La ristrutturazione capitalistica europea passa per la scuola

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– Rete dei comunisti –

È finita l’era dei supplenti al Ministero dell’Istruzione

La nomina di un economista a capo del Ministero dell’Istruzione è solo l’ultimo e conseguente passo del cambio di rotta che si è impresso alla direzione dell’istruzione nel capitalismo maturo, che data almeno dal Rapporto Faure del 1972, ossia da quando si cerca di conglobare l’istruzione direttamente nella sfera economica, per rispondere a quella crisi economica che abbiamo definito sistemica che inizia negli stessi anni.

In Europa i destini dell’istruzione sono stati affidati da un trentennio agli organi decisionali della UE, i quali con le loro “raccomandazioni” hanno guidato i ministeri dell’educazione dei paesi membri. Da questo punto di vista, lo abbiamo ribadito più volte, tra i ministri italiani non c’è fondamentale differenza, e il loro colore politico è soltanto un fatto superficiale (tolto il fatto che quelli di centrosinistra sono più zelanti degli altri).

I ministri dell’istruzione italiani degli ultimi decenni sono passati dall’essere degli accademici e/o politici come i democristiani Mattarella, Russo Jervolino, Bianco, ai “sinistri” Luigi Berlinguer (docente di diritto e rettore dell’Università di Siena) a accademici umanisti come Tullio De Mauro, per giungere a gente priva di “competenze” come la Gelmini, la Moratti, o debolissime come la ministra Azzolina. In mezzo, una pletora di ministri più o meno inutili o dal peso specifico pari a zero in termini di “progetto politico”.

Fondamentalmente, quello del ministro dell’Istruzione è diventato nel corso degli ultimi anni un titolo onorifico per premiare qualcuno dentro la propria coalizione politica, piuttosto che un incarico strategico da attribuire con oculatezza.

Se riportiamo la memoria a ministri storici come Francesco De Sanctis o a Benedetto Croce o a Giovanni Gentile, i recenti ministri sono stati soltanto dei delegati (della borghesia europea), dei “facenti funzione”, dei supplenti, insomma.

La nomina di Patrizio Bianchi (posto a capo del team degli esperti, convocato dalla ministra Azzolina, per risolvere i problemi della scuola, e per rispondere ai quali qualche mese prima – ottobre 2020 – aveva pubblicato un libro sulla scuola), è invece novità assoluta, almeno per due motivi: il primo è che è il primo economista nella storia della Repubblica italiana a diventare ministro dell’Istruzione, il che significa che, anche a livello istituzionale, la subordinazione dell’istruzione all’economia è completa (o quasi, forse bisognerebbe accorparlo direttamente al Ministero dell’Economia e Finanza); il secondo è che Bianchi, così come Draghi e molti altri ministri “tecnici” di questo governo, è perfettamente in linea con il progetto del rafforzamento dell’Unione europea, anzi ne è tra i principali responsabili.

Bianchi non è diventato ministro perché ha scritto un libro sulla scuola, ma perché da tempo si occupa di tematiche che hanno a che fare con lo sviluppo industriale, di intelligenza artificiale, della produttività del lavoro e della misurazione degli intangible assets (tra cui la scuola, che forma il capitale intellettuale).

Leggiamo dal suo curriculum: «Ha svolto il ruolo di advisor ed ha gestito progetti di ricerca per istituzioni europee ed internazionali, quali Commissione europea, UNIDO (Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale), CEPAL, IDB-Interamerican Development Bank, UNESCO, in particolare per lo sviluppo industriale e l’innovazione di cluster di piccole e medie imprese. Ha svolto inoltre consulenza per l’analisi e l’indirizzo dei sistemi formativi e di ricerca, per diversi governi nazionali, fra cui la Repubblica Popolare Cinese» (non a caso…).

Bianchi si occupa attivamente di industria 4.0, intelligenza artificiale (è stato fino a ieri direttore scientifico dell’Ifab, la Fondazione Internazionale Big Data e Intelligenza Artificiale per lo Sviluppo Umano) e politiche industriali.

Qualche mese fa (settembre 2020), parlando dell’Hub di supercalcolo di Bologna in un’intervista al Sole24ore ha affermato: «Questo non sarà l’hub dei big data dell’Emilia-Romagna, ma dell’Italia e del Sud-Est Europa, collegato alla rete europea dei supercomputer. Ciò che serve ora è un grande investimento in alfabetizzazione e crescita culturale di tutto il nostro ecosistema affinché il bisogno di capacità di calcolo diventi un sentire comune, perché su questa frontiera ci giochiamo la tenuta economica e sociale del Paese».

Dunque si pone il compito di una nuova “alfabetizzazione culturale” per l’Italia e il suo sistema educativo nazionale è chiamato a cooperare senza se e senza ma, pena «la tenuta economica e sociale del paese”.

Il neoministro è stato coautore del Piano Nazionale di Transizione 4.0 in cui si prevedono Patti regionali, interregionali, metropolitani affinché «le strategie diventano azioni e le risorse vengono usate, valorizzate e possibilmente moltiplicate attivando le forze del territorio» (corsivo nostro, fonte il sole24ore).

Bianchi è, infine, anche titolare della cattedra Unesco su Educazione, Crescita e Uguaglianza all’Università di Ferrara. Se esistono discipline o cattedre, finanziate dall’Unesco, che mettono insieme Educazione e Crescita (alias ristrutturazione economica), allora è evidente che non siamo davanti a un accademico qualunque, a un politico mascherato, o a un “facente funzione”, ma siamo davanti a personale dal calibro internazionale, che fornisce contributi di primo piano per lo sviluppo di una strategia economica e di sviluppo sociale di lungo respiro (o almeno tanto lungo quanto ne avrà l’intero sistema capitalistico in crisi sistemica).

Tra le sue recenti pubblicazioni, in collaborazione con Sandrine Labory (e in inglese, per gli addetti ai lavori internazionali), leggiamo: Industrial Policy for the Manufacturing Revolution: Perspectives on Digital Globalisation (Edward Elgar Publishing 2018), Toward a New Industrial Policy. Selected Papers(Mc Graw Hill Education 2016); Manufacturing Renaissance, Revue d’économie industrielle, (n. 144, pp.1 -200, 2013 and n. 145, 1 – 200, 2014); è coautore di High Technology, Productivity and Networks: A Systemic Approach to SME Development (Palgrave Macmillan 2008); Globalizzazione, crisi e ristrutturazione industriale, Mc Graw Hill Education 2014.

Sempre con la Labory cura il volume collettivo The Economic Importance of Intangible Assets (Routledge 20182), che illustra i risultati di un programma di ricerca interdisciplinare di due anni denominato PRISM (Policy making, Reporting and measure, Intangibles, Skills development and Management), finanziato dalla Commissione Europea. Questa ricerca prova a dimostrare l’importanza in campo economico dei beni immateriali, non perfettamente esprimibili dagli indicatori economici attuali e dalle teorie economiche. E punta la sua attenzione sulle reti e sul capitale sociale come motori dello sviluppo dei beni immateriali prendendo ad esempio la politica di innovazione e diffusione della conoscenza dell’UE.

Dunque, chi volesse interrogarsi sul futuro della scuola italiana dovrà prima di tutto interrogare i progetti che stanno alla base del governo attuale, del suo ministro dell’istruzione e delle sfide economiche globali che la nostra cornice di riferimento, la UE, si sta preparando ad affrontare.

Tutto il resto dovrà adeguarsi.

Il libretto sulla scuola: tra retorica e strategia

Dopo aver visto chi è, di cosa si occupa e su quali linee strategiche si muove la sua azione, proviamo ora a dare una cornice a quanto afferma Bianchi nel suo “libretto” sulla scuola (Nello specchio della scuola, 2020), in particolare alle proposte operative.

Innanzi tutto non sarà sfuggito come in questi giorni “scuola, ambiente e digitalizzazione” siano diventati la nuova triade divina in bocca ai salvatori dell’Italia. Questa triade serve a dare concretezza a una parola che Bianchi ripete infinite volte: sviluppo. Ora, sviluppo vuol dire tutto e niente, ma in ambito capitalistico e in questo momento storico significa quanto abbiamo detto innanzi: ristrutturazione capitalistica. E la scuola è chiamata a cooperare a questa opera di ristrutturazione. Quindi, si intenderà l’importanza della scuola e del perché diventa uno dei tre pilastri della “salvezza”.

Bianchi parla con il lessico degli esperti di scuola, ma intende altro. Afferma che «nell’ottica di un rilancio dell’educazione come perno dello sviluppo umano sono tre le questioni, articolate in dieci temi […] 1. lotta alla povertà educativa e alla dispersione scolastica; 2. rilancio dell’autonomia e rapporto col territorio; 3. le persone al centro dello sviluppo». Niente di più generico e di più noto al personale scolastico. Eppure…

Quanto al primo punto: la dispersione scolastica è, senza mezzi termini, uno spreco di risorse, l’emigrazione di lavoratori è «un limite alla crescita economica», oltre al fatto che entrambi sono un pericolo per la democrazia «introducendo il virus dell’iniquità sociale». Quindi, per la crescita occorre lottare contro dispersione ed emigrazione dei lavoratori formati a scuola: «Oggi tutte le statistiche dicono che la nostra dotazione di risorse umane non è adeguata alla globalizzazione [sic!] e alla digitalizzazione che si sono imposte all’inizio del nuovo secolo». Bianchi crede che la globalizzazione sia un processo irreversibile (diversamente da quanto teme invece il Sole24ore), e non vede o dà mostra di non vedere i processi di deglobalizzazione e la competizione globale in atto. Per Bianchi il punto è costruire il “capitale sociale” (uno di quegli intangible assetsdi cui il capitale ha bisogno).

Per far ciò occorre dunque: recuperare quanti hanno abbandonato o sono a rischio abbandono scolastico (oltre al fatto che in queste giorni si va ripetendo in modo insistente che vanno recuperate le ore perse nella didattica a distanza….); rilancio dell’istruzione e della formazione professionale per «diffondere nel paese una base di competenze (corsivo nostro) al passo con i tempi e ridurre lo spreco di talenti»; un progetto di «alfabetizzazione digitale»(corsivo nostro), «punto di partenza di percorsi di formazione permanente che coinvolgano tutta la popolazione». Dunque, la transizione digitale a cui si appresta questo Paese, deve trovare lavoratori preparati, alfabetizzati, e questa alfabetizzazione passa per la scuola. La quarta rivoluzione industriale, ‘digitale, green e smart’ passa dalla scuola e ha bisogno della scuola.

In questo senso, si pone al centro del sistema formativo nazionale (in linea con quanto sempre affermato dalla UE) la formazione professionale, per cui si auspica il superamento della divisione statale e regionale delle competenze sui professionali e un intervento massiccio sugli ITS, gli Istituti tecnici superiori (post diploma).

Punto secondo: rilancio dell’autonomia. L’autonomia, che in Italia nasce sull’onda della democratizzazione scolastica (almeno, quelle erano le intenzioni) è stata rimodulata nella UE nei termini di autonomia gestionale, di rapporto col “territorio” (cioè col sistema produttivo territoriale), di competizione tra scuole o distretti di scuole. Lo stesso Bianchi, se si va a riguardare il suo curriculum, con i suoi studi e la sua prassi di uomo della “governance” territoriale in Emilia Romagna, ha dato prova di cosa si intende con “autonomia”. Bianchi non è uno sprovveduto, non è come i nostri ex ministri che non sanno cosa sia o cosa farsene dell’autonomia (anche per molti dirigenti l’autonomia è una rogna): lui lo sa, l’ha fatta, la teorizza e la inquadra dentro un percorso storico dello sviluppo capitalistico (non per niente ha scritto una storia del capitalismo italiano, La rincorsa frenata. L’industria italiana dall’unità alla crisi globale, 2013).

Vediamo le parole di Bianchi, per il quale occorre «fornire a ogni scuola le risorse finanziarie indispensabili per gestire un progetto educativo poliennale, aprendosi al territorio e potendo disporre delle professionalità necessarie». Perché si parli di “progettazione poliennale”, potrebbe non essere chiaro a tutti, visto che i “programmi scolastici” quelli sono e quelli rimangono… In realtà la progettazione (e non i programmi) riguarderà proprio la rimodulazione della didattica, quell’apertura al territorio, quella sperimentazione del rapporto scuola-lavoro, per cui l’autonomia è stata predisposta (altrimenti non ha senso). Le competenze si sviluppano tra scuola e lavoro: è il “territorio” che chiede le competenze e le singole scuole, attraverso i “progetti poliennali”, devono sviluppare in modo organico, con una pianificazione duratura, queste competenze. Il pubblico al servizio del privato è, come da tempo diciamo, l’essenza dell’ordoliberismo europeo, che, diversamente dal neoliberismo, assegna un ruolo essenziale allo Stato (e anche agli investimenti e al debito pubblico contratto per tali investimenti) per la valorizzazione del capitale.

Ovviamente non possiamo immaginare che la nuova scuola che serve alla ristrutturazione capitalistica continui ad avere le stesse strutture. Infatti, secondo Bianchi, il rinnovamento degli edifici e l’assegnazione della proprietà degli edifici alle singole scuole sono la nuova frontiera, per cui investire pesantemente. «In ogni caso, per gestire bisogni finanziari e gli investimenti in strutture, bisogna adottare programmazioni poliennali coerenti con un disegno di offerta educativa» (ossia di competenze che il “territorio” ha chiesto alla scuola) «che collochi la scuola nel territorio e garantisca lo sviluppo delle persone» (da inserire nel mercato del lavoro) «e delle comunità in un tempo lungo». Dunque è necessario un piano nazionale di architettura scolastica e un piano straordinario per il sud, per sanare le storiche differenze di sviluppo.

E qui veniamo all’ultimo punto, «le persone al centro dello sviluppo». Non entriamo nel merito del concetto di “persona” (ma speriamo che qualche filosofo si prenda la briga di farlo), e passiamo direttamente al centro del discorso: garantire a ognuno l’acquisizione delle competenze necessarie per sopravvivere nel mercato. Da ciò deriva la nozione di diritto allo studio e di equità sociale (per la quale, ricordiamolo, Bianchi ha una cattedra Unesco all’università di Ferrara): il diritto allo studio si configura eminentemente come diritto del capitale a trovare e usare (sfruttare) le competenze. Se non trova competenze, ci viene detto, il capitale non si sposta sul territorio. Se non c’è il capitale, non c’è sviluppo e dunque si creano le sacche di povertà, che crea “iniquità sociale”. La “povertà educativa” (di cui parlano anche alcune ONG organiche alla visione del capitale sull’educazione), in quest’ottica, diventa “povertà economica” perché la “persona” non è come vuole il capitale. Quindi l’unico modo di garantire lo sviluppo della “persona” è renderla appetibile al “mercato del lavoro”.

Qual è dunque il destino dell’Italia e dei suoi studenti e futuri lavoratori? «Bisogna domandarsi se non sia giunto il momento di portare il ciclo secondario da cinque a quattro anni innalzando l’obbligo scolastico – da raggiungere anche con percorsi professionalizzanti che portino a una qualifica – dagli attuali 16 anni (senza riconoscimento di fine ciclo) ai 17». Il “diritto allo studio”, diritto della “persona”, non è diritto al sapere genericamente inteso, ma il diritto (se non obbligo…) a non perdersi e a gettarsi sul mercato anzitempo.

E qui si capisce la funzione della formazione professionale: per la FP «si potrebbe delineare un quarto anno basato sui Programmi di inserimento lavorativo, cioè con un tirocinio in parte curricolare in parte lavorativo monitorato da docente e da un tutor aziendale o un apprendistato formativo, che potrebbe portare a un diploma con possibilità di accesso a un ITS, completando così la filiera».

La professionalizzazione del sistema di istruzione nazionale, certo più specializzato, più al passo con industria 4.0, green economy, digitalizzazione, ecc., comunque ci restituisce l’immagine di un paese che deve riposizionarsi nella catena globale del valore, che deve sviluppare produttività del lavoro anche con la riconfigurazione della scuola. È per tale ragione che quest’ultima deve essere posta al centro «di un grande dibattito pubblico volto a rimettere l’educazione al centro del nostro sviluppo», al fine di rimodulare i «contenuti, curricula e durata degli studi» e la «preparazione degli insegnanti, dei dirigenti e di tutto il personale».

Detto questo rimane da capire quale sarà il destino produttivo dell’Italia dentro questo contesto internazionale. Finora, alla più piccola tra i grandi in Europa, è stata dato un ruolo subordinato (sappiamo che l’azzoppamento industriale del paese è avvenuto anche grazie a Prodi e Draghi). Finora, alla sua classe lavoratrice è stato negato ogni diritto in nome di quel posto. Finora, precarietà, flessibilità e sfruttamento sono state le uniche monete che hanno ricevuto le giovani generazioni in cambio della loro subalternità. Possiamo immaginare che la rotta si inverta o che invece si rafforzi il nodo organico tra centro e periferia nell’Unione Europea? Ci immaginiamo che la regola capitalistica dello sviluppo diseguale venga a saltare o per contro che venga a rafforzarsi?

I segnali ci dicono, come in passato ci hanno sempre detto, che a ogni crisi segue un giro di vite al rafforzamento del progetto dell’Unione europea, e oggi, nel contesto di un inasprimento della competizione globale (non della globalizzazione), il progetto imperialista europeo si attrezza per affrontarla.

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