“Non ci resta che organizzare il funerale del modello libanese”

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Majed Nehme – Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti)

Majed Nehme è nato nel 1947 a Damasco ed ha compiuto i suoi studi prima in Libano e poi in Francia e conseguito diversi titoli accademici. È insegnante, giornalista e direttore della rivista «Afrique-Asie», è inoltre autore di differenti studi sul mondo arabo, tra cui il Libano. Il suo punto di vista è stato “censurato” dai media mainstream dell’Esagono a causa della sua denuncia della Francia e dei suoi alleati nel tentativo di destabilizzazione siriana – nonostante fosse stato incarcerato in Siria nel 1981 – e dell’uso dei taglia-gole jihadisti per “esportare la democrazia”. Abbiamo tradotto questa lunga intervista curata da Grégoire Lalieu apparsa sul sito www.afrique-asie.fr e sullo storico media di informazione indipendente «Investig’ation» (www.investigation.net) animato da Michel Collon che ripercorre sinteticamente la storia del Libano indipendente dal 1943 arrivando fino ai nostri giorni. Nehme la contestualizza nel quadro “Medio-Orientale” e ne mostra la sua evoluzione interna nella stretta ed inestricabile relazione tra ciò che accade dentro e fuori i confini del Paese dei Cedri.

L’autore da un giudizio molto netto sul “modello libanese”: l’esperienza ha dimostrato che questo modello è stato un generatore di caos, immobilità, corruzione e guerra civile permanente e si auspica un reale cambiamento che le mobilitazioni scoppiate l’autunno scorso chiedono al netto delle strumentalizzazioni di parte che mette bene in evidenza.

Stesso giudizio lapidario lo riserva all’era Hariri (padre e figlio) mentre mette correttamente in luce il ruolo complessivo svolto da Hezbollah.

Oltre a questa dettagliata ricostruzione storica si sembra interessante mettere in evidenza una possibile “pista d’indagine” sull’esplosione al porto di Beirut ignorata fino ad ora dai professionisti dell’informazione, che metterebbe in relazione ciò che è successo con il conflitto siriano.

Al di là del giudizio sulla suggestione che fornisce, mette oggettivamente in luce il quadro del traffico di armi impiegato per stabilizzare la Siria:

In attesa che si faccia luce su questa doppia esplosione, è necessario porsi alcune domande. Innanzitutto, perché la nave battente bandiera moldava Rhosus, caricata con 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio per uso minerario (esplosivo) dal porto di Batoumi e diretta verso il Mozambico, è stata deviata nel settembre 2013 al porto di Beirut per il deposito? Inoltre, chi erano i veri committenti per l’acquisto di questo carico? Era uno Stato del Golfo, il Qatar, che all’epoca organizzava il trasporto di massa di armi ed esplosivi alla ribellione siriana? Ricordiamo che nel 2013 il Libano era guidato dal Movimento filo-saudita del 14 marzo e ha servito come base logistica e umana contro la Siria, la Giordania e la Turchia. Almeno due navi, la Lutfallah 2 e la MV Grande Sicilia, cariche di armi dirette in Siria attraverso la città portuale di Tripoli, sono state imbarcate in aprile dall’UNIFIL e dalla marina libanese. Oggi non sono filtrate informazioni sugli organizzatori di questo traffico, che ha avuto origine nella città libica di Misrata, controllata dalle milizie islamiste dei Fratelli musulmani alleati con la Turchia e il Qatar.

E in ultimo, ci si deve chiedere se le 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio siano davvero esplose. Se così fosse, secondo gli specialisti la città di Beirut sarebbe completamente cancellata dalle mappe. Secondo alcuni esperti, alla fine, solo 300 tonnellate sono rimaste nell’hangar numero 12 “solo”, mentre il resto è stato spedito negli ultimi sette anni in Siria, dove è stato utilizzato in guerra.

Come si vede, l’indagine sulla doppia esplosione potrebbe coinvolgere molti attori regionali e internazionali tra tutti coloro che si erano mobilitati all’epoca per portare un cambio di regime in Siria. C’è quindi un grande rischio che l’indagine venga sepolta semplicemente puntando il dito contro dei capri espiatori, i soliti “negligenti e corrotti”.

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La doppia esplosione nel porto di Beirut ha messo in evidenza le disfunzioni dello Stato libanese. Lo specialista del Medio Oriente Majed Nehme ci spiega come il Libano abbia in sé i geni dell’instabilità e del caos a partire dalla sua creazione, avvenuta da parte della Francia coloniale, passando poi da una crisi all’altra fino alle ultime manifestazioni che hanno portato alle dimissioni del governo. Per Majed Nehme, questo modello libanese che l’Occidente aveva un tempo lodato come modello di convivenza è finito, e ci spiega anche come il paese potrebbe uscire da questa ennesima crisi.

D – Si ritiene che sia stata una grande quantità di nitrato, immagazzinata senza le necessarie precauzioni, la causa dell’esplosione nel porto di Beirut. Il disastro ha evidenziato il significativo malfunzionamento dell’apparato statale. Come ha fatto il Libano, fino a poco tempo fa chiamato la Svizzera del Medio Oriente, ad apparire come uno Stato fallito?

R – Il Grande Libano è stato creato dal Mandato francese come entità distaccata dalla Siria appena cento anni fa. Il paese assunse la forma attuale con l’indipendenza nel 1943, ma aveva nei suoi geni tutti gli elementi di uno Stato fallito e pronto a implodere. Fondato su una condivisione comune del potere tra cristiani e musulmani, una condivisione voluta dal colonizzatore francese, non poteva evolversi in un moderno Stato repubblicano degno di questo nome.

D – Perché questa condivisione del potere tra comunità di fede? La Francia aveva applicato la buona vecchia ricetta coloniale del divide et impera?

R – Questa condivisione è stata teoricamente concepita per permettere ai cittadini di questo nuovo Paese, distaccati dalla Siria, di vivere insieme senza che una comunità invada i diritti dell’altra o la schiacci. La contropartita di questa convivenza era la paralisi del potere e l’impossibilità di creare un patto sociale in cui il bene comune trascende i presunti privilegi della comunità.

D – E l’indipendenza non ha permesso di superare queste divisioni?

R – No, perché il “Patto nazionale” concluso dai combattenti per l’indipendenza del Libano nel 1943 si ispirava agli stessi criteri definiti dal mandato francese. Questo accordo non scritto, che non è stato incorporato nella Costituzione, prevedeva la condivisione del potere tra cristiani e musulmani, non tra cittadini con uguali diritti e doveri. I coautori di questo patto, il cristiano maronita Béchara el-Khoury e il musulmano sunnita Riad el-Solh, avevano trovato questo compromesso. Doveva essere provvisorio, ma è stato usato dal 1947 per governare il paese.

Il “Patto nazionale” prevedeva che il Libano fosse la patria di tutti i libanesi, che i cristiani accettassero la fine del mandato francese; in cambio, i nazionalisti arabi libanesi rinunciarono alla loro visione panaraba e al ritorno del Libano nell’orbita siriana. Un altro principio che dominava questo patto, il più problematico, riguardava la distribuzione delle posizioni di comando e di responsabilità ai vertici dello Stato e all’interno dell’amministrazione: un presidente maronita, un primo ministro sunnita, un presidente del Parlamento sciita, ecc.

D – In Occidente, invece, il modello libanese è stato pubblicizzato come modello di convivenza, democrazia e pluralismo.

R – L’esperienza ha dimostrato che questo modello è stato un generatore di caos, immobilità, corruzione e guerra civile permanente. Qualche anno dopo il ritiro delle forze del Mandato nel 1946, una prima crisi stava già minando questo sistema. Il primo presidente del Libano indipendente e firmatario del patto, Béchara el-Khoury, fu costretto a dimettersi nel 1952 per essere sostituito da Camille Chamoun, atlantista e noto oppositore di Nasser. Ciò ha inaugurato una politica di allineamento con gli Stati Uniti, violando lo spirito del Patto Nazionale voluto dai fondatori del Libano. Se all’inizio la Siria non aveva accettato che una parte del suo territorio storico venisse amputata, alla fine aveva riconosciuto un Libano indipendente a condizione che quel Paese non servisse né come base né come punto di passaggio per forze da loro considerate ostili, insistendo sulla specificità delle relazioni tra i due Paesi.

Queste disposizioni sono state fissate nel Patto nazionale e il paese di fatto è stato in crisi ogni volta che sono state violate. L’allineamento atlantista di Camille Chamoum è stato respinto da gran parte dei libanesi, ma anche dalla Siria. Questa si era appena unita all’Egitto nasseriano attraverso la Repubblica Araba Unita. Si opponeva alla politica statunitense di contenimento dell’Unione Sovietica e al Patto di Baghdad, di breve durata, che voleva collegare il Libano agli Stati Uniti dividendo cristiani e musulmani. Per coronare il tutto, il presidente Chamoun ha voluto modificare illegalmente la Costituzione per ottenere un secondo mandato. L’opposizione fu quindi feroce e aprirà la strada nel 1958 a un’insurrezione armata, sostenuta da Nasser. Da parte sua, Chamoun chiese l’intervento dei Marines statunitensi che arrivarono in Libano. L’insurrezione si concluse dopo tre mesi con il ritiro del contingente USA e l’elezione del generale Fouad Chehab, comandante in capo dell’esercito, a presidente della Repubblica.

D – Il Libano è stato allora in grado di ritrovare la stabilità?

R – Sì, ma non per molto. Dopo la partenza di Chamoun, Nasser, allora presidente della Repubblica Araba Unita e all’apice del potere, accettò di incontrare il nuovo presidente libanese in una tenda eretta sul confine siro-libanese per esprimere il suo sostegno e il suo impegno per la sovranità e l’indipendenza del Libano. Allo stesso tempo, chiese di osservare una politica regionale non allineata con l’Occidente atlantista per non minare gli impegni di neutralità richiesti dal Patto nazionale del 1943.

Questa intesa siro-libanese portò alla stabilità interna del Libano ed a coraggiose riforme strutturali, insieme ad una prosperità economica senza precedenti. Fu in questo periodo che il Libano cominciò ad essere soprannominato la “Svizzera del Medio Oriente”. Questo “miracolo” economico era dovuto ad un sistema bancario efficiente, un segreto bancario che aveva attratto nel paese i capitali delle borghesie siriane, egiziane e irachene, opposte all’orientamento socialista e dirigista dei propri paesi. Ma questo “miracolo” è durato appena un decennio. La classe politica libanese, dopo la fine del mandato di Fouad Chehab, grande statista riformista, ha abboccato al richiamo dell’affarismmo, della corruzione e del taglio regolamentato dell’economia nazionale.

D – Qual è stato il punto di svolta?

R – Va detto innanzitutto che c’erano dei limiti del modello libanese. Georges Naccache, uno degli ideologi di questo modello e fondatore del quotidiano francese L’Orient (che nel 1971 divenne L’Orient-Le-Jour) aveva capito presto i limiti e la fragilità di questo modello. “Due negazioni non fanno una Nazione!” scriveva sulle colonne del quotidiano l’Orient nel 1947. E per aggiungere “… Cosa vediamo? Un popolo, attraverso tutti i disordini e tutti gli scandali, ingegnoso a ricostruirsi; uno Stato ostinatamente determinato a disfarsi. »

Oltre a questo impulso interiore autodistruttivo, ci sono le molteplici aggressioni israeliane contro il Libano. Dopo la guerra del 1967, il Libano è stato trascinato nel vortice del conflitto arabo-israeliano con l’arrivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), cacciata dalla Giordania. Israele avrebbe quindi moltiplicato i suoi attacchi: la distruzione nel 1968 dell’intera flotta aerea civile dell’aeroporto internazionale di Beirut, la liquidazione da parte dei servizi israeliani di diversi leader della resistenza palestinese che si erano rifugiati in Libano dal 1968 in poi, l’occupazione di una striscia di confine meridionale nel 1978, l’invasione e l’occupazione israeliana di Beirut nel 1982, una nuova guerra di liberazione nel sud che, dopo la partenza delle truppe dell’OLP dal Libano, fu condotta da Hezbollah, che era diventato un nuovo protagonista centrale sulla scena libanese e regionale (Siria, Iraq, Yemen…).

D – È in questo contesto di tensione che nel 1975 è scoppiata la guerra civile.

R – In Giordania, l’OLP era diventata uno Stato nello Stato, tanto che re Hussein, considerato da alcune fazioni radicali dell’organizzazione palestinese come reazionario e complice degli israeliani, sentiva minacciato il suo regime. L’OLP è stata quindi cacciata dalla Giordania e si è ritirata in Libano, dove tutti gli ingredienti per la guerra civile stavano già germogliando. L’equilibrio della comunità era fragile e all’epoca i musulmani chiedevano una più equa distribuzione del potere.

Approfittando delle divisioni tra libanesi, l’Olp spostò dunque il suo quartier generale dalla Giordania al Libano. I combattenti della resistenza palestinese furono inizialmente accolti da tutti i libanesi, di tutte le fedi, come eroi. Ma cominciarono a perdere questo sostegno unanime quando abbracciarono la causa del cosiddetto “campo progressista islamista”, quando si opposero loro l’esercito e le forze cristiane conservatrici che rifiutavano il crescente peso dei palestinesi, allora alleati della Siria, nel gioco interno libanese. La scintilla che ha acceso il fuoco e ha fatto scoppiare l’atroce guerra civile è stato l’attacco dei falangisti cristiani, alleati di Israele, il 13 aprile 1975, contro un autobus che trasportava civili palestinesi nel sobborgo cristiano di Ain el Remmaneh. 31 palestinesi morirono. Per rappresaglia, le forze palestinesi bombardarono i quartieri cristiani, facendo sprofondare il Libano in un’atroce guerra civile durata 15 anni.

D – La guerra civile ha visto anche lo sbarco delle truppe siriane in Libano. Non se ne sono andati fino al 2005, molto tempo dopo la fine della guerra civile. Quali sono state le conseguenze della loro partenza?

R – Questa partenza ha mandato il partito anti-siriano e anti-iraniano “14 Marzo” al potere. Il Libano divenne di nuovo una base da cui manovrare tutte le forze ostili alla Siria. Gli ambasciatori americani, britannici e francesi divennero i portavoce di queste forze a tal punto che alcuni osservatori avevano descritto queste palesi interferenze come “il governo dei Consoli”.

L’esplosione criminale del 4 agosto nel porto di Beirut non è stato un fulmine a ciel sereno. Le nubi che annunciavano una grande tempesta si erano accumulate per almeno tre decenni, quando la maggior parte della gestione del paese era stata data al clan Hariri, padre e figlio. Esausto per una guerra civile (1975-1990) che aveva distrutto Beirut, causato la morte di quasi 150.000 persone e costretto centinaia di migliaia di libanesi a fuggire, il paese in rovina aveva bisogno di un ambizioso piano di ricostruzione. Rafik Hariri, un miliardario libano-saudita, fu visto all’epoca come l’uomo della Provvidenza. Fu sostenuto politicamente e finanziariamente dall’Arabia Saudita. Quest’ultima aveva convocato le varie componenti comunitarie della società libanese nella città saudita di Taif per costringerle a firmare un emendamento costituzionale, che all’epoca era stato approvato dalle potenze occidentali e dalla Siria. Questo accordo accentuò il carattere confessionale del regime libanese e pose le basi per un graduale spostamento del centro decisionale verso il Consiglio dei ministri, presieduto da un filosofo sunnita, a scapito della presidenza della Repubblica assunta da un maronita. Ciò equivaleva a annullare la possibilità di prendere decisioni, tanto tra la Presidenza e il Consiglio quanto tra le varie componenti del Consiglio dei Ministri. Il governo fu così condannato alla contrattazione perpetua, ai ricatti della comunità e quindi all’immobilità. Una situazione che si è tradotta anche in una diffusa corruzione.

D – Qual è quindi il bilancio dell’era di Rafik Hariri?

R – Lanciò la controversa ricostruzione del centro di Beirut a beneficio del suo clan e al prezzo dell’espropriazione di molte persone, che furono costrette a cedere le loro terre in cambio di azioni di una società privata, Solidere, che aveva elaborato un vasto piano di modernizzazione attorno alle grandi infrastrutture commerciali. Questo progetto sovradimensionato scommetteva su un’ipotetica pace in Medio Oriente, che non è mai arrivata. La mutata situazione geopolitica in Libano e nella regione e il congelamento del processo di pace, ormai clinicamente morto, hanno smorzato le aspettative troppo ottimistiche di tutti coloro che avevano scommesso sulla trasformazione del Libano in una potenza economica emergente in una regione pacifica.

D – Eppure c’era stato un piano di pace presentato a Beirut nel 2002…

R – Sì, è stato un piano saudita adottato all’unanimità dal Vertice arabo di Beirut nel 2002. Ha offerto a Israele una pace globale in cambio del ritiro dai territori occupati dal 1967 (Cisgiordania, Gaza, le alture siriane del Golan e i territori libanesi occupati), la creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale, e una soluzione al problema dei rifugiati palestinesi. Ma non si era tenuta in considerazione l’ascesa al potere in Israele di una destra nazionalista ed espansionista, ciecamente sostenuta dagli Stati Uniti. Israele ha respinto questo piano ed ha spianato la strada alla crescente instabilità della regione. Il Libano, più diviso che mai, ha pagato, e continua a pagare, il pesante prezzo di questo rifiuto della pace da parte dei successivi governi israeliani.

D – Non possiamo parlare delle relazioni tra Libano e Israele, senza parlare di Hezbollah. Come è nato questo movimento?

R – Quando l’OLP lasciò il Libano, fu Hezbollah a prendere in mano la resistenza a Israele. Questo movimento sciita puramente libanese è sostenuto dalla Siria e dall’Iran. Ha combattuto una vittoriosa guerra di liberazione contro l’occupazione israeliana del Libano meridionale. Israele aveva occupato questa parte del territorio dal 1978. Nel 2000, Hezbollah è riuscito a cacciare l’esercito israeliano e i suoi ausiliari libanesi dal paese.

Nel 2006, Hezbollah è riuscito anche a sconfiggere un’offensiva del potente esercito israeliano. È poi diventato un attore chiave sulla scena nazionale libanese, in termini di rappresentanza parlamentare, governativa e militare. Questo ruolo è stato rafforzato e confermato dopo la sua partecipazione, in Siria e in Iraq, alla guerra contro il terrorismo, rappresentato da Al-Qaeda e dal Daesh. Hezbollah ha un peso considerevole anche in patria, se non altro attraverso le sue alleanze con il Movimento patriottico libero del presidente Michel Aoun, nella vita politica, parlamentare e governativa, nonostante si posizioni al di fuori del gioco politico libanese.

La crescita del potere degli Hezbollah non è stata gradita ad alcuni libanesi, i filo-occidentali, filo-sauditi e dunque anti-siriani e anti-iraniani, che hanno chiesto più volte di disarmarli, di concerto con Israele, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Dal 2005, quindi, assistiamo ad un confronto aperto tra gli Stati Uniti ed alleati da un lato, e l’Iran, la Siria e, in misura minore, l’Iraq e i loro alleati libanesi, dall’altro. Le sanzioni contro Hezbollah e Siria, con il Caesar Act recentemente adottato dal presidente Trump, stanno avendo un forte impatto sull’economia libanese senza però minare la determinazione di Hezbollah, che già da anni è esclusa dal sistema bancario libanese.

D – Abbiamo sentito parlare molto del sistema bancario negli ultimi giorni. Com’è riuscito a finire quasi al collasso?

R – Questo settore è in crisi da mesi a causa della gestione disastrosa del Governatore della Banca Centrale, che applicava scrupolosamente le istruzioni del Tesoro statunitense. Nel marzo 2020, il Libano ha annunciato il primo mancato pagamento nella sua storia. Ha portato i risparmiatori libanesi a congelare i loro conti in dollari e in valuta estera, con un conseguente vertiginoso calo del potere d’acquisto: quasi il 70%. Ricordiamo che il debito pubblico nel 1992 ammontava a 3 miliardi di dollari, ed è salito a più di 18,6 miliardi nel 1998, per arrivare a 90 miliardi nel marzo 2020, ovvero oltre il 150% del PIL. Nel gennaio 2020 le tre principali agenzie di rating avevano declassato il rating sovrano del Libano (CA per Moody’s, CC per S&P e B- per Fitch). Questo ha costretto il governo libanese a dichiararsi inadempiente. Ciò ha comportato un vertiginoso aumento della disoccupazione, oltre alla carenza di servizi pubblici (elettricità, acqua, trattamento dei rifiuti, telefonia…). Tutte queste ragioni spiegano la caduta dell’ex governo di coalizione nazionale presieduto da Saad Hariri, sotto il peso delle manifestazioni popolari e la formazione di un nuovo governo tecnocratico presieduto da Hassane Diab, un accademico competente, non proveniente dal microcosmo politico libanese.

E’ in questo contesto che si è verificata l’esplosione che ha distrutto il porto di Beirut e devastato gran parte della capitale. Oggi il costo di questo disastro è stimato tra i dieci e i quindici miliardi di dollari. Come si può affrontare questa situazione? Chi pagherà il conto? Qualunque sia la tabella di marcia a venire, non c’è dubbio che il Libano, come il suo modello era stato definito dalla Francia al momento della sua creazione nel 1920, sia definitivamente finito. È il suo funerale che resta da organizzare, solo questo.

D – Ci sono ancora molte domande sulle circostanze della terribile doppia esplosione. È stato un disastro industriale di tipo SEVESO? O un atto criminale? Perché il governo libanese ha rifiutato un’indagine internazionale?

R – E’ in corso un’indagine. Il governo dimissionario di Hassane Diab ha affidato la conduzione dell’indagine a un tribunale speciale di emergenza. Il presidente Aoun e gli Hezbollah hanno rifiutato una commissione d’inchiesta internazionale, come richiesto dall’opposizione, sostenuta dal presidente Macron, per timore che potesse essere utilizzata e politicizzata, come è avvenuto nel caso del Tribunale speciale sul Libano, incaricato d’identificare e processare gli assassini di Hariri. Tuttavia, il governo libanese è attualmente assistito da specialisti dell’intelligence francese e dall’FBI. L’importante è non scaricare le colpe e le responsabilità su dei capi espiatori…

Ma in attesa che si faccia luce su questa doppia esplosione, è necessario porsi alcune domande. Innanzitutto, perché la nave battente bandiera moldava Rhosus, caricata con 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio per uso minerario (esplosivo) dal porto di Batoumi e diretta verso il Mozambico, è stata deviata nel settembre 2013 al porto di Beirut per il deposito? Inoltre, chi erano i veri committenti per l’acquisto di questo carico? Era uno Stato del Golfo, il Qatar, che all’epoca organizzava il trasporto di massa di armi ed esplosivi alla ribellione siriana? Ricordiamo che nel 2013 il Libano era guidato dal Movimento filo-saudita del 14 marzo e ha servito come base logistica e umana contro la Siria, la Giordania e la Turchia. Almeno due navi, la Lutfallah 2 e la MV Grande Sicilia, cariche di armi dirette in Siria attraverso la città portuale di Tripoli, sono state imbarcate in aprile dall’UNIFIL e dalla marina libanese. Oggi non sono filtrate informazioni sugli organizzatori di questo traffico, che ha avuto origine nella città libica di Misrata, controllata dalle milizie islamiste dei Fratelli musulmani alleati con la Turchia e il Qatar.

E in ultimo, ci si deve chiedere se le 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio siano davvero esplose. Se così fosse, secondo gli specialisti la città di Beirut sarebbe completamente cancellata dalle mappe. Secondo alcuni esperti, alla fine, solo 300 tonnellate sono rimaste nell’hangar numero 12 “solo”, mentre il resto è stato spedito negli ultimi sette anni in Siria, dove è stato utilizzato in guerra.

Come si vede, l’indagine sulla doppia esplosione potrebbe coinvolgere molti attori regionali e internazionali tra tutti coloro che si erano mobilitati all’epoca per portare un cambio di regime in Siria. C’è quindi un grande rischio che l’indagine venga sepolta semplicemente puntando il dito contro dei capri espiatori, i soliti “negligenti e corrotti”.

D – In Libano non mancano funzionari negligenti e corrotti. Dall’anno scorso sono stati presi di mira dai manifestanti che scendono regolarmente in strada. Qual è la posta in gioco in questo movimento di protesta?

R – I manifestanti che il 17 ottobre 2019 sono scesi in piazza nelle principali città del Libano volevano un radicale cambio di regime. Hanno espresso un rifiuto totale della classe politica, del sistema confessionale, della corruzione diffusa e del collasso dei servizi pubblici. Protestavano soprattutto contro il saccheggio dei loro risparmi da parte del sistema bancario mafioso, che aveva portato a un calo del potere d’acquisto di quasi il 70% e al crollo della classe media.

Certo, come avviene in quasi tutti i movimenti di protesta popolare, come la Rivoluzione arancione o la Primavera araba, degli “infiltrati” hanno cercato di far man bassa in questo movimento, puntando i loro attacchi contro Hezbollah, che non appartiene alla classe politica del paese, seminando così divisione tra la maggioranza dei manifestanti. Alcuni leader infiltrati, spesso finanziati dalle cosiddette ONG “esportatrici di democrazia” o dai paesi del Golfo, o addirittura da alcuni partiti politici confessionali responsabili della guerra civile del 1975, hanno addirittura lanciato petizioni, firmate da decine di migliaia di persone, chiedendo la restituzione del mandato! Questa minoranza non deve però nascondere la grandezza di questa giusta e legittima protesta che chiede un cambiamento e la costruzione di un nuovo patto sociale.

D – Come potrebbe il Libano uscire da questa crisi al vertice? Quali sono le insidie da evitare?

R – Non c’è dubbio che il modello libanese, che si fondava sul caos e sull’immobilismo e che impedisce l’avvento di un vero Stato nazionale in Libano, non serve più alle potenze occidentali. Le dichiarazioni marziali di Emmanuel Macron a Beirut, che chiede una nuova Costituzione, suonano come un’ammissione di fallimento di questo modello che la Francia, ex potenza mandante, ha patrocinato per 100 anni. Il presidente francese si è spinto fino a minacciare i rappresentanti dei partiti politici incontrati durante la sua visita, esortandoli ad accettare le indispensabili riforme del sistema. In caso contrario, ha minacciato, gli sarà vietato l’ingresso in tutti i paesi occidentali e i loro beni saranno sequestrati. Il fallimento politico, ma soprattutto economico, di questo modello inoperativo, unito alla protesta sempre più violenta delle strade, e anche delle loro basi religiose, non lascia loro scelta. D’ora in poi, l’unica via d’uscita è uscire da questo modello confessionale, adottare una Costituzione repubblicana, modificare la legge elettorale, introdurre il suffragio universale per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei deputati. Insomma, costruire una socialdemocrazia basata su un’economia produttiva e diversificata e riprendere la politica di buon vicinato con la Siria.

(Traduzione a cura di Lorenzo Trapani)

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