Chi vince alle elezioni della Comunità Autonoma Basca?

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Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti) – “Herri Gorri”

Come Rete dei Comunisti abbiamo tradotto questa interessante presa di posizione dell’organizzazione marxista-leninista basca “Herri Gorri” sulle elezioni che si sono tenute il 12 luglio sia nei Paesi Baschi Spagnoli che in Galizia.

Il documento restituisce un quadro dell’evoluzione elettorale recente in Euskadi caratterizzata dall’astensione – in particolare tra i ceti popolari – la conferma della storica classe dirigente politica della borghesia basca – il PNV – la scomparsa di Podemos e l’affermazione della sinistra indipendentista basca – il EHBildu -, “erede” di Herri Batasuna sul fronte della rappresentanza politica.

Quasi metà dell’elettorato non si è recato alle urne, i “centristi” del PNV prendono il 39%, Euskal Herria Bildu il 27%, mentre Podemos quasi dimezza i propri rappresentanti passando da 11 a 6 seggi…

Ma il comunicato va oltre prendendo di petto la questione della progressiva de-politicizzazione degli strati più vulnerabili del proletariato ed i settori giovanili analizzando a fondo la questione dell’astensione, una scelta (quest’ultima) dettata per la maggior parte non da un rifiuto del sistema politico vigente né dai proclami astensionisti di una parte della sinistra indipendentista basca. Questo è un nodo politico che ci tocca da vicino e pensiamo che sia un terreno di riflessione propedeutico all’agenda politica dei comunisti a livello continentale: come essere un punto di riferimento organizzativo per i settori del nostro blocco sociale? Come dare rappresentanza politica adeguata agli esclusi dal patto sociale nella crisi?

Appare chiaro anche dalle recenti affermazioni di Pablo Iglesias al quotidiano francese “Le Monde” – che da un giudizio positivo ai limiti dell’entusiasta sull’accordo dei 27 leader della UE questo lunedì – come la formazione che co-governa con i socialisti a livello statale – Sánchez ha definito l’accordo un “autentico piano Marshal” (!) – siano avviati a tappe forzate verso la loro trasformazione in forza compiutamente neo-socialdemocratica, assumendo le “compatibilità” del sistema politico sia in UE che in Spagna come proprio unico orizzonte.

Stando alle proprie affermazioni appare chiaro come la formazione, nonostante la serrata auto-critica che aveva annunciato Iglesias all’indomani del voto non ci sia stata: si prende atto del suo mancato radicamento e della sue lotte intestine, ma non si accenna al fatto che essere al governo con quello che si gridava essere uno dei pilastri della “trama” come il PSOE sia stato un elemento oltremodo penalizzante. È chiaro che per le classi subalterne basche e ancora a maggior ragione per quelle galiziane il “populismo di sinistra” di Podemos abbia perso qualsiasi capacità d’attrattiva e che questo “oggetto politico” sia stato né più né meno che una “bolla elettorale” che sta uscendo con le ossa rotte dalle battaglie intestine, scissioni e defezioni.

I successi vantati da Iglesias, per cui l’azione di Podemos sarebbe stata indispensabile, per una parziale in versione di tendenza rispetto all’austerity nella politica spagnola non sembrano essere stati percepiti come uno scarto significativo rispetto al passato.

Buona Lettura

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Questa è la classica domanda che i media si pongono il giorno dopo le elezioni. La risposta delle varie parti in genere tende ad essere decisamente simile: per la maggior parte di loro sembrerà che nessuno di loro abbia perso. Vediamo persino il rappresentante del PP Iturgaiz affermare sin da domenica, una volta noti i risultati, di essere riuscito a “battere i sondaggi”. Tra tutte le sciagure che sono accadute in questi mesi ai lavoratori dei Paesi Baschi, non è male oggi rallegrarsi per la sconfitta dello “spagnolismo”, che lo pone sempre più in una posizione assolutamente residuale. Facendo una prima analisi elettorale, partito per partito, possiamo sottolineare quanto segue:

-Il PNV [Partito Nazionalista Vasco], nonostante la notevole perdita di voti (circa 50.000), esce rafforzato da quest’ultima competizione elettorale. Si ottiene, come aveva previsto Ortuzar [presidente del PNV], un seggio in più per provincia, il che lo consolida ancora più come prima forza nonostante siano ancora lontani da una maggioranza assoluta, che nessuno ha mai raggiunto nel Parlamento di Gasteiz. La cosa più notevole è il consolidamento del blocco nel governo PNV+PSE, che è passato da 37 seggi a 41, dando loro una maggioranza assoluta che non avevano nell’ultima legislatura. Questo significa che non devono ricorrere a terzi per portare avanti le loro iniziative, come abbiamo visto negli ultimi anni, in cui erano sostenuti da Elkarrekin Podemos. Ovviamente, questo consolida i Jeltzales [nome con cui si indica gli iscritti al partito], e permetterà loro di affrontare la cosiddetta “ricostruzione nei Paesi Baschi” senza contare né sulle forze progressiste della sinistra del PES (EH BIldu e Elkarrekin Podemos) né sullo spagnolismo. Dal nostro punto di vista, questo significa un passo indietro quando si tratta di aspettarsi riforme di rilevanza sociale nei Paesi Baschi, poiché le forze progressiste non hanno più quella piccola scappatoia che permetteva loro di fare pressione sul PNV+PSE da posizioni in generale più trasformative. In generale, il blocco di potere che abbiamo visto caratterizzarsi è consolidato e rafforzato nella CAV [Comunità Autonoma Vasca].

-Il caso di EHBildu ha una doppia lettura.

Da un lato, è rafforzata come l’unica alternativa minimamente praticabile al PNV nel CAV (se qualcosa del genere esiste) ottenendo 22 posti, che è il suo massimo storico. Si rafforza enormemente ad Araba (dove storicamente la sinistra abertzale aveva più problemi) e riesce a eguagliare nuovamente nel suo feudo storico, Gipuzkoa, il PNV. Non si può trascurare il fatto che la somma di tutti i deputati dei partiti a livello statale in Parlamento (PSOE+PP+VOX+PS+CS) dà esattamente lo stesso numero di deputati di EHBildu, 22, un fatto che preoccupa Pablo Casado. Non va dimenticato che l’alta astensione, che analizzeremo più avanti, ha giovato ad alcuni versi all’estrema destra di Vox, ma anche alle due principali forze politiche in questo momento nella CAV, il PNV e EHBildu. Tuttavia, come abbiamo sottolineato nel punto precedente, la nuova maggioranza assoluta ottenuta dal PNV+PSE fa perdere loro un grande meccanismo di pressione che avevano in mano durante l’ultima legislatura. Tutto questo si basa sull’idea che un ipotetico tripartito tra EHBildu + PSE + Elkarrekin Podemos sia oggi una chimera nella CAV.

Un altro fatto degno di nota che possiamo sottolineare nel caso di EHBildu è che non riesce a capitalizzare la perdita di voti che Elkarrekin Podemos ha subito, poiché migliora i risultati con 20.000 voti in più, ma siamo ben lontani dagli oltre 80.000 che la formazione viola ha perso in queste elezioni. Ci si chiede quindi se ci troviamo di fronte al tetto elettorale della coalizione abertzale. L’ascesa strutturale che Otegi [segretario di EHBildu] ha sottolineato è vera, ma è accompagnata da un’alta astensione che aiuta le due forze politiche più consolidate e strutturate della CAV. La loro forza tra i giovani (a cui si contrappone una decisa debolezza tra i più anziani) è il dato principale che può far pensare che una maggiore ascesa sia ancora possibile, e tutto questo in particolare se si tiene conto che Elkarrekin Podemos è stato devastato, come vedremo più avanti.

Infine, è anche importante sottolineare che i risultati di EHBildu lasciano i settori critici della sinistra abertzale in una situazione decisamente complessa, così come la sua linea di ricostruzione di un “movimento socialista rivoluzionario di liberazione nazionale” appare tutta in salita: infatti gli appelli al boicottaggio e all'”astensione rivoluzionaria” non sono stati assunti dalla base di EHBildu in modo significativo. Non c’è dubbio che i risultati del processo sovranista catalano, insieme a una posizione più pragmatica sulla questione nazionale e sull’indipendenza incondizionata e unilaterale, hanno portato EHBildu a un rafforzamento del suo profilo di “sinistra”, sia in vista del confronto con il PNV all’interno dello spazio nazionalista basco, sia per integrare settori non nazionalisti di sinistra ma con posizioni aperte all’autodeterminazione, che vengono dallo spazio di Podemos.

-I socialisti baschi rimangono praticamente gli stessi di quattro anni fa. Da quando sono entrati in coalizione con il PNV, stanno perdendo la forza che avevano in alcune zone del paese, come la riva sinistra, che è nelle mani dei Jeltzal ormai da otto anni. Gli oltre 20 posti che avevano in passato ormai è un lontano ricordo. Come in tutte le coalizioni di governo (chiedete a Podemos), il secondo in comando è stato svantaggiato nella competizione elettorale. Né sono riusciti a ottenere alcun ritorno elettorale dall’affondamento di Elkarrekin Podemos attraverso quello che è stato chiamato “effetto Pedro Sánchez”, che ci mostra che le dinamiche e la logica di Madrid non funzionano nella CAV. Il suo ruolo non cesserà di essere quello della stampella del PNV, legato dagli accordi di questo a Madrid. La vicinanza del voto sul bilancio generale dello Stato non fa che rafforzare la posizione jeltzale, che probabilmente acquisterà più peso nel futuro governo basco a scapito del già scarso peso che avevano i socialisti. Anche se alcune voci mettono in dubbio l’alleanza con il PNV, questa non sembra essere in pericolo.

-L’affondamento di Elkarrekin Podemos è l’evento più importante di queste elezioni. Un partito che in 4 anni ha avuto 4 segretari generali e che è passato dalla vittoria alle elezioni generali alla posizione residua che Ezker Anitza aveva storicamente nella CAV. Il buco nero di cui parlavano alcuni ex leader dell’UI si sta ripresentando per la formazione viola. Nella realtà pre15M nella CAV c’erano 4 famiglie politiche solide (PNV, IA, PSE e PP) e una quinta che appariva e scompariva. Questo ruolo marginale, che Ezker Anitza ha avuto storicamente fino all’alleanza del 2016 con Elkarrekin Podemos, è oggi nuovamente realtà. Questo ci porta a pensare che questa formazione si trovi ora al suo minimo “garantito” elettorale, il che a sua volta può significare che EHBildu è al suo massimo, tenendo in considerazione il trasferimento di voti tra di loro dopo la nascita di Podemos. Brutti tempi per una formazione che non è stata in grado di formare una solida struttura nella CAV ed è sempre stata enormemente condizionata da decisioni provenienti dalla leadership dello Stato, cosa che chiaramente non funziona nei casi non solo di Podemos ma anche del PP.

-Si noti che anche la coalizione spagnolista tra i PP e Ciutadanos ha subito un calo significativo. Alla luce dei dati, è probabile che sia stata l’opzione elettorale più colpita dall’astensione, che ha avuto tanto peso nel suo feudo storico, Araba. La formula del raggruppamento con Ciutadanos non funziona, come è successo l’anno scorso a Nafarroa con il caso della coalizione Navarra Suma. Se Feijoo può insegnare qualcosa alla destra spagnola, è che le strategie “autonome”, lontane dai progetti dei leader di Madrid, funzionano meglio. Le particolarità di questi luoghi hanno sempre un grande peso quando si tratta di decidere il voto, e le strategie che vengono viste come imposte dall’esterno raramente ottengono un grande risultato, ed è per questo che le strategie autonome si stanno rafforzando in alcuni luoghi, il che tra l’altro ci dà una buona indicazione dell’importanza per molti elettori dell’autonomia o della sovranità, a seconda della prospettiva che adottiamo.

Vox entra per la prima volta nel Parlamento di Gasteiz nonostante un calo significativo dei voti rispetto alle elezioni generali. L’alta astensione di Araba (la più alta della CAV) gli permette di ottenere un seggio con circa 4000 voti, che gli permetterà di approfondire la sua strategia di tensione con lo sguardo rivolto al resto dello Stato. La loro presenza può servire come riflesso dell’importanza che attribuiscono alla lotta antifascista, sempre da una prospettiva di classe che impedisce all’estrema destra di entrare nei quartieri popolari (cosa che ancora non riescono a fare). Non cadete però nella trappola di dire che questa è la prima volta che l’estrema destra viene rappresentata nella CAV, visto che non molti anni fa avevamo Abascal che occupava una sedia accanto ad altri personaggi come Jaime Mayor Oreja, Maria San Gil o lo stesso Carlos Iturgaiz.

-L’astensione è senza dubbio un’altra delle grandi novità di questa tornata elettorale. È sempre stata alta nella CAV (vale la pena ricordare che era stata ancora più alta nella votazione sullo Statuto) ma questa volta ci da qualche lezione.

La prima cosa da notare è che c’è una correlazione molto significativa tra i livelli di reddito e l’astensione: i quartieri con livelli di reddito più bassi hanno tradizionalmente avuto livelli di astensione più alti rispetto a quelli con redditi più alti, cosa che viene confermata in diversi studi, ma non si può dire che questa maggiore astensione implichi un esercizio attivo, politicizzato e consapevole di rifiuto del sistema. Tra alcuni settori del proletariato più precario, esiste il rischio che il loro astensionismo sia legato a un processo di “lumpenproletarizzazione”, determinato da una distanza dalla politica e da quella che chiamiamo assenza di “capitale culturale” che, oltre alla depoliticizzazione nel suo senso più ampio, implica importanti difficoltà di integrazione in dinamiche di mobilitazione e di organizzazione intorno a un’alternativa al sistema. L’autocritica diventa necessaria quando è evidente che non si riesce a lavorare in modo sostenuto con i settori più colpiti dalla logica capitalista. Faremmo quindi bene a dare centralità a ritornare per le strade a poter ascoltare e imparare da questi settori del proletariato, se vogliamo evitare che il loro processo di “politicizzazione” passi unicamente per la partecipazione elettorale o che si continui a guardare al soddisfacimento dei propri bisogni materiali solo attraverso l’assistenza sociale.

Crediamo anche che i giovani della CAV siano sempre più apolitici. Come ha sottolineato l’Euskobarometro, anche se parte dell’astensione dei giovani è intesa come un rifiuto del sistema, la maggior parte proviene dall’essere stufi di esso e da un disinteresse per la politica. Ciò significa che sarà difficile articolare movimenti che possano affrontare misure che peggioreranno le condizioni di vita della classe operaia, riforme che -tra l’altro- saranno sofferte soprattutto da coloro che entreranno nel mercato del lavoro nei prossimi anni.

In nessun caso possiamo considerare un trionfo il fatto che più di 800.000 baschi si astengano (più del 47% dell’elettorato), poiché la maggior parte di loro non lo fa per dimostrare il loro rifiuto del sistema, ma per mancanza di interesse, per paura legata ai Covid, o per il fatto di essere stufi dopo anni di impoverimento, immersi nella mera sopravvivenza quotidiana.

La sfida che dobbiamo affrontare è enorme, e non possiamo cominciare a confondere i nostri desideri con la realtà. Sarebbe bello che fossimo quasi un milione di baschi consapevoli del loro ruolo di proletariato, ma questo è qualcosa che riteniamo lontano dalla realtà, poiché, nei quartieri più poveri, l’astensione rispetto alla logica elettorale non è stata accompagnata da un aumento significativo dell’organizzazione dei movimenti sociali o da una maggiore ricettività alle proposte di trasformazione sociale.

Alla domanda che dà il titolo alla nostra analisi, possiamo rispondere che in nessun caso il proletariato basco è il vincitore. Come abbiamo fatto notare, il PNV è in questo momento il principale nemico della classe operaia basca. Queste elezioni rafforzano la sua posizione grazie alla maggioranza assoluta raggiunta dai Jeltzales con il PSE: il blocco al potere si rafforza, e continuerà a seguire i Diktat dei datori di lavoro e della borghesia basca rappresentata nella Confebask. La crescita dell’astensione può essere vista come un terreno fertile che può nutrire i movimenti popolari, ma in nessun caso come l’espressione materiale del successo delle tesi più di rottura. Abbiamo ancora molta strada da fare prima di poter contare qualcosa e fare dichiarazioni che contino qualcosa. Noi comunisti abbiamo una lunga strada da percorrere, che si illuminerà se sapremo dove camminare.

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