Il PCI e il complesso problema della bolscevizzazione del partito

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di Angelo D’Arcangeli

Il centenario della nascita del Partito Comunista d’Italia sta suscitando numerosi dibattiti, iniziative e pubblicazioni, in un intrecciarsi di ricordi, commemorazioni e riflessioni sul passato, sul presente e sul futuro. Tra nostalgia e sogni di nuovi assalti al cielo.

Il PCI è stato un protagonista assoluto del ‘900 italiano e la sua esperienza, ricca e contraddittoria, oltre a suscitare ancora un certo immaginario contiene molti elementi utili per la nostra “cassetta degli attrezzi” e, quindi, per approcciare con maggiori strumenti e cognizione di causa con il grande enigma irrisolto dello scorso secolo: la rivoluzione in Occidente.

E’ questa l’ottica e questo il motivo per cui occorre “fare i conti” con la storia del PCI, tirarne un bilancio. Senza inutili giudizi schematici e facili “ismi” o, al contrario, semplificazioni accondiscendenti verso importanti errori politici. Ma, semplicemente, per imparare. O, almeno, per cercare di farlo.

A questo fine condivido alcune riflessioni sulla storia del PCI, come contributo al dibattito e ad un’elaborazione più vasta e articolata, collettiva. Lo faccio soffermandomi su alcuni snodi della storia del partito che reputo particolarmente importanti e, anche, molto utili per comprenderne il percorso.

Il PCI nacque per la potente spinta data dalla Rivoluzione d’Ottobre al movimento socialista e operaio di tutto il mondo e per un Biennio rosso che aveva mostrato, rovinosamente, l’insufficienza rivoluzionaria del PSI. La scissione con i socialisti, giusta e necessaria, lo ha visto però minoritario e ideologicamente acerbo, settario e quindi impotente davanti al montare del fascismo. La separazione dal riformismo era stata fatta sotto la guida del massimalismo, dell’estremismo. Il neonato PCI diretto da Bordiga era teso più che altro a rimarcare il suo distacco dal riformismo che a manovrare per contrastare il montare della reazione: rigetta il fronte comune con i socialisti e l’alleanza con gli Arditi del Popolo.

Fu solo grazie all’azione dell’Internazionale Comunista e alla lotta lanciata da Lenin contro l’estremismo, che Bordiga venne estromesso dalla direzione del partito e che alla sua testa venne posto Antonio Gramsci. Fu un processo però molto contraddittorio. L’adesione dei comunisti italiani alle tesi e alle indicazioni dell’Internazionale poggiava infatti più sulla fiducia, sul rispetto verso i compagni russi che su una reale assimilazione della concezione che li guidava. Questa dinamica fu molto frequente nella storia del PCI, con significativi strascichi e ripercussioni sulla trasformazione ideologica e politica del partito: il suo gruppo dirigente spesso manteneva per sé le riserve e le divergenze anziché trattarle apertamente con l’Internazionale e, al contempo, ad eccezione di Gramsci (in particolare in carcere con i Quaderni) non si sforzava per analizzare a fondo il paese ed elaborare una via specifica per condurre il processo rivoluzionario. Estromesso Bordiga, il partito era ancora bordighista, massimalista.

Gramsci dal 1923 al 1926 su incarico dell’Internazionale operò per la bolscevizzazione del PCI, ossia per cercare di trasformare il partito da un corpo di combattenti determinati e fedeli alla causa del comunismo ma guidati da una concezione fortemente intrisa di massimalismo e di schematismo (“fare come la Russia!”, tout court) e staccati dalle masse in un organismo effettivamente guidato dal marxismo leninismo, capace cioè di comprendere la situazione italiana e di sviluppare le tattiche necessarie e specifiche per estendere l’egemonia del partito tra le masse e conquistarle alla rivoluzione socialista.

In sintesi, trasformare il PCI in un organismo non dogmatico e chiuso nella goffa e atrofizzante imitazione del modello sovietico, tra l’altro interpretato in modo molto semplicistico (come ad esempio ridurre la Rivoluzione d’Ottobre ad una mera insurrezione), ma capace di usare creativamente il marxismo nel contesto italiano, “tradurre il marxismo in italiano” e individuare la via particolare per arrivare all’instaurazione del socialismo (come fece Mao Tse Tung in Cina, per intenderci, anche scontrandosi con i commissari dell’Internazionale quando questi mostravano di non avere una adeguata comprensione della rivoluzione necessaria per il paese asiatico).

A questo fine Gramsci istituisce una scuola di Partito, parte di un programma politico e culturale che vuole realizzare per elevare ideologicamente i militanti ed educare gli operai. È un aspetto fondamentale dell’azione gramsciana e del processo di “rigenerazione” del partito che prova a produrre.

Oltre a curare la formazione, Gramsci inizia ad analizzare a fondo la situazione concreta del nostro paese. Analizza il ruolo del Vaticano come principale forza reazionaria e come principale causa dell’anomalia italiana, dello “Stato a sovranità limitata” e si concentra sulla questione meridionale come fondamentale per la rivoluzione. Capisce che il problema del rapporto tra operai e contadini è di classe ma anche territoriale e in quanto tale è uno degli aspetti della questione nazionale e della rivoluzione in Italia. Il partito deve allearsi con le masse contadine del Sud per sottrarle all’influenza dei politici locali e al pericolo di diventare una riserva della controrivoluzione. Rompe quindi con l’approccio discriminatorio nei confronti dei braccianti del Sud diffuso nel PSI e li inserisce pienamente nella costruzione della rivoluzione in Italia.

Il Congresso di Lione del 1926 e le sue tesi sono il maggior sforzo di applicare i principi della tattica e strategia leninista alla situazione italiana, in questa fase.

Il lavoro di bolscevizzazione del partito è però solo all’inizio e lo stesso Gramsci, come dimostreranno disgraziatamente gli eventi, non comprende a pieno la situazione politica italiana e non traccia linee efficaci per volgerla a favore del proletariato. Il PCI si trova, infatti, prima impreparato a sfruttare la profonda crisi del governo fascista generata dal delitto Matteotti e, successivamente, viene sorpreso dal “ribaltamento del tavolo” effettuato da Mussolini con le leggi fascistissime e con la violenta repressione scatenata contro i comunisti: il partito viene disarticolato e il suo capo, Gramsci, viene facilmente arrestato a Roma dove si trovava per partecipare ai lavori parlamentari.

Completamente allo sbando, il PCI viene faticosamente ricostruito grazie all’Internazionale e al suo sostegno ideologico, politico, organizzativo fino a diventare l’unica forza politica antifascista operante in Italia durante il regime e, successivamente, la guida della Resistenza partigiana.

Ma torniamo indietro. Con l’arresto di Gramsci, il processo di bolscevizzazione del PCI, iniziato da poco, si interrompe bruscamente. Gramsci proseguirà il suo lavoro di analisi, riflessione ed elaborazione in carcere e i suoi Quaderni costituiscono quanto di più avanzato prodotto dal movimento comunista italiano sull’analisi del nostro paese e, soprattutto, sulla natura del partito (“moderno principe”) e sul pensiero strategico che deve guidarlo, sulla “guerra di posizione” che esso deve condurre per conquistare una dopo l’altra “casematte” nel campo delle masse popolari e anche degli strati intermedi, della società civile, estendendo la sua egemonia e rendendo capillare il suo tessuto organizzativo, fino a strappare il potere dalle mani della classe dominante. Con i Quaderni Gramsci sviluppa un pensiero strategico e politico fortemente legato alla concezione leninista del “dualismo di potere” ma calato nel differente contesto italiano, un pensiero che nega e supera pienamente sia il gradualismo riformista che la concezione massimalista e schematica della rivoluzione, andando oltre l’idea di una mera insurrezione da lanciare nel momento opportuno, problematizzando la rivoluzione in Occidente.

Le mura del carcere non permettono però a questo pensiero strategico di arrivare al resto del gruppo dirigente del PCI, di proseguire con la bolscevizzazione del partito e, anche, di arricchirsi attraverso l’esperienza pratica, la sperimentazione nella lotta di classe. Il PCI continua non a caso a oscillare tra le due tendenze presenti nella “casa madre” del PSI, dal cui grembo il partito è sorto: il riformismo e il massimalismo. Faccio degli esempi inerenti il periodo tra la fine degli anni ‘20 e il ‘45.

1. Il dibattito che si è sviluppato nel vertice del PCI alla fine degli anni ‘20 tra gli “svoltisti” (Longo, Secchia) che volevano riprendere il lavoro in Italia e gli attendisti (Tresso, Leonetti, Ravazzoli, Silone, ecc.), con Togliatti e il resto del gruppo dirigente in una posizione “centrista”, offre un chiaro esempio di questo stato ideologico e politico del partito. Decisivo per spingere in avanti il PCI e uscire dal vicolo cieco fu, ancora una volta, l’intervento dell’Internazionale.

2. Il dibattito, sempre interno al gruppo dirigente del PCI, sulla parola d’ordine dell’Assemblea Repubblicana come obiettivo della lotta antifascista. Questa linea venne attaccata per l’Internazionale da Manuil’skij, responsabile per l’Europa Occidentale. A fronte di questa critica avvenne l’autocritica, formale, da parte di Togliatti e buona parte del gruppo dirigente del PCI. Questa “adesione formale”, come molte altre che ci furono da parte della direzione del PCI alle critiche dell’Internazionale, altro non fece che frenare il processo di trasformazione ideologica e politica del partito. Nel concreto questa portò, successivamente, alla poca chiarezza sugli obiettivi della Resistenza partigiana, fino ad arrivare alla rovinosa svolta di Salerno.

3. L’adesione acritica del gruppo dirigente del PCI alla tesi errata del “socialfascismo” lanciata questa volta dall’Internazionale, tesi che settariamente e ottusamente riteneva i socialisti l’altra faccia della medaglia dei fascisti, loro alleati, nella sostanza, contro la rivoluzione socialista e per tanto nemici da combattere. Quasi meccanica fu l’adesione a questa tesi da parte del gruppo dirigente del PCI, così come lo fu il distacco quando l’Internazionale la abbandonò a favore di una visione più avanzata: quella dei fronti popolari.

4. La resistenza da parte del gruppo dirigente del PCI a intervenire nei sindacati fascisti. Anche in questa occasione la spinta dell’Internazionale fu ancora una volta fondamentale. Nel 1934, Dimitrov, criticò infatti il partito su tre punti, che rendono bene il quadro della situazione ideologica e politica del partito:

– il PCI dovrebbe essere una avanguardia nell’Internazionale nella lotta contro il fascismo ma non lo è; in nessun paese, nemmeno in Germania, vi è un controllo di Stato su tutta la vita pubblica e privata come in Italia, i tentacoli delle organizzazioni fasciste penetrano ovunque c’è vita sociale, una situazione tale esige metodi di lotta diversi e specifici. In una situazione come quella italiana la lotta di classe si svolge all’interno delle organizzazioni fasciste,

– il carbonarismo, l’isolamento settario dalle masse, è una delle debolezze del PCI. I compagni italiani non hanno mai posto problemi all’Internazionale perché vivono fuori dalla vita delle masse,

– il PCI è uno dei partiti meno bolscevizzati dell’Internazionale”.

5. Sotto la guida dell’Internazionale, Togliatti analizzò la natura del fascismo, il suo carattere inedito e innovativo come regime borghese finalizzato a contrastare la rivoluzione socialista, l’importanza e il ruolo in esso svolto dall’organizzazione e dalla mobilitazione delle masse, le contraddizioni che lo attraversavano, ecc. Il prezioso “Lezioni sugli avversari” di Togliatti (1935) contiene le relazioni delle sessioni da lui tenute sul fascismo nella scuola leninista di Mosca. Un testo da riscoprire e da studiare, di estrema utilità politica e storica.

Un analogo lavoro di elaborazione non venne però fatto da Togliatti o da altri alti esponenti del PCI circa la strategia per il raggiungimento del socialismo. Non è un caso.

Nel gruppo dirigente del PCI non vennero, infatti, mai fatti i conti fino in fondo con il retaggio, l’influenza della concezione socialista che concepiva il fascismo come una parentesi dopo la quale sarebbe tornata la democrazia borghese “classica” e si sarebbe ripreso il lavoro politico interrotto, stravolto dal fascismo (parlamento, amministrazioni comunali, sindacato, leghe, case del popolo, sezioni, case editrici, ecc.), riprendendo così la via per il socialismo.

Per una parte del gruppo dirigente del PCI non emancipatosi dalla concezione del periodo socialista, per l’esattezza dell’ala riformista del PSI, il fascismo era una parentesi: con la distinzione che mentre i socialisti restavano a guardare dall’estero, i comunisti si cimentarono nella lotta eroica contro il fascismo e ad un certo punto trascinarono anche i socialisti e gli altri partiti borghesi nella lotta contro il regime.

Non è un caso che non fu affatto cosa facile per il PCI organizzare la lotta armata. Come riporta Secchia nel suo libro “L’azione svolta dal PC in Italia durante il fascismo, 1926-1932”: “E’ mia opinione che (…) il PCI abbia operato come se avesse fatto una scelta unilaterale e aprioristica: non uscire dalla “legalità” democratica. Certo in quegli anni il partito era fuori legge e ogni sua azione, giuridicamente, era illegale. Ma l’azione restava in un certo senso su di un piano relativamente “legale” quando, pur violentando le leggi fasciste, non andava al di là di quanto era considerato lecito e costituzionale dallo Statuto e dalle leggi esistenti prima della dittatura totalitaria, prima dello scioglimento dei partiti politici e della repressione della stampa libera. Il PCI, respingendo e condannando ogni forma di lotta armata, di fatto, obiettivamente faceva una scelta unilaterale che non fu senza conseguenze sul piano politico ed anche su quello giuridico”. E ancora: “Il centro del PCI peccava di “legalitarismo”. Si conduceva sì la propaganda per la preparazione della lotta armata, si scriveva e si ripeteva che il fascismo sarebbe stato abbattuto soltanto dall’insurrezione armata (il che aveva certo la sua importanza come preparazione ideologica), ma si respingevano in nome della lotta contro il terrorismo tutte le proposte che miravano ad adottare iniziative e forme di lotta che potessero portare allo scontro armato, ad azioni contro il fascismo di tipo diverso dalla diffusione dei volantini, dei giornaletti, della organizzazione di conferenze di officina, di fermate del lavoro, di agitazioni e scioperi del per motivi essenzialmente economici, rivendicativi, e dimostrazioni pacifiche (…) all’insurrezione armata si sarebbe arrivati ad un certo momento “spontaneamente” attraverso lo sviluppo graduale di scioperi e movimenti: una sorta di teoria della “mela matura” che cade da sola, o dell’ora X che arriva e batte sul grande quadrante della storia”.

Antonio Roasio, che nel 1943 faceva parte del riorganizzato Centro Interno, ecco come descrive la situazione: “L’attesismo, l’incertezza erano forti. Molti compagni ci chiedevano: perché arrischiare quando la guerra avrebbe risolto tutti i problemi, quando la libertà era ormai vicina?”. Alla vigilia del 25 luglio (data della caduta del fascismo) gli iscritti del PCI, diretti centralmente, erano 5-6.000 e l’opinione tra loro prevalente era quella descritta da Roasio. A questa posizione, figlia dell’impostazione strategica portata avanti dal PCI tra le due guerre, si oppose energicamente quello che potremmo definire il “partito dell’Internazionale”, cioè quel migliaio di quadri del PCI che si erano formati in carcere, al confino, in Spagna e nelle fila dei FTP in Francia (squadre militari composte da comunisti che conducevano azioni di guerriglia nella città e dalla cui esperienza nacquero poi i GAP in Italia). Furono questi quadri che operarono la grossa forzatura soggettiva che fu necessaria per avviare la Resistenza armata. Ancora Secchia: “Per mettere in piedi la Resistenza dopo il settembre del 1943, checché ne dicano i poeti, i retori e visionari della “spontaneità”, ci vollero dei mesi (…) Ci volle soprattutto il ritorno dalle carceri, dalle isole di confino e dall’emigrazione dei garibaldini di Spagna, dei gappisti e dei partigiani che avevano fatto esperienza nei FTP in Francia, il ritorno di uomini che negli anni delle carceri e del confino avevano sempre pensato alla lotta armata ed avevano proposto nel programma delle “università” carcerarie, insieme alle altre materie di studio, quello dell’arte militare e dell’insurrezione”.

La “svolta di Salerno” del 1944 (che sostituisce la linea seguita fino a quel momento dal PCI ossia “nessun compromesso con il governo Badoglio”) poggia sulla concezione di fondo riformista, retaggio dell’influenza della “casa madre” del PSI, mai superata da una parte del gruppo dirigente del PCI, oltre che sulla sopravvalutazione della forza dei nuovi occupanti anglo-americani e sulla sottovalutazione del potenziale rivoluzionario. Non è pertanto corretto parlare di “tradimento dei capi”: è molto più preciso parlare di non superamento della concezione riformista, emancipazione da essa, e assimilazione di una concezione più corretta e scientifica, marxista-leninista. E, tanto meno, il problema è circoscritto ad una sola persona, Togliatti, ma a tutta una parte del gruppo dirigente. Per questo è corretto parlare di “mancata bolscevizzazione del partito”. Con questo non neghiamo i meriti, oggettivi, che questi compagni hanno avuto durante gli anni difficili dal 1919 alla Liberazione, passando per il Fascismo e la guerra di Spagna: indaghiamo, invece, i motivi per cui non furono in grado di proseguire oltre e raccogliere i frutti del loro lavoro.

La “svolta di Salerno” portò infatti ad una politica del compromesso con la borghesia italiana, il Vaticano e gli imperialisti USA che ebbe come unico concreto risultato quello di permettere alla classe dominante, allo sbando per via del crollo del fascismo, del Regno d’Italia e dell’enorme sviluppo del movimento comunista, di riprendere fiato e di darsi un nuovo assetto.

La “svolta” concretamente è stata: lo scioglimento dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) che costituivano l’ossatura del “dualismo di potere” creato nel corso della Resistenza nel Nord d’Italia; indicazioni ai partigiani di consegnare le armi; accettazione, senza alcuna seria reazione da parte del PCI, prima del sabotaggio e poi del colpo di mano contro il governo Parri (governo del CLN); entrata del PCI nei governi De Gasperi realizzando la vergognosa “amnistia Togliatti” che favorì solo i fascisti, mentre i comunisti continuarono ad essere perseguitati e, successivamente, anche espulsi dalle forze dell’ordine; assenza di una lotta seria e dunque accettazione da parte del PCI della mancata epurazione degli apparati dello Stato e quindi della continuità di quello che fu l’apparato fascista nella macchina statale (mentre i prefetti nominati dal CLN venivano sostituiti); in sede di Assemblea Costituente accettazione di distinguere nella Costituzione tra “norme precettive” e “norme programmatiche”, ossia tra norme che dovevano essere immediatamente attuate e quelle che invece per esserlo dovevano passare attraverso le decisioni dei futuri governi (guarda caso si trattava spesso delle “parti progressiste” della Carta costituzionale!); rinnovo dei Patti Lateranensi tanto a cuore al Vaticano con l’art. 7 della Costituzione; infine, estromissione dei comunisti dal governo De Gasperi, su indicazione di Truman, subito dopo il voto del PCI a favore del rinnovo dei Patti Lateranensi… ancora una volta senza alcuna seria protesta da parte del partito!

Il 20 aprile 1947 alle elezioni regionali siciliane i comunisti ebbero una grande affermazione elettorale. A pochi giorni di distanza a Portella della Ginestra lo Stato dette la sua riposta uccidendo, con la manovalanza del bandito Giuliano, operai e contadini comunisti: fu l’inizio di una lunga lista di omicidi di comunisti e sindacalisti in Sicilia (spesso ad opera della Mafia, assoldata dagli imperialisti USA nella crociata anticomunista) e, soprattutto, fu la prima “strage di Stato”, il primo dei “misteri italiani” che costellano la Repubblica italiana e che costituiscono una sua componente strutturale, con buona pace per il “cretinismo parlamentare” di ieri e di oggi… Ovviamente, in queste torbide vicende spesso hanno avuto un ruolo attivo i fascisti amnistiati (come Julio Valerio Borghese) e i dirigenti della macchina statale operativi anche nel periodo fascista non epurati: questo è l’humus da cui prenderanno forma, sotto la regia della NATO, le varie Gladio e strutture segrete anti-comuniste che caratterizzarono in Italia il periodo della “guerra fredda”.

Nel 1947-48 con Scelba a Ministro degli Interni “la repressione e l’assassinio di lavoratori divengono premeditata norma e programma di governo. I grossi capitalisti, ritornati al comando e ancora pieni di paura, impongono la linea del terrorismo di classe. Comincia da allora la repressione ad opera di reparti speciali di polizia, la Celere, appositamente addestrata per reprimere i moti di classe” (Spriano). Parallelamente i grandi industriali effettuano licenziamenti in blocco delle avanguardie comuniste e i proletari più combattivi: “In un intervento alla Camera del 30 ottobre ‘47 Morandi, dopo aver segnalato 50-60.000 licenziamenti a Milano e 30-40.000 a Genova, afferma (…) Non si tratta qui di scaricare l’azienda di mano d’opera eccedente, ma piuttosto di liberarla di questi elementi che non sono grati… si tratta di vere e proprie decimazioni. Questo non avviene soltanto a Milano e a Genova, ma in molti altri centri d’importanza minore” (Spriano).

In questo conteso il Vaticano, dal suo canto, dopo aver avuto dal PCI quello che auspicava ossia il rinnovo dei Patti Lateranensi, si pose apertamente in prima linea nella crociata anti-comunista, usando tutti i mezzi a sua disposizione, tra cui il medievale strumento della scomunica come mezzo di pressione morale sulla parte arretrata delle masse popolari. A questo Togliatti e il gruppo dirigente del PCI risposero… con un altro cedimento, ossia togliendo l’adesione al marxismo leninismo come condizione necessaria per aderire al partito e addirittura garantendo la “libertà di religione” per i militanti, cosa che significava ulteriormente minare ideologicamente e politicamente il “partito di tipo nuovo”, mettere in soffitta il materialismo dialettico e il materialismo storico fondamento della concezione comunista del mondo che deve guidare il partito!

Se Togliatti è l’esponente di maggiore rilievo del gruppo dirigente del PCI della continuità con la concezione riformista del PSI, Secchia lo è dell’ala massimalista del PSI: dell’attesa dell’insurrezione e dell’atteggiamento rivendicativo verso l’ala riformista. Una forma, quasi, di attendismo irrequieto, l’attesa del precipitare della situazione per riprendere il percorso interrotto. L’assenza di strategia e di tattica. Il rivoluzionario italiano pre-Gramsci, precedente alla sua analisi della situazione e al suo sviluppo del pensiero strategico sul “moderno principe” e sulla “guerra di posizione”. Anzi, per molti versi possiamo dire che Togliatti fu molto più vivace di Secchia nell’elaborazione e nella costruzione di una “visione” circa l’azione del partito, ispirata a Gramsci ma distorcendo la sua elaborazione sull’egemonia e sulla conquista di “casematte” in funzione del gradualismo riformista, della “via pacifica al socialismo” e delle riforme di struttura. Inoltre, la ripresa economica, frutto delle distruzioni prodotte da due guerre mondiali, sembravano dare ragione a Togliatti e agli altri revisionisti moderni: non bastava attendere l’ora X per vincere, bisognava, cosa ovviamente facile da dire oggi, analizzare profondamente quanto era avvenuto e quanto stava avvenendo nel modo di produzione capitalista, per orientarsi nei suoi cicli, nelle sue spinte e contro-spinte, tendenze e contro-tendenze. Lezioni, queste, dure e preziose per noi “accademici” o per noi “praticoni”.

Il PCI negli anni successivi alla seconda guerra mondiale raggiunse il picco massimo di 2.331.000 iscritti nel 1948 e divenne un “partito di massa” (dopo il picco del 1948 il partito vedrà scendere lentamente ma irreversibilmente gli iscritti, perdendo in particolare tra operai e giovani). Guidò la classe operaia nella conquista di diritti e migliori condizioni di vita, costringendo la borghesia a cedere per timore di perdere tutto. La costrinse a contorcersi e a fare cose “contro natura”. Ma ogni conquista non rafforzava l’avanzata verso il socialismo ma al contrario rafforzava la trasformazione del partito comunista in partito socialdemocratico, avvicinandosi sempre più agli antenati della II Internazionale socialista e al loro essere ala sinistra dello schieramento borghese. Non era, per inciso, errata la lotta per le riforme. Lo era la strategia e la concezione complessiva del partito. Berlinguer e i suoi, non furono un “parto inatteso” ma figli di questo processo di degenerazione del partito.

10 febbraio 2021

Un pensiero su “Il PCI e il complesso problema della bolscevizzazione del partito

  • 12 Febbraio 2021 in 18:36
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    Andrebbe chiarito che cosa si intende per bolscevizzazione quando, a partire dalla seconda metà degli anni Venti, i bolscevichi vivevano contraddizioni e lotte interne dilanianti (e poi sanguinose).
    A proposito di Gramsci, trovo contraddittorio accostare “guerra di posizione” a “dualismo di potere”, che solo una guerra di movimento permette di conseguire.
    Evocare la pratica della lotta armata quando il fascismo a metà anni Trenta giunge al massimo del consenso mi sembra avventurismo, se non follia .
    Mi pare assolutamente errato credere che il PCd’I pensasse al fascismo come ad una parentesi e improprio che la sua dialettica interna implicitamente ereditasse, mutuasse quella del vecchio PSI: non da lì nasce la svolta di Salerno, bensì dall’esperienza dei fronti popolari.
    Quanto al “precoce” abbandono dei rapporti di forza nelle fabbriche mi sembra di ricordare che lo stesso Luigi Longo ne avesse scritto, autocriticamente, su Rinascita negli anni Sessanta.
    Sulla torsione parlamentaristica, non teorizzata ma praticata, pienamente d’accordo: era dovuta anche ad un ritardo nell’analisi del capitalismo italiano ed all’idea assurda che dopo la restaurazione capitalistica anni Cinquanta e dopo l’ingresso del PSI nell’area di governo si potesse recuperare l’unità antifascista con la DC (!)

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