“Stiamo cercando di costruire l’umanità”

image_pdfimage_print

Abbiamo tradotto la presente intervista a Vijay Prashad da parte del Qiao Collective (un collettivo della diaspora cinese con posizioni anti-imperialiste) sullo sviluppo della pandemia di COVID-19, e di come questa stia impattando sui sempre più delicati equilibri internazionali di scontro fra macro-blocchi.

Esplosa all’interno di quello che abbiamo definito un sostanziale stallo nella competizione internazionale, con l’egemonia USA in declino https://tinyurl.com/ycleuq5k ma l’assenza di altri attori sufficientemente forti per cercare un conflitto aperto, la pandemia sta sicuramente accelerando alcune contraddizioni nello scenario internazionale.

L’intervista, partendo da un commento ad un articolo scritto da Prashad e altri autori che presenta nel dettaglio la linea temporale della Cina per la risposta pandemica (“China and Coronashock”, che abbiamo tradotto per Contropiano: ttps://tinyurl.com/yd3nubjt discute di aspetti fondamentali riguardo al processo di trasformazione della Repubblica Popolare cinese e la sua sempre crescente influenza internazionale.

Per l’approfondimento di alcuni temi toccati nell’ intervista rimandiamo anche ad altri contributi che abbiamo tradotto e pubblicato: riguardo alla definizione del regime cinese al di là della semplicistica contrapposizione socialismo/capitalismo vedi https://tinyurl.com/y92qfecz ; riguardo invece al sempre maggiore peso internazionale della Cina e il suo ruolo nella costruzione di istituzioni finanziarie scollegate dal sistema del dollaro vedi https://tinyurl.com/ycem7njv

Vijay Prashad è il direttore di Tricontinental, un’istituzione internazionale a stretto contatto con i movimenti, focalizzata sullo stimolare un dibattito intellettuale al servizio delle aspirazioni delle persone. È uno storico e giornalista indiano, autore di trenta libri, tra cui Washington Bullets, Red Star Over the Third World, The Darker Nations: A People’s History of the Third World e The Poorer Nations: A Possible History of the Global South.

“Stiamo cercando di costruire l’umanità”

Vijay Prashad sul socialismo cinese e l’internazionalismo oggi

COLLETTIVO QIAO: Tricontinental ha recentemente pubblicato un bellissimo rapporto intitolato “China and Coronashock“, che presenta nel dettaglio la linea temporale della Cina per la risposta pandemica e corregge molte notizie americani fuorvianti sulla presunta “risposta pasticciata” della Cina e il suo aver messo a tacere “chi voleva che la verità venisse fuori”. Perché ha ritenuto importante offrire questa correzione, e perché pensa che il governo degli Stati Uniti e i media mainstream stiano calcando la mano su questa storia della cattiva gestione cinese?


VIJAY PRASHAD: È un’ottima domanda. Vorrei iniziare dicendo che ho personalmente sempre avuto un grande interesse per le epidemie e le pandemie. Infatti, il primo pezzo che ho pubblicato è stato sull’epidemia di colera del 1832. È interessante perché l’epidemia di colera inizia nel Bengala, vicino a dove sono nato, nel 1817 e viaggia via terra attraverso la Russia, parti del Medio Oriente e poi arriva in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. E continua per 100 anni. C’è l’epidemia del 1832, l’epidemia del 1848, e così via.

È letteralmente un viaggio di cento anni di colera. Quando era in Russia, nei porti baltici, i francesi dicevano: “Non arriverà mai qui perché questo è colera asiatico. Gli esseri umani inferiori soffrono di questa roba. Non ci influenza. Non ce lo prenderemo. Inoltre, siamo una democrazia. Non solo siamo caucasici, ma siamo una democrazia”. Naturalmente il maledetto colera arrivò, devastò l’Europa e devastò la Gran Bretagna.

Mi interessa molto il modo in cui queste epidemie, pandemie e malattie sono razzializzate. Nel momento in cui Trump ha usato la frase “virus cinese”, mi sono detto, suvvia, andiamo! Sa, Mr. Trump, deve essere uno scherzo, perché ci sta riportando a una narrazione imperialista del 19esimo secolo su una pandemia. Tu sei solo parte di una vecchia narrazione sull’Asia che “ci porta malattie “. Quando in realtà sappiamo che alcune delle peggiori epidemie hanno avuto origine in Occidente. L’influenza aviaria del 1918, la cosiddetta influenza spagnola, non aveva nulla a che fare con la Spagna. Sapete, la povera Spagna – la Spagna è stato l’unico paese che ha segnalato l’influenza e quindi è stata chiamata influenza spagnola. Ma l’influenza ha la sua origine in Kansas. Nasce in un allevamento militare di polli. Queste epidemie derivano da agricoltura industriale, invasione delle foreste, è un problema di modernità. Non ha nulla a che fare con i cinesi o gli asiatici, e leggerlo secondo quelle lenti è offensivo. Questa è stata la prima motivazione. Pensavo che questo dovesse essere detto.

In secondo luogo, in Cina c’è un dibattito, un dibattito comprensibile: quando l’avete scoperto per la prima volta? È stato il 26 dicembre? È stato il 5 dicembre? Il governo stesso sta indagando su quello che è successo. C’era un difetto nel sistema, e così via? Questo è importante. Quando la gente dice “la Cina reprime, la Cina ha fatto questo”, vedono la Cina come un’entità monolitica. Non esiste una cosa chiamata Cina, amici. C’è un governo in cui ci sono persone in competizione che litigano tra loro. Ci sono governi provinciali. Ci sono medici che non sono d’accordo con altri medici. Voglio dire, è una società umana. Non è una Cina. Sai, come i Borg, dove pensano tutti allo stesso modo.

Così con i miei colleghi [Du Xiajun e Zhu Weiyan] abbiamo deciso, proviamo prima a stabilire la linea temporale. Quand’è stato che i primi dottori nell’Hubei hanno detto, guarda, c’è un problema qui? C’è un’influenza sconosciuta. Cosa sta succedendo? Opacità nei polmoni e scansioni C.T. Questo è insolito, et cetera, et cetera. Diamo un’occhiata alla linea temporale.

Quando i medici hanno informato l’amministrazione dell’ospedale? Quando l’ospedale ha informato il CDC [Centers for Disease Control and Prevention ovvero Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, NdT] della Cina? Infine, quando hanno informato l’OMS? Ricostruire questa linea temporale era importante anche solo come esercizio.

La seconda domanda da sollevare è: c’è stato un dibattito all’interno delle istituzioni cinesi? Sì, c’è stato un dibattito. È importante metterlo in chiaro, sapete. E questa è stata la seconda cosa, evidenziare gli elementi di quel dibattito.

Qualcuno è stato rimproverato? Sì, qualcuno è stato rimproverato perché, indovinate un po’? Immaginate – sono un medico. Vedo qualcosa. Lo metto su un account Wechat, sui social media con i miei amici. Vengo rimproverato. È la cosa più normale del mondo. Sai, il comandante di una nave americana esce e scrive una lettera sul giornale della sua città o la fa trapelare al telegiornale. E l’amministrazione Trump lo toglie dal comando della nave. Sarebbe in questo caso un insabbiamento? No. Ha operato al di fuori della catena di comando. È una cosa diversa.

Qualcuno doveva uscire pubblicamente sottolineando alcuni punti ragionevoli:
Uno: la professione medica cinese, inizialmente a Wuhan, nello Hubei, non sapeva cosa stava affrontando. Questo è importante metterlo bene in chiaro. Non è come se il 26 dicembre sapessero “Ok. Questo è il nuovo coronavirus.” Voglio dire, non avevano idea di cosa fosse. Questo è molto importante. Abbiamo dovuto raccontare la storia: Come hanno imparato cos’era, quando hanno informato il CDC cinese, cosa che è avvenuta appena tre giorni dopo. Il 26 dicembre hanno già informato il CDC cinese.

Tre giorni dopo, il CDC cinese informò l’OMS. Il 31 dicembre, il capo del CDC Cina chiama il CDC USA. È solo una questione di giorni. Non hanno ancora un nome per il virus e hanno già informato gli americani. E continuate a dire che hanno insabbiato la storia. Voglio dire, che fine ha fatto l’integrità di base dei giornalisti? Il capo del CDC statunitense ha dichiarato “Sono stato chiamato durante le vacanze. Il capo del CDC cinese stava piangendo al telefono con me.” Questo è il capo del CDC statunitense che dice che queste informazioni sono state fornite il 31 dicembre 2019.

Allora perché l’Associated Press dice che la Cina ha insabbiato tutto dal 14 gennaio al 20 gennaio? Come hanno potuto insabbiarlo quando già all’inizio di gennaio, l’OMS, sul proprio account Twitter e sul proprio sito web, ha detto che c’era un problema serio a Wuhan? Stanno giocando una partita ideologica, fondamentalmente per due motivi. Numero uno, si può dare alla Cina la colpa di tutto. Anche se abbiamo sbagliato, se non ci siamo preparati, Trump non si è preparato, gli italiani non si sono preparati. Sapete, se i leader occidentali non si sono preparati. Non incolpare i leader occidentali. Incolpa la Cina. È una cosa molto comoda. E questa è una ragione.

L’altra ragione è, sapete, si può sempre tirare fuori l’asso del razzismo. È la cosa più facile del mondo dire, “Guardate i cinesi. Mangiano cibo bizzarro. Non solo mangiano cani ma anche pangolini e pipistrelli e Dio solo sa cosa.” Ma se guardate la letteratura scientifica, gli scienziati dicono che non conosciamo il percorso di trasmissione. Sai, non possiamo dare per scontato che sia pipistrello, pangolino, poi esseri umani. Non è così facile. Ora stanno venendo fatte dichiarazioni molto calunniose sul fatto che l’Istituto di Virologia di Wuhan stesse sviluppando il virus e se lo sia fatto scappare. Ma dai. La letteratura scientifica dice che non c’è una spiegazione diretta, unica, ma il 90 per cento dei media e l’amministrazione Trump, Mike Pompeo e altri, stanno giocando un duro gioco ideologico. Quindi è davvero contro quel gioco politico anti-scientifico e altamente ideologico che noi tre autori abbiamo ritenuto valesse la pena di scrivere l’articolo.


COLLETTIVO QIAO: Siamo curiosi di sentire i vostri pensieri su come il COVID-19 stia plasmando le dinamiche geopolitiche esistenti. Abbiamo visto lotte intestine e la concorrenza per scarse forniture mediche tra le nazioni europee, bisticci tra gli Stati Uniti e l’UE, e gli aiuti da Cuba e dalla Cina in luoghi come l’Italia e la Spagna hanno avuto molta visibilità.
Cosa pensa del ruolo della Cina nella geopolitica globale, in particolare in termini di creazione di spazio per le relazioni multilaterali al di là di un sistema mondiale egemonico degli Stati Uniti? E come potrebbe questa pandemia plasmare queste tendenze?


VIJAY PRASHAD: Per prima cosa, torniamo un po’ indietro. Se si guarda indietro a questo periodo molto denso tra il 2001 e il 2004, vediamo gli Stati Uniti andare in guerra in Iraq, la turbolenza finanziaria della bolla dot-com, la SARS colpire l’Asia orientale, che tra l’altro era appena uscita dalla crisi finanziaria del 1997. Questo è stato un periodo denso di avvenimenti.

C’era molta preoccupazione per quello che stavano facendo gli americani. La guerra in Iraq ha dimostrato alla gente in molti di questi paesi che il governo degli Stati Uniti è fuori controllo. Sono andati in guerra contro l’Iraq, senza preoccuparsi realmente di avvertimenti ragionevoli. Sono andati e hanno distrutto il paese. Prima di questo, la Cina in particolare era stata piuttosto reticente ad aderire a piattaforme di cooperazione internazionale con i paesi del Terzo Mondo. La Cina ha svolto un ruolo interessante all’ONU. Per esempio, c’era un gruppo negli anni ’60 chiamato G-77, un blocco di paesi in via di sviluppo. La Cina non si unì a quel blocco. Ma usava tutti i suoi voti con il G-77, così in molte risoluzioni, vedete: “G77 più C, G77 più C.”

È stato così per molto tempo. Sai, proprio durante gli anni di Deng Xiaoping, c’era la sensazione che la Cina avrebbe collaborato con questi paesi, ma non voleva essere vincolata da affiliazioni formali. Quindi è solo dopo il fiasco della guerra in Iraq che abbiamo visto il governo cinese nei negoziati internazionali, in particolare per quanto riguarda i sussidi alle colture agricole nel Nord Globale. Alla riunione di Cancun del 2003 si è discusso dell’ordine mondiale e del commercio e del modo in cui i regimi di sussidi dovrebbero funzionare. Ci sono state domande sui finanziamenti per lo sviluppo, dibattiti sulle eccezioni brevettuali per farmaci come i farmaci contro l’AIDS e così via. A quel tempo, India, Brasile e Sudafrica crearono un blocco noto come IBSA. Questo fu il primo grande tentativo di articolare sulla scena globale questa teoria della multipolarità. Hanno detto: stiamo entrando in un mondo duro e unipolare. Gli Stati Uniti stanno portando avanti la loro agenda mafiosa. Abbiamo bisogno di aria e ossigeno nell’ordine mondiale. E la Cina inizia ad entrare e ad essere coinvolta in questi negoziati commerciali, questioni tecniche su come costruire le relazioni commerciali, in particolare intorno ai servizi finanziari. La Cina ha iniziato a prendere posizione, a farsi coinvolgere da questi paesi.

Quindi quando alla fine si forma il blocco BRICS, non è BRIS più C, sapete, la Cina è diventata un membro a pieno titolo del blocco BRICS. Allo stesso tempo, la Cina ha iniziato a tenere questi forum Africa-Cina a Pechino, poi in alcune parti dell’Africa. La Cina è diventata un membro attivo in questo sorta di mossa diplomatica per il multipolarismo. Via via che in Brasile e in India sono andati al potere governi di destra, e un governo tendente alla destra in Sudafrica, negli ultimi anni i teorici cinesi hanno incominciato a parlare di bipolarità. Si chiedono se non sia inverosimile l’emersione di un mondo multipolare, ma potrebbe invece venirne fuori uno bipolare. Ci potrebbero essere un polo americano e un polo cinese. Questa è una direzione razionale verso cui andare. E forse i russi avranno qualche rapporto con i cinesi. E quindi abbiamo visto un rafforzamento dei legami con la Russia, sulla sicurezza, l’economia, l’esercito e così via. E quindi è partita una discussione pratica di lungo periodo su come ri-orientare il commercio e così via.

Devo dire, tuttavia, che negli ultimi dieci anni molti dei tentativi di creare istituzioni alternative, ad esempio banche alternative, un FMI alternativo, non hanno avuto successo. Molte istituzioni non si sono concretizzate. Qualcuno deve fare un’autopsia: perché, tra il 2009 e il 2019, questo progetto molto promettente non è stato in grado di fornire cose come una Banca mondiale alternativa, un FMI alternativo, un’alternativa al sistema SWIFT, in modo da non essere legati a un sistema di trasferimento di denaro basato sull’Europa? Sono questi sistemi finanziari egemonici che impediscono all’Iran e al Venezuela sotto sanzioni di accedere alla finanza internazionale. Perché queste istituzioni alternative non sono state costruite? È una domanda molto importante. La Banca Asiatica di Sviluppo è controllata dalla Banca del Giappone, che essenzialmente è leale al Tesoro americano. Non è proprio una Banca di Sviluppo Asiatica. È una banca Giappone-Stati Uniti. Ha sede a Manila, dà aiuti allo sviluppo in Asia, ma non è esattamente un’istituzione indipendente. Perché non sono stati costruiti? Questa è una domanda importante.

Credo che la crisi del COVID-19 abbia nuovamente portato sul tavolo la questione della multipolarità. Ma non è abbastanza avere un approccio emotivo alla questione. Bisogna capire, dove sono le istituzioni? Quali istituzioni hai intenzione di costruire? Se gli U.S.A. escono dall’UNICEF, dall’UNESCO, dall’UNRWA, dall’Agenzia Palestinese, e ora dall’OMS. Qualcuno verrà ad occuparsi di queste istituzioni? Ne saranno costruite altre?

Quindi la questione della multipolarità non è solo una questione di dire “c’è una Cina in emersione, un enorme tasso di crescita del PIL, l’Occidente è in declino.” Non funziona così. Ci sono gli Stati Uniti, con un esercito enorme, che controllano le istituzioni internazionali. Finché questa è la situazione, non c’è multipolarità.

COLLETTIVO QIAO: Siamo particolarmente interessati a quanti consulenti e esperti di politica economica degli Stati Uniti hanno inquadrato questa pandemia come conseguenza della “globalizzazione andata storta” in un modo che incolpa in modo particolare l’eccessiva dipendenza degli Stati Uniti dalla produzione cinese. C’è l’idea che sia stato un errore integrare la Cina nelle catene globali di fornitura quanto ha fato l’occidente, e che il COVID-19 sia il punto di rottura per questa relazione. Cosa pensi che questa pandemia significhi in particolare per il futuro delle relazioni commerciali USA-Cina e per il ruolo giocato in precedenza dalla Cina nell’economia globale come “fabbrica del mondo” più in generale?

VIJAY PRASHAD: ci sono tre cose che penso debbano essere dette. La prima è che voglio contestare le affermazioni secondo cui “abbiamo globalizzato troppo e portato la Cina nella catena [di fornitura]” – guardiamo il contesto storico. È vero che esiste una relazione tra pandemie e reti di trasporto. Ovviamente, se non fossimo collegati l’uno con l’altro, una pandemia non potrebbe esistere perché la definizione di pandemia è che attraversa i confini. Se ci fossero più controlli alle frontiere e meno aerei, sarebbe più difficile. Ad esempio, ho detto prima che la prima pandemia moderna è il colera del 1832. Ma se gli inglesi non avessero colonizzato l’India, allora magari non avrebbero portato il colera dal Bengala all’India. Voglio dire, che sfortuna che siate venuti e abbiate colonizzato il Bengala!

Non è qualcosa di nuovo. Se prendi l’influenza [‘spagnola’] del 1918, 1919, distrusse il mondo. Ma la Cina è stata marginalmente colpita da quell’ondata epidemica. La ragione è che la Cina non era completamente integrata nel mondo in quel momento. Non c’erano così tante ferrovie in Cina. I cinesi non venivano portati avanti e indietro dal paese. Sì, c’era lavoro forzato nei Caraibi, in alcune parti del sud-est asiatico e così via, ma non andavano avanti e indietro. Il sessanta per cento delle persone morte nell’influenza 1918-1919 proveniva dall’India. E la ragione per cui sono morti è perché i soldati sono tornati dalla Prima guerra mondiale e quei soldati hanno riportato l’influenza nei porti e ha devastato le comunità in India.

Quindi il 60% dei decessi globali ha avuto luogo in India rispetto a una percentuale quasi trascurabile in Cina, perché non c’erano truppe di ritorno dalla prima guerra mondiale e così via. Quindi per queste persone ridurre la globalizzazione al periodo che va dal 1990 ad oggi è banale. La globalizzazione in senso generale è una lunga storia di colonialismo, di utilizzo di truppe da una parte del mondo in un’altra, e così via. Quindi dovremmo respingere l’idea che la globalizzazione sia un fenomeno recente, solo di qualche decennio, il che è una sciocchezza. In realtà è un’amnesia su quello che è stato il colonialismo.

Quello di cui le persone che fanno questo tipo di affermazioni stanno parlando è la nuova catena di fornitura, costruita con città di frontiera cinesi che ora sono decisamente integrate nella parte manifatturiera della catena di fornitura e così via. Questo è un fatto nuovo, su questo concordo. Ma ammettiamolo, ragazzi, se siete un’azienda manifatturiera tedesca, un’azienda high-tech, continuerete a produrre. E se non a Wuhan, ti sposterai altrove, ma rimarrai comunque in Cina. Perché? Beh, quanti lavoratori tedeschi sono disposti a lavorare alle condizioni in cui lavorano i lavoratori cinesi? I lavoratori cinesi sono convenienti per un paio di ragioni. Uno è che sono altamente qualificati, perché il tasso di alfabetizzazione è molto più alto in Cina che in India, in Ghana o persino in Brasile. Sono anche molto più disciplinati. Hanno imparato la disciplina. Sono più sani. In India, ci sono pandemie in continuazione, semplicemente non vengono chiamate pandemie perché attraversano gli stati indiani ma non escono dal paese. Quindi, per molte ragioni, la classe lavoratrice cinese non sarà semplicemente licenziata. È molto difficile uscire da questo particolare problema della catena di fornitura. Il 90% della vitamina C utilizzata negli Stati Uniti proviene dalla Cina. Quindi dici: OK, ora produciamo vitamina C negli Stati Uniti. Come hai intenzione di farlo? Quali lavoratori sono disposti ad andare a lavorare in una fabbrica che produce compresse di vitamina C a quel prezzo?

E se dici, ok, mangiamo solo arance. Chi le raccoglierà? Quanti lavoratori nati negli Stati Uniti sono disposti a prendere quegli stipendi scadenti per raccogliere le arance in Florida? Non succederà. Quindi è molto difficile spostare l’infrastruttura della catena di fornitura. Ma anche culturalmente, intendo, quanti lavoratori statunitensi sono disposti a lavorare per circa sei dollari l’ora? Non succederà se le aziende non sono interessate. Sono abituate ad avere ampi margini. Quindi, in questo senso, il cambiamento non sarà così veloce.

Ma la Cina è stata estremamente consapevole e prudente riguardo all’abbraccio satanico che ha stretto con i mercati occidentali. Questo è un problema molto serio per il governo cinese. In molti modi, la Belt and Road Initiative [nota in Italia come La Nuova Via della Seta, NdT] è un modo per uscire dalla dipendenza cinese dai mercati degli Stati Uniti e dell’Europa. La riduzione della povertà sta ancora facendo crescere il mercato interno in Cina. Ma ci sono anche questi altri mercati, in Asia centrale, in Medio Oriente, ecc. Si comprende che questo abbraccio satanico [con i mercati occidentali] non è sostenibile. La Cina presta denaro ai consumatori statunitensi, che poi acquistano beni cinesi, ma la maggior parte dei profitti non viene accumulata in Cina perché le grandi aziende ne riportano in patria una gran parte. Ma questo surplus che va avanti e indietro è ridicolo. Il surplus cinese sta coprendo il fatto che le aziende statunitensi non hanno aumentato i salari in circa 35 anni.

Quindi la Cina sta cercando di migliorare la propria posizione? Non penso che nulla sia così chiaro. Penso che vi siano delle contraddizioni. L’establishment cinese, gli intellettuali e il governo sono molto cauti su questo particolare periodo. Perché a seguito del COVID-19, i volumi degli scambi globali sono diminuiti del 32 percento. Quindi questo sta avendo un impatto in Cina. Puoi rimandare le persone alle fabbriche. È successo, fino all’80% di capacità. Ma i porti non sono aperti perché potrai pure spedire una nave al porto di Los Angeles, ma la situazione è sostanzialmente congestionata. Quindi penso che in Cina l’atteggiamento non sia “oh adesso vinceremo”. L’atteggiamento è sobrio: in primo luogo bisogna affrontare il COVID-19. In secondo luogo, dobbiamo determinare una strategia a lungo termine per far fronte a questa nuova turbolenza nel mondo. Ma bisogna dire una cosa dell’establishment cinese, che questi intellettuali non pensano in termini di due, tre mesi, pensano in decenni, in 10, 20, 50 anni. Hanno progetti a lungo termine.

COLLETTIVO QIAO: Molte persone prendono l’integrazione della Cina in un sistema economico capitalista globale come prova che la Cina abbia abbandonato il percorso socialista. Ma ovviamente è importante vedere cosa succede quando il capitale entra in Cina, come la Cina sta reinvestendo il surplus che è in grado di catturare con questo sistema e così via. Naturalmente la domanda “La Cina è ancora socialista” è semplicistica, ma come pensi che noi marxisti possiamo affrontare criticamente questa domanda?

VIJAY PRASHAD: Voglio riformulare ciò che mi stai chiedendo. Queste domande: la Cina ha restaurato il capitalismo? La Cina è socialista? Penso che queste domande siano sbagliate perché sono, in un certo senso, domande non marxiste. Una domanda non marxista è: “questa cosa è questo oppure quello?”. Queste domande binarie vogliono una risposta diretta.

Ma la tradizione marxista è una tradizione diversa. Crediamo che la storia umana abbia luogo attraverso una serie di difficili contraddizioni tra le aspirazioni delle persone, i loro rapporti sociali e le forze di produzione che ereditano. Queste cose stanno in una certa tensione. Poi ci sono le tradizioni che abbiamo ereditato. Il materialismo storico è una tradizione molto ricca di comprensione di come avviene il cambiamento. Sai, solo perché c’è una rivoluzione non significa che il giorno dopo ci sarà il comunismo. Non funziona così. Quando si è formata la Repubblica Sovietica, i primi dieci, quindici discorsi della leadership che si possono leggere sono pieni di dubbi. Come creiamo [una società comunista]? Come possiamo iniziare un processo di costruzione socialista? È un processo, non è un evento. Sai, una rivoluzione è sia un evento che un processo. Ma la costruzione socialista è un lungo processo ed è un processo che prevede un dibattito perché stai ereditando le istituzioni del passato. Devi trasformarle. Stai ereditando i tuoi limiti.

Perché tutte queste rivoluzioni avvengono nei cosiddetti paesi arretrati, Russia, Cina, Cuba, Vietnam – un paese che ha subito una guerra chimica dagli Stati Uniti. La sua agricoltura fu distrutta dal napalm e dall’Agente Arancio [defoliante usato dalle truppe statunitensi in Vietnam, NdT]. E poi ora la gente chiede: “perché non è socialista?” Amici, non potete distruggere l’agricoltura di un paese e poi dire “Oh, beh, dovrebbero solo collettivizzare”. Lungo l’intera pista di Ho Chi Minh, non puoi coltivare nulla lì per mille anni, forse puoi perfino morire se mangi quella roba. Quindi bisogna avere una certa pazienza.

E in Cina, ci sono stati una serie di dibattiti nel tempo. Non solo all’interno del movimento comunista, ma un più ampio dibattito nella società cinese. Qual è la strada da seguire? Se guardi l’esperienza cinese e sovietica negli anni ’80, sono esperienze molto diverse. Ciò che la leadership cinese comprese rapidamente era che i cambiamenti tecnologici stavano avvenendo molto rapidamente. Ricordo di aver letto i documenti interni della South Commission, presieduta da Julius Nyerere [Commissione di esperti da paesi del Sud del mondo presieduta dall’ex presidente della Tanzania Julius Nyerere, creata dai alcuni paesi di questa area per analizzare lo sviluppo del sud del mondo e fare raccomandazioni su strategie di sviluppo. NdT]. E i membri della Commissione cinese erano molto, molto interessati a come avvenivano questi trasferimenti di tecnologia e scienza. Capirono che erano, usiamo una vecchia parola, arretrati nella scienza e nella tecnologia di cui avevano bisogno per imparare a conoscere l’informatizzazione e le nuove forme di produzione delle cose e così via.

Quindi, in Cina, hanno capito: è meglio imparare queste cose perché non possiamo nutrire la nostra gente nel modo in cui lo facciamo ora. Alcune persone credono, facciamo avanzare le forze produttive in modo da poter trasportare meglio le risorse. E questo è un modo legittimo di pensare alle cose. Non puoi socializzare la povertà. Questo è quello che è successo in Cambogia. Ma questa non è una forma legittima di costruzione socialista, in cui prendi il potere e poi dici, beh, siamo poveri, quindi ora dividiamo la povertà tra tutte le famiglie. Questa non è una strada percorribile. Questa è una cosa romantica. Alcuni intellettuali che vivono in un appartamento con un computer possono romanticizzare di socializzare la povertà. Ma non è accettabile. Non puoi condannare le persone all’analfabetismo e alla fame e dire adesso facciamo tutti un po’ la fame. Questo non è accettabile per me. Quindi la questione dell’avanzamento delle forze produttive sembra dura e forse non sono d’accordo con tutto ciò che è stato fatto, ma capisco che l’argomento è reale e all’interno della Cina c’è una discussione di lungo corsa su quanto si può avanzare in quella direzione.

E puoi vedere [quello che è successo con] Hu Jintao, Xi Jinping, in ogni momento bisogna ricalibrare. Sai, ora stiamo vedendo la disuguaglianza diventare troppo alta. Quindi abbiamo bisogno di più attenzione ai poveri. Questo è un dibattito e per ignorarlo devi essere completamente disinteressato al fatto che i cinesi siano sia intellettuali che politici. Questa è una specie di razzismo incipiente.

[Se fai questo genere di affermazioni] Non sei interessato al fatto che ci sia un dibattito nel Partito Comunista. È un partito molto grande. Ci sono milioni di persone lì e ci sono fazioni e gruppi e discutono tra loro. Cheng Enfu, uno studioso dell’Accademia cinese delle scienze sociali, ha scritto un brillante pezzo che identifica le diverse scuole di pensiero in Cina: ci sono maoisti, ci sono neoliberali, identifica persino dei liberali Jeffersoniani, perché c’è un dibattito. E l’ironia è che gli intellettuali cinesi ti stanno dicendo che ci sono dei dibattiti. Quindi non capisco. O non c’è libertà di parola o questi intellettuali cinesi mentono. Certamente puoi dire che bisognerebbe consentire opinioni più estreme nel dibattito politico. Ma non puoi dire che non c’è libertà di parola.

Quindi, se qualcuno in Occidente mi dice, beh, sai, la Cina, è soltanto un paese capitalista. Bene, hai diritto a un’opinione poco informata. Ma prima di esprimere tale opinione, puoi nominare due importanti dibattiti che hanno avuto luogo nella società cinese negli ultimi tre anni? Conosci i nomi di cinque persone in Cina che scrivono sulla povertà? Sai che tipo di schemi anti-povertà ci sono? E per quanto riguarda COVID-19, perché la reazione cinese è stata così diversa? Sia la reazione dello stato che l’azione pubblica, il socialismo, non riguardano solo lo stato. Si tratta di comitati di vicinato, organizzazioni e associazioni civili. Perché la loro reazione è così diversa?

Com’è possibile che in un distretto 440.000 persone si siano offerte volontarie? Nei paesi industrializzati avanzati, le persone non sanno fare volontariato. Sai, prendi sei persone che si occupano di fare volontariato. Bello, bellissimo. Le persone sensibili sono là fuori che danno da mangiare ai senzatetto e così via. Ma quattrocentoquarantamila persone si sono offerte volontarie. In Kerala, quattro milioni e mezzo di donne su un totale 17 milioni fanno parte di una cooperativa chiamata Kudumbashree. Sono là fuori che danno da mangiare alle persone, fanno mascherine e disinfettanti per le mani. Se vuoi chiedere, qual è il socialismo in Kerala, qual è il socialismo in Cina: guarda la qualità dell’azione pubblica, i comitati di quartiere e il volontariato.

Forse avrai visto l’affascinante video dei dottori Wuhan in fila, che si toglievano le mascherine, uno ad uno, come ballerini. Se guardi attentamente, ognuno di loro aveva il bavero del Partito Comunista. Erano tutti membri del Partito Comunista. Il fatto è che il partito ha preso i dottori e ha detto, guarda, preferiamo che tu vada lì [a Wuhan] perché ti sei impegnato a servire le persone. Se ci sono medici non membri del Partito che vogliono essere lì, possono esserci. Ma se vogliono andarsene, li sostituiremo con te perché ti sei impegnato a servire le persone. Questa è un’azione pubblica. Lo stato non ha detto loro di andare lì, glielo ha detto il Partito Comunista. So che alcune persone direbbero che il Partito Comunista e lo Stato sono la stessa [in Cina]. Non è vero. Non sono la stessa cosa. Ci sono istituzioni nella società cinese che sono al di fuori del Partito Comunista. Quindi guardiamo alla questione più realisticamente, non in questo modo stereotipato per cui tutto è determinato dall’alto in basso, c’è un imperatore. Ci sono centinaia di anni di stereotipi sulla Cina che eclissano persino l’anticomunismo.

COLLETTIVO QIAO: Cosa ne pensi delle accuse, provenienti principalmente dall’Occidente, che la Cina sta diventando un potere imperialista? Soprattutto per quanto riguarda la sua Belt and Road Initiative, il corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) [una serie di progetti di infrastrutture co-finanziato dalla Cina per rafforzare il network di trasporti del Pakistan, NdT] e altri programmi di infrastrutture e investimenti. Sempre più progressisti accettano il presupposto che queste azioni siano predatorie. Cosa ne pensi di queste accuse? E se non sono motivati solo dal profitto, quale motivo pensi abbia la Cina nell’espandere le sue relazioni, in particolare con i paesi del Sud del mondo?

VIJAY PRASHAD: Quindi, in primo luogo, penso che sia importante chiarire cos’è l’imperialismo. Perché è facile usare quella parola in modo peggiorativo, ma cos’è l’imperialismo? Una scorciatoia molto rapida per definirlo è: l’imperialismo implicherebbe che il tuo sistema economico si basa sull’uso di forze extra-economiche a livello internazionale di un tipo o dell’altro per ottenere vantaggi per le tue aziende.

Questo potrebbe essere un paese che dice: se non acquisti da noi, allora useremo la forza diplomatica e militare per sanzionarti o in qualche modo rendere la tua vita miserabile. Quindi finirai per darci il contratto. Certo, è più complicato di così, ma penso che sia un buon schizzo in miniatura. Quindi prendiamo il continente africano, perché questo è il punto più sensibile di questa conversazione.

Nel 1885, i paesi europei si riunirono a Berlino. E senza che fosse presente nessun africano, si divisero il continente tra di loro. Quindi l’intero continente africano era diviso tra potenze europee e anche gli Stati Uniti erano presenti alla riunione. Non facciamo finta di nulla riguardo al passato. All’incirca dal 1880, quando vi fu questo intervento coloniale diretto, fino agli anni ’60 e in alcuni casi agli anni ’70, l’Occidente sottrasse effettivamente la sovranità del popolo africano. E non tornerò nemmeno alla tratta degli schiavi, sto solo parlando del 1880 al 1970. L’Occidente ha essenzialmente rubato la sovranità del popolo africano e saccheggiato il continente. La più orrenda è la storia in Belgio, ovviamente, dove Leopoldo ha praticamente spazzato via la popolazione per guadagnare un sacco di soldi. OK, mettiamolo sul tavolo. Questo, lo sappiamo, è colonialismo. Sappiamo anche che è imperialista perché dopo che l’Occidente ha “lasciato” il continente africano, come scrisse Kwame Nkrumah nel suo libro del 1965, Neo-colonialismo: sei partito, ci hai restituito la sovranità politica, ma a quel punto ci avevi costretto a cedere la sovranità economica. Persino ai giorni nostri i paesi francofoni in Africa fanno parte del franco francese e i loro profitti sono sostanzialmente nelle banche francesi. Questi paesi hanno un’indipendenza economica limitata. Se guardi al Congo, cioè, è fondamentalmente un saccheggio gratuito per le grandi società. Glencore, che è registrato in Svizzera, è il più grande estrattore di cobalto dal Congo. Ammettiamolo, sono sostanzialmente le aziende minerarie europee, australiane, canadesi e americane che continuano a saccheggiare il continente. Le principali aziende che stanno attualmente sfruttando il continente africano provengono da Australia, Canada, Stati Uniti e molti paesi europei. Questa è la maggior parte dello sfruttamento.

La Cina ha una storia molto diversa in Africa. La sua storia iniziale era quella di orientamento maoista: la costruzione della ferrovia TAZARA [una serie di progetti di infrastrutture co-finanziato dalla Cina per rafforzare il network di trasporti del Pakistan, NdT], le relazioni col governo di Julius Nyerere in Tanzania e così via. Tra le persone che hanno dato il benvenuto ai cinesi in Africa per dargli assistenza tecnica, c’era A.M. Babu, una persona fantastica, di orientamento maoista, che fece anche parte del governo di Nyerere. Durante questo periodo, l’intervento del governo cinese in Africa era largamente basato su relazioni tra stato e stato.

Con le riforme del 1978 le cose hanno cominciato a cambiare. Le imprese cinesi hanno cominciato ad arrivare e a partecipare agli appalti. Prendiamo il caso dello Zambia. Le imprese cinesi partecipano all’appalto, non arrivano e vanno dal presidente del paese a dire: “Se non ci date questo progetto ci ritiriamo e chiediamo al Fondo Monetario Internazionale di non aiutarvi sulle prossime rate del debito”.

Finora, le evidenze che abbiamo ci suggeriscono che le imprese cinesi, anche quelle di proprietà statale, fanno le loro offerte in maniera competitiva. E quale tipo di commercio vediamo? L’economia cinese è cresciuta rapidamente e molte delle materie prime che vanno in Cina non rimangono in Cina. Partono dalle miniere di cobalto della Glencore, vanno in una fabbrica cinese dove vengono lavorate e poi vendute in occidente. La Cina è il luogo in cui le materie prime sono lavorate e trasformate in beni, ma non restano in Cina. Anche quando una compagnia statale o privata cinese estrae minerali in Africa, spesso finiscono a compagnie europee o americane che hanno la produzione in Cina. Questo non succede sempre, ma spesso.

Siamo chiari: questo fa parte del capitalismo moderno. Lo Zambia ha le materie prime, in un altro mondo non dovrebbe venderle a un prezzo così basso. Noi vorremmo che il rame non venisse venduto a così poco, è una cosa preziosa. Dobbiamo trovare una maniera per cui un paese come lo Zambia generalizzi i profitti del rame presso tutta la popolazione. È scandaloso che nella cintura del rame in Zambia il 60% dei bambini non sappia leggere. Questo succede perché la ricchezza viene estratta e non viene dato nulla in cambio alle persone che vivono lì. Questa è un punto cruciale e problematico. Ma la Cina non è l’attore responsabile qui. L’attore responsabile è il capitalismo, dovremmo concentrarci su questo.

È comodo per la stampa attaccare la Cina per il suo “colonialismo” in africa. Siamo seri, c’è una lunga storia di colonialismo vero. Questo è commercio. Io ho un problema col capitalismo. E ho anche un problema con questo tipo di commercio. Ma non è la Cina l’autore, la Cina partecipa a un sistema mondiale, è una questione più grande, separata. Il problema è il capitalismo globale, non la Cina.

Ora, se tu mi chiedi se la Cina fa affari in maniera diversa da altri paesi e altre imprese, la risposta è: “Dipende”. Ci sono entità private che fanno affari, non hanno obblighi, perché dovrebbero? È il capitalismo. Se un’impresa privata cinese arriva e partecipa a un appalto per la costruzione di un ospedale, è per motivi umanitari o per vincere il contratto? Non siamo ingenui, se un’impresa privata costruisce una strada è per guadagnarci qualcosa. Ma quando si parla dei governi è un po’ diverso. La Belt and Road Initiative in Pakistan è un buon esempio. Il governo cinese sa da tempo che c’è bisogno di integrazione in Asia, è una cosa di cui gli “intellettuali della Belt and Road Initiative” parlano da tempo. Sono stato a un bar nell’Università Tsinghua a Beijing, c’erano tre studenti pakistani e sei o sette studenti cinesi che parlavano in mandarino fluente tra di loro, perché gli studenti pakistani arrivano a studiare mandarino in questi college. Questa è integrazione. Sono stato in università in Cina dove gli studenti mi hanno parlato in Urdu. Tutto questo ha solamente a che fare con la possibilità di poter fare affari qui? Certo, una parte riguarda il commercio. Ma c’è un altro lato, che non voglio esagerare ma che c’è. Ci sono vantaggi reciproci in questo scambio. Quando c’è stato il terremoto in Pakistan, sono arrivati gli aiuti dei dottori cinesi. Quando c’è stato il terremoto nel Sichuan nel 2008, sono arrivati i medici pakistani. Questa è la costruzione di una relazione tra popoli. E ti faccio questo esempio perché spero ardentemente che l’India e la Cina sviluppino una relazione, che l’India e il Pakistan sviluppino una relazione, che l’India e il Bangladesh… sarebbe un sogno. Questi paesi dovrebbero cooperare. Una parte della Belt and Road riguarda il commercio, certo, ma una parte riguarda la cooperazione.

Quando ci sarà una linea ferroviaria tra Shanghai e il Lago Van in Turchia, questo porterà le persone avanti e indietro. Non sarebbero fantastico per gli iraniani poter andare a fare le vacanze a Shanghai e avere più interazioni, più contatti personali? Uno dei lati negativi dell’era post-coloniale è che sono stati gli occidentali a poter girare il mondo, mentre gli altri popoli del mondo non potevano permettersi di muoversi. Dalle riforme del 1978 si possono vedere più turisti cinesi in giro per il mondo, molti di più. Vorrei vedere più interazione tra le persone. E spero che il COVID-19 non significhi una ritirata da questo tipo di interazioni, perché non è stato il cosmopolitismo che ha causato la pandemia.

COLLETTIVO QIAO: È interessante come la storia del colonialismo occidentale in Africa sia cancellata e rimpiazzata da discorsi sulla supposta depredazione cinese. Spesso la relazioni USA-Cina vengono inquadrate come rivalità tra imperialismi, con l’assunzione che la Cina stia semplicemente cercando di ricreare le strutture di dominio che abbiamo visto con l’imperialismo e il colonialismo occidentale, lasciando semplicemente le nazioni povere dell’Africa e dell’America Latina nella trappola del sottosviluppo e dell’estrattivismo.

Ma quando guardiamo agli investimenti delle imprese statali cinesi in posti come lo Zambia o la Bolivia prima del colpo di Stato, sembra esserci un modello alternativo di sviluppo che va contro la trappola neoliberale del sottosviluppo del FMI. Per esempio, la Bolivia si è rivolta agli investimenti cinesi per aiutare a nazionalizzare la sua industria del litio e per costruire imprese statali di produzione di litio in modo che la Bolivia potesse appropriarsi di parte del processo a valore aggiunto che è stato a lungo dominio esclusivo delle società occidentali. Pensate che la Cina stia offrendo un modello alternativo di sviluppo per le nazioni del Sud del mondo?

VIJAY PRASHAD: Penso che la questione delle vie di sviluppo sia una questione delicata. Per molti anni l’idea è stata che l’occidente avrebbe fornito aiuti ai paesi, aiuti condizionati. Vi diamo soldi, ma dovete usarli per comprare I nostri beni. È un po’ come un credito di facciata, fai indebitare qualcuno per fargli comprare i tuoi prodotti. Il modello di aiuti occidentale è stato così negli anni seguenti alla decolonizzazione. La Banca Mondiale forniva alcuni prestiti, tu potevi costruire alcune infrastrutture e vedere come andava. Ma ovviamente era tutto aiuto condizionato, non era reale.

I giapponesi avevano un’altra teoria, la chiamavano “teoria delle anatre in volo”. Secondo la teoria ogni regione del mondo ha una sua “anatra guida” che le altre seguono in formazione a V. L’anatra guida è quella con la tecnologia più avanzata, e quando fa un avanzamento tecnologico passa la tecnologia precedente all’anatra appena successiva e così via a cascata. Quindi, se la tecnologia più avanzata è il 5G, puoi passare all’anatra successiva la lavorazione del litio. Penso che ora come ora il modello dell’anatra in volo sia il migliore a disposizione. Quello che sta facendo la Cina è essenzialmente il modello delle anatre in volo. Mentre la Cina avanza nella fase digitale, nella nuova fase di tecnologia, è meglio che il litio venga lavorato in Bolivia. Questo è il modello dell’anatra in volo, ed è molto meglio del modello occidentale che era essenzialmente lasciare le nazioni più povere al livello dell’estrazione delle materie prime. Il modello occidentale di aiuti diceva: “Estraiamo la materia prima e la processiamo, sviluppiamo le nuove tecnologie e avremo la proprietà intellettuale. Noi prenderemo tutto, voi non prenderete niente”. Più si segue il modello occidentale, più il mondo diventa sbilanciato. E c’è un altro problema: se un paese ha tutto il surplus commerciale e gli altri paesi sono tutti in debito, come distribuisci quel surplus? Non c’è un meccanismo per farlo. Tutto quello che puoi fare è continuare a dare aiuti o prestiti, quindi indebitare di più le nazioni. Il meccanismo occidentale di reimpiego del surplus era essenzialmente un circolo di debito perenne. Questo era il modello di sviluppo occidentale.

Ora sembra che il governo cinese stia usando il modello delle anatre in volo. La domanda è: c’è un meccanismo reimpiego del surplus? Il governo cinese dice: “Se abbiamo un grande surplus, lo trasferiremo costruendo molte infrastrutture”. Almeno secondo il mio punto di vista, i cinesi hanno sviluppato una forma di meccanismo di reimpiego del surplus. Io sottolineo la questione dello sviluppo e delle questioni macroeconomiche. Abbiamo bisogno di un solido dibattito internazionale sulla creazione di migliori meccanismi di reimpiego del surplus. Per esempio, la Germania ha un surplus, la Grecia ha un deficit. Come si fa in modo che il surplus tedesco finisca in Grecia? Non è che sono soldi della Germania, è che un paese si appropria di più ricchezza di un altro paese. È così che funziona il capitalismo.

Sulla questione del commercio internazionale mi pare che i cinesi abbiano preso questa posizione: “Si, questo commercio ci beneficia, abbiamo un grande surplus della bilancia commerciale, e adesso lo distribuiremo creando infrastrutture di trasporti.” Penso sia molto più produttivo del modello di aiuti esteri, ma è ancora insufficiente. Questi surplus non dovrebbero essere distribuiti in maniera più democratica? Ora il governo cinese dice: “Costruiremo una strada qua, una ferrovia là”. Io penso che ci sia bisogno di avanzare verso uno stadio in cui ci siano organizzazioni regionali, e mondiali, che facciano da meccanismo di dibattito. Si tratta di un gioco a somma zero: quando costruisci una linea ferroviaria la città lungo la linea si sviluppa, la città che non è lungo la linea soccombe. Ma questo non è giusto, c’è bisogno di un ragionamento di equità regionale, quindi c’è bisogno di istituzioni pubbliche che siano in grado di prendere decisioni sulla redistribuzione del surplus. Non può essere tutto in mano a un paese. La Cina sta facendo un lavoro ammirevole, ma non si può lasciare la decisione sul reimpiego del surplus al paese con il surplus. È una discussione che va portata avanti.

COLLETTIVO QIAO: Negli ultimi anni si è intensificata l’aggressione USA contro la Cina: il cosiddetto “perno sull’Asia” [“Asian pivot”, NdT], l’espansione delle basi americane attorno alla Cina, gli accordi sugli armamenti con i paesi confinanti e così tante distorsioni mediatiche sulla Cina. Perché pensi che gli USA stiano montando questa aggressione politica, militare e mediatica? Con queste tensioni in ascesa, credi sia possibile quello che qualcuno chiama un “asse della resistenza” contro il dominio americano?

VIJAY PRASHAD: Partiamo dalla prima parte della domanda. È vero che gli USA stanno usando ogni tipo di influenza a loro disposizione per provare a rallentare la crescita cinese e prevenire un’influenza della Cina sul mondo. Negli agli anni ’90 e 2000 gli USA hanno forzato due volte il governo giapponese a modificare il tasso di cambio tra dollaro e yen. Hanno provato ripetutamente a farlo anche con la China, ma la Cina ha rifiutato. C’è stato un riaggiustamento dei tassi del renminbi, ma la Cina è stata meno disponibile, meno flessibile dei giapponesi. Che la Cina non si sia piegata ha davvero scocciato gli americani.

Ci sono molte maniere di “circondare” la Cina. Di recente l’amministrazione Trump ha svelato la sua strategia indo-pacifica, che è essenzialmente un approccio USA-India-Australia. Hanno concesso a questi paesi i prestiti del Millennium Challenge per includerli nella strategia indo-pacifica. Quindi, da un lato abbiamo questo tentativo statunitense di costruire varie strutture internazionali.

Dall’altro lato, non credo ci sia un asse della resistenza, e personalmente non mi piace questo linguaggio perché penso che i motori vadano raffreddati, non scaldati. Penso che l’approccio di molti di questi governi – I venezuelani, i cinesi, i cubani – sia stato molto sobrio. Fondamentalmente dicono: “Vedete, non vogliamo uno scontro”. Il governo venezuelano dice: “Vogliamo la fine delle sanzioni, non vogliamo uno scontro”. I cinesi non vogliono uno scontro, vogliono che tutto questo finisca. Penso sia sbagliato assorbire l’energia negative delle forze imperialiste e rimandarle indietro dicendo di essere la resistenza. Non è così, per due motivi. Il primo è che io penso che questi paesi siano pienamente consapevoli di non poter veramente affrontare un confronto militare reale con gli USA. Gli USA hanno una capacità militare enorme. Nessun ufficiale cinese vuole questo. E neanche in Venezuela, neanche leader dell’opposizione come Falcon e Capriles. Ogni volta che gli USA mandano le navi da guerra reagiscono dicendo di mandarle indietro, non le vogliono, nessuno le vuole. Per questo penso sia sbagliato questo tipo di linguaggio. Non mi piace, neanche come modo di belligeranza sui social media.

La seconda ragione per cui è sbagliato è che non è il futuro che vogliamo costruire. Non vogliamo un castello circondato da un fossato. Vogliamo costruire l’umanità. Non vogliamo un secolo di tensioni tra le parti del mondo. Non è una guerra del popolo cinese contro il popolo americano. Questa è una guerra tra l’imperialismo e il futuro. E penso che accettare questi termini dell’asse di resistenza sia accettare i termini degli imperialisti. Noi rigettiamo questo scontro, vogliamo costruire il futuro, un futuro di socialismo senza scontri. Penso che sia importante dire che rifiutiamo questo quadro imperialista.

Vogliamo costruire l’umanità, è quello il nostro obiettivo. Penso che ogni attitudine che vada contro il progetto di costruzione dell’umanità sia sbagliato. Penso che sminuire i popoli negli Stati Uniti o in Europa sia un’attitudine sbagliata. Ci sono persone che lottano nella loro situazione e dobbiamo allearci con tutti i popoli contro questo sistema che è criminale. Penso che questo sia internazionalismo genuino, che sia compassione genuina e che questo paesi socialisti siano interessati in questo.

Sai perché la Cina ha manifestato tutto questo interesse per l’Italia, mandando rifornimenti per l’epidemia? È perché dopo il terremoto del Sichuan, I medici italiani sono andati là. Pochi, non mandate dal governo. Non so chi li abbia mandati, ma sono andati medici italiani, insieme a medici pakistani. E il loro ruolo è stato sottolineato dai media cinesi. La Cina non si è chiusa in maniera nazionalista dicendo: “Noi, i cinesi, abbiamo fatto tutto da soli”. No, e quando c’è stato un problema in Italia non è stato difficile decidere di mandare aiuti. Questo è il tipo di umanità che vogliamo costruire. Non vogliamo costruire una competizione tra nazionalismi, l’antiimperialismo non è una competizione tra nazionalismi. L’antiimperialismo è l’umanità contro l’imperialismo. Questo è fondamentale, non è solo un posizionamento morale ed etico per i socialisti. Ma penso che sia giusto. Non mi piace lo sciovinismo, sono nazionalista in un senso socialista, non in senso deleterio. Credo nel diritto all’autodeterminazione dei paesi nel senso più largo. Non nella maniera ristretta e arida. Non dobbiamo essere nemici. Siamo il futuro, non uno specchio del nemico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *