la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB).

La Belt and Road Initiative rappresenta (e rappresenterà sempre di più) un tassello fondamentale nella declinazione regionale della competizione globale tra macro-blocchi (per un approfondimento sullo “stallo dinamico” degli imperialismi vedi http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/01/21/dazi-monete-e-competizione-globale-lo-stallo-degli-imperialismi-3/), in uno scenario che gli autori paragonano direttamente a quello della fine del diciannovesimo secolo, culminato poi nella Prima Guerra Mondiale.

Nello sviluppo della via terrestre attraverso quello che il teorico della geopolitica Halford John Mackinder chiamava l’Hearthland risultano naturalmente fondamentali i rapporti sempre più stretti con la Russia, che viene spinta verso oriente dall’ostilità occidentale made in USA (soprattutto intorno alla vicenda Ucraina), una dinamica che, rispetto al momento il cui scrivono gli autori (il 2017), negli ultimi anni si è accentuata.

Nel tempo intercorso dalla stesura di questo contributo Cina e Russia hanno avviato una “partnership strategica” tra loro che sembra uscire maggiormente rafforzata dal periodo pandemico, e che rischia di impensierire non poco gli Stati Uniti anche per la convergenza di queste due potenze su una serie rilevanti di dossier internazionali.

Ma è nello sviluppo della via marittima, in particolare nella regione deputata ad essere il suo punto di partenza, quella dell’ASEAN (acronimo dell’inglese di “Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) che la Cina trova maggiori difficoltà, soprattutto per la radicata influenza USA nella regione.

Gli USA infatti sono determinati a contenere l’espansione cinese, e in quest’ottica va letta tutta la strategia statunitense nota come “Asian Pivot” (Cardine asiatico) in asia orientale.

È da registrare comunque un maggiore “sganciamento” dell’ASEAN – il 36simo Forum dell’organizzazione che si terrà quest’anno in Vietnam sarà un terreno di verifica per il suo rilancio annunciato – dall’orbita statunitense, e da segnalare che gli USA siano usciti con l’amministrazione Trump dal Trans-Pacific Partnership nel 2017, uno degli assi della politica asiatica dell’era Obama.

Uno degli obiettivi dichiarati dell’“Asian pivot” statunitense è quella di prevenire la costituzione di un’alleanza valutaria regionale che potesse mettere in pericolo l’egemonia globale del dollaro, ben consapevoli del potenziale rischio di un’internazionalizzazione del renminbi. Gli USA non hanno infatti alcuna intenzione di lasciare pacificamente il loro dominio del sistema finanziario globale. Gli autori sottolineano come nella fase del capitalismo finanziario, più che dalla capacità produttiva di una nazione, la credibilità di una valuta dipenda dalla potenza militare dello stato che ne emette. Gli Stati Uniti hanno ad oggi di gran lunga l’esercito più potente del mondo, e questo, insieme alla leadership nel campo dell’innovazione tecnologica – comunque declinante- gli garantisce la loro posizione di dominio. Un fatto di cui la dirigenza cinese è ben consapevole, e che infatti, ben cosciente dei tempi storici che certi ribaltamenti nei rapporti di forza possono avere, ha avuto la tendenza negli anni passati a non porsi in diretta ostilità con gli USA.

Ma per quanto salda, le crepe nell’egemonia globale statunitense sono be visibili, anche prima dello scoppio della pandemia del coronavirus, che ha colpito gli USA con particolare violenza e le cui conseguenze non sono, al momento attuale, ancora del tutto prevedibili.

Un ottimo esempio di questa egemonia in declino è il successo dell’Asian Infrastructure Investment Bank a guida cinese, il primo caso da prima della Seconda Guerra Mondiale in cui gli USA sono stati esclusi da un’importante struttura finanziaria internazionale, a cui hanno aderito invece non solo i più importante paesi “emergenti” (India, Russia, Brasile), non solo storici partner regionali come Corea del Sud (i cui interessi sono sempre più legati alla Cina) e Australia, ma anche importanti paesi europei, come UK, Germania, Francia e Italia.

Come sottolineano gli autori, questa partecipazione rappresenta semplicemente una strategia di differenziazione del rischio e non un cambiamento di alleanze strategiche, ma è anche indicativa di come all’interno del sistema di Bretton Woods, che alcuni economisti giudicano in crisi strutturale dalla fine della convertibilità in oro nel 1971, si stiano manifestando pesanti contraddizioni.

L’emissione dei “corona bond” emessi in valuta cinese dalla banca dei Brics è un altro esempio della de-dollarizzazione strisciante che potrebbe accelerare nei mutevoli scenari “post”-pandemici. https://contropiano.org/news/news-economia/2020/05/17/covid-19-e-governance-globale-il-caso-dei-corona-bond-cinesi-e-la-banca-dei-brics-0128027 , così come la creazione di una cripto-moneta sovrana cinese (il primo caso al mondo) potrebbe in parte scompaginare le carte della competizione monetaria e impensierisce non poco le alte sfere a Washington visti i ritardi strutturali statunitensi.

Rispetto all’anno di pubblicazione dell’articolo, si è consumata inoltre in questi anni una storica “rottura” tra due Paesi che erano centrali nella ri-configurazione dell’Asia secondo gli interessi statunitensi: La Corea del Sud e il Giappone. La normalizzazione dei loro rapporti diplomatici nel ’65 è stata una delle iniziative a guida statunitense fondamentali per la loro strategia in Asia orientale, insieme al genocidio dei comunisti in Indonesia e l’inizio della decennale guerra nel Vietnam https://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/09/27/la-crisi-tra-giappone-e-corea-del-sud-sancisce-quella-degli-stati-uniti-nellarea-0119047 .

Un ultimo elemento da sottolineare su come la situazione attuale si sia modificata dalla pubblicazione dell’articolo è l’inasprirsi di quella che è stata definita “guerra fredda di nuovo tipo” tra USA e CINA, più per volontà nord-americana che per iniziativa cinese. L’accordo commerciale di gennaio di quest’anno che sembrava porre fine alla guerra commerciale tra i due Paesi – e che escludeva comunque alcuni elementi di scontro strategico – è messo in discussione da una parte dell’amministrazione e su differenti aspetti gli Stati Uniti hanno riaperto le ostilità a cominciare dalle presunte responsabilità cinesi nell’incapacità di contenere il contagio del Covid-19, fino all’autonomia di Honk Kong…

Proprio sulla base della potenziale espansione dell’influenza cinese gli autori concludono ponendo una domanda centrale per il futuro della Repubblica Popolare (ma non solo): Come farà la Cina ad assicurarsi che le istituzioni finanziarie che controlla non diventino semplicemente una copia della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, con l’unica differenza di essere a guida cinese e non americana? La retorica dello “sviluppo pacifico” corrisponderà effettivamente ad un modello di sviluppo diverso, fondato sul rispetto delle tradizioni locali, dell’ambiente e della giustizia sociale oppure rimarrà tanto vuota quanto quella americana di “libertà e democrazia”?

Gli autori propongono un’argomentazione di pragmatismo e convenienza a favore della prima opzione, sottolineando come in una sfida per l’egemonia come è la Belt and Road Initiative, alle parole devono seguire i fatti, e che difficilmente si potrà subentrare all’influenza occidentale se ci si comporta allo stesso modo. Propongono quindi di ispirarsi alla tradizionale cultura contadina cinese, fondata sugli interessi collettivi anziché individuali, per la costruzione di un modello diverso.

Ma più in generale questa domanda va a toccare uno degli aspetti centrali per chi, come noi, vuole studiare da marxista quell’enigma teorico che è la Repubblica Popolare Cinese oggi. Posto che la semplicistica domanda “la Cina è comunista o capitalista?” non può trovare una risposta netta e, come scrive Samir Amin (in China 2013), è anzi mal posta in quanto troppo generale ed astratta, in quanto marxisti crediamo che l’evoluzione di un progetto storico autonomo come quello della Repubblica Popolare Cinese non sia scritto nella pietra. La direzione che prenderà, se quella verso un capitalismo puro “alla occidentale”, oppure verso una forma originale di capitalismo di stato, oppure verso il “Socialismo con Caratteristiche Cinesi” di cui parlano i documenti ufficiali del PCC, dipenderà dallo scontro fra interessi contrapposti, sia interni alla Cina stessa che nell’arena della competizione globale fra macro-potenze. Questo articolo, come gli altri contributi che traduciamo e introduciamo, hanno la funzione di fornire degli elementi di comprensione di queste complesse dinamiche.

La nuova via della seta

La strategia della Cina per un nuovo ordine finanziario globale

Di Erebus WongLau Kin-chiSit Tsui and Wen Tiejun

(Jan 01, 2017)

Topics: Economic Theory , Imperialism , Political Economy

 Places: Asia , China , Southeast Asia , Ukraine

Photo Credit: CGTN America.

Verso la fine del 2013, il premier cinese Xi Jinping aveva annunciato due nuove iniziative di sviluppo e commercio per la Cina e la regione circostante: la “Cintura economica della Via della Seta” e la “Via della Seta marittima del XXI secolo” –

conosciute insieme come “la nuova via della seta”1 [in inglese “Belt and Road Initiative”, fino al 2016 ufficialmetne nota come “One Belt, One Road” (OBOR), ndt]. Insieme alla Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), le politiche della ‘Nuova Via della Seta’ rappresentano un’ambiziosa espansione spaziale del capitalismo di stato cinese, motivata da un eccesso di capacità di produzione industriale e dagli interessi del capitale finanziario, il cui peso è in crescita. Il governo cinese ha sottolineato pubblicamente le lezioni apprese dalla crisi di sovraccapacità produttiva degli anni ’30 del ‘900 in Occidente, che portò allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, e ha promosso queste iniziative nel nome di uno ‘sviluppo pacifico’. Tuttavia, la svolta verso la Nuova Via della Seta suggerisce uno scenario regionale simile a quello dell’Europa tra la fine del diciannovesimo secolo e gli anni precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando grandi potenze sgomitavano per il dominio industriale e produttivo. La Nuova Via della Seta mette insieme potere territoriale e marittimo, rafforzando l’egemonia cinese sui mari dell’Asia Orientale.

Storicamente, ai tempi della Dinastia Tang (618-907), l’espansione del commercio cinese con l’Occidente aveva spinto il mondo islamico a controllare le rotte commerciali dell’Asia Centrale e Occidentale, spingendo l’Europa – sotto pressione a causa di una crisi dell’argento dovuta a continui deficit della bilancia commerciale – a cercare rotte commerciali ad Est che le permettessero di evitare i territori islamici. Ad uno ad uno, prima la Spagna, poi l’Olanda, il Regno Unito e infine gli Stati Uniti divennero potenze marittime dominanti, proteggendo ed espandendo i loro interessi commerciali verso l’Asia Orientale.

Se il progetto della Nuova Via della Seta prevedesse soltanto la rotta nell’entroterra (la “one road”), sarebbe poco più di una tradizionale strategia di potere territoriale, ma questo progetto apre anche un secondo potere marittimo lungo la costa cinese, supportata dalla grande estensione del suo territorio.

All’inizio del ‘900, il geografo inglese Halford John Mackinder avanzò la teoria che una potenza che integrasse le vie di trasporto e commerciali di Europa, Asia e Africa in un’unica ‘Isola-Mondo’ sarebbe stata pronta a dominare il globo2. Nel 1919, Mackinder scriveva che “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland [il cuore, ndt]; chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”3.

Nella pratica, tuttavia, è ancora necessario di coordinare il controllo delle vie di terra con il trasporto marittimo lungo la costa di questa Isola-Mondo.

La Nuova Via della Seta dipende da una serie di delicati calcoli geopolitici. Oggi solo tre nazioni possono essere considerate potenze continentali: la Cina, la Russia e gli Stati Uniti d’America.

La Cina non può semplicemente aprire una nuova via della seta terrestre, perché dovrebbe inevitabilmente passare attraverso la Russia. Sin dagli inizi del suo sviluppo come potenza imperiale nel tardo diciottesimo secolo, la strategia geopolitica della Russia è stata orientata verso l’Europa, con un’attenzione solo secondaria data all’Asia Orientale. Questo spiega, almeno in parte, perche’ mentre l’economia russa beneficiava della crescita dei prezzi del petrolio alcuni anni fa, la Russia non prese in grande considerazione la proposta cinese della Via della Seta. Allo stesso modo, la Russia si sedette al posto di comando delle negoziazioni della nuova Unione Economica Euroasiatica, che aveva lo scopo di integrare e connettere l’Europa con gli ex paesi sovietici dell’Asia Centrale. Per dirla in maniera brutale, non stava alla Cina integrare l’Asia Centrale. Tuttavia, a seguito della crisi Ucraina, la Russia si trovava di fronte all’ostilità dell’Europa e degli Stati Uniti, e con il crollo globale dei prezzi del petrolio, il paese non ha avuto altra scelta che voltarsi verso Est e considerare seriamente la proposta della Cina per una partnership strategica trans-continentale.

Tuttavia, se le relazioni con l’Europa dovessero migliorare, la Russia non esiterebbe a voltarsi nuovamente verso l’Europa. Non importa quanto stretti siano divenuti i loro interessi regionali, né la Russia né la Cina possono mettere tutte le loro uova nello stesso paniere. Questo è il motivo per cui la strategia di potere territoriale della Cina sta venendo presentata come La Nuova Via della Seta, un progetto distintamente cinese.

Ciò nonostante, La Cina è consapevole del fatto che gli USA vorrebbero opporre la Nuova Via della Seta rafforzando la propria alleanza con i blocchi di interesse capitalistico in Cina – sia all’interno che all’esterno della cerchia di potere – per ristabilire la sua influenza sulla futura politica di sviluppo cinese. Senza dubbio da questo punto di vista gli USA hanno già avuto molto successo: la burocrazia finanziaria cinese accetta la salda supremazia degli USA come banca centrale del mondo, il che rende improbabile mettere in discussione, e tanto meno minare, la leadership degli Stati Uniti nell’ordine globale.

Tuttavia, ci sono pochi dubbi sul fatto che gli Stati Uniti adatteranno la loro strategia diplomatica rispetto alla Nuova Via della Seta. L’Iran, ad esempio, è una parte importante della proposta della Nuova Via della Seta, e qualsiasi fossero i suoi altri scopi, l’accordo nucleare degli USA con l’Iran era un aggiustamento strategico per bilanciare l’influenza della Cina in quella regione.

Il potere marittimo e la regione dell’ASEAN4

Per essere un posto tanto piccolo, Singapore ha per molto tempo avuto un’influenza e un’importanza strategica sproporzionate. Con lo Stretto di Malacca, controlla un punto di accesso vitale per le rotte marittime che connettono l’Europa, l’Africa e l’Asia. Singapore capisce bene che la sua sopravvivenza dipende da un delicato equilibrio fra l’Occidente e la Cina. L’Occidente aveva stima del primo premier di Singapore, Lee Kuan Yew, un ardente combattente della Guerra Fredda che era determinato a fermare la diffusione del comunismo nella regione. Perciò, nonostante gli stretti legami di Lee con alti ufficiali cinesi e la loro simpatia per l’efficienza autoritaria e il corporativismo della sua ideologia fondata sui ‘valori asiatici’, Singapore non sarebbe mai divenuta un alleato cinese. Lee rimase fedele agli interessi statunitensi fino alla fine: poco dopo che Obama era divenuto Presidente, Lee consigliò gli Stati Uniti sul loro “perno” diplomatico in Asia e nel Pacifico [in inglese “Pivot”, un termine diventato di moda per indicare l’accresciuto interesse statunitense verso l’Asia Orientale in seguito al suo utilizzo dall’allora Segretario di Stato Hilary Clinton, ndt] e aprì porti militari per aiutare il nuovo dispiegamento militare degli Stati Uniti all’interno della regione dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). Dato questo retaggio, la Cina non nutre illusioni sulle alleanze di Singapore.

Per questi e altri motivi, la Cina vuole aprire un altro canale di trasporto dalla Cina sud-occidentale all’Oceano Indiano, aggirando lo Stretto di Malacca. Un’altra potenziale rotta in direzione sud passerebbe attraverso il Pakistan o il Bangladesh fino all’Oceano Indiano. In entrambi i casi, l’obiettivo sarebbe quello di connettersi con lo Sri Lanka, dove un nuovo porto di classe mondiale aprirà un altro polo commerciale nell’Oceano Indiano. L’ASEAN è il punto di partenza della via della seta marittima proposta dalla Cina, ma è anche la regione più irta di complessità e dove l’influenza degli Stati Uniti è più profondamente radicata.

Lo sviluppo cinese e il sistema del dollaro americano

Negli ultimi anni, la Cina ha assunto un ruolo di primo piano nella creazione di una nuova serie di istituzioni economiche internazionali, tra cui la New Development Bank, la BRICS Contingent Reserve Arrangement, l’AIIB e il Silk Road Fund, nonché la Shanghai Cooperation Organization. Insieme rappresentano un contrappeso regionale a entità a guida occidentale come il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca mondiale – e più recentemente, la Banca Centrale Europea – che hanno dominato l’ordine finanziario globale dall’introduzione del sistema Bretton Woods dopo la Seconda guerra mondiale. La Cina è probabilmente solo il terzo paese nella storia, dopo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, con la capacità di plasmare e guidare un sistema globale di finanza e commercio. Naturalmente, nel prossimo futuro, la Cina non sostituirà il sistema del dollaro USA; al massimo potrebbe stare su un piano di parità. Dopo che gli Stati Uniti sorpassarono il Regno Unito come primo paese nel mondo per capacità industriale alla fine del XIX secolo, ci vollero altri cinquant’anni e due guerre mondiali prima che potesse dominare la finanza globale. La Cina riconosce questa realtà e ha costantemente promosso l’AIIB e altre organizzazioni come complementi, non concorrenti, della Banca mondiale e della Banca asiatica di sviluppo (ADB).

Nel prossimo decennio, a condizione che nessuna grande instabilità sconvolga l’economia cinese, sembra inevitabile che il renminbi diventi una delle valute internazionali più importanti. Tuttavia, è tutt’altro che chiaro che il renminbi, anche tra vent’anni, possa sfidare lo stato egemonico del dollaro USA. Mentre un’economia capitalista si industrializza, la forza della sua valuta dipende dalla continua capacità produttiva del paese, sostenuta dal governo e dalla società civile. Tuttavia, nella fase successiva, quella del capitalismo finanziario, la principale fonte di credibilità di una valuta è la forza politica e militare di un paese. Da questa prospettiva, la posizione inespugnabile del dollaro USA come valuta di credito del mondo deriva principalmente dall’enorme forza militare degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti rappresentano il 40 percento della spesa militare globale, più della forza combinata dei successivi dieci paesi con la maggiore spesa militare nel mondo.

Naturalmente, un’egemonia militare in continua espansione non è stata l’unica fonte di dominio finanziario degli Stati Uniti. Dalla Seconda guerra mondiale in poi, le società private e le agenzie governative negli Stati Uniti hanno guidato il mondo nell’innovazione tecnologica, non solo nella produzione di armi, ma in chimica, semiconduttori, cinema e televisione, aviazione, computer, finanza, comunicazioni e tecnologia dell’informazione. Tutte queste innovazioni hanno facilitato l’espansione globale di capitale ad alto valore aggiunto. La base del valore del dollaro USA, oltre alla forza militare e politica americana, è quindi la capacità innovativa monopolistica degli Stati Uniti nell’aumentare il valore aggiunto del capitale.

Oggi in Cina, uno spirito del capitalismo utopico dilaga a tutti i livelli dell’economia, guidato dalla convinzione che fintanto che le imprese statali si ritireranno o si dissolveranno continuamente, per essere sostituite da imprese private, la Cina sarà benedetta da un miracoloso potere di mercato con una capacità innovativa di alto valore aggiunto. Ma senza un enorme investimento in ricerca e sviluppo sistematici, non è chiaro in che modo concentrazioni sparse di capitale privato in Cina potrebbero fare simili progressi nel prossimo futuro. Di conseguenza, è improbabile che la valuta cinese sfidi il dollaro USA o persino l’euro. Ironia della sorte, l’unica forza che ha più probabilità di portare il dollaro USA al crollo è lo stesso sistema finanziario statunitense, sempre più virtualizzato.

Nell’esportazione di capitale durante il decennio passato, la Cina mancava di un piano generale per gli investimenti diretti e lo sviluppo, a volte finendo coinvolti in crisi geopolitiche come in Libia o in Sudan. Altre volte finendo in labirinti burocratici, come nel coinvolgimento nelle reti ferroviarie ad alta velocità in Messico o nei progetti portuali dello Sri Lanka. Questi errori di direzione sono risultati in una mancanza di sostegno e coordinazione forti da parte di organizzazioni finanziarie come AIIB. Mentre la Cina è diventata un importante paese esportatore di capitali, ha evitato di entrare in esplicite alleanze politiche o finanziarie per la protezione dei suoi investimenti esteri su larga scala. Con la fondazione della New Development Bank e di AIIB, in ogni caso i legami finanziari della Cina con le nazioni vicine si sono fatti più formali e influenti. Da questo punto di vista rappresentano il tipo di costruzione transnazionale necessario per dare più precisione e leva strategica alle esportazioni di capitale della Cina.

Uno degli obiettivi del “pivot” sull’Asia dell’amministrazione Obama era prevenire l’emersione di un’alleanza valutaria mutualmente conveniente tra Cina, Giappone e Corea del Sud, che avrebbe minacciato la supremazia del dollaro americano nell’area. A questo scopo gli Stati Uniti hanno incoraggiato la restaurazione della desta in Giappone sotto Shinzo Abe, per formare un anello di contenimento della Cina nel pacifico. Inoltre, gli USA hanno sponsorizzato la Trans-Pacific Partnership (TPP), in parte per assicurare che la regione Asia-Pacifico resti un bastione del dollaro USA. La AIIB è la risposta cinese. Nonostante la pressione americana sugli alleati europei e asiatici affinché non aderissero alla banca, fin dalla fondazione nel 2015 AIIB ha attratto importanti membri internazionali, inclusi non solo importanti paesi in via di sviluppo come Brasile, India e Russia, ma anche la Francia e il Regno Unito. Una delle ragioni dietro i lenti progressi del TPP è che l’accordo era centrato sugli interessi americani e i guadagni marginali dati dalla riduzione dei dazi potrebbero essere minimi a confronti con le implicazioni finanziarie. In ogni caso, la fondazione di AIIB ha spinto gli USA ad accelerare i negoziati e fare significative concessioni, fino a raggiungere un accordo nell’ottobre 2015. (Anche se ora, dopo tutti questi sforzi, l’elezione di Trump ha posto il futuro del TPP in un pericolo imprevisto).

Curiosamente per gli USA, che hanno lanciato il TPP con l’intento originale di bloccare la Cina, AIIB marca la prima volta da prima di Bretton Woods in cui gli USA sono stati esclusi da un’importante struttura finanziaria internazionale. Quando fidati alleati europei come UK, Germania, Francia, Italia, Svizzera e altri hanno annunciato la loro partecipazione, Obama ha convocato una riunione di emergenza del consiglio per la sicurezza nazionale. La ragione è chiara: l’AIIB sfida, per quanto dentro un quadro istituzionale, l’egemonia finanziaria americane che ha prevalso fin dalla Seconda Guerra Mondiale.

Ovviamente questi alleati non stavano ancora lasciando il sistema dominato dal dollaro americano, stavano solo assicurando i loro investimenti di fronte ai chiari segni di esaurimento dell’egemonia statunitense. Fondando l’AIIB, la Cina ha sottolineato gli interessi comuni e la cooperazione tra gli stati membri per attirare meglio alleati interessati.

Il primo paese europei a entrare nell’AIIB è stata la Svizzera. Comunque, visto che gli svizzeri hanno voluto mantenere le trattative segrete e hanno rimandato l’annuncio della decisione, è stato il Regno Unito il primo paese europeo ad annunciare ufficialmente la partecipazione. L’adesione della Svizzera e del Lussemburgo, due bastioni del capitale finanziario che in precedenza hanno declinato l’adesione alla maggior parte delle organizzazioni internazionali, suggerisce che l’alleanza di Bretton Woods stia affrontando profonde divisioni interne. Possiamo chiamarlo il Dilemma di Triffin del sistema di Bretton Woods [Il Dilemma di Triffin è il conflitto tra interessi economici domestici di breve termine e interessi internazionali di lungo termine per i paesi che emettono una valuta usata come riserva internazionale. L’economista Triffin notava come il paese che emette la valuta sia portato ad aumentare l’emissione per soddisfare la domanda dei paesi che acquistano la valuta di riserva, portando a un deficit commerciale, ndt]: gli interessi degli USA e quelli dei suoi alleati di lungo corso stanno cominciando a mostrare contraddizioni potenzialmente insanabili.

La coesione istituzionale di questa alleanza è andata scivolando da tempo. Lo scopo principale del sistema di Bretton Woods era facilitare le esportazioni della capacità industriale in eccesso e dei capitali degli USA. Gli interessi della crescita post-bellica negli USA e della ricostruzione in Europa erano allineati. Nel ’71, quando l’amministrazione Nixon ha sospeso la convertibilità del dollaro in oro e gli USA hanno cominciato a esportare liquidità su vasta scala, queste mosse sembravano servire gli interessi delle istituzioni finanziare europee. In ogni caso, negli ultimi due decenni gli interessi fondamentali delle due parti sono entrati in conflitto. Le riforme interne al FMI sono bloccate perché gli USA non vogliono lasciare il loro potere di veto, mentre altre istituzioni finanziarie dominate a lungo dagli USA si sono dimostrate incapaci di gestire la rapida ascesa delle economie dell’est asiatico. L’AIIB guidata dalla Cina è un chiaro risultato di queste tendenze.

L’alleanza di scambio della liquidità formata nell’ottobre 2013 da sei banche centrale – Bank of Canada, Bank of England, Bank of Japan, European Central Bank, Federal Reserve american e National Bank svizzera – è disegnata per prevenire un’altra crisi di liquidità su larga scala in Europa e in Nord America come quella che ha precipitato la crisi finanziaria del 2008-2009. Ma è solo preventiva. Il nuovo paradigma mondiale richiede nuove istituzioni e proposizioni proattive. Il Fondo Monetario e la Banca Mondiale (con la sua sussidiaria, la ADB), limitate dagli interessi statunitensi, non sono all’altezza dei compiti. La Cina può cogliere questa opportunità di gestire una nuova alleanza finanziaria globale? Per un grande paese industriale appena entrato nella fase del capitalismo finanziario, sempre più scosso da problemi interni, la sfida è enorme e senza precedenti.

Alleanze che si indeboliscono

La fondazione dell’AIIB ha posto gli USA in una posizione strana, perché segna la prima significativa defezione dei suoi alleati stretti fin dalla formazione del fronte unito dei paesi capitalisti occidentali dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Gli USA hanno criticato aspramente i partner europei, in particolare il Regno Unito, che ha risposto a tono. Corea del Sud e Australia sono state scoraggiate da entrarvi, solo per aderirvi poi all’ultimo minuto. Dei maggiori alleati USA, questa lascia solo il Giappone, ansioso di riguadagnare il suo ruolo militare regionale, e il Canada, rimasto indifferente fin dal principio.

Oltre a queste tensioni nel sistema finanziario a guida USA, ci sono segni che le alleanze politiche americane in Asia ed Europa siano sottoposte e tensioni simili. Per esempio, è molto difficile per gli alleati europei, in particolare la Germania, seguire la linea dura da nuova guerra fredda con la Russia, dove risiedono molti interessi economici tedeschi. Ovviamente gli USA non vogliono realmente la guerra con la Russia, l’obiettivo è fomentare contrasti tra Russia ed Europa per meglio inibire la formazione di una integrazione Euro-russo-centro asiatica. Con la crisi ucraina gli USA sperano di isolare ulteriormente la Russa dal resto dell’Europa, servendosi solo di un aiuto a mezzo servizio dai governi europei.

Contraddizioni simili stanno nascendo in Asia. La Corea del Sud e l’Australia sono partner chiave negli sforzi americani di contenimento della Cina, e membri del TPP. Solo il Giappone, che continua a tenersi fuori dal TPP e dall’AIIB, rimane un alleato fedele, principalmente per il costante sostegno americano all’espansionismo militare giapponese. Le lunghe e strette isole giapponesi sono scarse di risorse naturali, per diventare una nazione forte è necessario costruire una forza marittima ed espandersi. Alla fine del diciannovesimo secolo il Giappone ha sconfitto la flotta dell’Impero cinese, poi ha vinto contro la Russia ed è diventato il padrone della regione. In seguito, il Giappone ha voluto sfidare la potenza marittima degli USA ma è stato sconfitto e occupato, diventando infine un vassallo della potenza marittima americana. In ogni caso, le ideologie politiche prevalenti nei due paesi sono state a lungo compatibili.

La Corea del Sud è stata per decenni la principale rivale regionale del Giappone. Una Corea unita sarebbe capace di sfidare il Giappone in termini di popolazione, esercito e capacità industriale. Per ora la Corea del Sud si rivolge alla Cina come principale partner commerciale e le due nazioni hanno siglato un loro patto di libero scambio. Anche sulla questione di una futura unificazione la Corea del Sud avrebbe bisogno dell’aiuto della Cina. In ogni caso la prospettiva di una penisola coreana ha poco appeal per gli USA, visto che il formidabile trio Cina-Corea-Giappone competerebbe direttamente con gli USA nell’est asiatico. Inoltre, in caso di unificazione è dubbio che la nuova Corea rinunci al suo status nucleare, potendo arrivare a cercare l’autonomia militare dagli USA. Quindi, nonostante le affinità esteriori, gli interessi di largo raggio di USA e Corea del Sud sono probabilmente destinati a entrare in conflitto.

Anche il Giappone, l’alleato più fedele degli americani in Asia, potrebbe andare per la sua strada. Il paese sta affrontando un eccesso di capitale ed è ansioso di trovare nuovi sbocchi per il suo export industriale. Le più grandi corporation del paese sperano che alla fine il Giappone entri nell’AIIB. Queste tendenze non sono nuove: dopo la crisi finanziaria asiatica del ’97 il Giappone si è mosso per fondare l’Asian Stabilization Fund, che avrebbe dovuto farlo diventare la potenza finanziaria dominante in Asia, ma ha ricevuto il veto degli USA. Il Giappone guida l’ADB, ma alla fine deve sottostare alle direttive americano. La regione ha una domanda annuale da 800 miliardi di dollari in investimenti infrastrutturali, ma l’ADB ne ha approvato solo 13,5 miliardi. La spinta verso l’espansione militare ha mantenuto l’élite del Liberal Democratic Party al governo stabilmente in sostegno degli USA, ma sul lungo termine l’auto-subordinazione degli interessi giapponesi alla strategia USA potrebbe dimostrarsi insostenibile.

Mentre la legittimità degli USA come sola super potenza veniva meno, gli interessi degli altri blocchi nazionali e le alleanze si sono diversificate. Le contraddizioni interne tra gli USA e gli alleati si approfondiscono di continuo. Per la Cina sarà necessaria un’attenta pianificazione e una strategia intelligente per trovare una sua buona posizione nell’ordine globale in cambiamento. Per oltre due decenni di rapida crescita la Cina ha mantenuto un profilo diplomatico relativamente basso rispetto alla sua forza e dimensione. Nei prossimi anni la diplomazia cinese avrà bisogno di idee e tattiche.

Oltre lo sviluppo, verso la giustizia sociale

Dagli anni ’50 fino agli anni ’70 gli USA hanno esportato con successo un’ideologia dello sviluppo industriale che si adattava ai suoi interessi economici e militari. Dopo che questo sviluppismo guidato dalla Banca Mondiale ha lasciato molti paesi emergente impoveriti e impantanati nel debito estero, il discorso diplomatico americano si è spostato verso la “costruzione di istituzioni”, verso la democrazia e la libertà. In particolare, dopo la prima Guerra del Golfo, la causa “della libertà e della democrazia” è diventata il primo tema dell’ideologia geopolitica USA. Comunque, nell’ultimo decennio, le avventure imperiali in Iraq e Afghanistan hanno avviato una catena di conflitti regionali che non solo hanno causato morte e migrazioni su grande scala, ma hanno anche favorito l’ascesa di organizzazioni come l’ISIS. Il discorso ufficiale sulla libertà e la democrazia, da sempre ipocrita, è stato scredita in maniera decisiva. “Sicurezza” e “stabilità” sono diventate ora le parole chiave della strategia americana mentre le vecchie cause della pace globale e della prosperità sono cadute vittime degli stessi interventi catastrofici degli USA.

L’ideologia ufficiale dell’OBOR è invece lo sviluppo pacifico, sponsorizzando gli investimenti in infrastrutture e facilitando lo sviluppo economico, promuovendo la cooperazione e minimizzando i conflitti. Non c’è dubbio che lo sviluppo pacifico sia più sensato e sostenibile della “sicurezza” militarizzata in stile americano, dato che la povertà e l’ingiustizia sono il terreno ideale per l’estremismo.

Ma il discorso dello “sviluppo pacifico” ha i suoi angoli ciechi che riflettono le contraddizioni interne alla Cina. Per esempio, come può l’AIIB evitare i danni fatti dalla Banca Mondiale e dagli altri all’ambiente e agli stili di vita indigeni? Come può la Cina promuovere investimenti infrastrutturali che guidino lo sviluppo locale tramite diversità e sostenibilità e non semplicemente essere a servizio dei propri bisogni di sbocchi per l’export? In altre parole, la sfida è assicurarsi che l’AIIB e il Silk Road Fund non diventi semplicemente la versione est asiatica del FMI e della Banca Mondiale. Dato che l’OBOR è una gara per l’influenza istituzionale nell’est asiatico, il fattore decisivo per il suo successo o il suo fallimento può essere la competitività dei suoi discorsi-guida. La Cina deve promuovere un messaggio di giustizia sociale e sviluppo giusto per controbilanciare il soft power delle transizioni istituzionali spinte dagli USA sin dagli anni ’80.

Dovrebbe essere chiaro che questo potere discorsivo dipenderà tanto dalle azioni quanto dalle parole. Se la Cina continua ad assorbire la capacità in eccesso tramite una rapida urbanizzazione senza riguardi per la sostenibilità ecologica o per la cultura rurale, se il governo non riuscirà ad affrontare le gravi contraddizioni sociali causate dalla crescente disuguaglianza di ricchezza, dai conflitti sul lavoro, dalla deteriorazione ambientale e dalla corruzione degli ufficiali, allora gli slogan dello “sviluppismo basato sulle infrastrutture” avranno poco potere persuasive all’estero.

Una nota finale: Imparare dalla società rurale

Dalla fine della dinastia Qing (1644-1911), mentre la Cina ha affrontato una serie di lotte per l’indipendenza nazionale e l’unità, la società rurale è stata centrale rispetto alla struttura del governo. Ogni volta che i meccanismi tradizionali della governance locale sono stati sotto attacco, minacciando le vite dei contadini e dei villaggi, sono emersi gravi conflitti sociali fino al punto di provocare insurrezioni contadine. Dal collasso della dinastia Qing alla sconfitta della Repubblica di Cina nel 1949, violente rivolte contadine sono state comuni. Ma quando è stato possibile fare un uso efficace delle istituzioni sociali ed economiche della società rurale, le comunità contadine sono state parte integranti dello sviluppo del paese. In particolare, durante le ultime decadi di industrializzazione, le campagne cinesi sono diventate la fonte di una vasta “riserva di manodopera”, permettendo allo stato di appoggiarsi sui sannong – i cosiddetti “tre rurali”: contadini villaggi e agricoltura – come fondamenta della turbolenta ma continua modernizzazione degli ultimi 60 anni.

La società rurale cinese è stata capace di assorbire i rischi di questa modernizzazione per via della forza della sua relazione con la natura, un vantaggio che non è mai stato adeguatamente riconosciuto. La società agricola cinese è stata fondata sulla base di necessità comuni, come l’irrigazione e la prevenzione dei disastri. Questa interdipendenza crea una razionalità collettiva, con la comunità, piuttosto che il singolo contadino o la famiglia, come unità di base nella distribuzione e condivisione delle risorse sociali. Questo focus sui bisogni collettivi è esattamente contrario all’enfasi occidentale sugli interessi individuali. Lungo migliaia di anni la società agricola cinese è diventata organicamente integrata con la diversità della natura, dando vita a un politeismo endogeno. Pianificando e promuovendo la sua visione di sviluppo sostenibile e commercio pacifico, la Cina dovrebbe guardare al suo interno, a queste antiche strutture sociali, come guida verso il futuro.

1 Questo articolo è il risultato di uno dei sotto-progetti dello studio “International Comparative Studies on National Security in the Process of Globalization” condotto da Sit Tsui della Southwest University, come parte di un progretto piu’ ampio “A Study of the Structure and Mechanism of Rural Governance Basic to the Comprehensive National Security,” condotto da Wen Tiejun presso la Renmin University, Pechino e finanziato dalla National Social Science Foundation of China (No. 14ZDA064).

2 H. J. Mackinder, “The Geographical Pivot of History,” Geographical Journal 23 (1904): 421–37.

3 H. J. Mackinder, Democratic Ideals and Reality: A Study in the Politics of Reconstruction (Washington, DC: National Defense University Press, 1996), 150.

4 Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico

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