Samir Amin: Cina 2013

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Introduzione a cura di Lorenzo Piccinini (Rete dei Comunisti)

Abbiamo tradotto il seguente articolo del compianto Samir Amin, pubblicato sulla rivista Monthly Review nel marzo del 2013 (Volume 64 numero 10).

Un articolo denso, che affronta con un occhio analitico tutta una serie di aspetti di quel percorso originale che sta seguendo la Repubblica Popolare Cinese dal 1950 ad oggi, e che merita una lettura attenta.

Samir Amin (SA d’ora in avanti) sin dalle prime righe affronta di petto l’annosa questione della definizione del sistema cinese, chiarendo fin da subito che non si può ridurre ad una domanda che abbia come risposta netta “socialismo” o “capitalismo”. Una risposta adeguata non può che essere più complessa, e radicata in un’analisi concreta delle diverse fasi che la Cina ha attraversato negli ultimi decenni, nonché della dialettica delle contraddizioni che la attraversano, tanto quelle messe in moto dalle dinamiche interne al suo sviluppo quanto quelle derivanti dalla situazione globale. L’impressione è che sin dal titolo “Cina 2013” si voglia mettere in chiaro come un giudizio non possa che essere inevitabilmente legato a quello che oggi possiamo dire, avendo studiato il passato e con un occhio verso le possibilità che riserva il futuro.

SA sostiene che la Cina stia seguendo un percorso originale, senza paragoni né tra le esperienze occidentali, né tra gli altri paesi cosiddetti “emergenti”, né nelle altre esperienze storiche di paesi guidati da partiti comunisti. Una tesi centrale del suo discorso è quella per cui questa originalità è la chiave e la ragione del suo successo attuale. Un corollario di questa tesi è che, qualora la Cina decidesse di abbandonare questo percorso originale per adeguarsi ad una via pienamente capitalista, il suo successo rischierebbe di venire meno.

Nell’argomentare ciò SA si rifà ad una sua teorizzazione riguardante la necessaria polarizzazione, inteso come costruzione e rafforzamento di un centro e una periferia, all’interno del capitalismo globale. Citando dal testo, “Questa polarizzazione elimina la possibilità per un paese della periferia di raggiungere i livelli di vita dei paesi ricchi rimanendo nel contesto del capitalismo. Dobbiamo trarre la conclusione: se “mettersi in pari” con i paesi ricchi è impossibile, si deve fare qualcos’altro – cioè seguire il percorso socialista.”

La teorizzazione della necessità di creare una dinamica centro-periferia ci è fornisce una chiave di lettura preziosa anche per leggere dinamiche nel nostro quadrante geografico. Gli altri-europeisti che gridano contro le misure di austerità firmate UE in nome di una solidarietà continentale non si rendono conto che lo smantellamento della struttura produttiva e sociale della periferia europea è una necessità strutturale per la costituzione di un macro-polo continentale in grado di competere a livello internazionale. Il progressivo impoverimento dei paesi mediterranei e dell’est-Europa non è l’inaspettato risultato di politiche sbagliate, ma una necessaria conseguenza di un modello di sviluppo, e l’unico modo per evitarlo sarebbe allontanarsi dal modello capitalista, cosa che non sembra essere all’ordine del giorno a Bruxelles.

SA ritiene che al giorno d’oggi la definizione che più si avvicina a descrivere il sistema sociale vigente in Cina sia capitalismo di stato. Mette però subito in chiaro che questa definizione non ha significato se non si va ad analizzare il suo contenuto specifico.

Si tratta di capitalismo nel senso che il lavoro è alienato e si ha estrazione di plusvalore da parte delle autorità che organizzano la produzione. Tuttavia non si può parlare di capitalismo compiuto perché manca una caratteristica fondamentale su cui il capitalismo si basa: la mercificazione della terra, che invece in Cina è rimasta dal 1950 bene comune, seppur la sua gestione sia stata organizzata in forme anche molto diverse. Le sezioni dell’articolo in cui si analizzano nel concreto queste fasi e le politiche del PCC che le hanno guidate (proprietà comune della terra e sostegno alla piccola produzione senza piccola proprietà) meriterebbe un approfondimento a parte. Abbiamo pubblicato un articolo sull’importanza della questione agraria cinese (prima parte: http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/05/19/comunita-rurali-e-crisi-economiche-nella-cina-moderna-prima-parte/ ; seconda parte http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/05/26/comunita-rurali-e-crisi-economiche-nella-cina-moderna-seconda-parte/ )

Ma soprattutto SA sottolinea come non esista un unico tipo di capitalismo di stato, e che sia necessario andare a vedere nel concreto quale sia la progettualità dietro la sua costituzione: la forma di capitalismo di stato può essere (e storicamente è stata) utilizzata per servire in maniera più efficiente gli interessi dei monopoli privati nazionali (come è stato in Francia durante la Quinta Repubblica, ad esempio); ma allo stesso tempo può essere un passaggio (secondo SA, un passaggio necessario) nella costruzione di una società socialista.

Il capitalismo di stato cinese ha avuto storicamente tre funzioni centrali: 1) costruire un sistema industriale moderno integrato e sovrano; 2) gestire il rapporto tra questo sistema e la piccola produzione rurale; e 3) controllare l’integrazione della Cina nel sistema-mondo, dominato dai monopoli generalizzati della triade imperialista (USA, Europa, Giappone).

Il successo ottenuto su questi tre obiettivi non ha paragoni nel resto del mondo. La Cina è riuscita a costruire un sistema produttivo moderno e realmente sovrano in grado di rivaleggiare con quello statunitense, a liberarsi della dipendenza tecnologica delle sue origini, a gestire un processo di urbanizzazione di dimensioni bibliche evitando scompensi nella produzione alimentare e senza la creazione di baraccopoli (un risultato unico nel “Sud” del mondo), a mettere in moto la creazione di un sistema di welfare proprio mentre i paesi occidentali stanno smantellando il loro.

Tutto questo è stato conseguito solamente grazie ad un’attenta pianificazione statale, ed è il risultato diretto delle politiche messe in campo dal PCC dal 1950 ad oggi, con buona pace di quelli che attribuiscono la sostenuta crescita cinese alle politiche di “apertura” degli anni 90 (riguardo alle fondamenta di lungo periodo della crescita cinese vedi http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/04/12/lenigma-della-crescita-cinese/).

Il problema è che proprio il successo nel perseguimento di questi obiettivi, se da un lato rende possibile un’avanzata verso il socialismo, al medesimo tempo rafforza le tendenze che spingono per l’abbandono di questa avanzata e per abbracciare un modello capitalistico puro e semplice.

Per discutere del possibile futuro della Repubblica Popolare non si può che partire dalla considerazione che la lotta di classe in Cina non si è mai fermata. Con le parole di SA, la Cina si trova ad un crocevia ogni giorno dal 1950. Mao stesso era consapevole sin dalla vittoria nella guerra civile di liberazione che “il conflitto tra l’impegno nella lunga strada verso il socialismo, condizione per la rinascita della Cina, e il ritorno all’ovile capitalistico avrebbe occupato l’intero futuro visibile “.

Lo scontro tra quelle che SA chiama “destra” e “sinistra”, nella società e nel partito, è sempre stato acceso, non solo nei periodi in cui è stato più evidente (come durante il periodo della Rivoluzione Culturale maoista). In Cina esistono classi sociali diverse con interessi differenti e che sviluppano al proprio interno posizioni politiche e ideologiche differenti: i contadini, gli operai urbani, i mingong (lavoratori migranti recentemente trasferitesi dalle campagne alla città), la classe media in espansione, i capitalisti industriali, quelli finanziari. Il prevalere degli interessi di una parte della società rispetto all’altra, che si manifesta anche in conflitto sociale (come scrive SA “il popolo cinese [..] ha imparato a combattere e continuare a farlo”) ha un’influenza significativa sulle politiche implementate dal PCC.

Ma naturalmente questa dialettica interna al percorso di sviluppo cinese non avviene in isolamento dal resto del mondo. La Cina nel suo sviluppo si scontra sempre di più con l’opposizione delle altre macro-potenze, Stati Uniti in particolare. SA, che scrive nel 2013, parla dell’illusione di una larga fetta della classe media de-politicizzata che lo sviluppo della Cina non avrebbe trovato ostacoli nelle potenze imperialiste. L’accelerare delle contraddizioni e delle occasioni di scontro diretto negli ultimi anni (guerra monetaria, guerra commerciale), esasperate poi dalle accuse riguardo la gestione della pandemia di Coronavirus, probabilmente hanno infranto queste illusioni.

Riprendendo l’argomentazione menzionata prima secondo cui proprio il successo dell’emersione cinese rischia di creare contraddizioni che mettono a rischio il successo stesso, rispetto alle dinamiche generate dalla competizione internazionale è significativo sottolineare come SA sostiene che il progetto cinese sia rimasto sovrano nella misura in cui è rimasto estraneo alla globalizzazione finanziaria contemporanea. Come è noto la Cina ha avviato negli ultimi anni un processo di internazionalizzazione della sua moneta, il renminbi, arrivando a competere in maniera diretta con gli USA anche sul piano finanziario (vedi per un approfondimento sulla questione http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/04/20/renmimbi-un-secolo-di-cambiamenti-prima-parte/e http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/04/26/renmimbi-un-secolo-di-cambiamenti-seconda-parte/).

SA conclude esprimendo le sue valutazioni sulle politiche che la PCC dovrebbe perseguire in modo da rafforzare la prospettiva di una evoluzione in senso socialista della società cinese.

Riguardo alla competizione con gli USA, secondo SA è imperativo da un lato rafforzare la potenza militare cinese fino ad un livello che rappresenti una deterrenza reale, e dall’altro adoperarsi per la ricostruzione di un sistema politico internazionale policentrico.

Riguardo invece alle politiche interne, SA ritiene che bisognerebbe trovare il modo di adattare alle condizioni presenti la strategia maoista della “linea di massa” (discendere tra le masse, apprendere le loro lotte, tornare all’apice del potere) al fine di ri-politicizzare una società, quella cinese, che invece si è allontanata sempre di più dalla politica e che è vittima di illusioni ingenue e a rischio di derive a destra. Rifiutando nettamente la formula occidentale di multipartitismo + elezioni, SA sostiene la necessità di trovare forme alternative per una democratizzazione della società, anche muovendosi oltre la pianificazione come è stata portata avanti finora, al fine di dare ai lavoratori più potere decisionale nella gestione anche economica oltre che politica.

In conclusione, risulta evidente che il percorso che seguirà la Repubblica Popolare Cinese, fino ad oggi un percorso sovrano e originale pur non scevro di contraddizioni, non può considerarsi scritto nella pietra, e la direzione che prenderà dipenderà in ultima istanza dal risultato dello scontro di classe, tuttora molto vivo al suo interno, inserito all’interno di un contesto internazionale sempre più competitivo in cui lo scontro fra grandi potenze diventa sempre più agguerrito.

CINA 2013

Samir Amin

Link all’articolo originale: https://monthlyreview.org/2013/03/01/china-2013/

Le discussioni sul presente e il futuro della Cina – una potenza “emergente” – mi lasciano sempre poco convinto. Alcuni sostengono che la Cina abbia scelto una volta per tutte la “via capitalista” e intenda anche accelerare la sua integrazione nella globalizzazione capitalista contemporanea. Chi propone questa ipotesi ne è abbastanza soddisfatto, e spera solo che questo “ritorno alla normalità” (essendo il capitalismo la “fine della storia”) sia accompagnato da uno sviluppo in direzione di una democrazia di stile occidentale (partiti, elezioni, diritti umani). Costoro credono – o devono credere – nella possibilità che in questa maniera la Cina possa gradualmente raggiungere in termini di reddito pro capite il livello delle società opulente occidentali [catch up in originale, termine usato nelle teorie di crescita economica per indicare l’ipotesi secondo cui i Paesi più poveri mostrano tassi di crescita più alti dei Paesi più ricchi, raggiungendo nel tempo il loro stesso livello di PIL pro capite, NdT], cosa che io non ritengo possibile. La destra cinese condivide questo punto di vista. Altri deplorano tutto questo in nome dei valori di un “socialismo tradito”. Altri si associano alle espressioni dominanti della pratica occidentale del China bashing1 [letteralmente, colpire la Cina, NdT]. Altri ancora, quelli al potere a Pechino, descrivono questo sentiero come “socialismo con caratteristiche cinesi”, senza essere più precisi. Comunque, ci si può fare un’idea più precisa leggendo i testi ufficiali e in particolare i piani quinquennali, che sono accurati e vengono presi piuttosto sul serio.

Nei fatti la domanda “la Cina è capitalista o socialista” è mal posta, troppo generica e astratta perché una qualsiasi risposta abbia senso nei termini di questa alternativa assoluta. Nei fatti, la Cina ha continuato a seguire un percorso originale dal 1950, forse persino sin dalla rivolta dei Taiping2 nel diciottesimo secolo. Proverò qui a chiarire la natura di questo percorso originale in ognuno dei suoi stadi di sviluppo dal 1950 a oggi, nel 2013.

La questione agraria

Mao ha descritto la natura della rivoluzione compiuta dal Partito Comunista Cinese come “rivoluzione antimperialista antifeudale rivolta verso il socialismo”. Mao non hai mai pensato che dopo aver fatto i conti col feudalesimo e l’imperialismo il popolo cinese avesse “costruito” una società socialista, ha sempre caratterizzato questa costruzione come la prima fase di un lungo cammino verso il socialismo.

Qui devo sottolineare la natura specifica della risposta che la Rivoluzione Cinese ha dato alla questione agraria. La terra agricola distribuita non è stata privatizzata, è rimasta proprietà della nazione, rappresentata dalle comuni di villaggio, e solo l’uso è stato affidato alle famiglie rurali. Questo a differenza della Russia dove Lenin, di fronte al fatto compiuto dell’insurrezione contadina del 1917, ha riconosciuto la proprietà privata dei beneficiati della distribuzione delle terre.

Perché in Cina (e in Vietnam) è stato possibile attuare il principio per cui la terra agricola non è una merce? È stato ripetuto fino alla nausea che i contadini in tutto il mondo bramino la proprietà e solo la proprietà. Se questo fosse stato vero la decisione di nazionalizzare la terra avrebbe portato a un’infinita guerra contadina, come è successo quando Stalin ha avviato la collettivizzazione forzata in Unione Sovietica.

L’attitudine dei contadini in Cina e Vietnam (diversa da quella dei contadini del resto del mondo) non può essere spiegata da una supposta “tradizione” in cui non erano coscienti della proprietà. È il prodotto di una intelligente ed eccezionale linea politica attuata dai Partiti Comunisti dei due paesi.

La Seconda Internazionale diede per scontato l’inevitabile aspirazione dei contadini alla proprietà, cosa che era abbastanza vera nell’Europa del diciannovesimo secolo. Nella lunga transizione europea dal feudalesimo al capitalismo (1500-1800) le vecchie forme feudali istituzionalizzate di accesso alla terra attraverso diritti condivisi tra re, signori e servi contadini era stato gradualmente dissolto e sostituito dalla proprietà privata borghese moderna, che tratta la terra come una merce, un bene di cui il proprietario può disporre liberamente, ovvero può venderla e comprarla. I socialisti della Seconda Internazionale accettarono questo fatto compiuto della “rivoluzione borghese”, pur deplorandolo. Essi pensavano anche che la piccola proprietà contadina non avesse futuro, che apparteneva invece alle grandi imprese agricole meccanizzate sul modello dell’industria. Pensavano che lo sviluppo capitalista avrebbe portato spontaneamente a una tale concentrazione della proprietà e alle forme più efficaci del suo sfruttamento (si vedano gli scritti di Kautsky). La storia gli ha dato torto. L’agricoltura contadina ha lasciato il posto all’agricoltura familiare capitalista in due modi: producendo per il mercato (dato che il consumo della fattoria era diventato insignificante) e usando equipaggiamento moderno, macchinari industriali e credito bancario. Per di più, questa agricoltura familiare capitalista si è rivelata piuttosto efficiente relativamente alle grandi fattorie, in termini di volume di produzione annuale per ettaro per lavoratore. Questa osservazione non esclude che il moderno contadino capitalista sia sfruttato dal capitale monopolista generalizzato, che controlla a monte le apparecchiature industriali e il credito, e a valle la vendita dei prodotti. Questi contadini sono stati trasformati in sub appaltatori del capitale dominante.

Quindi, (erroneamente) persuasi che le grandi imprese siano sempre più efficienti di quelle piccole in ogni settore (industria, servizi o agricoltura), i socialisti radicali della Seconda Internazionale erano convinti che l’abolizione della proprietà terriera (la nazionalizzazione delle terre) avrebbe permesso la creazione di grandi fattorie socialiste (analoghe ai futuri sovkhoz e Kolkoz sovietici). Comunque, non furono in grado di testare queste misure dato che la rivoluzione non era all’ordine del giorno nei loro paesi (i centri imperialisti).

I bolscevichi accettarono queste tesi fino al 1917. Presero in considerazione di nazionalizzare le grandi proprietà dell’aristocrazia russa lasciando la proprietà delle terre comunali ai contadini. Comunque, furono in seguito colti di sorpresa dall’insurrezione contadina, che si prese le grandi proprietà.

Mao trasse le sue conclusioni da questa storia e sviluppò una linea di azione politica completamente differente. A partire dal sud della Cina negli anni 30, durante la lunga guerra civile di liberazione, Mao basò la crescente presenza del PCC su una solida alleanza con i contadini poveri e senza terra (la maggioranza), mantenendo relazioni amichevoli con gli strati intermedi e isolando i contadini ricchi in tutte le fasi della guerra, senza necessariamente antagonizzarli. Il successo di questa linea ha preparato la grande maggioranza degli abitanti rurali a considerare e accettare una soluzione dei loro problemi che non richiedesse la proprietà privati di lotti di terra acquisiti attraverso la distribuzione. Penso che le idee di Mao e la loro riuscita attuazione abbiano le loro radici nella rivoluzione dei Taiping del diciannovesimo secolo. Mao è riuscito dove il Partito Bolscevico ha fallito: stabilire una solida alleanza con la larga maggioranza della popolazione rurale. In Russia il fatto compiuto dell’estate 1917 ha eliminato l’opportunità di arrivare in seguito a un’alleanza coi contadini medi e poveri contro quelli ricchi (i kulaki), perché poveri e medi erano ansiosi di difendere la loro proprietà privata appena acquisita, preferendo quindi seguire i kulaki piuttosto che i bolscevichi.

Questa “specificità cinese” – le cui conseguenze sono di grande importanza – ci impediscono assolutamente di caratterizzare la Cina contemporanea (anche nel 2013) come “capitalista” perché la via capitalista è basata sulla trasformazione della terra in merce.

Presente e futuro della piccola produzione

Comunque, una volta accettato questo principio, la forma dell’uso di questo bene comune (la terra delle comunità di villaggio) può essere molto diversificata. Per capirlo, dobbiamo distinguere la piccola produzione [petty production, NdT] dalla piccola proprietà [small property, NdT].

La piccola produzione – artigianale e contadina – ha dominato la produzione in tutte le società passate. Ha conservato un posto importante nel capitalismo moderno, dove è collegata alla piccola proprietà nell’agricoltura, nei servizi e anche in certi segmenti di industria. Certamente nella triade dominante del mondo contemporaneo (USA, Europa e Giappone) sta scomparendo. Un esempio di questo fenomeno è la scomparsa delle piccole botteghe, sostituite dalle grandi operazioni commerciali. Questo non vuol dire che questo cambiamento sia “progresso”, neanche in termini di efficienza, tantomeno se prendiamo in considerazione gli aspetti sociali, culturali e di civilizzazione. Nei fatti, questo è un esempio della distorsione prodotta dal dominio dei monopolizzati generalizzati alla ricerca di rendita [rent-seeking, NdT]. Quindi, forse in un socialismo futuro la piccola produzione ritroverà la sua importanza perduta.

Nella Cina contemporanea, in ogni caso, la piccola produzione, non necessariamente legata alla piccola proprietà, mantiene un posto importante nella produzione nazionale, non solo in agricoltura ma anche in segmenti importanti della vita cittadina.

La Cina ha sperimentato forme molto diverse, e talora anche contrastanti, di utilizzo della terra come bene comune. Dobbiamo discutere da una parte l’efficienza (il volume di produzione annuale di un ettaro per lavoratore) e dall’altra le dinamiche delle trasformazioni messe in moto. Queste forme possono rafforzare le tendenze verso lo sviluppo capitalista, che finirebbero a mettere in questione lo status di non-merce della terra, o possono essere parte di uno sviluppo in senso socialista. Queste domande possono trovare risposta solo attraverso un’analisi concreta delle forme in questione per come sono state attuate nello sviluppo cinese dal 1950 a oggi.

All’inizio, negli anni ’50, la forma adottata è stata quella della piccola produzione combinata con forme semplici di cooperazione per gestire l’irrigazione, un lavoro che richiede coordinazione, e per l’uso di determinati equipaggiamenti. Questa piccola produzione familiare è stata inserita all’interno di un’economia statale che manteneva il monopolio sull’acquisto di prodotto destinati al mercato, sulle linee di credito e sugli altri fattori di produzione, sulla base di prezzi pianificati (decisi dal centro).

L’esperienza delle comuni in seguito alla fondazione delle cooperative di produzione negli anni ’70 offre molte lezioni. Non è stata necessariamente una questione di passaggio dalla piccola produzione alle grandi fattorie, anche se l’idea della superiorità di quest’ultime ha ispirato alcuni dei sostenitori di questa riforma. L’essenza di questa iniziativa ha origine nell’aspirazione di una costruzione socialista decentrata. Le comuni non avevano solo la responsabilità di gestire la produzione agricola di grandi villaggi o di collettivi di più villaggi (questa organizzazione in sé era un misto di forme di piccola produzione familiare e produzioni specializzate più ambiziose), hanno anche fornito un quadro più ampio: 1) connettendo produzioni industriali che impiegavano i contadini disponibili in certe stagioni, 2) articolando attività economiche produttive insieme alla gestione di servizi sociali (scuola, salute, casa) e 3) iniziando la decentralizzazione dell’amministrazione politica della società. Proprio come nelle intenzioni della Comune di Parigi, lo stato socialista doveva diventare, almeno in parte, una federazione di comuni socialiste.

Senza dubbio le comuni erano per molti aspetti in anticipo sui tempi e la dialettica tra decentralizzazione dei processi decisionali e la centralizzazione assunta dall’onnipresenza del Partito Comunista non ha sempre funzionato senza intoppi. Comunque, i risultati registrati furono tutt’altro che disastrosi, come la destra vorrebbe farci credere. Una comune nella regione di Pechino, che ha resistito all’ordine di sciogliere il sistema delle comuni, continua a registrare risultati economici eccellenti, legati alla persistenza di dibattito politico di alta qualità, scomparso invece altrove. I progetti attuali di “ricostruzione rurale” attuati dalle comunità rurali in diverse regioni della Cina appaiono ispirati all’esperienza delle comuni.

La decisione di sciogliere le comuni, presa da Deng Xiaoping nel 1980, ha rafforzato la piccola produzione familiare, che è rimasta la forma dominante nei tre decenni successivi. Comunque, la gamma di diritti d’uso (per le comuni di villaggio e le unità familiari) si è espansa considerevolmente. È diventato possibile per i detentori di questi diritti “affittare” la terra (ma mai “venderla”) sia ad altri piccoli produttori – quindi facilitando l’emigrazione verso le città, in particolare dei giovani istruiti che non vogliono restare residenti rurali – o ad aziende per organizzare fattorie più grandi e modernizzate (mai un latifondo, che in Cina non esiste, ma considerevolmente più grandi di quelle familiari). Questa forma è stata il mezzo usato per incoraggiare la produzione specializzata (come quella del vino, per cui la Cina ha richiesto assistenza di esperti dalla Borgogna) o per testare nuovi metodi scientifici (OGM e altri).

“Approvare” o “respingere” a priori la varietà di questi sistemi non ha senso, secondo me. Ancora una volta, è imperativa l’analisi concreta di ognuno, nella sua ideazione e nella sua attuazione. Rimane il fatto che la diversità creative delle forme d’uso di terre di proprietà comune ha portato risultati fenomenali. Per prima cosa, in termini di efficienza economica, anche se la popolazione urbana è crescita dal 20 al 50% del totale, la Cina è riuscita ad aumentare la sua produzione agricola in modo da mantenere il passo con i giganteschi bisogni dell’urbanizzazione. Questo è un risultato eccezionale e da rimarcare, senza precedenti nel sud “capitalista”. Ha preservato e rafforzato la sovranità alimentare pur soffrendo di un grande svantaggio: dover sfamare il 22% della popolazione mondiale con a disposizione solo il 6% delle terre arabili. In aggiunta, in termini di stile di vita della popolazione rurale, i villaggi cinesi non hanno nulla in comune con le situazioni ancora dominanti nel terzo mondo capitalista. Strutture confortevoli e ben equipaggiate creano uno stridente contrasto non solo col passato cinese di fame e povertà estrema, ma anche con le forme estreme di povertà che dominano ancora le campagne indiane e africane.

I principi e le politiche attuate (mantenere in comune le terre, sostegno alla piccola produzione senza piccola proprietà) sono responsabili di questi risultati senza pari. Hanno reso possibile una migrazione verso le città relativamente controllata. Compariamolo con la via capitalista, per esempio, del Brasile. La proprietà privata della terra agricola ha svuotato le campagne brasiliane, dove oggi vive solo l’11% della popolazione. Ma almeno il 50% dei residenti urbani vive in baraccopoli (le favelas) e sopravvive solo grazie all’ “economia informale” (compreso il crimine organizzato). Non c’è nulla di simile in Cina, dove la popolazione è, nel suo complesso, adeguatamente impiegata e dotata di casa anche in paragone con molti “paesi sviluppati”, senza neanche considerare quelli che hanno lo stesso livello di PIL pro capite.

Il trasferimento di popolazione dalle campagne cinesi ad altissima densità di popolazione (solo il Vietnam, il Bangladesh e l’Egitto sono comparabili) è stato essenziale. Ha migliorato le condizioni per la piccola produzione rurale, rendendo disponibile più terra. Questo trasferimento, per quanto relativamente controllato (ancora una volta, nulla è perfetto nella storia umana, né in Cina né altrove), sta forse diventando pericolosamente troppo rapido. In Cina si discute di questo rischio.

Il capitalismo di Stato cinese

La prima etichetta che viene in mente per descrivere la realtà cinese è “capitalismo di Stato”. Molto bene, ma quest’etichetta rimane vaga e superficiale finché non si analizza il suo contenuto specifico.

Si tratta infatti di capitalismo, nel senso che la relazione a cui i lavoratori sono sottoposti dalle autorità che organizzano la produzione è simile a quella che contraddistingue il capitalismo: lavoro sottomesso e alienato, estrazione di pluslavoro. Esistono in Cina forme brutali di sfruttamento dei lavoratori, ad esempio nelle miniere di carbone oppure nel ritmo furioso delle officine che impiegano donne. Ciò è scandaloso per un paese che afferma di voler procedere sulla strada verso il socialismo. Ciò nonostante, la formazione di un regime di capitalismo di Stato è inevitabile, e rimarrà tale ovunque. Gli stessi paesi capitalisti sviluppati non saranno in grado di intraprendere un percorso verso il socialismo (che al momento non è all’ordine del giorno) senza passare da questo primo passaggio. È la fase preliminare nell’impegno potenziale di qualunque società a liberarsi dal capitalismo storico e porsi sulla lunga strada verso il socialismo/comunismo. La socializzazione e la riorganizzazione del sistema economico a tutti i livelli, dall’azienda (unità elementare) alla nazione e al mondo, richiede una lunga lotta avente dei tempi storici che non possono essere tagliati.

Oltre a questa riflessione preliminare, dobbiamo descrivere concretamente il capitalismo di Stato in questione, mettendo in luce la natura e il progetto di tale Stato, perché non c’è solamente un singolo tipo di capitalismo di Stato, ma ne esistono molti. Il capitalismo di Stato della Francia della Quinta Repubblica (1958-1975) era progettato per servire e rafforzare i monopoli privati francesi, non al fine di impegnare il paese in un percorso socialista.

Il capitalismo di Stato cinese è stato costruito per raggiungere tre obiettivi: 1) costruire un sistema industriale moderno integrato e sovrano; 2) gestire il rapporto tra questo sistema e la piccola produzione rurale; e 3) controllare l’integrazione della Cina nel sistema-mondo, dominato dai monopoli generalizzati della triade imperialista (USA, Europa, Giappone). Il perseguimento di questi tre obiettivi preliminari è inevitabile. Come risultato, esso crea le basi per un possibile avanzamento nella lunga strada al socialismo, ma allo stesso tempo rafforza le tendenze all’abbandono di tale possibilità per abbracciare lo sviluppo capitalistico puro e semplice. Si deve accettare il carattere inevitabile e sempre presente di tale conflitto. La questione allora è la seguente: le scelte concrete della Cina favoriscono uno dei due percorsi?

Il capitalismo di Stato cinese richiese, nella sua prima fase (1954-1980), la nazionalizzazione di tutte le imprese (insieme alla nazionalizzazione delle terre agricole), sia grandi che piccole. Poi ci fu una apertura all’impresa privata, nazionale e/o straniera, e alla liberalizzazione della piccola produzione rurale e urbana (piccole imprese, commercio, servizi). Tuttavia, le grandi industrie di base e il sistema creditizio messo in piedi durante il periodo maoista non furono denazionalizzati, anche se furono modificate le forme organizzative della loro integrazione in una economia “di mercato”. Questa scelta andò di pari passo con l’istituzione di mezzi di controllo sull’iniziativa privata e sulle potenziali collaborazioni con il capitale straniero. È ancora da valutare fino a che punto questi mezzi soddisfino le funzioni per cui sono stati creati, oppure se, al contrario, non siano diventati gusci vuoti, in un contesto in cui ha prevalso la collusione con il capitale (attraverso la “corruzione” dei dirigenti).

In ogni caso, i risultati del capitalismo di Stato cinese tra il 1950 ed il 2012 sono semplicemente eccezionali. Esso è di fatto riuscito a costruire un sistema produttivo moderno sovrano e integrato, in un paese enorme, che in quanto a dimensione può essere paragonato solamente agli Stati Uniti. Ha avuto successo nel superare la stretta dipendenza tecnologica delle sue origini (importazione di modelli prima sovietici e poi occidentali) attraverso lo sviluppo di una autonoma capacità di produrre innovazioni tecnologiche. Tuttavia, esso non ha (ancora?) intrapreso la riorganizzazione del lavoro dal punto di vista della socializzazione della gestione economica. Il Piano – e non la “apertura” – è rimasto il mezzo centrale per implementare questa costruzione sistematica.

Nella fase maoista di questa pianificazione dello sviluppo, il Piano rimaneva imperativo in ogni dettaglio: natura e ubicazione di nuovi stabilimenti, obiettivi di produzione e prezzi. In quella fase, non era possibile alcuna alternativa ragionevole. Qui farò solo riferimento, senza sviluppare il punto nel dettaglio, all’interessante dibattito sulla natura della legge del valore su cui si basava la pianificazione in questo periodo. Fu proprio il successo – e non il fallimento – di questa prima fase a richiedere una modifica dei mezzi per perseguire un progetto di sviluppo accelerato. La “apertura” all’iniziativa privata – dal 1980, ma soprattutto dal 1990 – era necessaria al fine di evitare la stagnazione che fu fatale all’URSS. Nonostante il fatto che questa apertura coincidesse con il trionfo globale del neoliberismo – con tutti gli effetti negativi di questa coincidenza, ci ritorneremo – la scelta di un “socialismo del mercato”, o ancora meglio, “socialismo con il mercato” come fondamentale per questa seconda fase di sviluppo accelerato è a mio giudizio largamente giustificata.

I risultati di questa scelta sono, ancora una volta, semplicemente eccezionali. Nell’arco di pochi decenni, la Cina ha realizzato un’urbanizzazione produttiva e industriale che coinvolge 600 milioni di esseri umani, due terzi dei quali (una quantità quasi pari all’intera popolazione europea!) sono stati urbanizzati negli ultimi due decenni. Ciò è dovuto al Piano e non al mercato. La Cina ha ora un sistema produttivo davvero sovrano. Nessun altro Paese nel Sud (eccetto la Corea e Taiwan) è riuscito a fare questo. In India e Brasile ci sono solo alcuni elementi sparsi di un progetto sovrano dello stesso tipo, nulla più.

I metodi per progettare e implementare il Piano sono stati trasformati coerentemente con le nuove condizioni. Il Piano rimane imperativo per i grandi investimenti infrastrutturali richiesti dal progetto: per ospitare in condizioni adeguate 400 milioni di nuovi abitanti urbani, e per costruire una rete senza paragoni di autostrade, strade, ferrovie, dighe e centrali elettriche; per aprire tutta o quasi tutta la campagna cinese; e per trasferire il centro di gravità dello sviluppo dalle regioni costiere all’occidente continentale. Il Piano rimane inoltre imperativo – almeno in parte – per gli obiettivi e le risorse finanziarie delle aziende di proprietà pubblica (di stato, province, municipalità). Per il resto, esso indica obiettivi possibili e probabili per l’espansione della piccola produzione urbana di merci come anche per le attività industriali e private di altro genere. Questi obiettivi sono presi seriamente e sono indicate le risorse politico-economiche richieste per la loro realizzazione. Complessivamente, i risultati non sono troppo difformi dalle previsioni “pianificate”.

Il capitalismo di Stato cinese ha integrato nel suo progetto di sviluppo visibili dimensioni sociali (non sto dicendo “socialiste”). Questi obiettivi erano già presenti nell’era maoista: eliminazione dell’analfabetismo, cura sanitaria di base per tutti, ecc. Nella prima parte della fase post-maoista (gli anni Novanta), la tendenza era indubbiamente quella di trascurare il perseguimento di questi obiettivi. Tuttavia, si deve notare come da allora la dimensione sociale del progetto abbia riconquistato la sua posizione e, in risposta agli attivi e potenti movimenti sociali, ci si aspetta che essa continui a progredire. La nuova urbanizzazione non ha eguali in alcun Paese del Sud del mondo. Certamente esistono quartieri “chic” e altri per nulla ricchi; ma non ci sono baraccopoli, che invece hanno continuato a espandersi dappertutto, in qualunque città del terzo mondo.

L’integrazione della Cina nella globalizzazione capitalista

Non possiamo tentare di analizzare il capitalismo di Stato cinese (definito “socialismo di mercato” dal governo) senza prendere in considerazione la sua integrazione nella globalizzazione.

Il mondo sovietico aveva concepito uno scollegamento [“delinking”, inteso come “scollegamento” di un paese dal capitalismo globale e il perseguimento di una via alternativa di sviluppo, un concetto caro a SA che ha così intitolato un suo libro pubblicato nel 1990, NdT] dal sistema capitalistico globale, integrando tale scollegamento [delinking] con la costruzione di un sistema socialista integrato comprendente l’Unione Sovietica e l’Europa dell’Est. L’URSS riuscì in grande misura ad effettuare tale scollegamento [delinking], reso per di più necessario dall’ostilità occidentale; anche dando la colpa al blocco per il proprio isolamento. Tuttavia, il progetto di integrare l’Europa orientale non ebbe grande successo, nonostante l’iniziativa del COMECON. Le nazioni dell’Europa dell’Est rimanevano in posizioni incerte e vulnerabili, parzialmente scollegate – ma su base strettamente nazionale – e parzialmente aperte all’Europa occidentale a partire dal 1970. Non ci fu mai l’idea di una integrazione URSS-Cina, non solo perché il nazionalismo cinese non lo avrebbe mai consentito, ma anche e soprattutto perché i compiti prioritari della Cina non lo richiedevano. La Cina maoista praticò lo scollegamento [delinking] a modo proprio. Dovremmo sostenere che, reintegrandosi nella globalizzazione a partire dagli anni Novanta, essa abbia del tutto e per sempre rinunciato allo scollegamento [delinking]?

La Cina entrò nella globalizzazione negli anni Novanta attraverso lo sviluppo accelerato dell’export manifatturiero possibile per il suo sistema produttivo, dando priorità inizialmente alle esportazioni, le cui percentuali di crescita all’epoca sorpassavano quelle della crescita del PIL. Il trionfo del neoliberismo favorì il successo di questa scelta per quindici anni (dal 1990 al 2005). Il perseguimento di questa scelta è opinabile non solo per i suoi effetti politici e sociali, ma anche perché è messo a rischio dall’implosione del capitalismo globalizzato neoliberista, che è iniziata nel 2007. Il governo cinese appare consapevole di ciò e ha iniziato molto presto a tentare un cambio di rotta, dando maggiore importanza al mercato interno e allo sviluppo della Cina occidentale.

Dire, come si sente fino alla nausea, che il successo della Cina dovrebbe essere attribuito all’abbandono del Maoismo (che naturalmente avrebbe “fallito”), all’apertura all’esterno e all’ingresso del capitale straniero è molto semplicemente da idioti. La costruzione maoista pose in essere le basi senza le quali l’apertura non avrebbe raggiunto il suo ben noto successo. Lo dimostra il paragone con l’India, che non ha avuto una rivoluzione paragonabile. Dire che il successo della Cina è principalmente (o addirittura “completamente”) attribuibile alle iniziative del capitale straniero non è meno stupido. Non è il capitale multinazionale ad avere costruito il sistema industriale cinese e ad aver raggiunto gli obiettivi dell’urbanizzazione e la costruzione delle infrastrutture. Il successo va attribuito al 90% al progetto sovrano cinese. Certamente l’apertura al capitale straniero ha svolto utili funzioni: ha aumentato l’importazione di tecnologie moderne. Tuttavia, grazie ai propri metodi di partnership, la Cina ha assorbito queste tecnologie ed è ora padrona del loro sviluppo. Non c’è nulla di simile altrove, nemmeno in India o Brasile, o a maggior ragione in Thailandia, Malesia, Sud Africa e altri luoghi.

L’integrazione della Cina nella globalizzazione, per di più, è rimasta parziale e controllata (o, almeno, controllabile, se si vuole metterla così). La Cina è rimasta estranea alla globalizzazione finanziaria. Il suo sistema bancario è completamente nazionale e concentrato sul mercato creditizio interno del paese. La gestione dello yuan è ancora oggetto dei processi decisionali sovrani della Cina. Lo yuan non è soggetto alle oscillazioni dei cambi flessibili imposti dalla globalizzazione finanziaria. Pechino può dire a Washington: “Lo yuan è la nostra moneta e un vostro problema”, così come Washington nel 1971 aveva detto agli europei: “Il dollaro è la nostra moneta e un vostro problema”. Per di più, la Cina mantiene grandi riserve monetarie che possono essere in caso di bisogno immesse nel suo sistema di credito pubblico. Il debito pubblico è trascurabile se paragonato ai tassi di indebitamento (considerati intollerabili) in USA, Europa, Giappone e molti paesi del Sud del mondo. La Cina può così aumentare l’espansione della sua spesa pubblica senza seri pericoli di inflazione.

L’attrazione di capitale straniero verso la Cina, di cui essa ha beneficiato, non è la ragione del successo del progetto. Al contrario, è il successo del progetto ad aver reso gli investimenti in Cina appetibili per le multinazionali occidentali. I paesi del Sud che hanno aperto ancora maggiormente le proprie porte e accettato senza condizioni la loro sottomissione alla globalizzazione finanziaria non sono divenuti appetibili allo stesso modo. Il capitale transnazionale non è attratto in Cina dalla possibilità di saccheggiare le risorse naturali del paese né da quella di delocalizzare e trarre profitto dai bassi salari senza trasferimento di tecnologia; e neppure dalla possibilità di trarre benefici dalla formazione e integrazione di unità delocalizzate che però rimangono scollegate dagli (inesistenti) sistemi produttivi nazionali, come in Marocco e Tunisia; e nemmeno dall’idea di portare avanti un raid finanziario e permettere alle banche imperialiste di appropriarsi dei risparmi nazionali, come è successo in Messico, Argentina e Sud-Est asiatico. In Cina, al contrario, gli investimenti stranieri possono certamente beneficiare di bassi salari e fare buoni profitti, a condizione che i propri piani siano compatibili con quello della Cina e che permettano il trasferimento tecnologico. In sintesi, questi sono i profitti “normali”, ma si può guadagnare di più se viene permesso dall’accordo con le autorità cinesi!

La Cina, potenza emergente

Nessuno dubita che la Cina sia una potenza emergente. Un’idea ricorrente è che la Cina stia solo tentando di recuperare il posto che aveva occupato per secoli, e perduto solamente nel XIX secolo. Tuttavia, questa idea – certamente corretta, e per di più lusinghiera– non ci aiuta molto a capire la natura di questa “emersione” e le sue prospettive reali nel mondo contemporaneo. Incidentalmente, coloro che propagano questa idea approssimativa e vaga non hanno interesse a considerare se la Cina emergerà riallineandosi ai princìpi generali del capitalismo (cosa che essi credono sia probabilmente necessaria) o se essa prenderà seriamente il suo progetto del “socialismo con caratteristiche cinesi”. Per conto mio, sostengo che se la Cina è in effetti una potenza emergente, ciò è dovuto precisamente al fatto che non abbia scelto il puro e semplice percorso capitalistico di sviluppo; e che, di conseguenza, se decidesse di seguire quel percorso capitalistico, il progetto stesso di emersione sarebbe esposto al serio rischio di fallire.

La tesi che sostengo implica il rifiuto dell’idea che i popoli non possano saltare la sequenza necessaria degli stadi di sviluppo e che la Cina debba attraversare uno sviluppo capitalistico prima che si possa porre la questione di un suo possibile futuro socialista. Il dibattito sulla questione tra le diverse correnti del marxismo nella storia non è mai arrivato a conclusione. Marx rimase dubbioso su tale questione. Sappiamo che subito dopo i primi attacchi europei (le Guerre dell’oppio) egli scrisse: la prossima volta che manderete i vostri eserciti in Cina essi saranno accolti da uno striscione con su scritto “Attenzione, vi trovate alle frontiere della Repubblica Borghese Cinese”. Questa è una magnifica intuizione, che mostra fiducia nella capacità del popolo cinese di rispondere alla sfida, ma al tempo stesso un errore perché in realtà lo striscione recitava “Vi trovate alle frontiere della Repubblica Popolare Cinese”. Eppure sappiamo che, riguardo alla Russia, Marx non respinse l’idea di saltare lo stadio capitalistico (si veda la corrispondenza con Vera Zasulich). Oggi, si potrebbe credere che il primo Marx avesse ragione e che in effetti la Cina si trovi sulla strada dello sviluppo capitalistico.

Ma Mao capì – meglio di Lenin – che il percorso capitalistico non avrebbe portato a nulla e che la resurrezione della Cina potesse essere solo opera dei comunisti. Gli imperatori Qing alla fine del XIX secolo, e poi Sun Yat Sen ed il Kuomintang, avevano già pianificato una resurrezione cinese in risposta alla sfida dell’Occidente. Tuttavia, essi non immaginavano altra strada se non quella del capitalismo, e non possedevano i mezzi intellettuali per capire cosa sia realmente il capitalismo e perché tale strada fosse preclusa alla Cina, come a tutte le periferie del sistema capitalistico globale. Mao, uno spirito marxista indipendente, colse questo punto. Di più: egli capì che questa battaglia non era già vinta in anticipo – con la vittoria del 1949 – e che il conflitto tra l’impegno nella lunga strada verso il socialismo, condizione per la rinascita della Cina, e il ritorno all’ovile capitalistico avrebbe occupato l’intero futuro visibile.

Personalmente, ho sempre condiviso l’analisi di Mao e ritornerò su questo argomento in alcune delle mie riflessioni sulla rivoluzione Taiping (che io credo essere l’origine lontana del Maoismo), la rivoluzione del 1911 in Cina e altre rivoluzioni nel Sud del mondo all’inizio del XX secolo, i dibattiti all’inizio del periodo di Bandung e l’analisi dell’impasse in cui sono bloccati i cosiddetti paesi emergenti del Sud vincolati al percorso capitalista. Tutte queste considerazioni sono corollari della mia tesi di fondo riguardante la polarizzazione (cioè la costruzione del contrasto centro/periferia) immanente allo sviluppo globale del capitalismo storico. Questa polarizzazione elimina la possibilità per un paese della periferia di recuperare [catch up] rimanendo nel contesto del capitalismo. Dobbiamo trarre la conclusione: se recuperare [catch up] i paesi ricchi è impossibile, si deve fare qualcos’altro – cioè seguire il percorso socialista.

La Cina non ha seguito un percorso particolare solo dal 1980, ma dal 1950, sebbene questo percorso sia passato attraverso fasi diverse sotto molti punti di vista. La Cina ha sviluppato un progetto coerente, sovrano e che è appropriato per le proprie necessità. Questo certamente non è capitalismo, la cui logica richiede che la terra agricola sia trattata come una merce. Questo progetto rimane sovrano nella misura in cui la Cina rimane estranea alla globalizzazione finanziaria contemporanea.

Il fatto che il progetto cinese non sia capitalista non significa che esso sia socialista, ma solo che esso renda possibile avanzare sulla lunga strada verso il socialismo. Nondimeno, esso è ancora minacciato da una deriva che lo faccia deviare da questa strada e finire con un puro e semplice ritorno al capitalismo.

Il successo dell’ascesa cinese è interamente risultato di questo progetto sovrano. In questo senso, la Cina è l’unico paese davvero emergente (insieme alla Corea e a Taiwan, di cui parleremo dopo). Nessuno dei molti altri paesi cui la Banca Mondiale ha rilasciato un certificato di paese emergente è realmente tale, perché nessuno di questi paesi sta perseguendo con insistenza un coerente progetto sovrano. Tutti sottoscrivono i princìpi fondamentali del capitalismo puro e semplice, anche in eventuali settori del proprio capitalismo di Stato. Tutti hanno accettato la sottomissione alla globalizzazione contemporanea in tutte le sue dimensioni, inclusa quella finanziaria. Russia e India rappresentano parziali eccezioni a quest’ultimo punto, ma non Brasile, Sud Africa e altri.

In qualche caso ci sono elementi di una “politica industriale nazionale”, ma nulla di comparabile con il sistematico progetto cinese di costruire un sistema industriale completo, integrato e sovrano (specialmente nella sfera delle competenze tecnologiche).

Perciò tutti questi altri paesi, troppo frettolosamente caratterizzate come “emergenti”, restano vulnerabili in misura diversa, ma comunque sempre più della Cina. Per tutte queste ragioni, gli aspetti visibili dell’”emersione” – tassi di crescita rispettabili, la capacità di esportare prodotti manifatturieri – sono sempre legati ad un processo di pauperizzazione che colpisce la maggioranza della loro popolazione (in particolare i lavoratori agricoli); cosa che invece non succede in Cina. Certamente la crescita delle disuguaglianze è evidente dappertutto, compreso in Cina; ma questa osservazione rimane superficiale e ingannevole. Una cosa è diseguaglianza nella distribuzione dei benefici di un modello di crescita che però non esclude nessuno (e che è anche accompagnato da una riduzione delle sacche di povertà – come è il caso in Cina); un’altra è la diseguaglianza connessa ad un modello di crescita che beneficia solo una minoranza (tra il 5% e il 30% della popolazione, a seconda dei casi), mentre il destino degli altri rimane disperato. Coloro che si concentrano sul criticare la Cina sono inconsapevoli – o fanno finta di essere inconsapevoli – di questa differenza decisiva. La diseguaglianza che traspare dall’esistenza di quartieri con villa lussuose, da un lato, e case confortevoli per le classi medie e lavoratrici, dall’altro, non è la stessa diseguaglianza evidente dalla giustapposizione di quartieri ricchi, case per le classi medie, e baraccopoli per la maggioranza della popolazione. I coefficienti di Gini sono utili per misurare i cambiamenti annuali in un sistema con una struttura fissa. Ma perdono il loro significato, esattamente come tutte le altre unità di misura di grandezze macroeconomiche nella contabilità nazionale, se utilizzati per paragoni internazionali tra sistemi con strutture diverse. I paesi emergenti (a parte la Cina) sono in realtà “mercati emergenti”, aperti alla penetrazione da parte dei monopoli della triade imperialista. Tali mercati permettono a questi ultimi di estrarre per sè una parte sostanziale del plusvalore prodotto nel paese in questione. La Cina è diversa: è una nazione emergente in cui il sistema rende possibile mantenere all’interno del paese la maggior parte del plusvalore prodotto in loco.

La Corea e Taiwan sono gli unici due esempi di successo di un’autentica “emersione” pienamente all’interno e attraverso il sistema capitalista. Questi due paesi devono il loro successo a ragioni geostrategiche che hanno portato gli Stati Uniti a permettere loro di conseguire ciò che Washington ha proibito agli altri paesi di fare. Il contrasto tra il supporto che gli Stati Uniti hanno dato al capitalismo di stato in questi due paesi e l’opposizione estremamente violenta al capitalismo di stato nell’Egitto di Nasser o nell’Algeria di Boumedienne è, da questo punto di vista, piuttosto rivelatoria.

Non discuterò qui potenziali di progetti di “emersione”, che appaiono abbastanza possibili in Vietnam o a Cuba, o le condizioni di una possibile ripartenza del progresso in questa direzione in Russia. Non discuterò neanche gli obiettivi strategici delle lotte portate avanti da forze progressiste altrove nel Sud del mondo capitalista – in India, nel Sudest asiatico, in America Latina, nel mondo arabo, in Africa; lotte che potrebbero facilitare un superamento dell’impasse attuale e incoraggiare l’emergere di progetti di sovranità che diano inizio ad una reale rottura con la logica del capitalismo dominante.

Grandi successi, nuove sfide

La Cina non è arrivata da poco ad un crocevia: ci si trova ogni giorno dal 1950. Le forze sociali e politiche di sinistra e destra, attive sia nella società che nel partito, si sono scontrate in tutto questo periodo senza sosta.

Da dove viene la destra cinese? Certamente, le ex borghesie burocratiche e “compradore” del Kuomintang sono state escluse dal potere. Eppure, durante la guerra di liberazione, interi segmenti della classe media – professionisti, funzionari e industriali – delusi dall’inefficacia del Kuomintang di fronte all’aggressione giapponese si sono avvicinate al Partito Comunista, addirittura iscrivendovisi. Molti di questi – ma certamente non tutti – sono rimasti nazionalisti e niente di più. In seguito, a partire dal 1990 con l’apertura all’iniziativa privata, è comparsa una nuova, più potente destra. Questa non va ridotta ad una semplice categoria di ‘uomini di affari’ che hanno avuto successo e accumulato fortune (in alcuni casi colossali), rafforzati dalle proprie clientele – che includono ufficiali statali e di partito, che mischiano il controllo con la collusione e talvolta perfino con la corruzione.

Questo successo, come sempre, incoraggia supporto per idee di destra tra la classe media educata, che è in espansione. È in questo senso che la crescente diseguaglianza, anche se non ha nulla a che fare con la diseguaglianza che caratterizza altri paesi del Sud – costituisce un considerevole pericolo politico, perché è il veicolo che favorisce la diffusione di idee di destra, la depoliticizzazione e le illusioni ingenue.

Qua faccio un’osservazione aggiuntiva che ritengo importante: la piccola produzione, in particolare contadina, non è motivata da idee di destra, come pensava Lenin (una valutazione che era accurata nel contesto russo). La situazione cinese è diversa in questo aspetto con quella dell’ex Unione Sovietica. La classe contadina cinese, nel complesso, non è reazionaria perché non difende il principio di proprietà privata, a differenza della classe contadina sovietica, che i comunisti non sono mai riusciti a persuadere dal cambiare posizione e smettere di sostenere i kulaki in difesa della proprietà privata. Al contrario, la classe contadina cinese di piccoli produttori (senza essere piccoli proprietari terrieri) è oggi una classe che non offre soluzioni di destra, ma che è parte del campo di forze che spingono per l’adozione delle politiche sociali ed ecologiche più coraggiose. Il potente movimento per il “rinnovamento della società rurale” ne è la prova. La classe contadina cinese in gran parte fa parte del campo di sinistra, assieme alla classe operaia. La sinistra ha i suoi intellettuali organici ed esercita un po’ di influenza sullo stato e sugli apparati di partito.

Il conflitto perpetuo tra la destra e la sinistra in Cina si è sempre riflettuto nelle linee politiche implementate dallo stato e dalla leadership di partito. Nell’era Maoista, la linea di sinistra non ha prevalso senza combattere. Prendendo coscienza dell’avanzamento delle idee di destra dentro al partito e la sua leadership, un po’ come nel modello sovietico, Mao lanciò la Rivoluzione Culturale per combatterlo. “Bombardare il quartier generale”, cioè la leadership del partito, dove la “nuova borghesia” si stava formando. Ciononostante, se la Rivoluzione Culturale fu all’altezza delle aspettative di Mao durante i primi due anni, successivamente sfociò nell’anarchia, a causa della perdita del controllo sull’evoluzione degli eventi da parte di Mao e della sinistra nel partito. Questa deriva ha portato lo stato e il partito a prendere di nuovo in mano le redini della situazione, dando alla destra la sua opportunità. Da allora, la destra è rimasta una componente forte di tutti i corpi dirigenti. Ciononostante la sinistra è radicata sul territorio, cosa che forza la leadership suprema a raggiungere compromessi al “centro” – ma parliamo di centro-destra o di centro-sinistra?

Per comprendere la natura delle sfide che la Cina si trova ad affrontare oggi, è essenziale capire che il conflitto tra il progetto di sovranità cinese e l’imperialismo nord-americano e dei suoi alleati subalterni europei e giapponesi crescerà in intensità finanche la Cina continuerà ad avere successo. Ci sono numerosi punti di conflitto: il controllo cinese sulle tecnologie moderne, l’accesso alle risorse del pianeta, il rafforzamento delle capacità militari cinesi, e il perseguimento dell’obiettivo di ricostruire la politica internazionale sulla base dei diritti sovrani dei popoli a scegliere il proprio sistema politico ed economico. Ognuno di questi obiettivi entra in diretto conflitto con gli obiettivi perseguiti dalla triade imperialista.

L’obiettivo della strategia politica degli Stati Uniti è il controllo militare del pianeta, l’unico modo in cui Washington può mantenere i vantaggi che gli conferiscono egemonia. Questo obiettivo viene perseguito attraverso le guerre preventive in Medio Oriente, e in questo senso queste guerre sono preliminari alla guerra (nucleare) preventiva contro la Cina, che viene con cinismo immaginata dall’establishment nord-americano come una possibile necessità “prima che sia troppo tardi”. Fomentare l’ostilità contro la Cina è fondamentale per questa strategia globale, che si manifesta esplicitamente nel supporto dimostrato dagli Stati Uniti verso gli schiavisti del Tibet e del Sinkiang, nel rafforzamento della presenza navale statunitense nel Mar Cinese, e nell’incoraggiamento persistente al Giappone a rafforzare le proprie forze militari. Coloro che praticano il China bashing contribuiscono a mantenere viva questa ostilità.

Allo stesso tempo, Washington si dedica a manipolare la situazione provando a placare le possibili ambizioni cinesi e degli altri paesi cosiddetti “emergenti” con la creazione del G20, che ha la funzione di dare a questi paesi l’illusione che sia nel loro interesse l’adesione alla globalizzazione liberale. Il G2 (Stati Uniti-Cina) è in questo senso una trappola che, rendendo la Cina una complice delle attività imperialiste degli Stati Uniti, potrebbe causare una totale perdita di credibilità per la sua politica estera pacifica.

Le uniche possibili risposte efficace a questa strategia devono procedere su due livelli: 1) rafforzare le forze militari cinesi ed equipaggiarle con il potenziale per mettere in campo una risposta di deterrenza; e 2) perseguire tenacemente l’obiettivo di ricostruire un sistema politico internazionale policentrico, che sia rispettoso di tutte le sovranità nazionali, e, con questo obiettivo, agire per riabilitare le Nazioni Unite, ora marginalizzate dalla NATO. Enfatizzo l’importanza di quest’ultimo obiettivo, che implica la priorità di ricostruire un “fronte del Sud” (una seconda Bandung?), capace di supportare le iniziative indipendenti dei popoli e degli stati del Sud. Questo implica, a sua volta, che la Cina prenda consapevolezza che non ha i mezzi a disposizione per l’assurda possibilità di allinearsi con le pratiche predatorie dell’imperialismo (come saccheggiare le risorse naturali del pianeta), perché manca di un potere militare comparabile a quello degli Stati Uniti, che alla fine dei conti è la garanzia di successo di tutti i progetti imperialisti. La Cina, al contrario, ha molto da guadagnare dallo sviluppare la sua offerta di supporto per l’industrializzazione degli altri paesi del Sud del mondo, che il club di ‘donatori’ imperialisti stanno provando a rendere impossibile.

Il linguaggio usato dalle autorità cinesi riguardo alle questioni internazionali, che è (comprensibilmente) estremamente misurato, rende difficile sapere in che misura i leader del paese siano consapevoli delle sfide sopra analizzate. Più grave, questa scelta di parole rinforza illusioni ingenue e la depoliticizzazione nell’opinione pubblica.

L’altra parte della sfida ruota intorno alla questione della democratizzazione della gestione politica e sociale del paese.

Mao ha formulato e implementato un principio generale per la gestione politica della nuova Cina che si può riassumere in questi termini: chiamare a raccolta le forze della sinistra, neutralizzare (aggiungo io: e non eliminare) la destra, governare dal centro sinistra. Secondo me, questo è il modo migliore per concepire una maniera efficace di avanzare per conquiste successive, comprese e supportate dalla maggioranza. In questo modo, Mao ha dato un contenuto positivo al concetto di democratizzazione della società, combinandolo con il progresso sociale nella lunga strada verso il socialismo. Mao ha formulato il metodo per implementare questa strategia: “la linea di massa” (discendere tra le masse, apprendere le loro lotte, tornare all’apice del potere). Lin Chun ha analizzato con precisione il metodo e i risultati che questo rende possibile.

La questione del come connettere la democratizzazione con il progresso sociale – che contrasta con l’idea di una “democrazia” scollegata dal progresso sociale (e anzi spesso associata ad un regresso sociale) non è un problema solo cinese, ma di tutti i popoli del mondo. Non si può riassumere in una singola formula un metodo per perseguire con successo questo obiettivo che sia valido in tutti i luoghi e in tutti i momenti storici. In ogni caso, la formula offerta dalla propaganda dei media occidentali – più partiti ed elezioni – dovrebbe essere semplicemente rifiutata. Inoltre questo tipo di “democrazia” si trasforma in una farsa persino in Occidente, e ancora di più in altri parti del mondo. La “linea di massa” era il metodo per produrre consenso intorno a successivi obiettivi strategici, in costante avanzamento. Questo contrasta con il “consenso” ottenuto nei paesi occidentali attraverso la manipolazione dei media e la farsa elettorale, che non è nulla più che un allineamento con i bisogni e le richieste del capitale.

Ma oggi in che modo la Cina potrebbe iniziare a ricostruire l’equivalente di una nuova “linea di massa” all’interno delle nuove condizioni sociali? Non sarà facile perché’ il potere della leadership, che all’interno del Partito Comunista si è spostata in gran parte verso destra, basa la stabilità della sua gestione sulla depoliticizzazione e sulle illusioni ingenue che la accompagnano. Il successo stesso delle politiche di sviluppo rafforza la tendenza spontanea a muoversi in questa direzione. Tra le classi medie cinesi è radicata la convinzione che la strada maestra per raggiungere [catch up] i livelli di vita dei paesi ricchi sia ora aperta, priva di ostacoli; è anche radicata la convinzione che gli stati della triade (USA, Europa, Giappone) non si opporranno a questo processo; e i metodi statunitensi sono anche acriticamente ammirati. Questo è particolarmente vero per le classi medie urbane, che si stanno rapidamente espandendo e le cui condizioni di vita sono incredibilmente migliorate. Il lavaggio del cervello a cui gli studenti cinesi sono sottoposti negli Stati Uniti, in particolare nelle scienze sociali, accompagnato ad un rifiuto degli insegnamenti ufficiali – noiosi e privi di fantasia– del marxismo, hanno contribuito a restringere lo spazio disponibile per dibattiti critici e radicali.

Il governo cinese non è insensibile alla questione sociale, non solo per via della tradizione di un discorso fondato sul marxismo, ma anche perché il popolo cinese, che ha imparato a combattere e continuare a farlo, forza la mano del governo. Se, negli anni ’90, questa dimensione sociale era passata in secondo piano di fronte alle priorità immediate di accelerare la crescita, oggi la tendenza si è invertita. Nello stesso periodo in cui le conquiste socialdemocratiche di sicurezza sociale stanno venendo smantellate nell’opulento Occidente, la povera Cina sta attuando l’espansione della sicurezza sociale su tre dimensioni: sanità, alloggio e pensioni. La politica di edilizia popolare cinese, diffamata dal China bashing della destra e della sinistra europea, sarebbe invidiata non solo in India o in Brasile, ma persino nelle periferie di Parigi, Londra o Chicago!

La sicurezza sociale e il sistema pensionistico coprono già il 50 percento della popolazione urbana (che è aumentata, ricordiamo, da 200 a 600 milioni di abitanti!) e il Piano prevede di aumentare la popolazione coperta all’85% nei prossimi anni. Lasciamo ai giornalisti del China bashing l’onere di trovare esempi comparabili nei “paesi hanno intrapreso il percorso democratico” sempre oggetto dei loro elogi. Ciononostante, il dibattito rimane aperto sui metodi di attuazione del sistema pensionistico. La sinistra sostiene un sistema retributivo, come in Francia, basato sul principio di solidarietà tra i lavoratori di oggi e le diverse generazioni – che prepara il terreno per il socialismo a venire – mentre la destra, ovviamente, preferisce l’odioso sistema di fondi pensione degli Stati Uniti, che divide i lavoratori e trasferisce il rischio dal capitale al lavoro.

Tuttavia, la costruzione di un sistema di welfare è insufficiente se non viene legata alla democratizzazione della gestione politica della società, con la sua ri-politicizzazione attraverso metodi che rafforzino l’invenzione di forme creative per il futuro socialista / comunista.

Seguire i principi di un sistema elettorale multipartitico, come promosso fino alla nausea dai media occidentali e dai praticanti del China bashing, e sostenuto dai “dissidenti” presentati come autentici “democratici”, non è una risposta adeguata al livello della sfida. Al contrario, l’unico effetto che potrebbe avere in Cina l’attuazione di questi principi, come dimostrato da tutte le esperienze del mondo contemporaneo (in Russia, Europa orientale, mondo arabo), sarebbe l’autodistruzione del progetto di “emersione” e di rinascimento sociale, cosa che è in realtà l’obiettivo reale di coloro che promuovono questi principi, mascherati di una vuota retorica (“non esiste altra soluzione che le elezioni multipartitiche!”). Eppure allo stesso tempo non è sufficiente contrastare questa soluzione sbagliata con un arroccamento sulla rigida posizione di una difesa del privilegio del “partito”, esso stesso sclerotico e trasformato in un’istituzione dedicata al reclutamento di funzionari per l’amministrazione statale. Qualcosa di nuovo deve essere inventato.

Gli obiettivi di ri-politicizzazione e di creazione di condizioni favorevoli all’invenzione di nuove risposte non possono essere ottenuti attraverso campagne di “propaganda”. Possono essere promossi solo attraverso lotte sociali, politiche e ideologiche. Ciò implica il preliminare riconoscimento della legittimità di queste lotte e una legislazione basata sui diritti collettivi di organizzazione, espressione e proposta di iniziative legislative. Ciò implica, a sua volta, che lo stesso partito sia coinvolto in queste lotte; in altre parole, reinventare la formula maoista della linea di massa. La ri-politicizzazione non ha senso se non è unita a procedure che incoraggiano la graduale conquista di responsabilità per i lavoratori nella gestione della loro società, a tutti i livelli: aziendale, locale e nazionale. Un programma di questo tipo non esclude il riconoscimento dei diritti dell’individuo. Al contrario, presuppone la loro istituzionalizzazione. La sua attuazione renderebbe possibile reinventare nuovi modi di usare le elezioni per scegliere i leader.

Ringraziamenti

Questo documento deve molto ai dibattiti organizzati in Cina (novembre–Dicembre 2012) da Lau Kin Chi (Linjang University, Hong Kong), in associazione con la South West University di Chongqing (Wen Tiejun), Renmin e Xinhua Università di Pechino (Dai Jinhua, Wang Hui), il CASS (Huang Ping) e agli incontri con gruppi di attivisti dal movimento rurale nelle province di Shanxi, Shaanxi, Hubei, Hunan e Chongqing. Estendo a tutti loro i miei ringraziamenti e le mie speranze che questo documento sarà utile per le discussioni in corso. Sono molto debitore anche alla mia lettura degli scritti di Wen Tiejun e Wang Hui.

1 China bashing (letteralmente, colpire la Cina) si riferisce allo sport preferito dei media occidentali di ogni tendenza, sfortunatamente anche quelli di sinistra, che consiste nella denigrazione sistematica, anche nella criminalizzazione, di qualunque cosa fatta dalla Cina. La Cina esporta paccottiglia a basso prezzo nei mercati del terzo mondo (questo è vero), un crimine orribile. Ma produce anche treni ad alta velocità, areoplani e satelliti le cui qualità tecnologiche sono lodate in occidente, ma la Cina non dovrebbe avervi accesso! Sembra che pensino che la costruzione in massa di case per la classe lavoratrice non sia altro che l’abbandono dei lavoratori negli slums e paragonano la “disuguaglianza” in Cina (dove le case per la classe lavoratrice non sono ville opulente) a quella in India (ville opulente a fianco degli slums) etc. Il China bashing risuona col pensiero infantile che si può trovare in alcune corrente dell’impotente sinistra occidentale: se non è il comunismo del ventitreesimo secolo, è tradimento! Il China bashing partecipa alla campagna sistematica per mantenere l’ostilità verso la Cina, in vista di un possibile attacco militare. L’obiettivo non è nulla di meno del distruggere le possibilità di un’autentica emersione di un grande popolo del sud globale.

2 Rivolta contro la dinastia Qing, che ha portato a una feroce guerra civile tra il 1850 e il 1864. Marx scrisse della rivolta nel 1853, descrivendola come una rivolta di classe contro le conseguenze delle ingerenze imperialiste delle guerre dell’oppio. Amin discute la rivolta in Forerunners of the Contemporary World: The Paris Commune (1871) and the Taiping Revolution (1851–1864) . NdT.

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