L’Esercito Popolare di Liberazione come ancora di salvezza del partito

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Ka Po Ng

Traduciamo e pubblichiamo il seguente articolo, apparso originariamente come capitolo del libro “The Routledge Handbook of the Chinese Communist Party” a cura di Willy Wo-Lap Lam (edizioni Routledge, 2018).

Introduzione a cura di Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti)

È nostro principio che il partito comanda la pistola ma non permette mai alla pistola di controllare il Partito

Mao

Nelle analisi sul corso politico intrapreso dalla Cina durante la leadership di Xi, vengono solitamente evidenziati sia gli effetti di una politica estera più assertiva (vedi: https://bit.ly/35DnLaj e https://bit.ly/35EvmoZ ) che le cause che l’hanno resa possibile.

L’era Xi è sia un’era di profonde trasformazioni rispetto alla struttura di potere dell’esercito che aveva ereditato, che di sostanziale continuità con alcune linee guida contenute nel corpus teorico-ideologico del PCC della prevalenza del politico sul militare.

Oltre a questo il rapporto di rottura/continuità dell’attuale dirigenza rispetto a quelle passate è un riflesso delle mutate condizioni nei rapporti internazionali, recentemente “precipitate” in un clima da nuova guerra fredda in cui la Cina è passata ad essere da competitor strategico degli USA a suo principale antagonista, dopo essere stato a lungo strumento subordinato della globalizzazione neo-liberista a guida statunitense.

Se non ci sono stati particolari episodi recenti di possibile precipitazione bellica dello scontro, in una situazione di sostanziale stallo, non è detto che anche singoli casus belli circoscritti non possano costituire incipit di gravi crisi diplomatiche e far assumere una piega differente agli eventi.

Infatti si moltiplicano i teatri di possibile attrito soprattutto nel Pacifico (teatro di esercitazioni militari contrapposte e di una nuova “corsa alle armi”) e si accumulano i motivi di possibile scontro a vari livelli su differenti questioni per ora “confinate” ai tratti della guerra economico-commerciale, alle dichiarazioni bellicose di una parte importante dell’ex amministrazione, oltre ad alcune azioni sanzionatorie con il pretesto di ipotetiche violazioni dei diritti umani, probabilmente destinate ad ampliarsi ed ad intensificarsi con l’amministrazione Biden. È certo che la Cina ha fissato alcune “linee rosse” invalicabili rispetto alla sua sicurezza interna e all’immediata proiezione regionale dei propri interessi vitali su cui non intende in alcun modo fare dei significativi passi indietro, con una opinione pubblica perfettamente allineata e animata da sinceri sentimenti patriottici.

Proprio l’aggressività occidentale nei confronti della Cina è stato un fattore di ri-politicizzazione del corpo sociale della Repubblica Popolare, memore del passato di umiliazioni che gli è stato inflitto dalla Prima Guerra dell’Oppio in poi.

La funzione dello strumento militare verrà ribadita dal 14° Piano Quinquennale (2020-2025) su cui si è recentemente tenuto il Plenum del Comitato Centrale del PCC.

La prontezza dell’Esercito nel combattere per vincere possibili sfide belliche è uno dei tratti salienti rimarcati nella fissazione delle linee guida della politica cinese degli anni a venire, segno di come Pechino colga la possibile precipitazione bellica, od il possibile risvolto militare, delle attuali frizioni politiche.

Come è affermato nel capitolo del saggio che abbiamo qui tradotto, Xi ha ribadito dall’inizio di essere sia il leader che il vero comandante delle forze armate.

Ha praticamente smantellato le vecchie reti di potere e ha fatto spazio per l’installazione dei suoi uomini, in un processo di ri-centralizzazione politica di uno dei campi strategici della Repubblica Popolare.

Tutto questo in una continuità con la leadership precedente rispetto all’aumento del volume delle spese militari, che è il dato sui cui gli analisti spesso insistono, anche in maniera interessata per trasmettere la presunta “minacciosità” cinese.

Per non schiacciare l’analisi delle dinamiche tra potere politico e potere militare sul presente abbiamo tradotto il capitolo di un più corposo saggio che cerca di sintetizzare le differenti funzioni che ha avuto prima l’Armata Rossa e poi L’Esercito Popolare di Liberazione nella storia contemporanea cinese.

Diciamo subito che nonostante l’indiscutibile valore d’uso di questa sintesi, essa risente comunque fortemente dei limiti di alcune categorie d’analisi della scienza politica liberale, oltre a passare in rassegna – pensiamo per necessità di trattazione – alcuni avvenimenti ed esperienze fondamentali.

Mettiamo qui in luce alcuni punti salienti per noi dell’evoluzione dello strumento militare.

L’Armata Rossa – che nasce dalle necessità contingenti della lotta di Classe in Cina anni dopo la formazione del PCC nel 1921 – ha come stella polare quella che Lenin chiamava l’analisi concreta della situazione concreta. Via via privilegia la relazione con il blocco sociale di riferimento che rimpolpava i suoi ranghi, adattando la propria strategia alle condizioni oggettive dello scontro, modulandone il modus operandi a seconda delle fasi e dei contesti con una duttilità che gli permise di affermarsi nonostante l’inferiorità dei mezzi.

La Lunga Marcia, la resistenza all’occupazione giapponese, la guerra civile, sono le fasi che precedono e rendono possibile la conquista del potere politico da parte del PCC che nei territori da lei amministrati darà vita alla trasformazione dei rapporti sociali che la conquista del potere politico avrebbe poi consolidato ed ampliato: l’azione militare dell’Armata Rossa incarna sin da subito il carattere dell’emancipazione per gli strati subalterni.

Anche dopo il 1949, come riferisce l’autore: Il futuro della rivoluzione e quello dello Stato erano strettamente legati all’esercito.

La necessità di amministrazione militare in una parte rilevante del territorio della Cina Popolare e il suo intervento nella Guerra di Corea (1950-53) qualificano subito la funzione dell’esercito.

Lo sviluppo economico è declinato poi secondo esigenze difensive: i calcoli di sicurezza hanno prevalso sulla logica economica di costruire industrie in luoghi con infrastrutture solide e facile accesso alle risorse energetiche ( lo abbiamo visto anche https://bit.ly/3kBZRQD ) .

Inoltre gli effettivi smobilitati con la fine della Guerra di Corea e i bisogni amministrativi vengono ricollocati: Degli oltre 1,5 milioni di truppe smobilitate nel 1950, circa 600.000 soldati furono convertite in squadre di ingegneri per supportare la costruzione di infrastrutture, nonché per presidiare e coltivare le frontiere un anno dopo.

La Rottura con l’URSS a fine anni Cinquanta (sull’importanza di questo avvenimento vedi anche https://bit.ly/38O8Vzx ), riformula sia i tratti dello sviluppo cinese che il ruolo dell’Esercito, che non verrà più organizzato sulla base del modello del vicino sovietico, con il suo carattere professionale.

Sarà fondamentale l’appoggio dell’EPL nella Rivoluzione Culturale, il cui processo trasformativo investirà l’esercito stesso.

Dopo la morte di Mao, la dialettica tra dirigenza politica e quella militare diviene complessa, e muta più volte il bilanciamento tra le necessità della sua professionalizzazione e della sua educazione politica, così come muta il potere dei generali all’interno dei processi decisionali.

Uno dei perni della politica delle “Quattro stabilizzazioni” di Deng riguarda proprio l’esercito:

«Con il ritiro degli Stati Uniti dall’Asia, il Vietnam domato e l’Unione Sovietica occupata nella sua avventura in Afghanistan, Deng era propenso ad annunciare il generale allentamento delle tensioni sulla sicurezza internazionale. Allo stesso tempo, le sfide alla sicurezza interna non preoccupavano più il patriarca. Tutto ciò giustificava la sua revisione dell’EPL, il disimpegno dell’esercito dalla politica e il riavvio del processo di professionalizzazione».

L’89, o meglio il 1990 con i fatti di Piazza Tienammen, cambia l’ordine dei fattori ed impone una doppia funzione (shuangchong zhineng) sia nel campo della sicurezza interna che dei pericoli esterni, e la necessità un incremento dell’educazione politica.

Come viene rilevato dall’articolo, l’Esercito non è stato alieno da processi degenerativi di corruzione che hanno caratterizzato tutta la dirigenza cinese dalle riforme di Deng in poi, così come dalle azioni di drastica risoluzione di questi attraverso l’uso della leva giudiziaria coniugata alla riformulazione delle sue funzioni, e alla ri-centralizzazione politica del potere militare. La complessità di rapporti non può essere ridotta ad uno scontro di potere tra “dirigenza politica” e “dirigenza militare”.

È chiaro che la capacità o meno di affrontare le sfide che si pongono di fronte alla dirigenza cinese – anche dal punto di vista militare – e l’orientamento complessivo della politica cinese determineranno la rete di relazioni tra le due sfere (sui bivi di fronte a cui la Repubblica Popolare si trova in continuazione vedi https://bit.ly/2UzdSnF ).

Alla luce della sempre maggiore compenetrazione civile-militare che l’attuale mobilitazione popolare impone per il raggiungimento degli obiettivi generali prefissati, il PCC anche nella sua funzione di corpo sociale intermedio direttivo tende ad assumere una valenza strategica dentro la cornice del perseguimento della sicurezza interna.

Buona Lettura.

L’Esercito Popolare di Liberazione come ancora di salvezza del partito

Introduzione

Poco dopo che Xi Jinping è salito alla carica di Segretario generale del Partito Comunista Cinese (PCC) nel novembre 2012, è stato ampiamente riportato come, durante un viaggio nel sud della Cina, si fosse lamentato della fragilità del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e del suo crollo avvenuto repentinamente, più di 20 anni fa. Questo viaggio è stato facilmente comparato a quello compiuto da Deng Xiaoping nel 1992. Mentre Deng ha individuato la conservazione del regime comunista nella sua capacità di fornire benessere economico attraverso la ripresa delle riforme economiche, Xi ha guardato all’importanza della purezza ideologica e del controllo del partito sui mezzi di coercizione e repressione. Una lezione chiave dalla caduta del PCUS, come ha notato, è stata la sua incapacità di comandare la lealtà incrollabile dell’esercito (Buckley 2013).

Xi Jinping è ovviamente un bravo studente degli eterni insegnamenti di Mao Zedong per tutti i membri del PCC: “Il potere politico nasce dalla canna della pistola”. Sebbene Mao continuasse nello stesso saggio, “il nostro principio è che il partito comanda la pistola ma la pistola non è assolutamente autorizzata a comandare il partito”, questo tradisce il timore che il potente esercito possa un giorno minacciare i suoi padroni del partito. In questo modo, Mao fornisce una guida importante per tutti gli studenti delle relazioni civili-militari cinesi (RCM).

Quando il PCC è passato dall’opposizione al governo, l’importanza dei militari nella politica cinese – dall’Armata Rossa all’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) – si è evoluta a un livello superiore a quello che Mao aveva realizzato. La forza militare non fa semplicemente del PCC il partito al governo. È servita da intermediario di potere e persino da ‘king maker’ nei momenti critici della lotta per il potere, custode degli interessi del partito e strumento politico essenziale. Non contenti di approfondire solo i dettagli empirici, dobbiamo attingere alla saggezza della letteratura sulle relazioni civili-militari cinesi per mettere tutto questo in prospettiva.

Cosa ha conferito all’esercito popolare di liberazione un tale rilievo politico? Woo (2011: 11) identifica giustamente le minacce alla sicurezza come un fattore importante, che egli chiama una “causa strutturale” che plasma “opportunità politiche, incentivi e posizioni di potere relative dei principali attori nazionali – vale a dire, la leadership civile, i militari e la società civile”. L’autore continua suggerendo che le interazioni tra questi attori sono “modificatori strutturali” che “determinano un aspetto più specifico e sfumato delle dinamiche civili-militari”. Le minacce, tuttavia, non sono evidenti ma soggette a manipolazione da parte di leader civili e militari per servire i loro programmi politici (2011: 11). La continua enfasi delle leadership sulle minacce alla sicurezza ha creato la loro stessa dipendenza dall’EPL.

Ciò fa eco alle opinioni di Samuel E. Finer sull’opportunità di intervenire per i militari. Egli osserva – in The Man on Horseback – che i leader civili in determinate circostanze sono “anormalmente dipendenti”, specialmente in tempi di crisi politica interna e vuoto di potere (2002: 72). Finer analizza anche i punti di forza e di debolezza politici dei militari, le sue disposizioni a intervenire, nonché le modalità e il livello di intervento. Questi concetti aiutano a organizzare i risultati nel caso cinese. Eric A. Nordlinger si offre di studiare le relazioni civili-militari da un’angolazione alternativa, ovvero il controllo civile. Nel suo Soldiers in Politics: Military Coups and Governments, Nordlinger si concentra su ciò che chiama “pretorianesimo”, che si riferisce a “una situazione in cui gli ufficiali militari sono attori politici importanti o predominanti in virtù del loro uso effettivo o minacciato della forza” (1977: 2). Per garantire l’autorità civile sui militari, ci sono tre principali modelli di controllo e il sistema comunista è uno strumento di penetrazione. È attraverso le nomine del personale e l’indottrinamento politico che i leader del partito esercitano il loro controllo (Nordlinger 1977: 16-17). Naturalmente, queste intuizioni teoriche non significano la loro applicazione acritica allo studio della Cina. Le peculiarità delle esperienze e del sistema politico cinese, in particolare il suo rapporto simbiotico civile-militare e le autorità civili-militari che si sovrappongono e si intersecano, richiedono cautela e attenzione alle sfumature. L’ambiguo confine tra civili e militari ha caratterizzato le relazioni civili-militari cinesi fino all’installazione di Jiang Zemin nel 1989 come primo presidente civile della Commissione Militare Centrale (CMC) (Scobell 2003: 51–54; Miller 2006: 138–139).

Questo capitolo utilizza gli strumenti analitici offerti dalla letteratura sulle relazioni civili-militari per delucidare le esperienze storiche dell’interazione tra il PCC e le sue forze armate, con enfasi sulla loro rilevanza politica. Il capitolo osserva che l’EPL è stato in gran parte sottomesso al suo padrone politico ma, paradossalmente, è il partito che fornisce lo spazio e crea le opportunità di intervento militare, che, nel lessico di Finer, va dall’esercitare l’influenza politica al soppiantare il governo civile (2002: 168). Sebbene L’EPL sia rimasto per lo più ai margini della politica, è stato anche chiamato dalla fazione del partito al potere a prendere il centro della scena, sia per combattere politicamente o militarmente le forze politiche opposte o per flettere i muscoli (Nathan e Scobell 2012: 57 –58). Le esperienze rivoluzionarie e di costruzione della nazione del PCC, i suoi modi per produrre leadership e il suo uso preferito di mezzi coercitivi nel governo lo rendono fortemente dipendente dalle forze armate dalla sua ricerca alla sua conservazione del potere politico.

Attraverso un’indagine storica, le sezioni seguenti esamineranno come l’EPL sin dai tempi dell’Armata Rossa abbia sviluppato la sua capacità di intervenire in politica, la dipendenza del partito dai militari, nonché i suoi tentativi di usarlo come strumento politico mantenendolo sotto controllo. Sebbene la letteratura sulle relazioni civili-militari, come campo di studio, copra generalmente le interazioni civili dei militari sia a livello elitario che sociale, questo capitolo presta particolare attenzione alla leadership politica per riflettere la struttura di potere altamente centralizzata.

Soldati sulla scena politica

Secondo Finer (2002), i militari hanno sia punti di debolezza che punti di forza politici. Il rifiuto generale di un governo militare o di una forza militare interventista e la mancanza di capacità politiche mettono i militari in condizione di svantaggio. Al contrario, il suo caratteristico comando centralizzato e la sua organizzazione coerente gli conferiscono una chiara superiorità sui gruppi civili. L’armata rossa cinese – il precursore dell’EPL- ovviamente non corrisponde a questo modello ideale. Tuttavia, anche con la sua minima capacità di essere strumento di violenza e la sua forza organizzativa limitata, l’Armata Rossa era abbastanza forte da svolgere un ruolo chiave nelle lotte di potere del PCC in un’era di caos politico.

Benché si fosse auto definita come “Armata Rossa dei lavoratori e dei contadini cinesi”, l’EPL fu formato nell’agosto del 1927 principalmente da disertori delle truppe nazionaliste cinesi o Kuomintang (KMT). Le precedenti lotte fallimentari degli scioperi dei lavoratori avevano semplicemente dimostrato quanto il Partito Comunista Cinese avesse bisogno di mezzi di violenza organizzati e specializzati se la sua rivoluzione voleva aver successo. La partecipazione di breve durata dei membri del PCC alla gestione della prima istituzione educativa militare cinese, l’Accademia militare di Whampao, nel 1924 aveva anche accresciuto la consapevolezza del valore dell’esercito (Zhi 1989: 50). Il senso di urgenza divenne prominente dopo la purga dei membri del PCC da parte di entrambi i governi nazionalisti nel 1927. Fu alla “Conferenza del 7 agosto” del 1927 che Mao Zedong e la leadership si resero conto di quanto fosse indispensabile l’esercito per prendere il potere politico (Mao 1927 / 1993: 2; Gao e Xue 2011: 191).

Per controllare le forze armate, nel corso del tempo sono state formate varie agenzie. Hanno spaziato dal Dipartimento militare (junshi bu), un “gruppo militare” e la Commissione militare rivoluzionaria centrale e infine al CMC sotto il Politburo del partito. Il principio della leadership del partito sulle forze armate, secondo il discorso ufficiale del partito, fu affermato alla Conferenza di Gutian del 1929 (Kawashima 1988: 195–198; Kang 1990: 12–13; Yuan 2016: 104–105). Tuttavia, queste misure non avevano creato una forza militare coerente. La diversa estrazione dei membri dell’Armata Rossa e le forze geograficamente disperse hanno inevitabilmente causato faziosità (Luo 2016). Naturalmente, questo rifletteva solo la situazione del PCC che si manifestava in intense lotte di potere tra fazioni disparate. Sebbene Mao Zedong avesse stabilito con successo la sua nuova leadership dopo aver preso il potere militare alla Conferenza Zunyi nel gennaio 1935 e la sua eventuale assunzione della presidenza della CMC unificata nell’anno successivo, fu l’annientamento virtuale delle forze dell’arcirivale di Mao Zhang Guotao da parte dei nazionalisti che ha contribuito alla leadership indiscussa di Mao (Zhi 1989: 51; Fei 2016). Il ruolo del potere militare nel conflitto interno del partito ha avuto un posto di rilievo. Come ha ricordato Xu Xiangqian, uno dei dieci marescialli dell’EPL, senza il supporto di Zhu De, l’allora comandante in capo dell’Armata Rossa, né il Comitato Centrale del PCC di Zhang Guotao né il CMC sotto il controllo di Zhou Enlai avrebbero potuto diventare una forza decisiva in politica (Wang 2016).

Ma perché l’Armata Rossa cinese era così importante? La storia ufficiale del PCC descrive l’evasione dell’Armata Rossa dalle campagne di inseguimento e accerchiamento delle truppe nazionaliste nel 1934-1935 come una Lunga Marcia vittoriosa, ma un fatto indiscutibile è che ne uscì molto più debole di prima. Aveva iniziato con una forza di 190.000 truppe e ora ne aveva 50.000. Il peggio è accaduto all’Armata Rossa Centrale, che ha perso 7.000 dei suoi 86.000 soldati (Xia 2016). Quindi, non sono le capacità di combattimento dell’esercito che contano. La mancanza di comando centralizzato, unità e coerenza organizzativa che caratterizzano i moderni eserciti professionali era già evidente nella fallita Rivolta di Nanchang (Kawashima 1988: 29). La rottura di Zhang Guotao con Mao nel 1935 accentuò tali inadeguatezze. Tuttavia, l’esercito ha fatto il suo debutto come forza politica e ha affermato la sua importanza politica perché il PCC ha riconosciuto che era in una dura lotta per la sopravvivenza e la violenza era l’unico modo per raggiungere il suo obiettivo immediato di prendere e consolidare il potere. Anche con una minima abilità militare e una relativa forza organizzativa, l’Armata Rossa ha trovato il favore tra i leader civili in competizione.

Tali inadeguatezze furono drammaticamente ribaltate durante la guerra della Cina con il Giappone. Dopo aver schiacciato l’esercito del Kuomintang avversario in tre grandi campagne di guerra civile tra il 1946 e il 1949, l’EPL marciò vittoriosamente a Pechino, dove Mao avrebbe dichiarato l’istituzione della Repubblica popolare nell’ottobre 1949. In questa fase, l’utilità e l’importanza della violenza organizzata sono non più evidenti. Invece di tornare in caserma, l’influenza politica dell’esercito è stata portata a nuovi livelli.

I militari in politica ed economia

Anche con la dichiarazione di Mao su Tiananmen, il controllo del PCC sulla Cina era tutt’altro che completo e sicuro. Le forze rimanenti del Kuomintang nelle periferie continentali e, naturalmente, a Taiwan, così come la resistenza armata al dominio comunista, rappresentavano una seria minaccia per il nuovo governo. Nel nord-est della Cina, mentre le forze delle Nazioni Unite guidate dagli Stati Uniti sbaragliarono rapidamente le truppe di Kim Il-Sung e, a dispetto dell’avvertimento di Pechino, attraversarono il 38° parallelo, l’esercito cinese attraversò il fiume Yalu per combattere la superpotenza mondiale ei suoi alleati esattamente un anno dopo la dichiarazione di fondazione della RPC. Agli occhi dei leader cinesi, la guerra di Corea è stata una lotta rivoluzionaria. La posta in gioco era la sopravvivenza del nuovo regime cinese e la lotta comunista contro l’imperialismo (Mao 1953/1993: 341). Nella logica di Woo, la presenza di tali minacce esistenziali ha determinato una continua influenza politica dominante dei militari (2011). Queste sfide alla sicurezza interna ed esterna erano tanto militari quanto politiche. Il futuro della rivoluzione e quello dello Stato erano strettamente legati all’esercito.

Dopo il 1949, i compiti dell’Esercito Popolare di Liberazione furono cambiati “dal prendere il potere politico con mezzi militari e guerra al consolidamento della dittatura democratica del popolo, salvaguardare la rivoluzione e la costruzione socialista, respingere aggressione esterni e salvaguardare la sicurezza nazionale e l’integrità territoriale” (Gao e Xue 2011: 193). Questa narrazione ufficiale, pur evidenziando i principali cambiamenti di ruolo, non spiega chiaramente tale sviluppo e ne perde il significato.

Parlare di ‘cambiamenti di ruolo’ è forse un eufemismo. In accordo con i due principi di Nordlinger di un esercito politico, il “principio della primogenitura” e il “principio di competenza”, l’EPL si era qualificato per entrambi (1977: 23). Non solo per il suo ruolo indispensabile nel rendere possibile la Repubblica Popolare Cinese, ma anche per il suo potere come forza più organizzata e disciplinata disponibile, essa, di fronte alle imminenti minacce alla sicurezza, era naturalmente lo strumento di politica coercitiva preferito. Nei primi anni della repubblica, ai militari fu affidato il compito di governare.

Mentre l’EPL avanzava, la direzione del partito emanò nel 1948 dei decreti per stabilire il controllo militare in tutte le “aree liberate” sotto i leader militari locali per sopprimere le opposizioni e coltivare il sostegno dei civili locali. Le commissioni di controllo militare (junshi guanzhi weiyuanhui) furono formate in grandi città come Pechino, Shanghai, Wuhan e Guangzhou. Ma il potere dell’esercito è stato enormemente ampliato dopo il 1949. Secondo il Programma Comune (gongtong gangling), la costituzione provvisoria della RPC, il controllo militare doveva essere implementato nelle aree appena liberate come misura temporanea e la durata sarebbe stata determinata dai militari locali e condizioni politiche. Il paese era diviso in sei grandi regioni amministrative; ad eccezione delle regioni della Cina settentrionale e della Cina nord-orientale, le altre quattro – la Cina nordoccidentale, sudoccidentale, centro-meridionale e orientale – erano dirette dalle Commissioni amministrative militari (junzheng weiyuanhui). Questi potenti organi, guidati da prestigiosi leader militari, tra cui Lin Biao, Liu Bocheng e Peng Dehuai (a cui nel 1955 fu conferito il titolo di maresciallo), dovevano svolgere funzioni governative (Wang 2010: 49–50; Teiwes 2011: 29– 30).

Questa completa acquisizione del governo civile è gradualmente scomparsa e si è conclusa con l’abolizione dell’ultima Commissione nel 1954. A causa della compenetrazione delle autorità civili-militari e della duplice formazione civile-militare di molti alti dirigenti, il ritiro dei regimi militari è stato semplice (Wang 2010: 52; Teiwes 2011: 30). Forse un fattore non meno importante è stato il miglioramento della sicurezza nazionale alla luce della relativa stabilità del regime del PCC e della fine della guerra di Corea.

Parallelamente al compito di governare, l’EPL, una volta descritto da Mao come “una squadra di combattimento, una squadra di lavoro [di massa], una squadra di produzione” (zhandoudui, gongzuodui, shengchandui), fu ufficialmente chiamato nel dicembre 1949 ad impegnarsi nella costruzione socioeconomica [del paese] (Yu et al.1994: volume 1: 112; Xinhua 2008). Date le dimensioni delle truppe da smobilitare inizialmente dopo la guerra civile e, successivamente, dopo la guerra di Corea, i leader avevano il duro compito di trovare una collocazione ad una massa enorme di manodopera eccedente. Degli oltre 1,5 milioni di truppe smobilitate nel 1950, circa 600.000 soldati furono convertite in squadre di ingegneri per supportare la costruzione di infrastrutture, nonché per presidiare e coltivare le frontiere un anno dopo (Yu et al. 1994: volume 1: 110-116).

Mentre l’armistizio pose temporaneamente fine alla guerra nella penisola coreana, la lotta per costruire il socialismo è continuata in tutto il mondo. Il fattore militare è stato riscontrato anche nella costruzione nazionale complessiva. Il fervido sviluppo dell’industria pesante che ha segnato il primo piano quinquennale e lo sviluppo socioeconomico negli anni Cinquanta è stato attribuito alla necessità di rafforzare la difesa nazionale (Li 1955). Un’indagine sulla distribuzione geografica delle industrie ha mostrato che i calcoli di sicurezza hanno prevalso sulla logica economica di costruire industrie in luoghi con infrastrutture solide e facile accesso alle risorse energetiche (Xia 2008). Entrando negli anni ’60, questo trend di influenza militare nella pianificazione statale si intensificò e sarà discusso in una sezione successiva.

L’intermezzo della professionalizzazione

Liberato dalla pressione di affrontare minacce esistenziali e avendo sperimentato combattimenti convenzionali con uno degli eserciti più avanzati del mondo in Corea, l’EPL ritornò dalla guerra di Corea con l’urgenza di diventare un esercito regolare. Fu deciso in una grande riunione nel dicembre 1953 che il tempo assegnato al lavoro militare, al lavoro politico e al lavoro culturale doveva essere nel rapporto di 6: 2: 2 (Yu et al. 1994: volume 1: 149–152). Questo era solo un esempio di come si fosse spostato l’obiettivo della costruzione dell’esercito.

Fino alla sua brusca fine nel 1958 con l’epurazione di Peng Dehuai e di altri alti leader militari, l’importanza della spinta alla professionalizzazione degli anni ’50 non può essere sopravvalutata. Ha segnato una rottura decisiva dell’esercito cinese, dalla tradizione della guerriglia verso la via di un esercito moderno. In termini di comando e controllo, l’attuale CMC è stata fondata nel 1954 sotto il Politburo del PCC con Mao Zedong come presidente, i “dipartimenti generali” e le regioni militari sono stati riorganizzati e l’istituzione dei tre bracci di servizio è stata confermata. La ricerca e lo sviluppo di hardware militare sono stati promossi a pieno regime. Non meno importante, poiché l’EPL è stato snellito a 2,4 milioni di truppe, la sua struttura delle forze è stata razionalizzata riducendo la dimensione delle forze di terra, in particolare la fanteria, aumentando quella dell’aeronautica e della marina. E, cosa più importante, sono state create molte istituzioni. Furono emanati i regolamenti del servizio militare, i regolamenti del servizio degli ufficiali e i regolamenti dei ranghi degli ufficiali (Yu et al. 1994: volume 1: 154–164). Secondo le parole di Finer, tutto ciò ha notevolmente migliorato la forza politica dell’EPL, con un’organizzazione molto più coerente e una struttura di comando centralizzata. Queste qualità hanno reso l’esercito una risorsa politica preziosa e si sono rivelate essenziali per raggiungere un livello di influenza politica senza precedenti a metà degli anni ’60.

Il ritorno al centro della scena politica

Il piano cinese di modernizzazione militare era stato modellato sull’Armata Rossa sovietica. La spaccatura ideologica tra due paesi divenne una facile scusa per Mao e il suo braccio destro in divisa, Lin Biao, per uccidere il progetto in una riunione allargata della CMC del 1958. Ma se la politica era costata all’EPL la sua professionalizzazione, presto l’avrebbe ricompensato riportandolo al potere.

Questo attacco all’esercito si rivelò essere un preludio ad una politica radicale. Il disastroso ‘Grande Balzo in Avanti’ dal 1958 al 1962 non produsse risultati economici, ma era servito a dimostrare la potenza della mobilitazione di massa. La Rivoluzione Culturale lanciata da Mao e dai suoi alleati tre anni dopo portò questo spaventoso potere all’apice. Poiché vi è una ricchezza di studi su questo argomento, non è necessario molto inchiostro qui per descrivere il caos risultante in tutta la Cina. Basti dire che lo slogan di “mettere la politica al comando” coglie al meglio il modo in cui la nazione è stata politicizzata.

La frenesia nazionale si riversò presto sull’EPL. Leader militari di alto livello come i marescialli Zhu De, Peng Dehuai, He Long e Chen Yi e molti altri generali furono pubblicamente umiliati e maltrattati fisicamente. Anche il Ministero della Difesa fu preso d’assalto dalle guardie rosse rivoluzionarie (Li e Hau 1989: 63–106 e 372–374; Scobell 2003: 96). Il processo di professionalizzazione fu interrotto, come dimostrato dall’abolizione dei ranghi militari come simbolo di egualitarismo e sfida all’autorità istituita, mettendo l’educazione politica al di sopra della formazione militare e la chiusura di molte accademie militari. Uno degli sviluppi più impattanti è stato l’ordine di Mao di “tre appoggi, due militari” (sanzhi liangjun) nel 1967, poiché il movimento era sfuggito alla mano del presidente. Sostenendo la sinistra, i lavoratori, i contadini e implementando il controllo militare e l’addestramento militare, all’esercito popolare di liberazione fu praticamente chiesto di rilevare non solo i governi locali ma anche le operazioni socioeconomiche, poiché istituzioni che andavano dalle fabbriche alle scuole erano cadute in uno stato di paralisi. Le commissioni di controllo militare tornarono per sopprimere i “ribelli” e ristabilire l’ordine (Li e Hau 1989: 226–248; Yu et al. 1994: volume 1: 241, 250). Quando la politica [della rivoluzione culturale] fu abolita nel 1972, oltre 2,8 milioni di militari erano stati coinvolti a vario titolo (MacFarquhar e Schoenhals 2006: 177–183). Raramente l’intervento militare è stato così pervasivo in un paese. L’EPL è penetrato in profondità in ogni settore civile. In cambio, è stato ricompensato con un’enorme influenza politica. Al nono Comitato Centrale del PCC del 1969, il 45 per cento dei membri proveniva dall’EPL (Li e Hau 1989: 111).

Oltre ad essere chiamato a contrastare questa minaccia alla sicurezza interna, l’EPL ha dovuto affrontare un ambiente di sicurezza internazionale sempre più ostile. In seguito all’escalation di intervento degli Stati Uniti in Vietnam durante l’amministrazione Kennedy e la guerra di confine con l’India del 1962, il peggioramento delle relazioni sino-sovietiche culminò infine in scaramucce di confine nel 1969. Paradossalmente, mentre la professionalizzazione si era fermata e il decreto di Mao per l’esercito di sostenere particolari fazioni aveva causato divisioni interne, è stata la preparazione per combattere una “guerra nucleare imminente e totale” che ha permesso all’EPL di mantenere la sua coesione organizzativa e le sue capacità di combattimento minime (Li e Hau 1989: 267; Yu et al. 1994: volume 1: 573; Scobell 2003: 110). Ciò spiega in parte perché il programma di sviluppo cinese per le armi strategiche – bombe atomiche, missili balistici e satelliti –avesse potuto continuare a procedere. Anche gli stabilimenti industriali della difesa continuarono a sfornare armi convenzionali sebbene la loro qualità e design fossero messi abbastanza spesso in discussione (Li e Hau 1989: 279–311; Zheng et al. 1992: volume 1: 82–123).

La Rivoluzione Culturale ha visto l’apice dell’intervento militare, sollecitato e non. Sebbene i dettagli siano rimasti avvolti nel mistero, il presunto tentativo di colpo di stato di Lin Biao, nome in codice Progetto 571, si concluse con la notizia di un incidente aereo che uccise il maresciallo dell’EPL [Lin Biao] e la sua famiglia nel settembre 1971.

Quando Nordlinger (1977: 17) sostiene che i tentativi civili di penetrare nell’esercito con la nomina di ufficiali politici e con l’indottrinamento politico generano motivazioni di potere interventista tra gli ufficiali dell’esercito, si riferisce alla resistenza [a questi interventi] da parte dell’esercito professionale. Tuttavia, nel caso cinese, questa strategia di controllo civile ha coinvolto l’esercito così profondamente nella politica che i generali sono diventati attori politici – e un concorrente con i loro padroni civili per il potere politico. Se l’invito di Mao alle forze armate di ristabilire l’ordine aveva riproposto il ruolo dell’Esercito Popolare di Liberazione come custode del benessere nazionale, il presunto colpo di stato aveva invece rappresentato un tentativo da parte ambiziosi leader militari incoraggiati ad assumere il ruolo di governare il paese (Nordlinger 1977: 20-22).

La leadership da uomo forte di Mao aveva contribuito a garantire il controllo civile anche in tempi di caos. Ma alla morte del Grande Timoniere nel 1976, il vuoto politico creò l’ambiente per un intervento militare ambizioso. Ancora una volta, l’EPL svolse il ruolo di custode dell’interesse nazionale. Il maresciallo Ye Jianying organizzò un classico colpo di stato di palazzo, arrestando la cosiddetta Banda dei Quattro1, accusata di aver causato il disordine e i crimini durante la sanguinosa Rivoluzione Culturale (Li e Hau 1989: 182–183). Il sostegno di Hua Guofeng, l’allora primo vicepresidente del partito, non era altro che una facciata civile per coprire l’intervento militare. Dopo una transizione di appena un anno, Deng Xiaoping è riemerso dall’eclissi politica come nuovo leader supremo. Il nuovo patriarca non solo ha ripristinato tutti i suoi precedenti incarichi di vicepresidente del PCC, vicepresidente della CMC e capo di stato maggiore dell’ELP, ma ha assunto nel 1981 la presidenza del CMC, carica che ha ricoperto fino al 1989. Infatti, non appena al potere, Deng non perse tempo per lanciare nel 1978 il suo progetto di sviluppo per il suo paese, le “Quattro Modernizzazioni” di agricoltura, industria, scienza e tecnologia e difesa nazionale.

La difficile marcia della professionalizzazione

Mettere la difesa nazionale come ultima delle quattro modernizzazioni rifletteva la doppia identità di Deng Xiaoping come leader civile e militare. Gli affari militari costituiscono solo una componente della sua strategia di sviluppo nazionale. Le sue decisioni si basano su una valutazione delle condizioni politiche, socioeconomiche e militari. Pertanto, nel febbraio 1979, poco dopo aver annunciato il suo piano di modernizzazione, Deng non esitò a “dare una lezione al Vietnam” attraverso una guerra di confine di un mese. Sebbene siano stati espressi dubbi sulla rivendicazione della vittoria della Cina, Deng è stato in grado di cogliere questa opportunità per affermare il suo status di leader supremo e il suo controllo sull’esercito (Scobell 2003: 143). Tale autorità gli ha permesso di superare gli ostacoli per realizzare le sue visioni strategiche.

Già nel 1975, Deng Xiaoping era determinato a rettificare gli impatti negativi della Rivoluzione Culturale sull’EPL – “ipertrofia, lassismo, presunzione, stravaganza e inerzia” – una serie di problemi che ribadì in una sessione completa della CMC nel 1977 dopo la sua reintegrazione (Deng 1975/1994: 15; 1977/1994: 75; Joffe 1987: 121). Con il ritiro degli Stati Uniti dall’Asia, il Vietnam domato e l’Unione Sovietica occupata nella sua avventura in Afghanistan, Deng era propenso ad annunciare il generale allentamento delle tensioni sulla sicurezza internazionale. Allo stesso tempo, le sfide alla sicurezza interna non preoccupavano più il patriarca. Tutto ciò giustificava la sua revisione dell’EPL, il disimpegno dell’esercito dalla politica e il riavvio del processo di professionalizzazione (Joffe 1987: 27).

La decisione chiave arrivò nel 1985, quando Deng Xiaoping dichiarò il suo piano di smobilitare un milione di truppe sulla base dell’osservazione che “pace e sviluppo” sarebbero stati il ​​tema dominante degli affari internazionali. Questo gli spianò la strada per costruire quello che chiamava un “esercito rivoluzionario modernizzato e regolarizzato” (xiandaihua zhengguihua de geming jundui). A differenza della costosa modernizzazione militare della maggior parte dei paesi, l’esercito cinese ha dovuto procedere in modo frugale. Gli fu chiesto di “perseverare” (rennai) e di sussumere i suoi interessi sotto la “situazione generale” (daju) dello sviluppo economico nazionale (Deng 1985/1993: 126-129). Ha dovuto migliorare i suoi effettivi e la qualità delle attrezzature con i fondi resi disponibili dal ridimensionamento forzato. Ciò diede a Deng lo spazio di manovra necessario per rimescolare i vertici militari e ristrutturare l’esercito. In particolare, dopo che Zhao Ziyang era stato scelto da Deng per sostituire Hu Yaobang come segretario generale del PCC nel gennaio 1987, fu nominato primo vicepresidente della CMC nel novembre dello stesso anno con lo stesso Deng come presidente e Yang Shangkun, un altro ex Commissario politico dell’Armata Rossa, in qualità di vicepresidente e segretario generale permanente. Altri membri della CMC erano anche alleati di Deng che giocavano il doppio ruolo di sostenere e sorvegliare un leader civile che non aveva alcuna esperienza militare (Wang e Peng 1994: volume 1:76; Yu et al.1994: volume 1: 348).

Dati i limiti delle risorse, le riforme nella difesa nazionale riguardavano principalmente il ‘software’ – ossia la dottrina, l’addestramento, la struttura delle forze e la costruzione di istituzioni. In particolare, ripristinando i ranghi degli ufficiali e le regole del servizio militare, l’esercito riacquistò la sua coesione organizzativa e il suo spirito di corpo.

Se le riforme economiche misero inavvertitamente l’EPL in una stasi quanto ad influenza politica, i passi falsi di queste riforme gli hanno dato l’opportunità di tornare al centro della scena politica in maniera esplosiva. L’inflazione incontrollata, la corruzione ufficiale e la crescente disuguaglianza socioeconomica hanno stimolato disordini sociali culminati nel movimento per la democrazia del 1989. Quando la gente sfidò la legge marziale e le forze dell’ordine, inclusa la Polizia Armata Popolare (PAP) che era stata ricostituita nel 1982 per motivi di sicurezza interna, non furono in grado di contenere le rivolte nella capitale dello stato e in altre grandi città, Deng e altri leader trovarono tutto questo intollerabile e mandarono l’EPL a ripulire violentemente Piazza Tienanmen, quartier generale e simbolo del movimento (Baum 2011: 341).

Ancora una volta, l’esercito era stato convocato per salvare il partito sopprimendo con la forza l’opposizione. Ma questo ha richiesto un pesante tributo non solo alla vita delle persone a Pechino, ma anche alle relazioni civili-militari cinesi. Da un lato, la decisione di usare la forza mortale contro i civili aveva causato divisioni interne sia tra i leader del partito che tra i leader militari e persino casi di insubordinazione; dall’altra, vittime fra i ranghi dell’EPL e del PAP e la distruzione dell’equipaggiamento dell’esercito da parte di folle resistenti avevano mostrato animosità tra civili e militari (Chi 1990: 3; Scobell 2003: 149-156). Ma la risposta immediata del PCC è stata quella di intensificare l’educazione ideologica, affermando la sua leadership sullo sconcertato EPL, combattendo le trame di “evoluzione pacifica” dall’Occidente ed enfatizzando la disciplina. Inoltre, è stato detto all’esercito che svolgeva una duplice funzione (shuangchong zhineng): difesa nazionale e sicurezza interna. Nel 1990, all’esercito fu detto di destinare il 70% del suo tempo all’educazione ideologica, annullando così l’enfasi sull’addestramento militare professionale (Guo 1989: 8; Xu e Liu 1990: 16–27; Gregor 1991: 9; Miller 2006: 135 –136). Ovviamente, queste misure non sono riuscite a rispondere a questa domanda sulle relazioni civili-militari: se il partito deve controllare la pistola, perché è stato qualcuno diverso dal segretario generale del partito a comandare effettivamente il dall’EPL? Anche se tali eventi apparentemente anomali non sono esattamente rari nella storia del PCC, l’intervento militare nel 1989 ha praticamente annullato tutto l’edificio istituzionale che Deng stesso aveva faticosamente promosso. Alla fine, è una questione di chi controlla veramente la pistola.

L’era di Jiang Zemin and Hu Jintao

È esattamente questo problema che continua a tormentare i leader dell’era post-Deng. Sebbene sia Jiang Zemin che Hu Jintao, che sono stati segretari generali del PCC senza alcuna esperienza di combattimento, non si fossero allontanati quasi mai dalla traiettoria di costruzione dell’esercito Dengista, hanno dovuto attraversare sentieri pericolosi nelle relazioni civili-militari.

Dopo il frettoloso insediamento di Jiang alla carica di segretario generale del partito nel giugno 1989, Deng ha anche ceduto la sua presidenza del CMC a quest’ultimo in pochi mesi, rendendolo nominalmente il leader politico e militare della Cina. Ma Jiang sapeva bene di non essere ancora il vero leader in un CMC pieno di generali scelti dal suo predecessore. Alla fine, nel 1992, Jiang, con il sostegno di Deng e altri anziani dell’EPL, epurò dal CMC Yang Shangkun e dal suo fratellastro, Yang Baibing, che avevano servito come fidati luogotenenti di Deng, per la loro influenza dominante negli affari militari (Scobell 2003: 166). Jiang Zemin non ebbe il controllo completo della CMC fino al ritiro nel 1997 di Liu Huaqing e Zhang Zheng, che rappresentavano l’eredità di Deng. Questa pratica di un leader supremo in pensione che cercava di preservare la sua influenza accatastando il CMC con membri anziani fedeli a se stesso fu continuata dallo stesso Jiang Zemin. Nonostante si fosse ritirato dal Politburo – e dalla posizione di segretario generale e presidente dello stato dopo il 16 ° Congresso del partito del 2002, Jiang è rimasto presidente della CMC fino al 2004. E anche dopo aver lasciato il CMC, Jiang ha cercato di preservare la sua influenza installando due protetti, Guo Boxiong e Xu Caihou, vicepresidenti della CMC. Guo e Xu sarebbero poi diventati i principali protagonisti dei problemi nelle relazioni civili-militari nell’era Xi Jinping.

Per garantire il supporto dell’EPL, il denaro era lo strumento preferito di Jiang Zemin. Secondo uno studio, la spesa militare dal 1979 al 1994 ha registrato un aumento medio del 6,22% ma, scontato il fattore di inflazione, ha effettivamente riportato un tasso di crescita negativo dell’1,08% (Gu e Quan 1999: 270). Gli interessi finanziari e lo status socio-politico dell’esercito sprofondarono fino in fondo e causarono grande ansia tra i militari (Liu 1994: 36). Ciò è stato invertito al tempo di Jiang, quando le spese militari hanno cominciato a crescere velocemente. E questa politica è stata portata avanti da Hu Jintao. Dal 1998 al 2015, il budget della difesa è cresciuto a due cifre ogni anno tranne che per il 2010. Gli aumenti di spesa sono stati considerati come “compensazione” per il periodo di magra sotto Deng (Huang e Zhang 2008; Buckley e Perlez 2016). Inoltre, cercando di colmare le carenze, Jiang ha acconsentito alle unità dell’EPL impegnate in attività commerciali, che una volta rappresentavano il 25% delle entrate extra-budget. Quando questi impigliarono l’EPL in infiniti scandali, Jiang ordinò la cessazione di tutte le attività commerciali nel 1998 (Cao 1998; Brömmelhörster e Ng 2000: 158–175

La lotta per il controllo dell’esercito non è sorprendente. Se l’EPL aveva ampiamente dimostrato il suo valore nelle lotte di potere e nelle crisi politiche interne, ha ottenuto un ulteriore impulso da una serie di sfide alla sicurezza internazionale che hanno avuto inizio negli anni ’90. La guerra del Golfo del 1991, la decisione cinese di far valere le proprie pretese nel Mar Cinese Meridionale, la dimostrazione di forza degli Stati Uniti nella crisi dello Stretto di Taiwan del 1996, l’intervento armato della NATO nel genocidio nell’ex Jugoslavia e il bombardamento “per errore” dell’ambasciata cinese a Belgrado da parte delle forze statunitensi nel 1999 hanno ricordato alla Cina il suo divario di capacità con le potenze militari avanzate del mondo – e l’avvento della “rivoluzione negli affari militari” (Yan et al. 1993: 67-77; Shambaugh 2002: 74–76; Cole 2010: 151–156). Tuttavia, a livello nazionale, il PCC sia sotto Jiang che sotto Hu, affrontando una crisi di legittimità, iniziò a promuovere il discorso sull’umiliazione nazionale per riempire il vuoto ideologico, contrapponendo i risultati attuali ai “100 anni di umiliazione” (Wang 2012: 91-93). Questa strategia di mobilitazione politica ha esposto la leadership civile a una dipendenza ancora maggiore dai militari.

Xi Jinping: Il vino nuovo nelle vecchie bottiglie

Il crollo simile a una valanga dell’Unione Sovietica è servito a Xi Jinping come un duro promemoria dell’insegnamento di Mao Zedong sul controllo della pistola (Buckley 2013). Ma ciò che Jiang Zemin aveva cercato di ottenere con denaro e incentivi, Xi Jinping lo fa con un potere grezzo. Ha deciso che era ora di ristabilire l’equilibrio nelle relazioni civili-militari poiché l’esercito stava diventando politicamente dominante. Iniziando con le richieste di rettifica dello stile di lavoro, ha sistematicamente alzato la posta in gioco per un’epurazione totale attraverso riforme organizzative e la campagna anti-corruzione (Ng 2017).

Alla fine del 2016, almeno 53 generali e colonnelli anziani erano stati indagati. L’indagine su Xu Caihou e Guo Boxiong incarnava semplicemente quanto Xi fosse spietato e determinato a far valere il suo controllo. È interessante notare che furono accusati non solo di corruzione ma, cosa più importante, di abuso di potere, cattiva disciplina politica e faziosità, come riflesso nelle successive campagne di educazione politica che chiedevano di liberare l’esercito dalle “vestigia perniciose” di sia di Xu che Guo (Jia et al.2016; Liberation Army Daily Commentator 2016). Il peccato più grave di Xu è stato probabilmente il suo tentativo di “mettere da parte” (jiakong) il suo maestro civile, Hu Jintao (Phoenix News 2015). Xi Jinping è ovviamente un buon discepolo di Mao, che ha commentato “è nostro principio che il partito comanda la pistola ma non permette mai alla pistola di controllare il partito” (Mao 1938/1993: 421). Poiché la campagna anti-corruzione avrebbe ottenuto risultati limitati, erano necessarie misure più radicali.

Al fine di costruire la sua base di potere nell’esercito, Xi Jinping era pronto a rompere con le convenzioni. Era anche desideroso di coltivare legami personali. Due giorni dopo aver assunto la presidenza della CMC nel 2012, Xi ha nominato un generale. Nel giro di appena un mese dal suo insediamento, ha ispezionato l’allora Teatro di Guangzhou; e in poco più di un anno aveva ispezionato tutte e sette le regioni militari. La sua visita in divisa militare al centro di comando delle operazioni congiunte CMC di recente istituzione nel 2016 ha inviato un messaggio inequivocabile che era sia il leader che il vero comandante delle forze armate. Ma, cosa più importante, nel 2014 ha creato un “gruppo del CMC sull’approfondimento delle riforme militari” per promuovere le sue riforme militari, invece di seguire la convenzione di convocare riunioni del CMC allargate a tale scopo. Tutto ciò dimostrava il suo fermo controllo sugli affari militari.

Le riforme di Xi Jinping sono state descritte da un analista dell’esercito come il più grande cambiamento al sistema di comando e leadership dell’ELP dall’istituzione della RPC e una mossa che ha toccato gli interessi acquisiti a una “profondità senza precedenti” (Jin 2016). Questa non è affatto un’esagerazione. Declassando i quattro dipartimenti generali (il dipartimento del personale generale, il dipartimento politico generale, il dipartimento della logistica generale e il dipartimento generale degli armamenti) ad agenzie funzionali sotto il CMC come parte di una revisione dell’apparato di comando e controllo, sostituendo le sette regioni militari con cinque teatri di comando a cui non è più conferita alcuna autorità di costruzione dell’esercito e ridistribuendo le truppe, Xi ha praticamente smantellato le vecchie reti di potere e ha fatto spazio per l’installazione dei suoi uomini. La smobilitazione di 300mila truppe annunciata nel 2015 gli ha dato ulteriore spazio per occupare importanti posizioni con i suoi uomini. Alla fine del 2016, si diceva che le riforme al di sopra del livello del distretto militare provinciale fossero state sostanzialmente attuate (Zhang e Ma 2016). Il rimpasto del personale è già così ampio che i nomi di nuovi leader di diverse divisioni compaiono sui media con una frequenza insolita. Ad esempio, dal 18° Congresso del Partito, Xi Jinping ha promosso 23 generali a pieno titolo. A gennaio 2017, i massimi leader della Marina dell’EPL e delle sue tre flotte erano stati tutti cambiati.

Reinventando i vecchi trucchi delle epurazioni, del patrocinio e della penetrazione politica che sono stati riadattati nella riforma della struttura delle forze e nelle riforme disciplinari e gestionali, Xi Jinping è riuscito a domare i militari, rimettendo nel corso del processo ‘il genio nella bottiglia’. Tuttavia, le sue riforme militari hanno già prodotto grande ansia all’interno dei militari, non solo professionalmente ma individualmente. L’ufficio per la gestione del post-riforma (shanhou bangongshi) dispone di poche risorse per placare ufficiali e soldati colpiti. Inoltre, senza sufficienti incentivi materiali, l’efficacia del lavoro politico e di viziare ufficiali e soldati con onore è diventata dubbia (Xiao 2016).

Al contrario, la pesante imposizione da parte di Xi del controllo politico a livello nazionale e la sua ambizione di rivendicare la leadership internazionale cinese richiedono tutto il sostegno dell’EPL. Soprattutto quando il presidente civile del CMC prende seriamente in considerazione l’uso della forza per raggiungere obiettivi di politica estera, il ruolo dei militari nel processo decisionale sarà inevitabilmente rafforzato. In caso di battute d’arresto in un’avventura di politica estera o militare, Xi sarebbe stato sicuramente accusato di inesperienza dai vertici. L’ambizione politica generale di Xi potrebbe anche aprire la strada al ritorno dei generali sulla scena politica. Resta da vedere se ha intenzione di rompere un’altra convenzione stabilita dai suoi predecessori – ossia solo due mandati come segretario generale del partito. Se Xi aspira a governare oltre il 2022, la conseguente lotta per il potere e l’incertezza politica getterebbero le basi per il ritorno dell’EPL alla ribalta nel settore civile.

Conclusione

Il PCC, di cui si avvicina il centesimo compleanno, ha imparato bene la dura verità sul controllo dell’esercito. Le continue lotte di potere, una crisi di legittimità e il governo con la coercizione da un lato e le minacce ideologiche internazionali e le minacce militari tradizionali dall’altro hanno sottoposto il regime del PCC a sfide perpetue sulla sicurezza interna ed esterna. Tutto ciò fa sì che l’Esercito Popolare di Liberazione rimanga politicamente importante. Si è schierato nella scelta di leader di primaria importanza, ha assunto il governo, ha organizzato colpi di stato e ha influenzato la politica come istituzione. Le uniche domande sono l’opportunità e la forma assunta.

I leader del partito vogliono sfruttare le forze politiche delle forze armate a proprio vantaggio, ma sono preoccupati di ciò che seguirà una volta liberato quel potere. Mao ha usato la manipolazione, Deng ha ricostruito le regole e le istituzioni, Jiang ha viziato i militari con i soldi con Hu che ha seguito l’esempio e Xi sta cercando di combinare i metodi di Mao e Deng. Va notato, tuttavia, che anche i leader forti, come Mao e Deng, devono contare sul supporto dell’esercito durante il loro regno. Come osserva Finer, la dipendenza “anormale” del potere civile dai militari non farà che aumentare le possibilità di intervento di questi ultimi (Finer 2002: 72).

Riferimenti bibliografici:

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Deng, X.P. 1977/1994, “Speech at the Full CMC Session,” in Deng Xiaoping Wenxuan (Selected Works)

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1NdT: Gruppo composto dalla vedova di Mao, Jiang Qing, e tre suoi associati: Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen.

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