Sulla fase politica in Cile. Intervista alla deputata comunista Camilla Vallejo

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Camilla Vallejo – Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti)

Le mobilitazioni che avevano caratterizzato dall’ottobre dello scorso anno il Cile nella fase pre-pandemica sono riprese a maggio a causa della pessima gestione sanitaria della classe dirigente del Paese latino-americano e della condizione di vera e propria indigenza di una parte rilevante della popolazione.

Il 18 maggio nel quartiere di El Bosque è scoppiata una vera e propria rivolta popolare diffusasi in altre zone della capitale.

Il periodo pandemico è stato caratterizzato dallo sviluppo della solidarietà popolare in una dimensione tale che bisogna ritornare agli anni precedenti alla dittatura di Pinochet per avere un termine di paragone.

I protagonisti di questa nuova ondata di intervento nei quartieri popolari sono stati soprattutto la punta di lancia del movimento dell’autunno scorso.

Alla presidenza del Cile vi è uno dei campioni del neo-liberalismo: Piñera, le cui percentuali di gradimento erano state già azzerate ben prima dell’esplosione del Covid-19.

Un fantoccio, gradito ai nord-americani, che perpetua le politiche attuate durante la dittatura e dopo la “transizione” democratica che non hanno mai cambiato il proprio segno neo-liberista fatto di privatizzazioni selvagge (pensioni, sistema sanitario, acqua e scuola) e svendita delle proprie risorse naturali come il rame ed il litio.

La sua è una politica regressiva anche in termini complessivi che ha penalizzato le donne – l’interruzione di gravidanza è tuttora un reato – per esempio, e le rivendicazioni dei popoli autoctoni, come i Mapuche.

Recentemente la corporazione dei camionisti, fondamentale per l’abbattimento del governo di Unità Popolare con il Colpo di Stato del ’73 e che per tutti anni ha fatto il bello ed il cattivo tempo dettando il proprio monopolio nel trasporto commerciale, stanno cercando di dettare la loro agenda politica e contribuiscono all’ulteriore militarizzazione delle lotte dei Mapuche per la riappropriazione delle loro terre storicamente sottratte dai latifondisti.

Per comprendere l’attuale fase abbiamo pensato fosse utile tradurre questa intervista di Hugo Guzmán a Camilla Vallejo per «El Siglo» pubblicata il 5/0872020

Camilla Antonia Amaranta Vallejo Dowling, è una militante comunista ed ex-leader studentesca – presidente della Federación de Estudiantes de la Universidad del Cile – di poco più di trent’anni, deputata del Congresso Nazionale del Cile per il Partito Comunista del Cile di cui è Capo-Gruppo per la Camera Bassa.

L’intervista tocca molti punti dalla solidarietà popolare alla dialettica tra battaglia istituzionale e movimento reale, dal giudizio complessivo sulle varie componenti della classe dirigenti alla lotta per l’autodeterminazione femminile.

Questo è ciò che dice la capo-gruppo comunista nel finale dell’intervista:

è un problema profondo nella nostra società: così come noi comunisti abbiamo detto che c’è una contraddizione tra neoliberismo e democrazia, ebbene, c’è anche una profonda e più secolare contraddizione tra patriarcato e democrazia. Viviamo e ci confrontiamo quotidianamente con un ordine sociale, politico, economico e culturale che vede le donne come una cosa, un corpo, un sesso e una volontà che deve essere posseduta e delineata dagli uomini, una forza lavoro di seconda classe che lavora senza retribuzione e che quando è stipendiata riceve meno degli uomini per le stesse funzioni. Anche se il maschilismo non è la “loro” eredità, le donne sono state vittime per secoli di un sistema che ci opprime, ci maltratta, ci discrimina, ci violenta e ci uccide. È chiaro che c’è un bisogno urgente di cambiare questo sistema per poter parlare di una vera democrazia. Ecco perché credo che genere, classe e razza vadano di pari passo e si intreccino in modo permanente, e i comunisti non possono dimenticarlo se vogliamo raggiungere l’emancipazione umana.”

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In mezzo alle condizioni generate dalla pandemia di coronavirus, la parlamentare, ex leader studentesca e leader del Partito Comunista (PC), Camila Vallejo, mantiene un’agenda fitta di impegni in cui troviamo questioni per nulla secondarie, come la lotta per una tassa sui super-ricchi, dopo aver lottato per la possibilità di ritirare il 10% della pensione dall’AFP [ il Sistema pensionisico dello Stato, ciò è stato fatto per aiutare le fasce più deboli a sopravvivere a questa crisi sanitaria, ndt].

Tutto questo unito alla vita quotidiana e alla preoccupazione in merito alla situazione cilena, come tutto il processo intorno allo stupro e alla morte di Antonia Barra e il plebiscito che sta arrivando in ottobre.

D – Come vive la quarantena? La cura di sua figlia, la vita di tutti i giorni?

R – Beh, vivere molto di più a casa e vivere la maternità è stata una bella opportunità che non ho avuto per quasi sette anni. Ma c’è anche molto più carico di lavoro. Anche se mio fratello, il mio compagno ed io ci dividiamo i compiti domestici, è inevitabile non sentirsi esplodere tra il telelavoro, il lavoro del Congresso e del distretto, il lavoro di cura, lo studio, le pulizie, la cucina, ecc. A volte mi vedo cucinare mentre sono in riunione. Diventa impossibile dividere il tempo e lo spazio.

D – Avete avuto il coraggio di essere presenti in Parlamento, come sono le misure di sicurezza lì?

R – Ebbene sì, essendo io capogruppo parlamentare, cerco di andare il più possibile a Valparaiso, perché non è la stessa cosa fare un lavoro legislativo e politico a distanza che farlo di persona. Tuttavia, poiché ho una figlia di sei anni, non posso espormi a troppi rischi. Indosso sempre una maschera, evito di avvicinarmi alle persone e mi lavo sempre le mani.

D – Lei è il capogruppo nella camera bassa del Partito Comunista: com’è, si sente a suo agio, ha più lavoro?

R – E’ molto più lavoro, sì, perché implica avere più incontri di coordinamento con l’opposizione, assumendosi i compiti di rappresentanza, di proposta e difesa nei confronti del resto dei gruppi parlamentari; c’è molto coordinamento politico che deve essere fatto in modo che tutto, anche se sembra minimo, possa avanzare al Congresso.

D – Vi abbiamo visto impegnata in mense comuni e in altre attività a La Florida. Com’è stata questa esperienza, cosa avete visto dell’organizzazione della gente?

R – La crisi sanitaria ha colpito duramente le famiglie lavoratrici e questo si è visto in particolare a La Florida, La Pintana, San José, Puente Alto e Pirque. Ecco perché il lavoro del distretto si è concentrato sulle donazioni e abbiamo già aiutato più di 80 cucine comuni, a cui stiamo contribuendo. Nel momento in cui il sostegno dello Stato è arrivato molto tardi, è stato insufficiente o semplicemente non è arrivato, molte donne e uomini hanno dovuto organizzarsi per mettere su mense comuni e noi abbiamo dovuto esserci. La verità è che tutto questo è positivo e importante, perché ovviamente si è rafforzato il valore della solidarietà, della cooperazione, della necessità di generare reti e di conoscere i vicini per aiutare. Ma, d’altra parte, fa arrabbiare e ti fa sentire impotente vedere come la cruda disuguaglianza che già esiste cresce e si acuisce, la gente soffre, è angosciata e soffre la fame perché lo Stato non arriva.

D – Il 10% del prelievo dalla cassa pensioni è stato approvato. Sono state approvate iniziative come l’ “emergenza post-parto”, cui il governo si è opposto. La discussione sulla tassa sui super-ricchi è stata iniziata. Cosa e chi rende possibili queste situazioni in Parlamento oggi?

R – Principalmente la pressione sociale. C’è un popolo che è sempre più potente e che è in grado di gridare in modo intelligente le proprie richieste sociali, anche dalla prigionia che la pandemia ha significato. A questo aggiungerei l’assoluta incapacità di questo governo di dare risposte tempestive ed efficaci alla cittadinanza per affrontare la crisi sanitaria. Questo ha toccato con forza la dignità della gente e ha fatto emergere con più forza nel Congresso la necessità di rispondere ai lavoratori in mezzo a tanto abbandono. È sempre più evidente che le priorità del governo sono di proteggere il business delle grandi imprese prima della salute e del reddito della gente.

D – Vi hanno sorpreso i voti che sono venuti da destra? Vedere un Ivan Moreira [attualmente senatore cileno, esponente storico della destra cattolica e reazionaria, ndt] che vota per il 10%?

R – Un po’ all’inizio, ma alla fine ho capito che si sono adeguati alla maggioranza… e probabilmente alcuni hanno fatto il calcolo elettorale, perché come Ivan Moreira di convinzione democratica non ha molto.

D – Pensa che sia possibile che l’opposizione sia di nuovo così unita in Parlamento?

R – Penso che quello che abbiamo ottenuto con il 10% ci dimostra che quando siamo in grado di unirci, otteniamo cose grandi e importanti. Ma per fare più progressi verso questa unità, che non sia solo un evento una tantum, sono necessari molta volontà e molto lavoro. Vediamo ancora interessi incrociati quando si tratta di spingere per ulteriori cambiamenti strutturali, ma spero che riusciremo a superare queste differenze con l’aiuto della strada.

D – Un’altra battaglia è in arrivo con la tassa sui super-ricchi. È stata una proposta del gruppo comunista, che lei dirige. Dicono che è un’altra follia, che il Parlamento non può imporre tasse, che è tecnicamente un cattivo progetto. Di cosa si tratta, dove vuole andare questo progetto?

R – Sono le stesse critiche che si ripetono più e più volte quando si tratta di proposte che mirano a fare giustizia sociale e che incidono sui privilegi di chi ha di più. L’abbiamo visto con le 40 ore settimanali [prima della legge presentata dai comunisti il tetto era 44, ndt], l’abbiamo visto con il 10% e ora di nuovo con la tassa sui super-ricchi. La verità è che questa proposta è a tutto tondo, e anche se l’abbiamo spinta come gruppo parlamentare non è solo una nostra idea ma ha avuto un importante sviluppo nel mondo dell’accademia, nel mondo della nazione e, certamente, in quello dell’esperienza internazionale, da cui abbiamo potuto raccogliere successi ed errori per costruire la proposta. Una tassa transitoria sui patrimoni personali più alti del Cile, del 2,5%, per finanziare l’assistenza sociale nel contesto della crisi sanitaria non è solo buon senso, ma è possibile. La tassa è semplice, si applica a poche persone e non incide sugli investimenti in quanto non tocca i flussi, e in più, diventa quanto mai necessaria quando vediamo che, secondo Oxfam London, in Cile i super milionari non solo non sono stati colpiti dagli effetti economici della crisi, ma hanno aumentato la loro ricchezza del 25% da marzo. Questo è scandaloso e dimostra ancora una volta che la crisi è pagata dai lavoratori e non dai più ricchi.

D – Un altro risultato è stato conquistare lo svolgimento di un plebiscito per una nuova Costituzione. Ritiene che ci sia il pericolo di una sua nuova sospensione, come vede questa sfida?

R – Non credo che sarà sospeso, ma penso che con questa cosa “passo dopo passo” ci potrebbe essere una recrudescenza del contagio che influenzerebbe la richiesta del plebiscito. Per questo dobbiamo lavorare per garantire un plebiscito sicuro, trasparente e partecipativo.

D – Concorda sul fatto che molto di ciò che stiamo vivendo è il risultato della rivolta dell’anno scorso e delle proteste in questo periodo di pandemia? Attribuisce il protagonismo al movimento sociale?

R – Assolutamente, fin da quando ero una studentessa sono stata convinta che non c’è possibilità di far avanzare le trasformazioni sociali se si combatte solo dalle istituzioni politiche, o viceversa, solo dalla strada. Ci vuole la forza del movimento sociale per scuotere le fondamenta del vecchio ordine ed è quello che è successo nell’esplosione sociale: senza tutto ciò, dal Congresso non sarebbe stato possibile spingere il processo costituente, la parità, o l’approvazione delle 40 ore. Ma naturalmente, al Congresso servono alleati, e ce n’è abbastanza per non avere battute d’arresto.

D – Credo che lei abbia detto in quella famosa frase che “il PC sarebbe stato con un piede nel governo e uno in strada”. Direbbe che ora siete con un piede nel Parlamento e uno in strada?

R – Hahaha, sì, ad alcune persone non è piaciuta questa frase, ma è per quello che dicevo prima. I processi di cambiamento sono dinamici e dialettici: se l’esercizio della politica è incapsulato in Parlamento o in spazi istituzionali, perdendo di vista la realtà sociale che si sta sviluppando all’esterno, allora ci troveremo di fronte a una politica sterile, che risponderà solo ai poteri di fatto che hanno più facilità ad affermarsi e a fare rete in quelle istituzioni.

D – A questo punto, come definirebbe di Sebastián Piñera?

R – Un uomo inebriato dal potere, incapace di empatia e che, anche nei momenti più difficili per il nostro Paese e per il nostro popolo, continua a privilegiare i propri interessi e quelli dei suoi amici. Credo che Sebastián Piñera sia una vergogna per il Cile e sarà ricordato come il peggior presidente della storia del Paese per essere stato responsabile della sistematica violazione dei diritti umani in una democrazia.

D – Crede che ci sia una differenza tra Mario Desbordes e Andrés Allamand, Jacqueline Van Rysselberghe e Joaquín Lavín? O il disaccordo è temporaneo?

R – Non credo che si tratti di disaccordi temporanei, anzi: ci sono differenze all’interno dell’ala destra tra le posizioni più dogmatiche e fanatiche -sia in materia economica che valoriale- e le posizioni più pragmatiche. Tuttavia queste sono differenze che non sono sufficienti per una rottura profonda nella destra cilena, alla fine gli interessi della grande classe dominano.

D – Una delle vostre preoccupazioni e dei vostri compiti è legata alla lotta contro la violenza sulle donne. Abbiamo visto il drammatico e scandaloso caso dello stupro e della morte di Antonia Barra. E’ stato incredibile vedere la protesta in tutto il paese quella “notte delle pentole”. Ci troviamo di fronte a un caso che rende evidente un problema serio nel paese?

R – Certo è un problema profondo nella nostra società: così come noi comunisti abbiamo detto che c’è una contraddizione tra neoliberismo e democrazia, ebbene, c’è anche una profonda e più secolare contraddizione tra patriarcato e democrazia. Viviamo e ci confrontiamo quotidianamente con un ordine sociale, politico, economico e culturale che vede le donne come una cosa, un corpo, un sesso e una volontà che deve essere posseduta e delineata dagli uomini, una forza lavoro di seconda classe che lavora senza retribuzione e che quando è stipendiata riceve meno degli uomini per le stesse funzioni. Anche se il maschilismo non è la “loro” eredità, le donne sono state vittime per secoli di un sistema che ci opprime, ci maltratta, ci discrimina, ci violenta e ci uccide. È chiaro che c’è un bisogno urgente di cambiare questo sistema per poter parlare di una vera democrazia. Ecco perché credo che genere, classe e razza vadano di pari passo e si intreccino in modo permanente, e i comunisti non possono dimenticarlo se vogliamo raggiungere l’emancipazione umana.

(Traduzione a cura di Lorenzo Trapani – Rete dei Comunisti)

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