La Cina della “nuova era”. Ideologia, tecnologia e “cittadini modello”

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di Giovanni Di Fronzo

Il libro “Una Cina “perfetta”. La nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale” è un testo di analisi politica sulla Cina moderna che ha il pregio di essere  molto analitico e puntuale politicamente e, nel contempo, quasi privo di giudizi politico/ideologici espliciti, fattore, quest’ultimo molto positivo rispetto al livello di dibattito attuale sul tema. Ad esempio, nel testo non è affatto problematizzato il tema sul quanto di socialismo e quanto di capitalismo vi siano nell’attuale sistema cinese e non va assolutamente letto con questa chiave di lettura.

Come dice il titolo, il tema principale trattato è la “nuova era” del Partito Comunista Cinese, che, secondo l’autore, affonda le proprie radici nel Congresso del 2012, nel quale, nell’ambito della consueta rotazione del gruppo dirigente, vengono promossi a posizioni di potere l’attuale Segretario generale Xi Jinping e l’attuale Primo Ministro Li Keqiang, per affermarsi definitivamente al successivo Congresso del 2017, quando ne vengono sistematizzate le basi ideologiche e gli obiettivi di medio-lungo periodo, ovvero la “costruzione di una società moderatamente prospera in ogni ambito” entro il 2035, per poi affermare la Cina come grande potenza entro il 2049.

Viste così, queste sembrano essenzialmente frasi di altisonante linguaggio burocratico, ma nascondano una svolta tratteggiata come radicale, la quale ha investito il partito in primis e, poi, a cascata l’organizzazione dello stato e, come si sta cominciando a vedere da qualche tempo, anche il modello economico cinese.

La svolta accreditata dall’autore è talmente radicale rispetto ai 30-35 anni precedenti, da doverci indurre a modificare la periodizzazione che va per la maggiore rispetto alla Repubblica Popolare Cinese e al Partito Comunista Cinese: non più solo epoca pre-Mao e post-Mao (o post-riforme), ma anche pre-Xi e “nuova era”.

Per quanto riguarda l’affermazione del modo di produzione capitalistico in Cina, 3 sono le tappe  principali scandite nel libro, le quali coincidono grossomodo con i 3 eventi  intercorsi fra 1980 al 2012: 1-l’istituzione della prima Zona Economica Speciale di Shenzen, con conseguente apertura ai capitali stranieri; 2-lo sdoganamento definitivo del capitalismo dopo il famoso “viaggio al sud” di Deng Xiaoping nel 1992, dopo il quale la Cina decide di diventare la “fabbrica del mondo”; 3-L’ingresso della Cina nel WTO (2001), accompagnato “ideologicamente” dall’affermazione della “teoria delle tre rappresentanze”, con la quale il partito si apriva alla classe alto-borghese ; gli anni successivi sono quelli in cui la Cina cresce a due cifre e vede l’emersione di più miliardari che in tutto il mondo, con annessa crescita vertiginosa delle disuguaglianze sociali.

Questi 30 anni hanno lasciato in eredità un paese che era ormai diventato la seconda economia al mondo in termini di PIL ed aveva emancipato dalla povertà assoluta circa 800 milioni di persone, tuttavia, proprio per tali motivi, tale modello di sviluppo era giunto al capolinea e il modello di relazioni internazionali che lo avevano accompagnato: i livelli di reddito cominciavano ad essere non compatibili con le necessità di riduzione dei costi espresse dalle imprese occidentali che intendevano esternalizzare, con conseguente riduzione del tasso di crescita del PIL, e la potenza economica del paese cominciava ad essere incompatibile con la politica diplomatica di basso profilo del “nascondere la forza, aspettare il momento” inaugurata a inizio anni ‘80, dato che gli attacchi dell’imperialismo si moltiplicavano.

Secondo l’autore, nel 2012 il PCC si presentava di fronte a tale scenario in condizioni tali che, senza una svolta, sarebbe andato incontro al collasso, proprio come si sarebbero aspettati gli imperialisti: il Comitato Permanente dell’Ufficio Politico (il massimo organismo), a parte Xi Jinping e Li Kequing, era composto da un’intellighenzia tecnica che aveva soltanto accompagnato il rapidissimo sviluppo economico, quindi privo di un’adeguata capacità di elaborazione teorica e di dirigere tale sviluppo; erano diffusi comportamenti di appropriazione indebita, aumentati a dismisura specialmente nelle maglie dei finanziamenti a pioggia derivati dalle politiche anticicliche di massicci investimenti pubblici, messe in atto dallo stato per reagire alla crisi del 2008; nelle altissime sfere erano diffusi comportamenti di lusso e privilegio.

Di fronte a ciò, a partire dal 2012, il neo-segretario generale Xi da luogo ad una svolta radicale che investe tutti i campi, da quello organizzativo, a quello ideologico, finanche a quello simbolico, decretando una centralizzazione di ogni aspetto della società nel partito e una nuova diplomazia “di attacco” in politica estera (sintetizzata dalle iniziative per diar vita alla cosiddetta “belt and road initiative”).

All’interno del partito vengono condotte diverse “campagne di rettifica”, che portano ad un’epurazione fortissima riguardante non solo i quadri medi, spesso sorpresi ad arricchirsi con soldi pubblici, ad espropriare indebitamente i contadini nell’ambito dei tanti investimenti infrastrutturali o ad avere atteggiamenti proni rispetto alle multinazionali straniere, ma anche membri in procinto di entrare nel Comitato Permanente dell’Ufficio Politico o suoi ex-membri (cosa, quest’ultima, senza precedenti); vengono decretati rigide regole di morigeratezza per i quadri di alto rango, che vengono obbligati a “tornare alle masse”, visitando anche i villaggi più remoti;vengono istituiti diversi organismi di controllo su molti aspetti della società, i quali agiscono rispondono direttamente al vertice del partito ed agiscono in maniera extra-giudiziaria.

Altro aspetto di notevole profondità del testo è la trattazione dell’elemento ideologico della nuova era.

Dato che il grande sviluppo economico ha portato con sé la nascita di nuovi bisogni materiali e immateriali all’interno della popolazione, è necessario soddisfarli senza che le idee-forze del liberalismo occidentale divengano egemoniche e quindi, senza che progresso equivalga ad occidentalizzazione. A tale scopo, non basta più che “il gatto catturi i topi”, ovvero non basta più uno sviluppo economico quantitativo lineare; in tal senso, rimarca l’autore, il partito teorizza addirittura come la contraddizione principale della Cina del terzo Millennio sia cambiata: da una parte vi è uno “sviluppo squilibrato e inadeguato, dall’altro “il bisogno crescente di una vita migliore da parte della popolazione”.

Il cemento ideologico proposto dal partito per porsi come riferimento a tutto tondo nella società è costituito, da un lato, dall’aperta rivendicazione del carattere socialista, ovviamente dalle caratteristiche cinesi, del proprio sistema, superiore all’anarchia capitalistica occidentale, dall’altro dalla ripresa della millenaria storia nazionale e, in particolare, del confucianesimo, la cui cancellazione è stato il maggior fallimento ideologico della rivoluzione culturale e che fa da collante sociale di fronte alle enormi disuguaglianze persistenti.

I mezzi attraverso cui questa ideologia di stato è veicolato è costituito da un miscuglio di metodi vecchi e nuovi: dall’esaltazione del pensiero del leader, all’occupazione completa del cyberspazio, considerato terreno strategico.

Su quest’ultimo punto, sul quale, nel precedente decennio vi sono state notevoli falle in cui si sono inseriti singoli, entità politiche o sette religiose con lo scopo di minare la funzione di direzione del partito, è stata messa in piedi un’infrastruttura totalmente indipendente, che ha algoritmi di ricerca e filtraggio propri rispetto a quelli utilizzati nel resto del mondo (ovvero quelli decisi nella Silicon Valley) e in cui la fanno da padrone delle aziende private cinesi o joint venture, le quali agiscono sotto la guida della pianificazione centrale del governo (e con le quali, periodicamente, vi sono delle rese conti, vedasi il caso di Jack Ma degli ultimi giorni). Inoltre, il partito schiera sul web migliaia di moderne “guardie rosse” che quotidianamente vi riaffermano “il pensiero di Xi” e, talvolta, “invadono” anche i social e le piattaforme occidentali con commenti, meme, insulti di ogni genere nel momento in cui su di essi venga offesa o derisa la nazione cinese.

Ovviamente, il tentativo, da parte del PCC, di creare un proprio “soft power” basato sui pilastri ideologici sopra descritti, accompagna anche le trattative diplomatiche per la creazione della nuova via della seta. In questo caso, come viene puntualizzato in maniera chiara nel testo in maniera tale da sgomberare il campo da luoghi comuni esistenti in occidente, la Cina non intende in nessun modo creare una propria egemonia militare o esportare il modello del “socialismo dalle caratteristiche cinesi”, creando dei propri avamposti politici all’esterno: i capisaldi sono il principio di non interferenza e la “cooperazione win-win” e anche il passato millenario della civiltà cinese è utilizzato per sottolineare gli esempi di coesistenza pacifica fra civiltà contigue e culture e fedi religiose differenti che vi sono state in Asia nei secoli passati. Sulla “belt and road initiave”,  i principi su cui si fonda si rimanda e  l’idea di globalizzazione del partito si rimanda all’apposito capitolo del testo.

Un aspetto particolare che s’intende approfondire in questa recensione, è la trattazione della concezione dello tecnologico in Cina, sia dal punto di vista dell’aspetto ideologico, che dal pèunto di vista dei  progetti futuri concreti della dirigenza del PCC.

Sul versante ideologico sono in corso dei passaggi che forse sono i più lontani rispetto la nostra sensibilità: ovvero, il partito sembra voler utilizzare le nuove tecnologie relative all’industria 4.0 per creare quelli che nel libero vengono definiti “un miliardo di cittadini modello”, ovvero l’estensione del controllo sociale in maniera quanto più capillare è possibile.

Anche questa tesi viene corroborata da solidi argomenti. Ad esempio, basandosi sull’uso della teoria ingegneristica dei sistemi complessi anche sulla società e sull’utilizzo di intelligenza artificiale (riconoscimento facciale e videosorveglianza capillare in primis) e  analisi dei big data in maniera predittiva e valutativa anche nel campo comportamenti sociali, sono in corso progetti, al momento solo in alcune regioni più sviluppate, attraverso i quali ai singoli cittadini e alle singole imprese private vengono associati coefficienti di valutazione in base al comportamento e di conseguenza, scattano premialità e penalità (possibilità di ricevere prestiti, viaggiare, ecc). La raccolta centralizzata dell’immensa quantità di dati è, ovviamente, possibile, grazie alla sinergia fra pianificazione centrale e aziende private del settore.

A margine di questo argomento, è opportuno fare alcune considerazioni. Per quanto indubbiamente tale livello di controllo sociale sia lontano dalla nostra sensibilità e per noi socialmente non accettabile, un po’  meno lo è da parte dei cinesi da parte dei Cinesi, come ammette lo stesso autore. Resta, comunque, la problematica dell’utilizzo di queste nuove tecnologie 4.0 nel mondo moderno: nelle società occidentali esse sono un totale monopolio dei grandi colossi hi-tech, che esercito un controllo non meno pervasivo, anche se meno percettibile sulle nostre e utilizzano i dati raccolti per i loro profitti, mentre in Cina, a prescindere da eventuali eccessi, sono state usate estensivamente dallo stato per effettuare tracciamenti scientifici e capillari una volta usciti dalla fase acuta del covid; ciò ha determinato l’azzeramento quasi totale della trasmissione locale del virus nel giro di 2 o 3 mesi, con conseguente azzeramento dei decessi e abolizione delle restrizioni alla libertà di movimento. Ciò marca la differenza fra uso privato e uso sociale dello sviluppo delle forze produttive.

Venendo alle prospettive future in tema di sviluppo tecnologico, il testo delinea le due sfide di fronte alla quali si trova la Cina: la riconversione ambientalista ed un salto tecnologico sostanziale nell’utilizzo delle tecnologie 4.0. Al di là dei progetti di “controllo sociale” di cui si è parlato in precedenza, infatti, il paese, oltre ad avere un “ventre molle” di popolazione che ancora vive in condizione di relativa povertà, specie nelle campagne, e che quindi non è toccata dalle più moderne tecnologie presenti in città, consta di un apparato produttivo sostanzialmente vetusto per quelle che sono le sue ambizioni, eredità di quando era ancora “la fabbrica del mondo”.

Ad esempio, nel settore dell’elettronica digitale, se la maggior parte dei semilavorati in silicio si producono in Cina (da parte, per altro, della Foxconn taiwanese, quindi un’azienda che potenzialmente, sotto pressioni esterne, potrebbe diventare nemica), per quel che riguarda i microcontrollori programmabili, ovvero i pezzi a maggiore valore aggiunto, composti dai semilavorati assemblati, vi è ancora una sostanziale dipendenza dall’occidente. Ciò riguarda anche aziende private di primo piano come Huawei e Xiaomi, per intenderci.

Viste le politiche di isolamento e boicottaggio messe in atto dall’amministrazione Trump, destinate a permanere e ad estendersi in futuro, il testo rende al meglio la  dimensione delle sfide che il PCC ha di fronte in questo settore, utilizzando un riferimento al passato. Il paese è chiamato ad effettuare “un nuovo Grande Balzo in Avanti” nello sviluppo industriale, in quanto deve passare “dalla classica catena di montaggio simbolo dell’industria 2.0 a quella 4.0, avendo, però, saltato la fase intermedia, caratterizzata dall’impiego di automazione, computer, ed elettronica negli stabilimenti, quell’industria 3.0 sperimentata nei paesi avanzati a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso”. Si tratta di dover recuperare più di 30 anni gap tecnologico su larga scala in pochi anni, al fine di raggiungere gli obiettivi secolari previsti dalla pianificazione.

Molto meno ostica si sta rivelando la graduale riconversione verde per quel che riguarda le fonti di energia, settore in cui, come noto, la Cina è già leader mondiale, in quanto sta già saltando alcuni passaggi intermedi che i trattati internazionali garantivano in quanto paese ancora in via di sviluppo, rispetto alle potenze occidentali. Anche su questo aspetto più noto si rimanda alla trattazione del libro.

In definitiva, il libro traccia un quadro della Cina che, per un verso, indica l’affermazione, nella nuova era, di un profilo politico più netto rispetto agli anni precedenti riguardo il ruolo dello stato e della pianificazione socialista; ciò è da intendersi, al momento, più da un punto di vista qualitativo  che quantitativo (cioè non di quanto, in termini di PIL, di stato e quanto mercato ci sia nell’economia cinese). Per un altro verso resta completamente aperta la questione dei rapporti di produzione.

In tal senso, è d’uopo produrre una riflessione: la gestione del salto tecnologico pianificato ci dirà molto. Se implementato lasciando spazio alle forze del mercato, infatti, tale salto è foriero di una disoccupazione di massa, quindi del venir di tutti gli equilibri sociali sui quali il socialismo dalle caratteristiche cinesi oggi si fonda. Viceversa, se implementato, come l’impostazione dell’attuale gruppo dirigente PCC autorizza a ben sperare, tenendo al primo posto le necessità del popolo, la Cina si porrebbe di nuovo come punto di riferimento più esaustivo per i comunisti di tutto il mondo nella lotta per il superamento del modo di produzione capitalistico e la transizione al socialismo.

Infine vi è un ulteriore aspetto cui fare cenno, non trattato in maniera approfondita  nel testo, ma lasciato sotto traccia, ovvero il grado reale di partecipazione popolare e democratica ai processi decisionali e di pianificazione che vengono presi in Cina attualmente.

Ebbene, in questo l’autore sembra avvalorare la tesi di un partito che, per un verso si limita a cercare il consenso passivo o, nel migliore dei casi, entusiastico da parte degli strati popolari, non valorizzandone, quindi, la partecipazione; per un altro verso reprime ogni barlume di dissenso non appena questo si manifesti, quale che sia la sua natura politica (indipendentisti, liberali o neo-maoisti).

Il primo aspetto (ma in parte anche il secondo), se vero, secondo quelle che sono le nostre categorie di analisi della realtà, dovrebbe costituire sul medio periodo una debolezza strutturale del sistema, tale da renderlo un gigante dai piedi di argilla.

Tuttavia, come detto, su tutto quanto riguarda strettamente la partecipazione popolare, le forme politiche dello stato, le sue istituzioni, i suoi corpi intermedi (parlamento, sindacato, multipartitismo, elezioni, rapporto fra istituzioni locali e nazionali ecc) non vi è alcuna trattazione specifica nel testo.

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