“La lunga lotta per il socialismo: la rivoluzione cinese”

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Venerdì 27 novembre abbiamo tenuto il secondo appuntamento del ciclo “Le nostre rivoluzioni”, organizzato dall’Accademia Rebelde. Questa volta abbiamo trattato della rivoluzione cinese, un’esperienza poco conosciuta oggi tra i giovani compagni ma che rappresenta quasi un’epopea, una rivoluzione che ha liberato una nazione con più di 600 milioni di persone dal feudalesimo e dal colonialismo e che è ricca di insegnamenti e spunti di riflessione utili per la nostra “cassetta degli attrezzi”.

Abbiamo ripercorso i sommovimenti rivoluzionari che hanno scosso la Cina nell’800 e posto le basi per la rivoluzione guidata dal Partito Comunista Cinese: l’Insurrezione dei contadini del Taiping (che incendiò le campagne e fece tremare i grandi proprietari terrieri dal 1850 al 1864) e la Rivolta anticoloniale dei Boxer del 1900 (per sedare la quale intervennero numerosi paesi stranieri, tra cui l’Italia), la nascita del partito del Koumintang ad opera del rivoluzionario democratico Sun Yat Sen che nel 1911 guidò una rivoluzione democratica che riuscì a disarcionare l’imperatore e a instaurare la repubblica, fino a giungere al Movimento del 4 maggio 1919 che formerà una generazione di giovani rivoluzionari, tra cui Mao Tse Tung e altri numerosi quadri del futuro Partito Comunista Cinese.

Abbiamo visto come la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre nel 1917 e la rinuncia da parte del governo sovietico diretto da Lenin dei territori dell’estremo Oriente conquistati dallo zar russo hanno aperto le porte al marxismo in Cina, ad unire la questione coloniale con la rivoluzione socialista e a rendere il marxismo la bandiera dietro cui si sono unite le forze migliori del paese.

Una rivoluzione lunga, quella cinese, che ha attraversato quasi trenta anni, affrontando rovesci, sbandamenti, disfatte. Una rivoluzione che ha saputo correggersi e imparare dai propri errori, rettificarsi ed evolversi fino a giungere alla vittoria, grazie a un processo, tutt’altro che breve, semplice e indolore, di lotta tra le due linee all’interno del partito: una lotta, strettamente legata alla pratica e condotta nel “fuoco della lotta di classe”, con cui il Partito si è via via liberato dall’imitazione dogmatica e schematica dell’esperienza russa e lo ha portato ad elaborare, a mettere a punto, sperimentare una via specifica per la rivoluzione cinese (“chi non fa inchiesta non ha diritto di parola!”, tuonava giustamente Mao contro i comunisti dogmatici e superficiali).

Abbiamo toccato con mano questo processo ripercorrendo le tappe della rivoluzione cinese: dalla fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC) nel 1921 con il supporto dell’Internazionale Comunista ai tentativi fallimentari di insurrezione nelle città nel 1927, dalla ritirata guidata da Mao Tse Tung sul massiccio del Chingkangshan (con la nascita della prima base rossa e l’embrione dell’Esercito Rosso guidato dal mitico Chu Teh) alla Lunga Marcia condotta per sfuggire alle “campagne di accerchiamento e annientamento” lanciate da Chiang Kai Shek, dalla lotta contro l’invasore giapponese nella seconda guerra mondiale all’annientamento del Koumintang e la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese il 1 ottobre 1949.

La presa del potere non conclude però la lotta per la trasformazione della società ma, al contrario, apre una nuova, difficile fase, anch’essa di lunga durata, della rivoluzione. Ricostruire un enorme paese devastato da anni di guerra civile e dalla guerra contro i giapponesi, superare una grande arretratezza in campo produttivo, guidare fuori dalla fame, dall’analfabetismo e dalla superstizione una popolazione di 600 milioni di persone: questi i compiti che il PCC trovava davanti a sé.

Ma l’esperienza del PCC ci ha portato anche ad affrontare la svolta impressa nel 1956 al movimento comunista internazionale dai revisionisti moderni russi capeggiati da Kruscev, i quali avviarono il processo di restaurazione del capitalismo in URSS, la coesistenza pacifica con l’imperialismo e hanno aperto le porte alla “via pacifica” e alle “riforme di struttura” nei paesi imperialisti abbandonando la via rivoluzionaria. Questa svolta ha aperto un nuovo, importante fronte di lotta per il PCC diretto da Mao Tse Tung.

Da quel momento il PCC, oltre a combattere il revisionismo moderno sovietico, dovette affrontare una durissima lotta anche in patria, dove i revisionisti moderni cinesi, sotto mentite spoglie, patrocinavano a loro volta la via della restaurazione capitalista.

Analizzando in profondità cosa stava avvenendo in URSS, Mao arrivò a sintetizzare un’importante lezione che arricchisce il patrimonio del pensiero comunista rispetto alla costruzione del socialismo: nei paesi socialisti la lotta di classe prosegue, si riproducono delle contraddizioni antagoniste e sorge una nuova classe dominante costituita dai dirigenti del partito e delle istituzioni che percorrono la strada della restaurazione del capitalismo.

Sulla base di questa analisi e degli sviluppi della lotta di classe in Cina, Mao nel 1966 lancia la parola d’ordine “Sparare sul quartiere generale!”, ossia contrastare in tutti i campi i revisionisti moderni, e avvia una “rivoluzione nella rivoluzione”: la Rivoluzione culturale.

Siamo davanti ad una cosa che non era mai avvenuta in un paese socialista e che costituisce la diretta conseguenza della scoperta che la lotta di classe prosegue nel socialismo.

Mao chiama i comunisti, i militari, gli studenti, gli operai e i contadini a mobilitarsi e a contrastare attivamente in ogni campo:

– l’influenza e l’azione dei revisionisti moderni,

– coloro che sabotano la costruzione del socialismo per difendere i propri interessi specifici e per mantenere subordinate le masse popolari,

– i dirigenti delle aziende e delle comuni di contadini che frenano la partecipazione, crescita e emancipazione di operai e contadini e l’emancipazione delle donne,

– gli intellettuali, i dirigenti delle scuole e professori che portano avanti una cultura reazionaria.

La Rivoluzione culturale ha avuto un brusco arresto con la morte di Mao nel 1976. Di lì a poco i revisionisti moderni capeggiati da Deng Xiao Ping presero il potere nel Comitato Centrale e arrestarono i dirigenti centrali che avevano diretto con Mao la Rivoluzione culturale (la cosiddetta “Banda dei quattro”).

L’eroica battaglia condotta da Mao si concluse dunque con una sconfitta e iniziò il processo di restaurazione del capitalismo in Cina, processo che con le sue spinte contraddittorie è tutt’ora in corso.

Anche se la Rivoluzione culturale è stata sconfitta essa fornisce un grande patrimonio per noi comunisti per comprendere meglio la natura dello scontro che avviene nei paesi socialisti tra costruzione del socialismo e restaurazione del capitalismo e, dunque, arricchisce la nostra “cassetta degli attrezzi”, cosi come l’esperienza della Comune di Parigi del 1871 seppur sconfitta fornì ai comunisti importanti lezioni per edificare il socialismo poi in URSS.

A noi farne tesoro, per il nuovo assalto al cielo!

Il prossimo appuntamento dell’Accademia Rebelde, ciclo “Le nostre rivoluzioni”, sarà sulla rivoluzione cubana e lo terrà l’11 dicembre con il compagno Vasapollo.

Relazione sulla Rivoluzione cinese

di Angelo D’Arcangeli

La rivoluzione cinese oggi è un’esperienza poco conosciuta tra i giovani compagni. Rappresenta però una rivoluzione che è quasi un’epopea, una rivoluzione che ha liberato una nazione con più di 600 milioni di persone dal feudalesimo e dal colonialismo e che è ricca di insegnamenti e spunti di riflessione utili per la nostra “cassetta degli attrezzi”.

1. Contesto cinese

Innanzitutto inquadriamo la Cina del’800.

Era un paese semi-feudale e una semi-colonia. Esisteva un imperatore, la maggioranza del paese era costituita da contadini che vivevano in condizioni di grande sfruttamento e di grande arretratezza culturale, l’industria era poco sviluppata.

Numerose erano inoltre le potenze coloniali (Inghilterra, USA, ecc.) che esercitavano un controllo e uno sfruttamento su aree del paese. L’oppressione dei contadini e l’oppressione coloniale hanno generato molteplici rivolte e insurrezioni.

Le più importanti sono state l’Insurrezione dei contadini del Taiping che incendiò le campagne cinesi e fece tremare i grandi proprietari terrieri dal 1850 al 1864 e la Rivolta anticoloniale dei Boxer del 1900 (per sedarla intervennero numerosi paesi stranieri, tra cui l’Italia). Entrambe le rivolte hanno avuto un ruolo fondamentale per gettare le basi dei futuri rivolgimenti rivoluzionari avvenuti nel paese.

In questo contesto a fine ‘800 emerse un rivoluzionario democratico e anti-colonialista che si mise alla testa della lotta contro la monarchia, per l’instaurazione di una repubblica borghese e per la liberazione del paese: Sun Yat Sen.

Egli fondò un partito politico per realizzare questi obiettivi: il Kuomintang. Fissiamo bene questo partito, perché avrà un ruolo importante nella storia della rivoluzione cinese, prima come alleato dei comunisti e poi come acerrimo nemico.

Nel 1911 Sun Yat Sen guidò una rivoluzione che riuscì a disarcionare l’imperatore e a instaurare la repubblica. Già nel 1912 però il governo di Sun Yat Sen si conclude per intrighi di palazzo e il suo posto viene preso da altri. La fine del governo di Sun Yat Sen porta ad una situazione di caos nel paese che produce la formazione di tanti eserciti privati agli ordini di banditi (detti “signori della guerra”) che iniziano a controllare e sfruttare pezzi del territorio.

Fino a quel momento il marxismo era sconosciuto in Cina. La vittoria della Rivoluzione d’Ottobre nel 1917 e la rinuncia da parte del governo sovietico diretto da Lenin dei territori dell’estremo Oriente conquistati dallo zar russo aprono le porte al marxismo in Cina.

Mentre la Russia sovietica rinunciava ai territori cinesi conquistati dallo zar russo, il Giappone cercava invece di approfittare della prima guerra mondiale per estendere la sua influenza in Cina. In questo contesto influenzato dalla vittoria della rivoluzione russa e dalle minacce del Giappone, sorse un forte movimento anti-coloniale e anche di rinnovamento culturale e politico, che ebbe negli studenti la sua principale forza motrice: il Movimento del 4 maggio 1919. Questo movimento formerà una generazione di giovani rivoluzionari, tra cui Mao Tse Tung e altri numerosi quadri del futuro Partito Comunista Cinese. E’ in questa fase che il marxismo raggiunge una diffusione di massa in Cina e la questione coloniale inizia a legarsi alla rivoluzione socialista.

2. Dalla nascita PCC alla Repubblica popolare cinese

Nel 1921 nasce il Partito Comunista Cinese. Fondamentale fu la spinta data dalla vittoria della rivoluzione russa e anche l’azione svolta dell’Internazionale Comunista creata da Lenin. I sovietici infatti seguirono e sostennero da vicino, sul campo, la costruzione del PCC. Mao Tse Tung all’epoca ha un ruolo secondario nel partito e opera per la sua costruzione nella regione dello Hunan, la sua zona di origine, dedicandosi in particolare all’organizzazione dei contadini e alla diffusione del marxismo.

La Rivoluzione russa creò delle evoluzioni anche nel Kuomintang, il partito progressista e anti-colonialista di Sun Yat Sen. Nel 1923 questi abbandonò la sua ostilità verso il marxismo e assunse la parola d’ordine “Nazionalismo, democrazia e socialismo” individuando nell’URSS il principale alleato della lotta anti-coloniale in Cina. Con questa svolta, Sun Yat Sen apre le porte all’alleanza con il Partito Comunista Cinese.

Questa apertura di Sun Yat Sen fa sorgere un’opposizione nel Kuomintang che teme i comunisti e la rivoluzione socialista: questa corrente è espressione della grande borghesia e dei grandi proprietari terrieri.

Anche nel PCC questa apertura di Sun Yat Sen non è presa bene. Nel partito prevale infatti un atteggiamento settario verso il Kuomintang, visto come nemico e non come possibile alleato nella lotta anti-coloniale. Contrari a questa linea settaria sono però l’Internazionale Comunista diretta dai sovietici e una componente del PCC, di cui Mao Tse Tung è uno degli esponenti principali. Mao entra nel CC.

Nasce così il Primo fronte unito tra comunisti e Kuomintang.

Come spesso avverrà nella storia del PCC, dopo una deviazione settaria seguirà una deviazione di senso opposto. Dopo l’opposizione al fronte unito con il Kuomintang, si farà strada la tendenza opposta nel PCC: rinunciare alla propria autonomia ideologica e organizzativa pur di tenere in piedi alleanza con il Kuomintang.

Mao era molto critico a questa unità senza lotta. Egli affermava che il PCC doveva essere parte del fronte unito ma non doveva sciogliersi in esso e rinunciare alla propria autonomia. Sottostare in tutto e per tutto alla volontà del Kuomintang significava sottostare in tutto e per tutto alla borghesia nazionale e quindi limitare l’azione rivoluzionaria del partito ai limiti da essa posti.

Mao iniziò a condurre nel PCC la lotta anche su un altro aspetto: il ruolo dei contadini e delle campagne nella rivoluzione cinese. Nel PCC forte era l’idea che i contadini e le campagne dovessero avere un ruolo secondario nella rivoluzione cinese, nonostante la Cina fosse un paese in cui i contadini erano un’ampia maggioranza.

Nel 1924 muore Sun Yat Sen. Il suo posto nella direzione del Kuomintang viene preso da Chiang Kai Shek. Anche se a parole proseguiva la linea di Sun Yat Sen rispetto all’URSS e al PCC, in realtà era il principale esponente della corrente anti-comunista nel Kuomintang.

Nel 1925 lo scontro tra Mao Tse Tung e quella del resto del CC che proseguiva nella sudditanza verso il Kuomintang e il disprezzo verso i contadini, fu tale che Mao venne estromesso dal CC. Contrariamente a quello che si può pensare, infatti, Mao fu per molti anni minoranza dentro il PCC: fino al 1934. Inoltre anche dopo dovette affrontare forti battaglie interne al PCC per affermare la sua linea.

Mao torna nello Hunan e prosegue il lavoro di costruzione del partito e di organizzazione dei contadini. Si dedica inoltre ad un minuzioso lavoro di inchiesta sulle condizioni dei contadini e di analisi delle classi sociali cinesi.

Il lavoro di inchiesta e l’analisi di classe fu una costante di Mao, che gli permise di non cadere in ragionamenti dogmatici ma di analizzare la realtà lucidamente e di definire su questa base la via da seguire.

Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola!” disse giustamente qualche anno più avanti contro coloro che anteponevano dogmi alla realtà concreta, formule all’elaborazione di linee sulla base di un’attenta analisi della situazione.

Nel 1926 Chiang Kai Shek, con il sostegno della grande borghesia, dei grandi proprietari terrieri e delle potenze coloniali inizia a massacrare i comunisti, gli operai e i contadini da essi organizzati. I massacri andranno avanti per un intero anno. Il PCC giunto disarmato ideologicamente, politicamente e organizzativamente per via della sua linea di subordinazione al Kuomintang sbanda, alza la bandiera della capitolazione, cerca di spegnere le rivolte di contadini e operai. Mao disobbedisce alla linea e non disarma i contadini. Non sarà il solo.

Nel 1927 avviene ancora una volta un cambio radicale di orientamento del PCC. Dalla linea capitolazionista si passa a quella estremista: organizzare insurrezioni nelle città. Mao cercò di opporsi a questa linea, ma senza esito positivo. Egli affermava infatti che stanti le caratteristiche della Cina bisognava dedicarsi ad un profondo lavoro di organizzazione dei contadini e “circondare la città dalla campagna”. Ancora una volta venne messo in minoranza e tacciato di essere “rinunciatario”, “attendista”, ecc.

Le insurrezioni del 1927 furono un fallimento e seguì un nuovo massacro dei comunisti. Mentre il PCC organizzava insurrezioni nelle città, Mao operò nella campagna dello Hunan organizzando quella che venne chiamata “l’Insurrezione del raccolto di autunno”. Anche la sua armata fu decimata (da 8.000 a 800 persone). A questo punto decise di intraprendere una ritirata e scalare il massiccio del Chingkangshan, dove costruì la prima base rossa della rivoluzione cinese. Grazie a questa decisione di Mao, la rivoluzione cinese venne messa su nuovi binari e si iniziò a seguire una via originale per la presa del potere, una via che tenesse conto delle condizioni reali del paese.

Che cosa era una base rossa? Era una zona liberata del paese da parte dei comunisti i quali si occupavano di portare avanti una riforma agraria mobilitando i contadini (esproprio di grandi proprietari terrieri e distribuzione della terra), di creare delle scuole di formazione sia per i comunisti che per i contadini, di creare ospedali, di amministrare il territorio favorendo e promuovendo la partecipazione dei contadini, ecc.

In questa visione di Mao, l’Esercito Rosso assunse tratti diametralmente opposti ai normali eserciti al servizio di classi dominanti: non era un esercito che viveva sulle spalle dei contadini e che sfruttava i contadini. Era un esercito “al servizio del popolo”, ossia in prima linea nell’espropriazione dei grandi proprietari terrieri e nella distribuzione delle terre, nella lotta contro gli abusi e per la difesa dei contadini, un esercito che non pesava sui contadini ma che partecipava alla produzione di cibo e alla costruzione di infrastrutture, che pagava il cibo ai contadini nel caso in cui lo prendeva, che non effettuava razzie, che non maltrattava i prigionieri, ecc. L’esercito era uno strumento di propaganda e organizzazione oltre che di difesa e attacco. Per raggiungere questi obiettivi e superare la “mentalità militare” Mao condusse un grande lavoro di formazione politica tra i membri dell’Esercito.

Partito, Esercito, masse: questi erano i tre componenti imprescindibili del processo rivoluzionario per Mao Tse Tung. Tra questi, era il Partito, la politica l’elemento dirigente anche rispetto all’esercito: “Il nostro principio è che il partito comanda il fucile e mai dobbiamo permettere che il fucile comandi il partito!”.

In questo profondo lavoro di elaborazione e sperimentazione politica e militare, Mao fissò un altro importante principio che divenne nel tempo uno degli assi principali del processo rivoluzionario cinese e che fece scuola nel mondo:

Se il nemico attacca, noi ci ritiriamo;

se il nemico si arresta, noi lo molestiamo;

se il nemico è spossato, noi lo attacchiamo;

se il nemico si ritira, noi lo inseguiamo!”.

Più avanti aggiunse altri concetti fondamentali al suo pensiero strategico. Nel concepire la rivoluzione non come lo scoccare dell’ora X ma come un processo in cui si combattono due poteri (quello rivoluzionario e quello reazionario), come un processo articolato che passa attraverso fasi, tappe, accumuli quantitativi e salti qualitativi, avanzamenti e arretramenti, Mao arrivò a fissare tre grandi fasi della strategia che denominò la “Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata”:

1. la fase della difensiva strategica, in cui le forze rivoluzionarie sono esigue e quelle del nemico grandi e il compito principale è quello di non farsi distruggere e crescere,

2. la fase dell’equilibrio strategico, in cui esiste un rapporto eguale tra le forze rivoluzionarie e quelle del nemico,

3. la fase dell’offensiva strategica, in cui le forze rivoluzionari sono superiori a quelle del nemico e l’obiettivo è la sua completa distruzione.

Questi sono importanti apporti al pensiero strategico da cui anche noi comunisti del XXI secolo dobbiamo attingere, senza dogmatismo e tenendo conto del paese in cui operiamo.

Ma torniamo al massiccio del Chingkangshan. Via via nuove forze si unirono a Mao. Affluirono comunisti e altri pezzi di Esercito Rosso allo sbando dopo la reazione del 1927. Tra questi Chu Teh, che divenne il leggendario dirigente dell’Armata Rossa. Con l’arrivo di Chu Teh e la sua armata, nasce la gloriosa IV Armata Rossa.

Nel frattempo Mao continuava ad essere sottoposto a pesanti critiche da parte del CC del Partito che proseguiva con la sua linea estremista nonostante il fallimento delle insurrezioni del 1927. Il CC continuava a contrastare la linea “circondare la città dalle campagne”, a contrastare la centralità dei contadini nel processo rivoluzionario e sosteneva la necessità di “ammazzare tutti i borghesi, tutti i contadini ricchi e tutti i contadini medi”, cosa che significava buttare nelle mani delle forze reazionarie contadini medi e pezzi della borghesia nazionale disponibile a lottare per indipendenza del paese.

Questa linea del CC portò a tutta una serie di rovesci e disfatte. Il Kuomintang inizia intanto ad attaccare la base rossa di Mao. Oltre a difendere la base, Mao decide di costruire una seconda base nello Kiagsi (città principale Juichin). E’ il 1929. Saranno Mao e Chu Teh a costruire questa nuova base.

La base arriverà ad essere formata da ben 3 milioni di persone e a raggiungere un’estensione pari a Lazio-Campania-Abruzzo-Molise messi assieme!

La base in due anni sarà sottoposta a ben tre campagne di accerchiamento e annientamento da parte del Kuomintang, tutte respinte dai comunisti.

Nel 1931 il Giappone invade la Manciuria. Chiang Kai Shek tentenna. Per lui è principale la lotta contro i comunisti alla difesa del paese. Si creano contraddizioni dentro il Kuomintang: forte è la spinta di una parte a lottare contro l’invasore straniero. Anche nel resto del paese si sviluppa un forte sentimento anti-giapponese. Pezzi del Kuomintang passano con i comunisti. Chiang firma l’armistizio con i giapponesi e riprendere ad attaccare i comunisti. Scatena contro la base di Kiagsi la quarta e poi la quinta campagna di accerchiamento e annientamento.

La situazione è disperata. I comunisti decidono di giocare d’attacco per liberarsi da questa situazione. Nell’ottobre 1934 decidono di mettere in atto una manovra audace: fare manovre diversive per confondere il nemico, sfondare l’accerchiamento nel punto più debole e uscire dalla base di Kiagsi, abbandonare la Cina del Sud-est e raggiungere la Cina del Nord per costruire un’altra base.

Inizia così la Lunga Marcia, una delle più grandi manovre politico-militari della storia che ha cambiato l’esito della rivoluzione cinese. Alcuni dati sulla Lunga Marcia:

Partiti ottobre 1934 Juichin – Arrivati ottobre 1935 Yenan

Partiti in 120 mila arrivarono in 7.000

10.000 km percorsi (l’equivalente di tre volte la distanza che esiste tra Reggio Calabria – Mosca)

18 catene montuose valicate

24 fiumi attraversati

11 province solcate

6 territori attraversati abitati da minoranze etniche con lingue e costumi propri

62 città assalite e conquistate

10 eserciti dei signori della guerra sconfitti

1 milione di soldati del Kuomintang sconfitti

200 milioni di persone raggiunte dalla propaganda dell’Esercito Rosso

Nel corso della Lunga Marcia, Mao diventa il dirigente del PCC uscendo dalla minoranza.

Giunti a Yenan i comunisti si mettono alla testa della lotta contro l’invasore giapponese e sfruttando le contraddizioni interne al Kuomintang e il fermento che c’è nel paese, costringono Chiang Khai Shek a fare un nuovo fronte unito per la liberazione della Cina.

Questa volta il Partito non si scioglierà nel fronte unito ma manterrà la sua autonomia ideologica, politica e anche militare.

Un dato per comprendere la crescita del PCC nel corso della lotta anti-giapponese: nel 1945 in Cina c’erano ben 19 basi rosse, sparse in 9 province in totale e con 100 milioni di persone che vi vivevano!

La strategia di Mao era chiara: cacciati i giapponesi, schiacceremo il Koumintang e instaureremo la Repubblica popolare cinese. Ed è questo che avvenne il 1 ottobre del 1949.

La Cina, il paese più grande del Mondo, era diventata un paese socialista!

***

3.1. La costruzione del socialismo

Con l’instaurazione della Repubblica popolare cinese si apre una nuova fase della rivoluzione.

Il PCC doveva

– ricostruire un enorme paese devastato da anni di guerra civile e dalla guerra contro i giapponesi,

– superare una grande arretratezza in campo produttivo,

– guidare fuori dalla fame, dall’analfabetismo e dalla superstizione una popolazione di 600 milioni di persone.

Il PCC operò da subito

1. per avviare su scala nazionale la riforma agraria espropriando i grandi proprietari terrieri e procedendo alla distribuzione della terra ai contadini poveri,

2. per sviluppare l’industria pesante, campo in cui la Cina era particolarmente debole e arretrata,

3. per migliorare l’istruzione del popolo cinese creando scuole e avviando una campagna capillare per l’alfabetizzazione,

4. per liberare le donne dall’oppressione feudale, abolendo la pratica barbara della fasciatura dei piedi, decretando il diritto al divorzio e adottando altre misure contro la discriminazione e l’oscurantismo.

Oltre a condurre questa dura lotta per ricostruire e trasformare il paese, il PCC tenne alta la bandiera dell’internazionalismo proletario. Quando infatti nel 1950 iniziò l’aggressione della Corea socialista da parte delle forze imperialiste capeggiate dagli Stati Uniti, il PCC organizzò senza esitazione alcuna delle brigate di solidarietà di soldati che per tre anni lottarono con eroismo affianco dei comunisti coreani per la difesa della Corea socialista, contro l’invasione imperialista (1950-53).

3.2. La lotta contro il revisionismo moderno

Nel marzo del 1953 avviene un evento che avrà importanti ripercussioni sul movimento comunista internazionale: muore Giuseppe Stalin, che per trent’anni era stato alla testa del PCUS e dell’URSS, guidando la costruzione del socialismo in Russia, la lotta vittoriosa contro il nazi-fascismo e sostenendo la rivoluzione negli altri paesi del mondo.

Dopo un periodo di oscillazioni, la direzione del PCUS viene assunta dal gruppo che fa capo a Nikita Kruscev. Questo gruppo, operando in modo truffaldino e mantenendo una fraseologia comunista, imprimerà al PCUS e al governo sovietico l’indirizzo detto “revisionismo moderno”. Esso consisteva sostanzialmente in tre cose:

1. tentativo di restaurare gradualmente il capitalismo in Unione Sovietica,

2. coesistenza pacifica con l’imperialismo anziché sostenere e alimentare la rivoluzione socialista negli altri paesi,

3. abbandono della via rivoluzionaria nei paesi occidentali a favore della via pacifica al socialismo e delle “riforme di struttura”.

Questo gruppo a partire dal XX Congresso del PCUS del 1956 attaccherà strumentalmente Giuseppe Stalin e il suo operato (facendo leva ed enfatizzando anche suoi errori reali) per abbandonare in realtà il marxismo-leninismo e cessare la costruzione del socialismo, ossia

1. per smantellare la dittatura del proletariato con la scusa che nel socialismo la lotta di classe non esiste più,

2. per arrestare il processo emancipazione e di partecipazione crescente della classe operaia e dei contadini alla direzione dello Stato attraverso i soviet.

Essi introdussero via via misure capitaliste nel sistema socialista fino a disgregarlo, alimentarono le distinzioni di classe e crearono una nuova classe dominante e di privilegiati che opprimeva la classe operaia e i contadini. Questa nuova classe dominante era costituita dai dirigenti del Partito e delle istituzioni che percorrevano la strada della restaurazione del capitalismo, pur sventolando la bandiera rossa.

L’attacco a Stalin da parte di Kruscev e il suo gruppo creò un terremoto nel movimento comunista internazionale e spalancò la porta alla sua deriva opportunista. Stante l’autorevolezza del PCUS e dell’URSS, il “revisionismo moderno” si affermò in quasi tutti i partiti comunisti del Mondo, compreso il PCI diretto da Togliatti che intraprese la via pacifica al socialismo e delle “riforme di struttura”.

A causa di una scarsa capacità di comprendere la situazione concreta, di fare un’analisi scientifica anziché ripetere formule e dogmi e seguire ciecamente il partito più autorevole, in pochi nel movimento comunista compresero gli obiettivi reali di Kruscev e del suo gruppo.

Solo due partiti, il PCC e il Partito del Lavoro di Albania diretto da Enver Hoxha, avviarono da subito una lotta aperta contro il “revisionismo moderno”.

Questi due partiti ebbero la lungimiranza di capire che il revisionismo moderno se non fosse stato sconfitto avrebbe portato al crollo dei paesi socialisti, come poi infatti fu.

Pur consapevoli di cosa significasse mettersi contro la direzione dell’URSS e le possibili ripercussioni economiche-militari e politiche, essi non chinarono la testa ma diedero battaglia.

Con la loro lotta il PCC e il PLA alimentarono lo sviluppo di un movimento anti-revisionista nel mondo, anche in Italia in contrasto con la linea rinunciataria alla rivoluzione di Togliatti e poi Berlinguer.

Non ripercorriamo qui tutte le tappe di questa lotta. Ci limitiamo a dire che i revisionisti moderni del PCUS in reazione alla battaglia lanciata da Mao ruppero i rapporti politici-economici-militari con la RPC (la quale oltre all’embargo voluto dagli imperialisti la RPC dovette quindi far fronte anche al sabotaggio economico dei revisionisti moderni), svilupparono provocazioni militari verso la RPC e cercarono di isolarla nel movimento comunista internazionale.

3.3. La Rivoluzione culturale

A circa solo dieci anni dalla sua nascita, la RPC si trovava quindi in una situazione molto complessa e difficile.

Gli attacchi dei revisionisti moderni sovietici verso il PCC, l’interruzione dei rapporti economici con l’URSS e l’embargo degli imperialisti si combinavano con le contraddizioni che sempre più emergevano nel PCC sulla spinta della lotta di classe che si sviluppava nella RPC, in particolare con il processo di collettivizzazione delle terre (comuni popolari) che intaccavano gli interessi delle classi contadine agiate.

I revisionisti moderni cinesi presero fiato. Essi negavano l’esistenza di contraddizioni antagoniste nel socialismo (sostenevano l’esistenza solo tra rapporti di produzione avanzati e forze produttive arretrate) e sotto mentite spoglie (“non bruciamo le tappe”, ecc.) portavano avanti la via della restaurazione del capitalismo in Cina. I maggiori esponenti di questa corrente erano Liu Shao-chi e Deng Xiao Ping.

Mao Tse Tung analizzò in profondità cosa stava avvenendo in URSS e arrivò a sintetizzare un’importante lezione: nei paesi socialisti la lotta di classe prosegue, si riproducono delle contraddizioni antagoniste e sorge una nuova classe dominante costituita dai dirigenti del partito e delle istituzioni che percorrono la strada della restaurazione del capitalismo. Mao con questa scoperta arricchisce il patrimonio del pensiero comunista rispetto alla costruzione del socialismo e va a colmare le lacune di Stalin, il quali non aveva compreso questo processo di costruzione di una nuova classe dominante nel socialismo.

Mao Tse Tung sulla base di questa scoperta e vedendo gli sviluppi cinesi in cui i revisionisti moderni stavano via via assumendo peso anche ai vertici del PCC, nel 1966 lancia la parola d’ordine “Sparare sul quartiere generale!”, ossia contrastare in tutti i campi i revisionisti moderni, e avvia una “rivoluzione nella rivoluzione”: la Rivoluzione culturale.

Siamo davanti ad una cosa che non era mai avvenuta in un paese socialista e che costituisce la diretta conseguenza della scoperta che la lotta di classe prosegue nel socialismo.

Mao chiama i comunisti, i militari, gli studenti, gli operai e i contadini a mobilitarsi e a contrastare attivamente in ogni campo:

– l’influenza e l’azione dei revisionisti moderni,

– coloro che sabotano la costruzione del socialismo per difendere i propri interessi specifici e per mantenere subordinate le masse popolari,

– i dirigenti delle aziende e delle comuni di contadini che frenano la partecipazione, crescita e emancipazione di operai e contadini e l’emancipazione delle donne,

– gli intellettuali, i dirigenti delle scuole e professori che portano avanti una cultura reazionaria.

Questi soggetti vanno smascherati pubblicamente, rimossi dai loro incarichi e rieducati.

Mao lanciata quindi una doppia mobilitazione: dall’alto (vertici partito) e dal basso (mobilitazione delle masse).

Viene stampato il famoso “Libretto rosso” di Mao come strumento di formazione ideologica di massa per quasi un miliardo di persone. Vengono create le Guardie Rosse, ossia formazioni di giovani che costituiranno l’avanguardia nella lotta da condurre nel paese: propaganda, contrasto ai dirigenti con concezioni reazionarie, ecc.

Venna lanciata la lotta contro i 4 vecchi: “vecchi pensieri, vecchia cultura, vecchie consuetudini, vecchie abitudini”.

Nel 1967 venne instaurata la Comune di Shangai: gli amministratori della città fautori della restaurazione vennero cacciati dai quadri rivoluzionari, dalle Guardie Rosse e dagli operai. La Comune diventa un esempio per la creazione nel resto del paese di organismi del nuovo potere composti da esercito, quadri rivoluzionari e masse.

Liu Shao-Chi e Deng Xiao Ping per contrastare le Guardie Rosse nelle scuole e territori istituiscono le “Squadre di lavoro”. Ci sono anche scontri fisici tra le due formazioni. Le squadre di lavoro verranno spazzate via.

Nel quadro della Rivoluzione culturale verrà anche lanciata la campagna “Andare ad imparare dai contadini”, inviando studenti, quadri, intellettuali nelle campagne per superare le contraddizioni tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, per unire città e campagna, per creare un fronte unito rivoluzionario.

La Rivoluzione culturale ha un brusco arresto con la morte di Mao nel 1976. Di lì a poco i revisionisti moderni capeggiati da Deng Xiao Ping presero il potere nel Comitato Centrale e arrestarono i dirigenti centrali che avevano diretto con Mao la Rivoluzione culturale (la cosiddetta “Banda dei quattro”).

L’eroica battaglia condotta da Mao si concluse dunque con una sconfitta e iniziò il processo di restaurazione del capitalismo in Cina, processo che è ancora in corso.

Anche se la Rivoluzione culturale venne sconfitta essa fornisce un grande patrimonio per noi comunisti per comprendere meglio la natura dello scontro che avviene nei paesi socialisti tra costruzione del socialismo e restaurazione del capitalismo e dunque arricchisce la nostra cassetta degli attrezzi, cosi come l’esperienza della Comune di Parigi del 1871 seppur sconfitta fornì ai comunisti importanti lezioni per edificare il socialismo poi in URSS.

A noi farne tesoro, per il nuovo assalto al cielo.

Concludiamo qui la sessione dell’Accademia Rebelde sulla rivoluzione cinese e ricordiamo il prossimo appuntamento sulla rivoluzione cubana che terrà il compagno Vasapollo l’11 dicembre.

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Testi consigliati sulla Rivoluzione cinese

1. Romanzi

– Stella rossa sulla Cina di Edgar Snow

– La lunga marcia di Agnes Smedlye

– L’altra metà del cielo di Claudi Broyelle

– Fanshen di William Hinton

2. Saggi

– Mao Tse Tung una vita per la rivoluzione di Han Suyin

– La teoria della rivoluzione in Mao di Edoarda Masi

– Mao Tse-tung e il socialismo di Enrica Collotti Pischel

– Ribellarsi è giusto! di Roberto Sassi

3. Testi Mao

– Opere Complete di Mao Tse Tung (Casa Editrice Rapporti Sociali, 25 volumi)

RACCOLTA PER TEMI

Sulla rivoluzione in Cina: “Analisi delle varie classi rurali della Cina e loro atteggiamento nei confronti della rivoluzione” / “Perché in Cina può esistere un potere rosso?” / “La rivoluzione cinese e il partito comunista cinese” / “Sulla Nuova Democrazia”

– Sulla strategia: “Problemi strategici della guerra partigiana antigiapponese” / “Sulla guerra di lunga durata” / “Problemi della guerra e della strategia”

Scritti filosofici: “Sulla pratica” / “Sulla contraddizione”

Su Stalin: “Sull’esperienza storica della dittatura del proletariato” / “Ancora a proposito dell’esperienza storica della dittatura del proletariato” / “Sulla questione di Stalin”

Sul revisionismo moderno: “Viva il leninismo!” / “Lo pseudo comunismo di Kruscev e gli insegnamenti che dà al mondo” / “Divergenze tra il compagno Togliatti e noi” / “Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi” / “Leninismo o socialimperialismo?”

Sulla Rivoluzione Culturale: “Circolare del 16 maggio 1966” / “I sedici punti” / “La classe operaia deve esercitare la sua direzione in ogni campo” / “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo”

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