Le Americhe Fra Socialismo e Barbarie

image_pdfimage_print

Come Rete dei Comunisti abbiamo organizzato un ciclo di iniziative allo scopo di inquadrare adeguatamente la situazione geopolitica delle Americhe anche in considerazione dei futuri appuntamenti elettorali che questo autunno stanno attraversando quello che una volta veniva chiamato il Nuovo Mondo (dagli USA al Venezuela, dalla Bolivia al Chile) all’interno del contesto di trasformazione di tutto il continente, e soprattutto in rapporto alla fase storica che stiamo attraversando.

La campagna viene confermata nella sua interezza, con tutti gli appuntamenti e i contributi previsti, nonostante la situazione derivante dal peggiorare della pandemia di coronavirus.

Il ciclo era stato impostato come nove incontri in presenza, e si conferma in nove città italiane, in cui presenteremo la nostra analisi della fase storica che stiamo vivendo, e dialogheremo con intellettuali, militanti e organizzazioni presenti sul territorio. In ciascuna iniziativa ospiteremo il contributo di membri di spicco del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela) e/o del Partito Comunista Cubano.

Il divieto di organizzare iniziative in presenza (come da DPCM del 25/10/2020) ci obbliga a riorganizzare la campagna. Le diverse iniziative verranno trasmesse per via telematica, e sono tutte confermate in quanto ogni iniziativa coinvolge soggetti diversi e prevede contributi diversi, che nel complesso ci permetteranno di affrontare a fondo i diversi aspetti di una situazione complessa. Abbiamo deciso però di dilazionare le iniziative (inizialmente organizzate tutte nell’arco di una settimana), in modo da seguire passo passo lo svilupparsi delle dinamiche che stanno attraversando le Americhe in queste settimane. Le iniziative verranno comunque svolte entro il mese di novembre.

Di seguito riproponiamo il documento di lancio della campagna.

In calce potete trovare l’elenco delle diverse iniziative con l’elenco dei relatori e il canale facebook sulle quali verranno trasmesse.

Le Americhe Fra Socialismo e Barbarie

Il Modo di Produzione Capitalistico si trova ormai da decenni in una crisi sistemica dalla quale non riesce ad uscire. Esaurita la spinta dell’espansione del mercato mondiale data dall’implosione del blocco sovietico e dall’apertura della Cina negli anni 90, le difficoltà di valorizzazione del capitale si fanno sempre più acute, e questo genera una serie di contraddizioni il cui sviluppo si fa sempre più distruttivo, dall’instabilità finanziaria alla tendenza a una guerra non frontale ma diffusa, dalla crisi ambientale a quella sanitaria. Questa incapacità di generare profitti adeguati a saziare i bisogni del capitale si riflette in occidente direttamente in un abbassamento delle condizioni di vita per la gran parte della popolazione, a cui arriva una fetta sempre più piccola di una torta che si sta restringendo. Ciò ha progressivamente eroso la capacità egemonica della classe dirigente, esasperando le fratture interne alla società che si manifestano ciclicamente in maniera variegata a seconda delle specifiche situazioni.

In questo momento in nessun altro paese occidentale tali contraddizioni si stanno manifestando in maniera tanto evidente quanto negli Stati Uniti. Dopo essersi conteso con un’altra manciata di paesi il titolo di paese che peggio ha gestito la pandemia di COVID-19, ed aver sperimentato la più grande contrazione di PIL della sua storia (-32.9% nel secondo quarto del 2020), gli USA si avvicinano alla data delle elezioni del prossimo 3 novembre con un’atmosfera che talora ricorda quella di una guerra civile. La situazione non si è mai normalizzata dopo lo scoppio delle proteste il maggio scorso a seguito dell’ennesimo brutale omicidio da parte della polizia. Alla rabbia della comunità nera si è presto unita quella di altre minoranze già duramente colpite dalla pandemia di coronavirus (in maniera più che proporzionale alla loro presenza demografica), ma anche di interi settori di working class bianca impoverita da deindustrializzazione e crisi. Scioperi e iniziative significative in settori chiave della logistica e della gig economy hanno mostrato le crepe in una pace sociale che durava da decenni, mentre la risposta da parte delle autorità è stata estremamente violenta, con Trump che è arrivato a schierare le forze federali nelle città più problematiche anche contro il parere delle amministrazioni locali. La frattura sociale tra le diverse anime del paese si è manifestata in tutta la sua violenza, fino ad arrivare a scontri diretti e sparatorie tra manifestanti e milizie armate di estrema destra, queste ultime naturalmente sostenute di fatto dalle forze dell’ordine.

Questa disgregazione sociale che agisce su più livelli (sia verticalmente tra establishment e governati sia orizzontalmente all’interno della classe lavoratrice, e in parte anche all’interno della borghesia) è come dicevamo prima una diretta conseguenza dell’incapacità del capitalismo di uscire dalla sua crisi sistemica, ma ha per gli Stati Uniti delle caratteristiche specifiche legate alla sua storia recente ed al ruolo che svolge nella governance globale. Questi infatti vedendo tendenzialmente ridursi la propria egemonia globale, e con essa la capacità di riversare verso l’esterno le contraddizioni che si sviluppano al proprio interno. Se infatti dopo la fine del mondo bipolare gli Stati Uniti hanno mantenuto per qualche anno la leadership globale nei principali settori strategici (esercito, finanza, risorse naturali, innovazione tecnologica) oggi il primato statunitense, ancora un fatto oggettivo, si sta erodendo significativamente in tutti questi ambiti (salvo il settore militare).

Questa dinamica ha conseguenze importanti, non solo nell’aggressività che la politica estera statunitense sta mettendo in campo, ma anche nella ridefinizione delle catene internazionali del valore. Gli USA avevano trovato negli anni 90 in Cina una riserva di forza lavoro disciplinata e a basso costo che è stata fondamentale per il ciclo di crescita avviato in quegli anni. Negli ultimi anni però la Cina viene identificata sempre di più come antagonista che come competitor, e la classe dirigente statunitense comincia a valutare come non strategicamente sostenibile avere una parte così consistente della propria produzione delocalizzata in territorio avversario. Anche per questa ragione nel discorso americano è comparso con prepotenza negli ultimi anni il tema della re-localizzazione, uno dei cavalli di battaglia di Trump nella sua prima campagna elettorale.

È importante sottolineare che nell’ottica strategica USA, quando si parla di riportare la produzione in America, non si considera solo il territorio statunitense, ma tutto il continente americano.

L’idea di allargare a sud le proprie filiere produttive era stata alla base negli anni ’90 del NAFTA (sostituito quest’anno dall’USMCA), un accordo di libero scambio con Canada e, soprattutto, Messico, che aveva l’obiettivo di espandersi a tutti i paesi del continente attraverso il progetto del FTAA/ALCA (Free Trade Area of Americas). Quest’ultimo è stato poi abbandonato, oltre che per l’opposizione che aveva trovato in quei paesi che si sarebbero poi organizzati nell’ALBA, anche perché il capitale transnazionale aveva individuato nella Cina un ambiente più favorevole.

È anche nella ripresa di questo progetto imperialista, oltre che nel desiderio di assicurarsi un accesso garantito alle materie prime di cui il continente è ricco, che bisogna leggere il rinnovato inasprirsi del conflitto di classe nell’America Latina degli ultimi anni.

Negli ultimi anni, il combinato disposto delle difficolta economiche globali e del rinnovato interesse strategico USA per quello che considerano il proprio “cortile di casa” (non che sia mai venuto a mancare, sia chiaro) hanno creato situazioni di significativa instabilità in numerosi paesi dell’America Latina. Tali situazioni altro non sono che tasselli di un conflitto di classe a livello continentale in cui l’oligarchia prona all’imperialismo Statunitense si contrappone ai settori popolari che hanno visto migliorare drasticamente le proprie condizioni di vita nei paesi in cui a partire dalla fine del secolo scorso si è avviato il ciclo storico progressista ora sotto attacco: il golpe in Bolivia; i continui e sempre più violenti tentativi di destabilizzazione del Venezuela; le gigantesche mobilitazioni popolari in Ecuador e soprattutto in Cile, il paese che è stato più di tutti terreno di esperimento sociale della famigerata scuola di Chicago sin dai tempi di Pinochet; il ritorno alla guerra armata di alcune fazioni delle FARC in Colombia, a seguito del continuo e impunito massacro da parte di narcotrafficanti e fascisti dei propri militanti e sindacalisti; il “golpe bianco” in Brasile, la vittoria alle elezioni di Bolsonaro e la strage ancora in atto causata dal coronavirus. Solo all’interno di questo scontro continentale possiamo inquadrare i prossimi appuntamenti elettorali: le elezioni in Bolivia e Venezuela e il referendum costituzionale in Cile.

Questo scontro ci spinge oggi ad affermare che la scelta, mutuando lo storico slogan del movimento comunista “Socialismo o Barbarie”, è quella tra “Socialismo e Barbarie” dove il socialismo è concretamente presente in America Latina e la barbarie è altrettanto concretamente presente negli Stati Uniti. Insomma il continente meridionale è divenuto l’anello debole del moderno imperialismo non solo nordamericano.

La situazione è infatti significativamente diversa da quella degli anni 90, in cui gli USA erano stati in grado di imporre il NAFTA senza incorrere in particolari ostacoli. Come prima cosa non ci troviamo più a livello globale al principio di una fase espansiva, bensì immersi in una crisi economica e sociale, le cui conseguenze come dicevamo si sentono profondamente anche nel cuore dell’impero.

Infatti gli USA non sono più gli unici attori di un certo peso nella regione: basti prendere come esempi il supporto che la Federazione Russa ha dato al Venezuela in questi anni, oppure il progetto, cofinanziato dai cinesi, di un canale in Nicaragua che faccia concorrenza a quello di Panama. A questo dobbiamo sicuramente aggiungere la determinazione dei popoli dell’America Latina, che nei decenni passati hanno dimostrato una capacità di resistenza e talora di contrattacco. Infine non possiamo non sottolineare come la pandemia in corso, nel mostrare le mancanze del capitalismo, stia rimettendo sul piatto la necessità di un’alternativa di sistema. E in quest’ottica l’esempio di gestione della pandemia da parte di Cuba e Venezuela, due paesi da anni sotto embargo e sanzioni, si presentando agli occhi del mondo come uno smacco alla barbarie che tenta di avanzare.

All’interno di questo quadro generale proponiamo quindi l’organizzazione di una serie di iniziative di discussione e confronto nei territori in cui vi è l’interesse e le condizioni per farlo.

INIZIATIVE TELEMATICHE

Bologna, 28 ottobre

Lorenzo Piccinini, Rete dei Comunisti

Valerio Evangelisti, scrittore

Noi restiamo Bologna

Luciano Vasapollo, Rete dei Comunisti

Adan Chavez, vicepresidente rel.intern. PSUV, ambasciatore del Venezuela a Cuba

Ramon Labanino, Vicepresidente ANEC, dei 5 eroi cubani

Trasmessa sulle pagine

https://www.facebook.com/retedei.comunistibologna

https://www.facebook.com/noirestiamo.bologna

https://www.facebook.com/contropiano/

Napoli, 30 ottobre

Giacomo Marchetti, Rete dei Comunisti

Giovanni di Fronzo, Noi Restiamo Napoli

Giuliano Granato, Potere al Popolo

Giovanni Pagano, FDS-USB

Indira Pinedo, sociologa cubana

Jesus Farias, direzione nazionale PSUV

Trasmessa sulle pagine

https://www.facebook.com/ReteDeiComunistiNapoli

https://www.facebook.com/rdc.caserta

https://www.facebook.com/noirestiamonapoli

https://www.facebook.com/contropiano/

Pisa, 2 novembre

Giacomo Marchetti, Rete dei Comunisti

Andrea Vento, docente di geografia economica, coordinatore GIGA

Maria Sandoval, Chilen@s en la Toscana

Tania Diaz, direzione generale PSUV, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Costituente

Trasmessa sulle pagine

https://www.facebook.com/Rete-Dei-Comunisti-Pisa-380974915406758

Roma, 6 novembre

Giacomo Marchetti, Rete dei Comunisti

Noi Restiamo Roma

Silvia Baraldini

Mario Martone

Trasmessa sulle pagine

https://www.facebook.com/retedeicomunistirm

https://www.facebook.com/noirestiamo.roma

Torino, 11 novembre

Lorenzo Piccinini, Rete dei Comunisti

Noi restiamo Torino

Luciano Vasapollo, Rete dei Comunisti

Alejandro San Martin, Chile Despertò

Adan Chavez, vicepresidente rel.intern. PSUV, ambasciatore del Venezuela a Cuba

Ramon Labanino, Vicepresidente ANEC, dei 5 eroi cubani

Trasmessa sulle pagine

https://www.facebook.com/retedeicomunisti.torino

https://www.facebook.com/noirestiamo.torino

Siena, 13 novembre

Lorenzo Piccinini Rete dei Comunisti

Andrea Searle, membro di Chile despertó Italia e collettivo di sartoria migrante Kirikuci

Benjamin Ferrero, compagno statunitense

Noi Restiamo Siena, organizzazione giovanile nazionale

Cravos Siena, organizzazione studentesca universitaria

Potere al Popolo! Siena

Tania Díaz, direzione nazionale PSUV, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Costituente

Trasmessa sulle pagine

https://www.facebook.com/Rete-dei-Comunisti-Siena-105235834438059

https://www.facebook.com/noirestiamosiena

Senigallia, 18 novembre

Lorenzo Piccinini, Rete dei Comunisti

Alessandro Merli, Potere al Popolo Senigallia

Sara Reginella, regista/videoreporter

Luciano Vasapollo, Rete dei Comunisti

Jesus Farias, direzione nazionale PSUV

Trasmessa sulle pagine

https://www.facebook.com/rdcmarche

Grosseto, 20 novembre

Giacomo Marchetti, Rete dei Comunisti

Noi Restiamo

Potere al Popolo, Grosseto

Jesus Farias, direzione nazionale PSUV

Trasmessa sulle pagine

https://www.facebook.com/RdCGrosseto

Milano, 25 novembre

Giacomo Marchetti, Rete dei Comunisti

Noi restiamo Milano

Max Gazzola, Spread.it

Luciano Vasapollo, Rete dei Comunisti

Tania Diaz, direzione generale PSUV, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Costituente

Trasmessa sulle pagine

https://www.facebook.com/rdcmilano

https://www.facebook.com/noirestiamo.milano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *