La proiezione internazionale della Cina nello stallo degli imperialismi

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Paolo Beffa – Lorenzo Piccinini

In questo articolo presenteremo una breve ricostruzione della storia della proiezione internazionale della Repubblica Popolare, per poi ripercorrere come il recente protagonismo cinese stia venendo interpretato in occidente, in particolare riguardo alle teorizzazioni di un “imperialismo” cinese.

Infine abbiamo tradotto e pubblichiamo un articolo dello studioso zimbabwiano Sam Moyo su un aspetto specifico della proiezione internazionale cinese: Prospettive riguardo le relazioni Sud-Sud: la presenza cinese in Africa.

  1. Il contesto internazionale: lo stallo degli imperialismi

Ci troviamo ormai da decenni all’interno di una crisi sistemica del sistema sociale ed economico capitalista, che periodicamente si manifesta sotto forme diverse. Che sia come crisi finanziaria o, come stiamo vivendo in questi mesi, una crisi sanitaria globale che impatta in maniera più forte quei paesi che del libero mercato hanno fatto il proprio feticcio, la causa di fondo rimane la stessa: una disperata difficoltà a livello globale di valorizzazione degli investimenti, che spinge il capitale a cercare i profitti di cui disperatamente ha bisogno nella speculazione finanziaria, nella distruzione dell’ambiente naturale, nel saccheggio del patrimonio pubblico, nelle privatizzazioni barbariche e sregolate.

Con l’esaurirsi della spinta data dalla mondializzazione avviata dopo la caduta del muro di Berlino, questa sempre maggiore difficoltà alla valorizzazione sta portando sempre di più ad una competizione internazionale tra macro-blocchi che si fa sempre più accesa (vedi per un’analisi più approfondita http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/01/21/dazi-monete-e-competizione-globale-lo-stallo-degli-imperialismi-3/). La necessità del capitale europeo (a guida teutonica) di acquisire una scala adeguata allo scontro in atto è per esempio la ragione fondante della costruzione dell’Unione Europea (nonché la ragione dell’opposizione statunitense allo stesso), ed è per questo che, nonostante le laceranti contraddizioni che lo attraversano, il progetto di integrazione europeo è finora uscito più forte da ogni crisi che ha attraversato.

Se quindi il sogno della “fine della storia” teorizzato con il disgregarsi del blocco sovietico si sta infrangendo contro le contraddizioni interne del modo di produzione capitalista, c’è un altro sogno da cui qualcuno sta avendo un brusco risveglio: quello del Nuovo Secolo Americano.

Se infatti è indubbiamente vero che l’imperialismo americano mantiene una posizione dominante in una buona parte delle dimensioni che vanno a determinare gli equilibri globali (come la potenza militare), è altrettanto innegabile che la loro leadership in una serie di settori fondamentali (petrolio, tecnologia, spazio, moneta) stia venendo progressivamente incrinata. Per una disamina più approfondita delle caratteristiche della “crisi dell’Impero Americano” vedi http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/06/24/la-crisi-dellimpero-nord-americano/.

Potendo quindi abbandonare le teorizzazioni di un mondo unipolare a guida statunitense, all’interno del mondo multipolare che va a delinearsi c’è sicuramente un soggetto con una posizione speciale: la Cina.

La Repubblica Popolare Cinese, dopo essere stata per anni complementare all’imperialismo statunitense, a cui ha fornito un mercato per il capitale in eccesso e uno strategico accesso a merci a basso costo, si è trovata negli ultimi anni (anche a causa dell’evoluzione del tessuto produttivo cinese) sempre più spesso nel ruolo di competitor. Le guerre monetarie e quella commerciale avviata dall’amministrazione Obama e alimentata dall’amministrazione Trump sono una declinazione di questo conflitto, che intorno alla gestione della crisi innestata dal COVID-19 si sta esasperando sempre di più.

  1. Storia della proiezione internazionale della Cina

È necessario fare un breve cenno alla storia della Cina. Rispetto alla vulgata mainstream secondo cui le riforme economiche di apertura di Deng Xiaoping hanno rappresentato uno stravolgimento delle politiche estere cinesi, alcuni autori sostengono che il loro peso come spartiacque strategico sia da riconsiderare, in quanto anche durante nell’era di Mao uno degli obiettivi strategici principali era il completamento della rivoluzione anti coloniale e l’emersione come paese indipendente e sovrano (ad esempio, all’interno del nostro ciclo di traduzioni sulla Cina, vedi http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/04/12/lenigma-della-crescita-cinese/ e soprattutto http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/06/21/samir-amin-cina-2013/ ). All’interno di questo processo la Cina ha assunto una posizione divergente rispetto a quella dell’URSS: nel movimento comunista internazionale ha promosso il policentrismo; a livello inter statale ha promosso la collaborazione tra i paesi non allineati, fuori dai blocchi della NATO e del Patto di Varsavia; all’interno del non allineamento ha promosso i “principi di coesistenza pacifica”, inizialmente con l’India (con cui pure ci saranno scontri militari, l’ultimo a giugno 2020) e poi con gli altri paesi partecipanti alla Conferenza di Bandung. Questo l’ha portata ad assumere posizioni anche molto distanti dal resto dei paesi socialisti, portandola per esempio ad essere l’unico paese socialista a riconoscere il governo di Pinochet in nome della “non interferenza” – e questo accadeva nel 1973, mentre in Cina era ancora in corso la Rivoluzione Culturale.

La Cina ha attraversato due momenti di isolamento internazionale, il primo durante gli anni radicali della Rivoluzione Culturale, in cui volontariamente troncò la quasi totalità degli scambi internazionali, salvo poi uscirne con la mossa del cavallo dell’apertura agli USA. Il secondo dopo la repressione del movimento di Piazza Tiananmen nel 1989.

Dopo l’89 ha portato avanti la politica “nascondere le ambizioni e dissimulare gli artigli” formulata da Deng Xiaoping, il cui obiettivo era quello di riguadagnare legittimità nei rapporti internazionali. Questa policy è stata mantenuta almeno fino all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001. Dagli anni successivi è cominciata la preoccupazione in occidente per l’ascesa internazionale della Cina, chiaramente alimentata dalle conseguenze della crisi del 2008-2009.

  1. La Cina nel ventunesimo secolo, come esportatrice di capitali

La Cina è stata 1) un paese sostanzialmente chiuso agli scambi commerciali 2) poi un paese attrattore di capitali esteri (anche se inizialmente largamente nella forma di capitali cinesi di Hong Kong, Arrighi 2007) di materie prime e componentistica, ed esportatore di prodotti finiti 3) ora è ancora in parte importatrice di capitali, materie prime e componentistica, ma anche un paese con rilevanti investimenti esteri. Nel decennio 2000-2010 ha fatto scalpore in occidente il protagonismo cinese in Africa con la creazione del Forum on China-Africa Cooperation (sulla portata e gli effetti di quel protagonismo, si veda l’articolo Prospettive riguardo le relazioni Sud-Sud: la presenza cinese in Africa alla fine di questo articolo).

Negli ultimi anni tiene invece banco la Belt and Road Initiative, l’iniziativa-marchio del presidente Xi Jinping per la costruzione di una serie di infrastrutture terrestri e marittime che colleghino la Cina all’Europa (e alle risorse energetiche africane e del Golfo) transitando per gli oceani pacifico e indiano e per l’Asia centrale. Lungo queste “nuove vie dalla seta” si sviluppano interventi di vario tipo, dall’esternalizzazione di produzione labour-intensive che in Cina non sono più favorite dai piani quinquennali (sia per l’esaurimento dei surplus di lavoro, sia per questioni di inquinamento, sia per la mutazione della produzione verso un anello superiore della catena del valore) alla creazione di poli di innovazione tecnologica. Queste “nuove vie della seta” vengono costellate di zone economiche speciali. L’effetto di questo mastodontico progetto sull’opinione pubblica mondiale e sui decision-makers occidentali è grande, e questo dà la misura di quanto sia cambiato dai tempi di Deng e del “nascondere e dissimulare”. Va però sottolineato, come nota anche Sam Moyo, che mentre i progetti cinesi sono molto appariscenti, spesso altri attori “insospettabili” sono molto più presenti. In Africa la sola Corea del Sud porta più investimenti esteri della Cina. Nei paesi dell’ASEAN il Giappone investe molto di più in progetti infrastrutturali di quanto faccia la Cina con la Belt and Road (https://www.scmp.com/news/asia/southeast-asia/article/3015732/japan-still-leads-southeast-asia-infrastructure-race-even).

Chiaramente una misura puramente quantitativa degli investimenti non può risolvere il dibattito che, all’interno del mondo marxista, si è sviluppato riguardo a questa crescita significativa di investimenti esteri: ovvero, possiamo parlare di un’espansione imperialista della Cina?

Secondo l’economista indiano Vijay Prashad i progetti infrastrutturali della Cina nei paesi africani servono a compensare in parte l’estrazione di risorse primarie a prezzi stracciati (prezzi fissati, secondo Prashad, dalle multinazionali occidentali che continuano a dominare il mercato) e, soprattutto, bisogna andare a distinguere il comportamento del capitale cinese privato dalla cooperazione statale e dagli investimenti guidati dalla pianificazione statale (per un approfondimento vedere l’intervista data al Qiao Collective che abbiamo tradotto qui http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/07/04/stiamo-cercando-di-costruire-lumanita/).

Se Prashad ha sicuramente ragione nell’invocare queste distinzioni, è un po’ più difficile praticarle nell’analisi. Aldilà della notte oscura dei settori più anti cinesi per cui non sarebbero distinguibili privati e statali in quanto entrambi direttamente controllati dal PCC, è innegabile che ci sia comunque un grado di indirizzo dello stato cinese e che in alcuni casi siano in campo privati che sono stati elevati al grado di campioni industriali nazionali sotto forte controllo statale. Tutta l’attuale vicenda attorno alla Huawei e le infrastrutture del 5G ne è un ottimo esempio.

  1. BRICS

La proiezione della Cina nelle relazioni internazionali più conosciuta è sicuramente quella del gruppo BRICS insieme a Brasile, Russia, India e Sud Africa. Sulla reazione di questo gruppo di paesi alla pandemia mondiale abbiamo già scritto http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/05/18/covid-19-e-governance-globale-il-caso-dei-coronabond-cinesi-e-la-banca-dei-brics/.

Ovviamente le letture sul ruolo internazionale dei BRICS sono altrettanto varie quanto quelle sulla Cina in particolare. Ai due estremi ci sono le interpretazioni di chi li ha ritenuti un campo antimperialista definito, come se fossero il campo socialista o il campo dei non allineati, e di chi li ha ritenuti un polo imperialista a sé stante. In mezzo ci sono tutte le varie sfumature di sub imperialismo o di paesi che più o meno sistematicamente occasionalmente riescono a esercitare un’opposizione allo strapotere statunitense sul globo1.

Quello che è sicuro è che i BRICS come li abbiamo conosciuti, nonostante alcuni exploit come quello appunto relativo alla gestione del coronavirus, non esistono più. Continuano gli incontri tra i leader dei 5 paesi, il prossimo si sarebbe dovuto tenere in Russia a luglio ed è stato rimandato a data da definirsi “per via della pandemia”, ma il comune posizionamento anti-americano non c’è più. Il Brasile, prima con Temer, poi con Bolsonaro si è decisamente spostato sotto l’ombrello americano. In campagna elettorale Bolsonaro ha raccolto il sostegno dell’agrobusiness e del settore minerario giurando di proteggere le industrie nazionali dallo shopping cinese.

Ma la frattura principale è ovviamente quella tra India e Cina. Durante il primo mandato di Nerendra Modi (capo del partito BJP, della destra nazionalista induista) aveva comunque mantenuto un minimo di distanziamento dagli americani, mentre nel secondo mandato ha abbandonato ogni remora. L’India ora fa parte del Quadrilater Dialogue insieme agli USA e ai vassalli Giappone e Australia, sta aumentando sistematicamente la cooperazione militare con i paesi dell’area ostili alla Cina, e torna a premere sui confini rimasti congelati dopo la guerra sino indiana del ’67. Sullo scontro armato degli inizi di giugno tra Cina e India, in cui ci sono stati venti morti da parte indiana e un numero imprecisato da parte cinese, le due parti si danno la colpa a vicenda di aver violato gli accordi di de-escalation. L’unica cosa su cui entrambi sono d’accordo è che non ci sarebbe stato uso di armi da fuoco e il numero alto di vittime sarebbe spiegato dalle condizioni estreme del combattimento: in una valle col fondo a 4000 metri sul livello del mare, con dirupi alti centinaia di metri e temperature ben sotto lo zero.

In ogni caso, è innegabile, e riportato anche da fonti anti cinesi, che è stata l’India a scongelare la crisi, andando a costruire infrastrutture permanenti dentro la Actual Line of Control, che non è una linea ma una fascia piuttosto vasta rivendicata da entrambi i paesi, andando contro l’unico accordo che i due paesi avevano concordato in questi decenni (https://indianexpress.com/article/india/india-builds-road-north-of-ladakh-lake-china-warns-of-necessary-counter-measures-6421271/). È alla luce del sole anche il fatto che Modi ha intensificato le operazioni ai confini contesi (non solo con la Cina, ma anche col Pakistan e il Nepal) proprio nel momento in cui la seconda ondata di epidemia stava esplodendo in stati importantissimi come il Maharastra, il Tamil Nadu, il Bengala dell’Ovest (ex bastione dei due Partiti Comunisti indiani, di cui uno molto filo cinese) e il Gujarat (la base di potere di Modi).

Mentre una qualche de-escalation militare è stata raggiunta, l’India ha alzato il tiro economicamente. Sono state bannate decine di app cinesi tra cui i social TikTok e Weibo/Wechat (indispensabile per chiunque abbia contatto commerciali con la Cina) e l’India è stato uno dei primi paesi a tagliare fuori Huawei dai progetti sul 5g, dando anche indicazioni a tutta l’amministrazione statale di tagliare qualunque legame con Huawei.

  1. La recente velocizzazione dello scontro USA-Cina

La pandemia sembra avere accelerato le dinamiche dello scontro internazionale tra gli Stati Uniti e Cina

Da quando abbiamo iniziato il lavoro su questo dossier Cina gli Stati Uniti di Trump hanno accusato la Cina di aver più o meno volontariamente causato la pandemia, hanno di fatto espulso centinaia di miglia di studenti cinesi e stanno mettendo alla porta centinaia di accademici cinesi o di origine cinese anche a costo di fare un danno rilevante alla ricerca. Sono state elevate nuove barriere tariffarie e, in riposta alla legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, gli USA hanno cominciato a restringere il riconoscimento dello “status commerciale speciale” della città. È stata intensificata la campagna politica sul Xinjiang. È stato chiuso il consolato della Repubblica Popolare a Houston con l’accusa di spionaggio, in risposta è stato chiuso il consolato americano a Chengdu. La Cina ha imposto sanzioni al gigante militar-industriale della Lockheed Martin contro la vendita di aerei da guerra a Taiwan e minaccia di tagliare il commercio di terre rare, nel frattempo gli Stati Uniti continuano a manovrare la Settima Flotta nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale. Il ministro degli esteri Pompeo ha addirittura tenuto un discorso rivolto esplicitamente al cambio di regime a Beijing.

Non possiamo naturalmente prevedere come queste tensioni si svilupperanno, ma possiamo cominciare a fare delle ipotesi, consapevoli che l’evoluzione delle dinamiche sarà fortemente influenzato dallo sviluppo della crisi del Modo di Produzione Capitalista che stiamo attraversando.

Un’ipotesi da tenere in considerazione è che l’escalation del conflitto da parte statunitense non sia semplicemente un tentativo di riguadagnare consenso interni da parte di Trump ma un tentativo di definire un “nuovo normale” nei rapporti USA-Cina su cui anche Biden non potrebbe fare retromarcia. Bisogna poi chiedersi anche se nel caso di una vittoria dei Democrats, questi sarebbero intenzionati a fare retromarcia. La bozza di manifesto programmatico di Biden resa pubblico a fine Luglio si differenzia da Trump nella contrarietà a nuove barriere tariffarie, ma conferma la costruzione di un’alleanza regionale anti cinese e la politica di sanzioni in risposta alle mosse politiche di Beijing.

Se questo livello di scontro diventasse il “nuovo normale” delle relazioni, significherebbe la fine della ventennale strategia statunitense di engagement, cioè del tentativo di reclutare la Cina come “numero 2” principalmente con le buone maniere e occasionalmente con le cattive. In questo “nuovo normale” le cattive maniere sarebbero l’approccio standard. Una nuova guerra fredda, ma con un’interdipendenza economica che non può essere superata né in due anni né in un decennio. Per quanto gli USA possano favorire il rientro di produzioni nei propri confini e nei confini di paesi più malleabili, per quanti i cinesi possano rimodulare la propria programmazione economica verso i consumi interni, il disaccoppiamento tra i due poli resterà un processo in tendenza, a meno di un evento traumatico.

Una delle opzioni possibili è la guerra calda. Non lo scontro aperto tra le due potenze con l’uso delle armi nucleari, ma una guerra per procura combattuta con mezzi “tradizionali” in uno o più dei “punti caldi” che circondano la Cina: la penisola coreana, le isole contestate nel Mar Cinese, lo stretto di Malacca da cui passa più dell’80% delle risorse energetiche dirette in Cina, Taiwan, i confini terrestri con l’India. Da decenni gli ambienti statunitensi coltivano il sogno di spezzettare la Cina continentale e farne tante Hong Kong o Singapore utilizzabili come snodi produttivi e finanziari malleabili. L’idea di poter realmente rendere delle città-stato Shanghai, le provincie del Zhejiang e del Fujian, o la provincia del Guangdong, è aldilà della fattibilità. Ma nelle accademie militari e nei circoli politici dei “falchi” viene detto esplicitamente che un limitato scontro militare potrebbe ricondurre il Partito Comunista Cinese a più miti consigli, lasciando margini più ampi di liberalizzazione nelle province interessanti per il capitale transnazionale.

  1. La proiezione internazionale della Cina vista dall’occidente

Da anni a questa parte si è radicata la preoccupazione, all’interno dell’élite americana e, in buona parte, europea che la Cina si rivelasse una “potenza revisionista” del sistema di relazioni internazionali, vale a dire che oltre a crescere economicamente acquistasse anche un peso politico tale da scardinare il sistema di dominio globale vigente, caratterizzato dall’alleanza-competizione fra i paesi della cosiddetta triade imperialista USA-UE-Giappone.

Nella sgangherata sinistra occidentale si è invece andando producendo la discussione sulla natura imperialista o antimperialista dell’ascesa cinese.

L’idea che la Cina stia costruendo un polo imperialista in tutto e per tutto è condivisa dalla gran parte delle sinistre radicali europee, dai discendenti dell’eurocomunismo e dai vari “socialdemocratici di sinistra” e “rosso verdi”. All’interno di questo campo ci sono alcune significative eccezioni come la Linke tedesca e le posizioni (spesso roboanti e oscillanti, come per tutto il resto) di Melenchon. Questa ostilità è condivisa spesso da ambienti politici che, in funzione “anti revisionista”, contestano l’adozione del Modo di Produzione di Capitalista e della conseguente supposta proiezione imperialista all’estero, talvolta individuando i BRICS come blocco imperialista tout-court. Questa posizione è stata assunta dal KKE greco e da molte organizzazioni a esso legate, come il PC in Italia.

Al di fuori dei partiti, nei movimenti basisti si può trovare un’ostilità ancora maggiore all’ascesa cinese: assumendo in toto il paradigma della restaurazione del capitalismo, del colonialismo interno sul Tibet (e più recentemente sullo Xinjiang) e dell’integrazione cinese all’interno del sistema imperialista internazionale (sia nella versione di scontro tra imperialismi, sia nella versione di ultra-imperialismo alla Kautsky riscaldata da Negri), questi movimenti basisti solitamente non si pongono nessuna problematicità sulla natura generale dell’ascesa cinese, soffermandosi invece spesso sull’opposizione a specifici progetti internazionali cinesi. Considerato che i progetti internazionali della Cina sono spesso e volentieri grandi progetti infrastrutturali, a volte questa ostilità risponde a problematicità reali.

Esista poi una posizione contrapposta che difende senza remore la natura socialista della Cina – e una conseguente “naturale” funzione anti-imperialista.

Una “terza posizione” è quella che sostanzialmente dice che non importa se lo sviluppo sia imperialista o antimperialista, l’importante è che crei un contrappeso allo stra-potere americano e sostenga le esperienze di paesi (a seconda delle inclinazioni) terzi, socialisti, non allineati, anti imperialisti o anche semplicemente temporaneamente disallineati rispetto agli USA.

Riguardo alle valutazioni di un aspetto specifico della proiezione internazionale cinese che ha stimolato tanto dibattito nel primo decennio del ventunesimo secolo, ovvero le relazioni Cina-paesi africani, rimandiamo alla lettura dell’articolo Prospettive riguardo le relazioni Sud-Sud: la presenza cinese in Africa.

  1. Si può parlare di imperialismo cinese?

Nel chiederci se possiamo parlare di imperialismo cinese o meno, un errore in cui non bisogna cadere è avvitarsi in una discussione tutta dottrinaria sulla natura dell’imperialismo, in cui la definizione di imperialismo smetta di essere uno strumento per orientare la lotta e diventi un fine in sé, con in più il pericolo di piegare la definizione ai risultati desiderati (esempio: dico che è imperialismo solo da un certo numero di basi militari all’estero. Controesempio: dico che al primo militare all’estero è imperialismo). Sarebbe poi sbagliato limitare la definizione di imperialismo a solo alcune delle sue caratteristiche: l’imperialismo non è solo esportazione di capitale, l’imperialismo non è solo presenza militare all’estero. Chiarire ciò ci permette di evitare alcune conclusioni assurde per cui uno stato non-imperialista dovrebbe essere sostanzialmente autarchico o, al limite, importare capitale e basta (della serie: non dovremmo fare campagna contro l’embargo a Cuba) e non dovrebbe avere nessuna proiezione estera di nessun tipo.

Ma l’errore probabilmente più grave sarebbe quello di esprimere un giudizio in maniere anti-dialettica, basandosi su una fotografia della situazione anziché cercando di cogliere le tendenze del processo in corso.

Per molti versi la discussione sulla “natura imperialista” o meno della Cina discussione ricalca la discussione “Cina socialista o capitalista” che Samir Amin (nel suo articolo China 2013 che abbiamo tradotto qui http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/06/21/samir-amin-cina-2013/) rifiuta in quanto insensata nella sua contrapposizione di assoluti, ma con qualche caveat in più. La questione centrale è data dal fatto che la Cina ha da tempo adottato il modo di produzione capitalista, al fine di costruire un sistema industriale moderno integrato e sovrano e di controllare l’integrazione della Cina nel sistema-mondo capitalista. Questo processo sta venendo controllato politicamente dal Partito Comunista Cinese, attraverso un livello di pianificazione e regolazione significativo. Si tratta di un passaggio che Samir Amin reputa necessario, ma che allo stesso tempo genera una grande quantità di contraddizioni interne e di spinte verso un ritorno definitivo all’ovile capitalista. Ma in ogni caso l’adozione del modo di produzione capitalista comporta rimanere invischiati nelle crisi e nelle contraddizioni che questo livello di sviluppo mondiale comporta.

È importante infatti sottolineare che l’imperialismo non è una serie di politiche adottate da un paese, ma la fase di sviluppo del modo di produzione capitalista nella sua totalità. Quando si parla quindi di “imperialismi” si intendono semplicemente diverse articolazioni di questa realtà generale, che tra loro hanno diversi rapporti conflittuali. Essendo la competizione all’interno dell’imperialismo una diretta conseguenza della tendenza ad una sempre più difficile valorizzazione del capitale, è naturale che la Cina venga coinvolta in questo processo. Come è anche naturale che i possibili scenari che si aprono riguardo all’evoluzione della fase storica in generale e della linea di sviluppo della Cina in particolare siano strettamente legati alla condizione di crisi sistemica che stiamo attraversando.

Non è possibile infatti escludere a prescindere uno scenario in cui la Cina sostituisce (con tempistiche e modalità che possono essere le più varie) gli USA come imperialismo egemonico a livello mondiale– magari con caratteristiche diverse e specifiche – riuscendo a sfogare verso l’esterno le proprie contraddizioni interne. Questo tuttavia presuppone un’uscita dalla crisi del modo di produzione capitalista, e non esclude la possibilità di uno scontro militare aperto (le tensioni militari nell’area del pacifico si stanno intensificando velocemente negli ultimi anni). Casomai invece una uscita da questa crisi, che in una forma o nell’altra si trascina dagli anni ’70, non venga trovata gli scenari che si aprono potranno essere anche molto diversi, e vedrebbero una Cina (ma non solo la Cina) doversi confrontare direttamente con la scelta di mantenere o meno un sistema sociale e un Modo di Produzione che semplicemente non riesce più a soddisfare i bisogni della popolazione e che mette sempre più in pericolo l’umanità stessa.

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Prospettive riguardo le relazioni Sud-Sud: la presenza cinese in Africa.

Sam Moyo

L’autore

Sam Moyo (1954-2015), nato in Zimbabwe, è stato membro dell’organizzazione giovanile dello Zimbabwe African People’s Union. Ha studiato economia in Zimbabwe, in Costa D’Avorio, in Canada e nel Regno Unito. Ha condotto ricerche e ha insegnato all’Istituto Africano per gli Studi Agrari di Harare, occupandosi di sviluppo rurale, riforma agraria e movimenti sociali.

Questo articolo è stato sviluppato prima come discorso alla conferenza “Bandung – Third World 60 Years” tenuta ad Hangzhou in Cina il 17-19 aprile 2015 in Cina, poi è stato pubblicato sulla rivista scientifica Inter-Asia Cultural Studies nel 2016 https://doi.org/10.1080/14649373.2016.1138615

Introduzione

Questo articolo si basa su un precedente articolo che fornisce una larga cornice concettuale sull’evoluzione dell’imperialismo e la lotta per le risorse africane (Moyo, Yeros e Jha 2012). C’è un numero crescete di studi tematici e sui singoli paesi che sono stati intrapresi sulla presenza cinese in Africa oggi, e negli ultimi anni studi empirici più dettagliati ci hanno fornito un’immagine più chiara di questa presenza nei vari paesi africani. Questo articolo esplora la questione generale della presenza cinese in Africa.

Esaminando la presenza della Cina in Africa il continente viene spesso visto come un unico grande continente o una regione, nonostante abbia una storia e un’economia politica contemporanea variegata. Infatti, i paesi dell’africa sub sahariana sono dotati di interessi politici, demografici e di risorse diversificati rispetto agli investimenti esteri, di cui la Cina non è che una fonte. Mentre gran parte del continente è composto largamente da società agrarie, con alcuni paesi molto dipendenti dall’esportazione di risorse naturali, minerarie e petrolifere, altri sono relativamente più industrializzati. Il continente ha avuto esperienza di penetrazione e trasformazione capitalista diverse per forma e profondità (Amin 1972). Per esempio, l’esperienza degli insediamenti coloniali in Sud Africa, Zimbabwe, Namibia e Kenya ha introdotto specifiche relazioni culturali, sociali ed economiche che hanno formato significativamente la natura delle loro relazioni esterne. Il fatto che la storia degli insediamenti coloniali dati fino al XIX secolo significa che nell’attuale corsa alle risorse africane questi paesi siano più una testa di ponte per gli investimenti stranieri che una fonte di acquisizione delle terre. In effetti, le questioni geopolitiche e di sicurezza che affrontano questi singoli paesi africani variano sostanzialmente dato che sono state plasmate dalle relazioni storiche con le potenze estere nel contesto della Guerra Fredda.

La presenza cinese in Africa oggi è quindi ampiamente differenziata secondo le variegate relazioni storiche coi differenti paesi africani in termini di commercio, investimenti e preoccupazione sulla sicurezza. In effetti la Cina ha avuto relazioni storiche coi vari paesi africani, in alcuni più visibili che in altri. La sua presenza in Africa ha acquistato importanza col sostengo ai movimenti di liberazione nell’Africa meridionale dagli anni ’60 e la costruzione della ferrovia Tazara negli anni ’70. In ogni caso, oggi la presenza cinese è più significativa nei paesi con più risorse energetiche la cui estrazione è in aumento. Più in generale, la Cina ha una presenza diffusa e crescente in Africa attraverso le relazioni commerciali, con l’importazione di beni consumo molto visibili in molte capitali africane e in città più piccole.

Prospettive sulla presenza della Cina in Africa.

La letteratura suggerisce che ci siano tre tipi differenti ma interrelati di approcci con cui leggere la presenza cinese in Africa. La prima prospettiva vede la Cina come una forza indipendente ed egemonica che sta (ri)colonizzando l’Africa. La seconda prospettiva vede la presenza cinese come un aspetto positivo del processo di globalizzazione in cui la diversificazione dei mercati fornisce più spazi di manovra agli stati africani, a lungo marginalizzati dal dominio eurocentrico. Una terza prospettiva, collegata alle prime due, è che la Cina sia un elemento in un più largo processo di accumulazione originaria su scala mondiale nel contesto dell’approfondimenti della crisi del capitalismo. Una variante di questa prospettiva è che quella che vede la Cina come forza “sub imperiale” che partecipa alla corsa per le risorse africane come componente tributaria dell’egemonia Euro-americana.

La tesi della ricolonizzazione suggerisce che l’Africa venga “colonizzata” dalla Cina come nuova forza dominante nell’economia globalizzata e che essa cerchi di estrarre le risorse naturali necessarie alla propria crescita autonoma con un limitato re investimento nello sviluppo del continente. In larga parte, la tesi della ricolonizzazione assume che ci sia una dominanza del capitale cinese in Africa e che lo stato cinese abbia ora l’influenza maggiore sugli stati africani. In ogni caso, le evidenze empiriche sul terreno mostrano che la presenza cinese in Africa stia diventando relativamente alta solo in tempi recenti e, comparata con la presenza complessiva del capitale euro-americano in Africa, sia lontana da essere dominante.

La tesi della ri colonizzazione è proposta principalmente da molti studiosi liberali occidentali e circola ampiamente nei media mainstream, così come tra alcuni studiosi africani, con la metafora del dragone distruttivo. Questa tesi ha comunque anche una risonanza a livello popolare, con la crescente preoccupazione nelle opinioni pubbliche africane per la presenza concorrenti nel commercio e nel mercato del lavoro.

In ogni caso il fatto che gli stati africani siano stato politicamente indipendenti per 50 anni all’interno del sistema mondiale di stati in evoluzione – anche se nel contesto di una gerarchia tra centro e periferia dominato dall’Occidente – solleva molti dubbi sul concetto e sulla sostenibilità della tesi della ri colonizzazione in sé. In effetti, il contesto giuridico e di sicurezza del continente africano, aperto come è all’accaparramento estero delle sue risorse, comporta forme e meccanismi di controllo delle risorse differenti da quelle di un secolo e più fa. La tesi della ri colonizzazione cinese è stata malamente concettualizzata, per ora non differenzia l’attuale processo di cattura delle risorse da quello del colonialismo formale classico della corsa all’Africa attraverso la spartizione del Trattato di Berlino del 1848. Quella corsa era riferita alla spartizione europea all’interno di uno specifico contesto economico e geopolitico che includeva una specifica situazione militare in difesa di una particolare forma di imperialismo e di un sistema capitalista mondiale.

La relazione coloniale che ne è scaturita includeva la soggiogazione nazionale completa, inclusa la conquista militare e il controllo delle economie africane tramite il governo politico coloniale. La tesi della ri colonizzazione si basa su una percezione superficiale del supposto controllo cinese sull’economia politica africana, nonostante le caratteristiche mutate dell’imperialismo sotto i monopoli del capitale finanziario.

Inoltre, dopo l’emersione degli stati nazioni africani indipendenti negli anni ’60, almeno nei termini di potere politico formale e della modalità di governo, è cambiata la modalità della divisione coloniale degli interessi economici tra le fonti occidentali di capitale, portando a un coordinamento più debole nella spinta a catturare le risorse africane rispetto alla corsa del XIX secolo. Quel processo di colonizzazione includeva la divisione delle spoglie e l’abbattimento finale dei precedenti regimi mercantili e la conquista militare diretta delle nazioni africane. Quindi, molti studi su Cina e Africa si riducono a una visione molto angusta della presenza cinese in un dato settore (petrolio, energia, edilizia) o si concentrano solo sulle nuove fonti del controllo delle risorse, come gli investimenti indiani o cinesi. In ogni caso, quando si esamina l’ammontare di tutti gli investimenti esteri nella gran parte dei paesi africani, il quadro è quello di una competizione per le risorse africane con una platea internazionale molto più ampia.

La seconda prospettiva valuta la nuova presenza cinese in Africa come una risorsa decisiva che viene, o può venire, usata dagli stati africani contro il capitale estero in generale. Questo ha creato quello che Samir Amin chiama “spazio di manovra”, dato che finora gli investimenti cinesi hanno creato spazio per decisioni a lungo termine sullo sviluppo da parte dei governi africani (Amin 2006). […]

Di particolare importanza è lo spazio creato per negoziare le condizionalità dei prestiti delle Istituzioni Finanziarie Internazionali IFI (l’FMI, la Banca Mondiale, l’African Development Bank, i donatori bilaterali) in relazione all’accesso a nuove forme di finanza dalla Cina all’Africa e da altre “potenze emergenti”. In una certa misura, questa prospettiva è stata avanzata da nazionalisti e intellettuali di sinistra, e un piccolo numero di governi africani che hanno accolto la crescente presenza cinese nel finanziamento in vari settori come le infrastrutture, l’irrigazione e così via. In effetti questi settori sono stati finanziati dalle IFI negli anni ’50 e ’60 per essere poi abbandonati dagli anni ’80, quando sono emersi i programmi di aggiustamento strutturale. La reviviscenza di questi finanziamenti all’Africa è considerata di importanza critica per la sua agenda di sviluppo, facendo nascere dal 2000 in poi l’idea di un “Beijing Consensus”.

Lo spazio di manovra tende a essere visto sotto una luce positiva, non solo nel contesto delle nuove forme e quantità di finanziamento disponibile, ma anche nella prospettiva di riformare l’ONU e le IFI. In effetti, il ruolo della Cina nelle varie organizzazioni ONU è stato visibile, ha fornito copertura geopolitica a paesi africani che erano sotto pressione da alcune nazioni europee che cercavano un cambiamento di regime (per esempio, Zimbabwe e Sudan e così via). La partecipazione cinese al finanziamento delle IFI, come l’FMI e la Banca Mondiale, è vista come un segnale di quello che faranno le nuove infrastrutture dei BRICS, la banca di sviluppo guidata dalla Cina è vista come una promettente fonte per la finanza allo sviluppo in Africa.

Questi due approcci all’analisi della presenza cinese in Africa alimentano e si relazionano con la terza prospettiva che, in opposizione alla tesi semplicistica della ri colonizzazione, affronta la questione nei termini del sistema-mondo. In questo caso, l’Africa e il Sud Globale sono visti come sottoposti a una classica corsa imperialista per lo sfruttamento dei mercati, delle terre, dei minerali e delle risorse naturali (incluse acqua e foreste) e come parte di un processo continuo di accumulazione primitiva, nel contesto della crisi del capitalismo dal 2001 in poi. L’attuale corsa è classica perché vede l’esportazione del capitale in eccesso delle multinazionali, seguendo la recente crisi economica mondiale collegata al collasso dei profitti, e la crescente militarizzazione delle relazioni dell’Africa con l’Occidente (Moyo, Yeros e Jha 2012; Moyo, Jha e Yeros 2013).

In effetti la presenza cinese nel continente è aumentata dal 2001, mentre la sua economia cresceva rapidamente e in parallelo cresceva la sua richiesta di materie prime. I sintomi principali della crisi globale del capitalismo includevano la crescente insicurezza sulle fonti energetiche, la crescita della domanda di energia e materie prime, in seguito alla crisi petrolifera del Medioriente che è escalata dal gennaio 2000. La crisi energetica e alimentare che ne è seguita (dal 2002 al 2008) e la crisi finanziaria che ha toccato il picco nel 2008, sono state il riflesso di una crisi persistente data dalla caduta del saggio di profitto. Tutti questi processi insieme hanno creato le condizioni per aumentare l’esportazione di capitale non solo verso l’Africa ma in tutto il Sud Globale. In ogni caso l’Africa è diventata la prima destinazione dell’attuale lotta perché è ingiustamente percepita come una frontiera selvaggia in cui terra, acqua, risorse naturali e i minerali sarebbero largamente sottoutilizzati.

Quindi l’attuale corsa per l’Africa coinvolge da una parte il capitale transnazionale, collocato in diversi stati-nazione, e dall’altra coinvolge gli stati-nazione attraverso vari rami dei loro governi e delle organizzazioni della società civile. Gli stati sono rappresentati dal capitale statale nella forma delle imprese statali (State Owned Enterprises SOE, NdT) e dalle imprese private sostenute dagli stati, con la copertura diplomatica e il sostegno attraverso il crescente uso del soft power statale. Mentre le forze militari esterne sono state usate per assicurarsi il controllo sulle risorse, la Cina non l’ha fatto. In ogni caso ha incrementato l’esportazione di armi verso alcuni stati africani, la maggior parte sotto embargo dalla NATO (Zimbabwe e Sudan, per esempio).

Quindi, aldilà delle problematiche attorno alla militarizzazione della corsa alle risorse africane, sono cambiati considerevolmente gli interessi internazionali nelle risorse africane e nel contesto economico e geopolitico. Per esempio, negli ultimi 30 anni una varietà di paesi semiperiferici (semi-industrializzati) sono emersi e sono stati coinvolti nell’esportazione crescente di capitale verso il Sud Globale. Questi paesi cercando direttamene nuovi mercati africani per la loro manifattura e cercano un accesso indipendente alle risorse minerarie ed energetiche per i loro progetti di industrializzazione dentro il contesto delle relazioni centro-periferia e dell’economia politica internazionale.

Quindi, c’è stata un’espansione dei paesi in Asia, in Medio Oriente, la Turchia e il Brasile, che cercano di investire in Africa ed è cresciuto il numero di paesi che hanno la capacità (differenziata) di intervenire nella corsa all’Africa. Sono cresciuti gli investimenti dei paesi del Golfo e dei paesi asiatici (oltre alla Cina) cambiano così il contesto economico mondiale. Le diverse relazione tra stati che ne sono emerse sono troppo complesse per essere inquadrato in un semplice processo di ri colonizzazione o anche di sub imperialismo.

Nonostante questo, quando si discute della corsa all’Africa si parla più di Cina che di India, Brasile, Turchia, dei paesi del golfo e di altri paesi emergente della semi-periferia. Anche quando si parla dei paesi che hanno fatto parte del movimento dei “non-allineati”, ci si concentra sempre di più sulla Cina che su Singapore, la Malaysia e così via. Ci sono molti altri attori coinvolti in questa nuova cooperazione sud-sud, con stili e interessi differenti. Nel prossimo paragrafo esaminiamo la presenza cinese specifica della Cina in Africa confrontandola con altri attori esterni.

La presenza cinese nell’economia africana

La presenza cinese nell’economia africana varia attraverso i settori e i paesi. Inoltre, deve essere compresa nei termini della rapidissima crescita cinese dalla fine degli anni ’90 e della crescente apertura delle economie africane dalle liberalizzazioni degli anni ’80. Dal 1990, i programmi di aggiustamento strutturale hanno promosso la liberalizzazione del commercio e la continua privatizzazione delle imprese statali, include le miniere in paesi come lo Zambia. Negli anni ’90 la liberalizzazione ha creato lo spazio per i capitali occidentali e cinesi. Nel contesto della de industrializzazione africana dagli anni ’80 l’Occidente ha giocato un ruolo ancora più dominante nell’esportazione di beni verso l’Africa. Dagli anni 2000, l’esportazione di beni di consumo cinesi è cresciuta, in alcune settori (esempio: tessile, calzature) sono diventate l’import dominante.

Anche se gli scambi totali tra Cina e Africa sono cresciuti, il commercio e gli investimenti euro-americani continuano a dominare gli affari in Africa. In alcuni paesi, specialmente quelli ricchi di petrolio, gli investimenti cinesi in petrolio e infrastrutture hanno cominciato a spostare la bilancia in favore della Cina e la sua presenza ha cambiato sostanzialmente l’economia politica, come in Angola (Chery a Obi 2010). Nonostante questo, nella maggiora parte dei paesi è il capitale euro americano a essere di gran lunga il giocatore più forte che influenza sostanzialmente le politiche economiche.

Le nuove imprese commerciali cinesi piccole e medie (PMI) hanno comunque aumentato sostanzialmente la loro presenza in Africa, anche se sono superate in numero dalle PMI africane la loro predominanze nell’importazione è un fenomeno ormai molto visibile. Per la maggiora dei paesi africani, i piani di aggiustamento strutturali hanno aperto le economie in termini di commercio, mercati di capitali e così via, portando alla de industrializzazione, all’abbandono delle attività di sostituzione delle importazioni, generando così una percezione negativa della presenza cinese. D’altronde, dato che la Cina è diventata il maggior produttore mondiale, e che i suoi beni sono competitivi a livello globale, non è sorprendente che le vendite al dettaglio in Africa siano abbastanza dominate dai beni cinesi e, in maniera minore, da quelli del Sud Africa, dato che i supermercati sudafricani sono diventati dominanti nel commercio formale.

In ermini di investimenti nei settori africani minerario, agricolo e edile, gli investimenti stranieri continuano a essere dominati dalle multinazionali con base in Occidente. Queste multinazionali, insieme alle imprese cinesi, hanno avviato la corsa alle risorse africane durante gli anni ’00. Il capitale minerario cinese sta aumentando la sua presenza su vari campi. Per esempio, nello Zimbabwe gli interessi cinesi sono presenti nell’estrazione di cromo, diamanti e platino, ma le compagnie sudafricane, americane e britanniche restano dominanti nell’Africa meridionale. La Cina è un investitore significativo nel rame in Zambia insieme al Cile. In paesi come l’Angola e la Nigeria gli investitori dominanti nel campo minerario sono ancora quelli occidentali.

Un’arena in cui la Cina è diventata l’attore dominante in Africa è quello delle infrastrutture. Nel decennio passato ci sono stati finanziamenti cinesi significativi ai maggiori progetti in paesi come l’Angola, sforzi significativi nella stessa direzione nella Repubblica Democratica del Congo hanno portato il governo congolese a uno scontro con le IFI, ritardando i progetti infrastrutturali. La presenza fisica della Cina nell’edilizia, che spesso include l’importazione di forza lavoro cinese, è quindi molto significativa in termini economici e politici e mette in luce la percezione di un dominio cinese.

Conseguentemente, i nuovi accordi di investimento le condizioni finanziarie offerte dalla Cina ai paesi africani sono considerati come una minaccia ai modelli di prestito occidentale, inclusi quelli delle IFI. Gli investimenti cinesi hanno anche portato anche a nuove forme di prestiti per il più ampio sviluppo infrastrutturale. Il dominio cinese la sua influenza sono stati comunque accompagnati da importanti critiche (che io considero valide) che suggeriscono come ci sia un significativo livello di corruzione in alcuni degli accordi tra la Cina e le élite africane, che guadagnano le commissioni, in particolare investimenti cinesi non desiderabili nel campo estrattivo. Le multinazionali cinesi e indiane sono anche accusate di ignorare gli standard di “buona governance”.

In effetti, una parte importante del dibattito sulla ri-colonizzazione dell’Africa tende a essere mischiato con la percezione della corruzione in cui sono coinvolte le imprese cinesi che ottengono concessione per costruire miniere e sviluppare infrastrutture a prezzi sub-economici o sopravvalutati. Questa percezione viene confrontata alla percezione di una minore, o del tutto assente, corruzione delle multinazionali occidentali. Per esempio, alcuni rapporti recenti suggeriscono che ci sia stato un significativo aumento dei flussi finanziari illeciti dall’Africa (AI/EC 2014; GFI e AfDB 2013). Le risorse che escono illegalmente dall’Africa sono legate alle multinazionali, sia dell’Occidente sia dell’Oriente.

Quando si discute se il capitale cinese mini la buona governance in Africa, una domanda migliore dovrebbe essere se i principi della buona governance sia coerentemente e uniformemente applicati in tutti i paesi africani dalle nazioni occidentali che accusano la Cina di ignorare la pessima governance e le violazioni dei diritti umani. I conflitti di governance che sono emersi dopo gli interventi militari occidentali in paesi come la Libia indicano che il mantra della buona governance sia basato su doppi standard in base agli interessi occidentali, che creano nuovi conflitti e pessima governance.

Nonostante tutto questo, un numero di studi che comparano gli investimenti cinesi e occidentali mostrano che gli investitori cinesi pagani salari inferiori rispetto agli occidentali e che le condizioni di lavoro imposte sono estremamente onerose. Ci sono reali questioni sollevate sul trattamento razzista dei lavoratori africani da parte degli imprenditori stranieri e ci sono stati conflitti significati, anche se isolati, sulle condizioni di lavoro e i bassi salari. Le regolazioni generalmente deboli del lavoro nei paesi africani sono state una fonte importante di trasgressione da parti dei capitali stranieri.

La lotta per la terra africana

Il recente aumento dell’acquisizione su larga scala della terra da parte di entità straniere è un’altra area in cui si crede che la presenza cinese sia molto aumentata. Se si esaminano i dati sul land grabbin in Africa (vedi Tabella), la Cina non risulta è il maggiore attore. La Cina e l’India, insieme alle altre semi periferie (come Turchia e Paesi del Golfo) hanno tentato di acquistare meno del 40% delle terre sottratte.

Invece, gli attori dominanti sono le multinazionali americane, europee e scandinava (relativamente nuove nella corsa alle terre).

[…]

La Cina non domina il land grabbing nella maggior parte dei paesi africani, nonostante le sue grandi riserve estere. Per esempio, in Etiopia è l’India il più grand accaparratore di terre. Nel Sudan del Nord e del Sud, l’attore dominanti sono le multinazionali occidentali. In Tanzania sono i paesi europei.

La dinamica della corsa alle risorse africane è diventata più complessa di quanto sia spesso riconosciuto. Per esempio, un paio d’anni fa i media hanno riportato che il governo americano stava concludendo accordi con l’India per perseguire investimenti di trasformazione agricola in Africa. C’è anche il Giappone, che insieme al Brasile ha effettuato uno dei più grandi accaparramenti di terra, nel nord del Mozambico. Risolvere la questione agraria dell’Africa è una delle più grandi questioni del presente, con il suo sottotraccia di povertà e fame in tutto il continente. L’alienazione della terra africana non offre nessuna reale opportunità nell’affrontare questi problemi.

Il land grabbing diventa sempre più problematico ma non è un fenomeno pan africano, si concentra in circa nove paesi africani. I maggiori attori stranieri (inglesi, cinesi, americani, europei, paese del Golfo) sono tutti presenti in questi paesi (Etiopia, Tanzania, Zambia, Mozambico, Sudan, Mail etc.). Lo sloggiamento dei popoli dalla terra e l’incipiente mercificazione della terra sta diventato uno dei problemi principali. L’accumulazione primitiva attraverso pressioni extra economiche ha portato grandi segmenti di terra africana sui mercati globali e approfondisce la presenza di lavoro salariato in questi luoghi.

C’è una sostanziale resistenza al land grabbing in alcuni di questi paesi, anche dove è stato più presente il fenomeno. Nei passati 15 anni ci sono stato tentativi non andati a fine per via delle resistenze interne in paesi come la Tanzania e il Madagascar. In Etiopia le lotte hanno fatto sì che si attuassero meno piani di grabbing. La resistenza assume forme diverse, incluso il sistema di proprietà consuetudinaria della terra che, pur escludendo dalla proprietà chi non appartiene alla comunità locale, è un’importante istituzione nella difesa dal land grabbing. Per questo l’agenda di liberalizzazione dell’economia dagli anni ’80 ha tentato, senza successo, di trasformare le terre di proprietà consuetudinaria in terre da mettere sul mercato, acquistabili e affittabili. In alcuni stati, dove il land grabbing è comune, per forzare l’alienazione delle terre a favore degli investitori stranieri è stato necessario usare il potere statale di espropriazione.

Il controllo geopolitico e militare a sostegno della corsa alle risorse

La presenza cinese in Africa è cresciuta anche nei termini delle più ampie relazioni internazionali nell’evoluzione dell’architettura di sicurezza africana, nonostante il limitato ruolo cinese nella cooperazione militare. Anche se è cresciuta l’influenza geopolitica cinese in Africa, questo tipo di relazioni non sono state messi al centro dell’attenzione. Ci sono casi significativi in cui la Cina ha giocato un ruolo geopolitico influente nel bilanciare e mediare la relazioni esterne, per esempio durante i processi di cambiamento di regime promossi dalle nazioni occidentali, come in Sudan e in Zimbabwe, la Cina ha fornito copertura politica per evitare interventi esteri eccessivi, inclusi quelli di natura militare. Alcuni paesi si sono spinti a pronunciare pubblicamente una politica di “sguardo a est “per riequilibrare le relazioni politiche con l’Occidente. In particolare, il sostegno cinese ad alcune risoluzioni al Consiglio di Sicurezza dell’ONU non ha solo fornito copertura politica, ma ha anche promosso la solidarietà sud-sud su alcune importanti questioni politiche, anche se con contraddizioni.

Il Sud Africa ha giocato un ruolo importante nel dare allo Zimbabwe la copertura politica contro il cambiamento di regime desiderato dall’Occidente, contro le sanzioni e insieme alla Cina anche contro il tentativo di intervento militare. Sia il Sud Africa sia la Cina hanno fornito un limitato sostegno finanziario per rivitalizzare l’economia. Questo è avvenuto nel contesto dell’Africa meridionale in cui il patto di mutua difesa SADC è una delle strutture regionali di cooperazione. Il patto di difesa venne siglato dopo la Grande Guerra Africana (la guerra nella Repubblica Democratica del Congo) in cui paesi come lo Zimbabwe, l’Angola e la Namibia hanno sostenuto l’invasione statunitense del Rwanda e dell’Uganda. Questo sottolinea l’importanza di comprendere la militarizzazione delle relazioni esterne dell’Africa.

L’attuale corsa all’Africa include una crescente militarizzazione dei rapporti tra l’Africa e l’Occidente. Stiamo assistendo all’inizio di una riconfigurazione dell’architettura internazionale nelle relazioni militari in Africa, con i tentativi in espansione degli Stati Uniti di costituire un Comando Africano – tentativi che continuano da metà degli anni ’90, ma sono aumentato dal 2005. Si può osservar una nuova e grande presenza di attività militare USA nelle diverse regioni africane. La competizione per il controllo e l’influenza sullo sfruttamento delle risorse energetiche africane è strettamente legata all’allargamento a breve e lungo termine dell’architettura della NATO nel Sud Globale.

La militarizzazione delle relazioni esterne dell’Africa fa parte di una più larga ri modulazione della vecchia architettura di sicurezza della Guerra Fredda. Storicamente, paesi come il Sud Africa, l’Egitto, la Repubblica Democratica del Congo e il Kenya sono stati pilastri fondamentali della NATO, sotto la guida degli USA attraverso il comando in Europea. Vari paesi africani, fino agli anni ’80, sono stati teatro di scontro della Guerra Fredda, con Cina e URSS che sostenevano i movimenti armati di liberazione nazionale in Angola, Zimbabwe, Namibia e Sud Africa. In effetti l’URSS, non la Cina, ha avuto una grande presenza militare in Africa fino al 1980.

Dall’indipedenza del Sud Africa, la regione dell’Africa meridionale è stata vista come sempre più instabile. Si considerava che l’Africa avesse minato alla base il regime di sicurezza occidentale che era stato protetto dal dominio coloniale, con le nuove relazione politiche del Sud Africa viste come meno affidabili rispetto al regime dell’Apartheid.

In più, la riforma agraria e lo scontro con la comunità dei coloni europei in Zimbabwe è stata vista dagli occidentali come una fonte di “instabilità politica” che danneggiava gli equilibri precedenti. Un altro dei pilastri della sicurezza nell’Africa meridionale è stato scosso dalle rivolte che hanno rovesciato Mobutu e creato la Repubblica Democratica del Congo sotto Kabila. I paesi che hanno difeso la RDC (per esempio Zimbabwe e Angola) contro la guerra mossa dal Rwanda e dall’Uganda col sostegno occidentale, sono diventati una spina nel fianco degli USA che a loro volta hanno cercato di ricostruire il proprio regime di sicurezza nell’Africa centrale. Alcuni di questi paesi hanno ricevuto sostegno solo dalla Cina, nella forma di prestiti e investimenti, sostegno alle Nazioni Unite e forniture militari.

Questa dimensione militare della corsa all’Africa riguarda anche la guerra in Costa D’Avorio di più di 15 anni fa, e successivamente in Libia. Un punto di vista suggerisce che in Costa D’Avorio l’intervento militare francese rifletta una contesa tra capitali francesi e americani nell’industria del cacao, con l’intenzione del governo nazionalista dell’allora presidente Gbagbo di aprire l’industria a una platea più larga di investitori interni e stranieri. Una nuova rivalità è emersa tra le imprese petrolifere occidentali e cinesi alla ricerca di concessioni. Le Nazioni Unite hanno sostenuto uno dei partiti politici [quello di Ouattara, che ha corso contro Gbagbo alle elezioni presidenziali del 2010, NdT] sulla regolarità del processo elettorale. Il successivo intervento militare francese aveva parzialmente lo scopo di coltivare queste rivalità a proprio favore.

Similarmente, anche il Ghana è stato coinvolto nella corsa al petrolio tra interessi cinesi e americani, lì le pressioni politiche americane sono state usate per revocare concessioni alla Cina. Similarmente, in Sudan la presenza di capitali cinesi e russi e occidentali ha creato una rivalità sulle risorse energetiche su cui è stata costruita la militarizzazione del conflitto politico. La militarizzazione della corsa alle risorse africane è ovvia anche nel caso della Libia. Lo Zimbabwe è un caso unico in cui non ci sono preziose risorse energetiche, ma una grande varietà di minerali richiesta dalla Cina e dall’Occidente (platino, oro, cromo, uranio, carbone, gas, diamanti e così via). Data la nazionalizzazione delle terre, delle risorse naturali e dei minerali in Zimbabwe dal 2000, e la concessione di alcune di queste a imprese statali cinesi, russe e locali, il paese è stato continuamente colpito dalle sanzioni occidentali, comminate in nome della violazione dei diritti umani.

La presenza cinese in Africa è sempre più notabile anche dai vari strumenti di proiezione del soft power, inclusi gli aiuti e gli scambi culturali. Le attività culturali ufficiali come i corsi di lingua e l’educazione universitaria per gli africani fornita dalla Cina sono andate aumentando. Nonostante questo tipo di scambio culturale c’è una persistente tensione razziale tra cinesi e africani nel continente. In molti paesi ci sono delle specie di enclave sociali ed economiche dominate dalle comunità cinesi, con un’integrazione limitata. Questo problema razziale è comunque aggravato dai media sinofobici che costruiscono una gerarchia razziale in cui i cinesi vengono dopo i bianchi, mentre i neri sono sempre relegati al fondo. Ci sono tendenze realmente osservabile di razzismo di cinesi verso gli africani, per quanto siano spesso sopravvalutate.

Conclusioni

Per concludere, cosa dobbiamo pensare per il futuro? La Cina è diventata influente in Africa a livello di commercio, investimenti e relazioni geo politiche, ma è ben lontano da essere un dominatore coloniale. In più, l’Africa è sempre più militarizzata, ma la Cina non è sostanzialmente coinvolta su questo livello. La Cina ha comunque aumentato lo spazio per l’autonomia sovrana dall’Africa.

Issa Shivji ha proposto che i paesi africani dovrebbero riconsiderare e tornare a lavorare sull’idea di non-allineamento nel contesto contemporaneo globale (Shivji 2003). Cioè, ogni paese dovrebbe esaminare l’impatto della cooperazione e degli investimenti occidentali e di quelli sud-sud nei termini di nuovi principi di non-allineamento nello spirito di Bandung2. Significa riconoscere che molti paesi africani sono ancora soggetti alle pressioni delle IFI e degli aiuti e crediti occidentali, che hanno limitato l’autonomia sovrana dei paesi africani. Significa sviluppare nuove forme di solidarietà e cooperazione e rafforzare la resistenza. Quindi, l’Africa deve ridefinire i suoi impegni internazionali col Sud Globale, inclusa la Cina.

Riferimenti bibliografici

Amin, Samir. 1972. “Underdevelopment and Dependence in Black Africa: Origins and Contemporary Forms.” Journal of Modern African Studies 10 (4): 503–524.

Amin, Samir. 2006. “What Maoism Has Contributed.” An Essay Prepared for the Conference “The Fortieth Anniversary: Rethinking the Genealogy and Legacy of the Cultural Revolution.” Hong Kong, 9-10 June. http://monthlyreview.org/commentary/what-maoism-hascontributed/

AU/ECA, 2014. Illicit Financial Flow: Report of the High Level Panel on Illicit Financial Flows from Africa. Commissioned by the AU/ECA Conference of Ministers of Finance, Planning and Economic Development. http://www.uneca.org/sites/default/files/PublicationFiles/iff_main_report_26feb_en.pdf

Cheru, Fantu, e Cyril Obi, eds. 2010. The Rise of China and India in Africa: Challenges, Opportunities and Critical Interventions. London/New York: Zed books.

GFI (Global Financial Integrity) e AfDB (African Developement Bank). 2013. “Illicit Financial Flows and the Problem of Net Resource Transfers from Africa: 1980–2009.” http://www.gfintegrity.org/storage/gfip/documents/reports/AfricaNetResources/gfi_afdb_iffs_and_the_problem_of_net_resource_transfers_from_africa_1980-2009-web.pdf

Moyo, Sam, Paris Yeros, e Praveen Jha. 2012.“Imperialism and Primitive Accumulation: Notes on the New Scramble for Africa.” Agrarian South, Journal of Political Economy 1 (2): 181−203

Moyo, Sam, Praveen Jha, e Paris Yeros. 2013. “The Classical Agrarian Question: Myth, Reality and Relevance Today.” Agrarian South Journal of Political Economy 2 (1): 93−119. Shivji, Issa. 2003. “The Struggle for Democracy.” Marxists Internet Archive. https://www.marxists.org/subject/africa/shivji/struggle-democracy.htm

1 https://www.cadtm.org/Subimperial-BRICS-enter-the-Bolsonaro-Putin-Modi-Xi-Ramaphosa-Era

2 Si riferisce alla Conferenza Afroasiatica di Bandung convocata nel 1955 da Cina e India con la partecipazione di molti paesi africani neo-indipendenti [NdT].

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