Ecco perché i diritti delle donne sono contagiosi

Pubblichiamo questo articolo dal sito de “La Repubblica” (un giornale tutt’altro che comunista) che ci sembra indicativo delle “relazioni sociali” esistenti nell’ex Germania dell’Est (DDR) e di come i dati reali spiegano molte cose oltre gli abituali livelli della disinformazione della comunicazione deviante del capitale.La redazione del sito della Rete dei Comunisti.

dalla nostra corrispondente TONIA MASTROBUONI Donne al lavoro nella Stalinallee, a Berlino Est  Uno studio dimostra come le politiche della  Germania Est che incoraggiavano il ritorno al lavoro delle madri abbiano portato un reale cambiamento culturale. E questo atteggiamento influenza anche chi è viene da un contesto più tradizionale

Berlino – L’arrivo di un figlio continua ad essere, secondo gli studi più accreditati, una delle ragioni più persistenti per la diseguaglianza tra donne e uomini. Il tasso di abbandono del posto di lavoro da parte delle lavoratrici già al primo figlio è ancora drammaticamente alto. Ma sull’atteggiamento delle donne non influiscono soltanto le ragioni economiche. L’elemento culturale è cruciale.

Uno studio che ha paragonato l’atteggiamento delle donne dell’Est e dell’Ovest della Germania nel trentennio della Riunificazione dimostra che chi è cresciuto in un contesto più progressista, dal punto di vista dell’occupazione femminile come quello della DDR, non soltanto mantiene questa mentalità, ma ‘contagia’ anche chi è vissuto in un ambiente più tradizionale. La conclusione è netta: “l’immersione in un contesto più equo produce cambiamenti permanenti nelle preferenze lavorative delle donne o nelle loro identità”. E’ chiaramente un’eredità importante della vecchia Germania comunista che forse avrebbe dovuto essere messa meno frettolosamente da parte, nel Paese unificato.

Prima di immergersi nel paper di Barbara Boelmann, Anna Raute e Uta Schoenberg dell’University College e della Queen Mary University di Londra, occorre fare qualche cenno alle politiche delle due Germanie pre-Riunificazione. Già negli anni ’50 la propaganda della DDR promuoveva fortemente l’immagine della donna lavoratrice e bollava persino le casalinghe come “ Schmarotzer”, “parassiti”. Il regime di Ulbricht fu tra i primi a promuovere i contraccettivi e a legalizzare l’aborto. Quando il tasso di natalità cominciò tuttavia a calare, negli anni ’60, la Ddr avviò robuste politiche di conciliazione per facilitare anche il ritorno delle donne al lavoro. E introdusse un congedo di un anno a stipendio pieno per le madri con neonati e l’orario ridotto per quelle con figli piccoli. Tra il 1950 al 1970 la quota di occupazione femminile schizzò dal 52,4% all’81,8%.

Negli stessi anni le lavoratrici dell’Ovest che volevano avere figli se la passavano peggio. “La Germania occidentale – ricordano le studiose – propagava un modello più tradizionale dell’uomo ‘ bradwinner’, che porta a casa lo stipendio”. E l’orrendo e diffuso termine “ rabenmutter”, “madre-corvo” era il sintomo di una società che condannava ancora le donne che non si occupavano abbastanza dei loro figli; tradizionalmente, colpiva le lavoratrici. Le politiche di conciliazione furono introdotte più lentamente e furono sempre meno generose di quelle dell’Est. Il congedo materno, esteso negli anni 70 e 80, ammontava in genere ad appena un terzo dello stipendio percepito dalle donne prima del parto. Anche il sistema fiscale scoraggiava, in parte, il ritorno al lavoro delle donne.

Nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino, questa differenza socio-culturale si rispecchiava anche nei numeri. Nella Germania Est l’89% delle donne aveva un lavoro, contro il 56% delle ‘cugine’ dell’Ovest. E dopo la Riunificazione, la Germania ha adottato le politiche di conciliazione meno progressiste dell’Ovest, anche se migliorandole notevolmente negli anni.

Nel paper che cerca di fare un bilancio a 30 anni dall’Unità tra le due differenti società, analizzando le donne nate tra il 1946 e il 1994 che hanno avuto figli tra il 1986 e il 2006, le tre studiose dimostrano che “la cultura conta”. Le madri delle vecchie regioni della Germania continuano a tornare a lavorare prima dopo aver partorito e lavorano più a lungo delle loro “cugine” dell’Ovest, anche se vivono già a lungo a ovest dell’Elba, dunque nella vecchia Germania occidentale, o comunque circondate da tedesche dell’Ovest. Viceversa non vale la stessa cosa, anzi: le tedesche occidentali ultime assorbono la cultura positiva delle donne dell’Est e cominciano a lavorare prima. C’è, insomma, una “forte asimmetria nella persistenza della cultura in cui le donne sono cresciute”. Le donne dell’Est non hanno mai dimenticato da dove provengono, e quelle dell’Ovest sono pronte ad assorbirne le istanze più progressiste.

La prima osservazione riguarda le donne migrate da Est a Ovest e viceversa, che sono insomma immerse in una cultura diversa da quella in cui sono cresciute. A quattro anni dal primo figlio, le donne dell’Est che hanno un posto fisso sono l’11,6% in più di quelle dell’Ovest. Il gap si comincia a vedere al compimento del primo anno di età dei figli, quando nel sistema della vecchia Germania comunista scadeva il congedo.

Se si paragonano le donne orientali migrate a ovest rispetto alle ‘native’ che le circondano e viceversa, si scopre che anche qui le tedesche dell’Est che tornano al lavoro dopo aver partorito sono il 7,9% in più rispetto alle ‘cugine’ dell’ovest che le circondano. Al contrario, le donne dell’Ovest che vivono a Est imitano le loro colleghe e neo-conterranee: “essere esposte a un egualitarismo di genere nell’età adulta indebolisce la loro cultura d’origine, più tradizionale”.  

Persino un terzo esperimento dimostra che esiste questo “contagio” positivo: le studiose hanno anche considerato le lavoratrici che si sono spostate almeno due anni dalla parte opposta dell’Elba per poi tornare nella terra d’origine. Le donne dell’Ovest che hanno vissuto per qualche anno a Est tornano al lavoro dopo il primo figlio più spesso di quelle vissute sempre in Occidente (+3,9%). Anche un’altra osservazione arriva alle stesse conclusioni: le autrici hanno analizzato l’impatto “a breve termine” dell’arrivo delle lavoratrici dell’Est sull’Ovest, nel periodo immediatamente alla Riunificazione del 1990. L’aumento del 10% della loro presenza nelle aziende occidentali produce il 2% in più di possibilità che una madre occidentale torni a lavorare allo scoccare del primo anno di età del primo figlio, e dell’1,6% a partire dal quarto.




Al fianco di Georges Abdallah! Tutti a Lannemezan!

La Rete dei Comunisti aderisce alla Campagne unitaire pour la libération de Georges Abadallahe partecipa al mese di azione internazionale al fianco delle realtà politiche e sociali che esigono l’immediata ed incondizionata liberazione di Georges Abdallah, combattente della resistenza e comunista libanese. Una mobilitazione che ci vedrà inoltre presenti alla manifestazione del 24 ottobre 2020 sotto le mura del carcere di Lannemezan, dove Georges è detenuto da 36 anni. In questi anni in cui il neocolonialismo europeo in Medioriente si dota di una nuova carica esplosiva, riteniamo fondamentale supportare e mobilitarci per un compagno che è ormai diventato un simbolo della lotta internazionale contro l’imperialismo.

Lo scorso 14 ottobre si è tenuto a Parigi un meeting internazionale durante il quale sono intervenuti militanti e attivisti provenienti da Palestina, Libano, Turchia e Francia, impegnati nella lotta per la difesa e la liberazione di Georges Abdallah. Riportiamo di seguito la traduzione della dichiarazione dei compagni e delle compagne dell Campagne unitaire in Ile-de-France. Alleghiamo in calce anche l’appello al mese di mobilitazione internazionale per l’intensificazione delle azioni per esigere la liberazione di Georges Abdallah.

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GEORGES ABDALLAH, I TUOI COMPAGNI SONO QUI!

Parigi, 14 ottobre 2020

Tra dieci giorni, per il decimo anno consecutivo, ci troveremo di fronte al centro penitenziario di Lannemezan per denunciare l’ingiusta detenzione di Georges Abdallah, per chiedere l’urgente necessità della sua liberazione e per riaffermare, ancora una volta, il nostro incondizionato sostegno al grande combattente della Resistenza che è e alle battaglie che non ha mai smesso di condurre in tutta la sua vita e che sono intrinsecamente nostre.

Questo sostegno lo proclameremo in particolare attraverso un famoso slogan che tutti noi amiamo ripetere: “Georges Abdallah, i tuoi compagni sono qui”.

Perché, infatti, è proprio uno dei nostri che è in carcere da più di 36 anni e che il 24 ottobre inizierà un 37° anno di detenzione; uno dei nostri che è sempre stato la punta di diamante e il crocevia di tutte le lotte per le quali stiamo combattendo: per la Palestina, a sostegno dell’Intifada e contro la Normalizzazione; per la difesa delle lotte dei popoli e della loro resistenza; per la difesa dei prigionieri politici e dei prigionieri rivoluzionari; contro la reclusione carceraria; contro la violenza della polizia; per la difesa degli immigrati e dei quartieri popolari; contro il razzismo; per la difesa dei lavoratori, dei loro diritti e delle loro conquiste; per la difesa dei Gilets Jaunes; per la lotta per l’emancipazione delle persone, soprattutto delle donne.

Questa battaglia di tutta una vita pone lui e noi a fianco dei popoli in lotta in tutto il mondo e in particolare a fianco della resistenza palestinese, in piena solidarietà internazionalista, ad ogni colpo infierito, costantemente riaffermata.

Questa battaglia di tutta una vita pone lui e noi dalla parte di coloro che in questo scontro di classe lottano contro ogni forma di dominio politico, economico e sociale del potere e contro ogni forma di regressione e di violazione dei nostri diritti più elementari.

Questa battaglia di tutta una vita pone lui e noi al fianco di tutti coloro che rifiutano questi regimi eccezionali, questi pieni poteri votati dalla Sacra Unione che a poco a poco, sotto la copertura dello Stato di emergenza, leggi antiterrorismo, leggi contro il separatismo, coprifuoco o sotto qualsiasi altro falso pretesto, frenano le nostre libertà fondamentali più essenziali tramite l’articolo 49.3 e le ordinanze permanenti, e danno carta bianca alle forze di polizia e giudiziarie repressive per sottomettere i quartieri e le masse popolari.

Georges Abdallah è davvero il nostro compagno, il compagno di tutti coloro che, spinti dal virus della ribellione, continuano a organizzarsi e a dimostrare che l’insubordinazione è presente tra i popoli almeno quanto la tendenza a sottomettersi, e che se c’è davvero un diritto da rivendicare oggi come ieri, è quello di ribellarsi. Georges Abdallah è il nostro compagno in questa immancabile consapevolezza che non smette mai di esprimere che un altro mondo non solo è possibile ma necessario.

Le sue lotte sono le nostre, e se ce n’è una che sempre più di noi rivendicano ovunque in Francia e nel mondo, è la richiesta della sua liberazione. Ovunque nascono mille iniziative di solidarietà per proclamare questo imperativo e per ricordare ai più alti livelli dello Stato questa necessità urgente rivolta al Ministro dell’Interno del “deve firmare”.

Forti della coscienza incrollabile di Georges Abdallah, sappiamo bene che è sempre, e soprattutto nel suo caso, a livello di autorità politiche che si prendono decisioni – lontano dal rito giudiziario – sulla questione dei prigionieri politici.

In forza di questa lucidità di un gioco giudiziario truccato perché è soprattutto al servizio della classe dominante, sappiamo bene che la decisione di non rilasciare George Abdallah è una decisione politica ed è per questo che ci battiamo sul terreno politico.

Forti della consapevolezza politica del nostro compagno, sappiamo anche che la solidarietà rompe le catene dell’isolamento e che è sul campo della lotta che possiamo e dobbiamo dare il nostro più significativo sostegno al nostro compagno “imprigionato”.

Quindi, soprattutto in questo 24 ottobre, ma anche in tutte le altre azioni che verranno, siamo sempre più numerosi a far sentire oltre le mura il grido di libertà di Georges Abdallah e ad amplificare la nostra pressione, nella diversità delle nostre espressioni, affinché la liberazione del nostro compagno si traduca finalmente in azione!

Abdallah, Abdallah, i tuoi compagni sono qui!

Tu sei parte delle nostre lotte, noi siamo parte della tua lotta!

Vittoria o vittoria!

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APPELLO AD UN MESE DI AZIONE INTERNAZIONALE PER LA LIBERAZIONE DI GEORGES ABDALLAH

Parigi, 19 settembre 2020

Dopo l’arresto di Georges Abdallah, sono stati creati molti collettivi e comitati di sostegno per difendere il nostro compagno e chiedere la sua liberazione. Abbiamo sempre riconosciuto e proclamato l’eredità fondante di questa lotta. Tuttavia, nel 2015, in occasione del quinto anniversario della manifestazione organizzata a Lannemezan da questi attivisti di lunga data, è stata espressa anche la volontà di intensificare questa lotta e di coordinare le forze esistenti per amplificare la mobilitazione e realizzare un reale cambiamento negli equilibri di potere richiesto dal nostro compagno stesso. Da qui, l’atto di nascita della Campagne unitaire pour la libération de Georges Abdallah sulla base della seguente dichiarazione, redatta all’epoca.

«Noi, i partecipanti all’incontro di sostegno di Lannemezan, tenutosi dopo la manifestazione del 24 ottobre 2015 per George Abdallah, chiediamo l’intensificazione della campagna di mobilitazione per la liberazione del nostro compagno George Abdallah.

Ci riconosciamo nell’identità politica di Georges Abdallah, combattente arabo e combattente della resistenza, comunista libanese, simbolo della lotta odierna contro l’imperialismo, il sionismo, il capitalismo e gli Stati arabi reazionari. Georges Abdallah è stato prigioniero politico dello Stato francese per più di tre decenni, tra gli applausi degli Stati Uniti e dell’entità sionista. La sua lotta è la nostra. Vogliamo una Palestina libera e vittoriosa. Vogliamo la fine del colonialismo in tutto il mondo ed in tutte le sue forme, la fine del capitalismo e dello sfruttamento, e sosteniamo la lotta dei popoli contro ogni oppressione. Ci riconosciamo nella lotta di Georges Abdallah contro l’invasione sionista del Libano e per la liberazione della Palestina, da lui guidata prima di essere arrestato nel 1984 dalla polizia francese. Ci riconosciamo nel suo immancabile impegno rivoluzionario durante i suoi tre decenni di prigionia e nella sua feroce determinazione a lottare contro una giustizia classista. E noi saremo al suo fianco il giorno della sua liberazione per continuare a lottare con lui.

Siamo internazionalisti e siamo pienamente consapevoli che è lo Stato francese che tiene Georges Abdallah in prigione. È questo Stato francese e i suoi successivi governi di destra e di sinistra che si definiscono repubblicani o socialisti a subordinare il rilascio di questo attivista intransigente alla sua negazione. Da più di trent’anni Georges Abdallah si trova davanti ai suoi carcerieri e, come le migliaia di prigionieri palestinesi, non si arrende. Resiste e combatte per la libertà.

La decisione di non rilasciare Georges Abdallah è una decisione politica ed è per questo che stiamo combattendo sul terreno politico.

Facciamo appello a tutte le forze militanti, ai comitati di sostegno, alle associazioni, ai partiti e ai sindacati di esprimere la loro solidarietà e di moltiplicare le iniziative per far conoscere la causa di Georges Abdallah e per far crescere la richiesta della sua liberazione.

Facciamo appello a una campagna nazionale per la liberazione di Georges Abdallah, condotta secondo i suoi impegni e il suo cammino. Chiediamo anche il moltiplicarsi delle iniziative internazionali: Leila Khaled del FPLP dichiara a ragione: “Georges Abdallah è un simbolo per i rivoluzionari di tutto il mondo”.

Chiediamo che questa campagna sia condotta secondo due linee principali:

1. il sostegno al popolo palestinese e alla sua lotta per la vittoria; la solidarietà con la lotta dei prigionieri palestinesi e la difesa del diritto palestinese al ritorno e all’autodeterminazione.

2. il sostegno ai quartieri popolari e alle loro lotte per l’emancipazione; solidarietà con le persone accusate di repressione; sostegno alle rivolte contro la violenza della polizia; lotta contro il razzismo di Stato.

Facciamo appello già ad altri momenti forti di mobilitazione: raduni e manifestazioni a Lannemezan, Parigi, Marsiglia, Tolosa, Lille, Bordeaux, Bruxelles, Beirut. Incontri in diverse città della Francia, dell’Europa o del mondo arabo. Al coinvolgimento delle forze libanesi e palestinesi che hanno proposto la causa di Georges Abdallah (FPLP, PCL); ad un appello per il sostegno dei partiti politici e dei sindacati in accordo con la richiesta di liberazione di Georges Abdallah (PCF, NPA, CNT, FA, PIR…). L’organizzazione di eventi in date di mobilitazione comuni (Giornata della Terra, Giornata internazionale dei prigionieri politici, 1° maggio, ecc.). La moltiplicazione degli sforzi di sensibilizzazione e di informazione con i mass media (L’Humanité, Politis, Le Monde Diplomatique, le stazioni radio e la stampa militante).

Stiamo ora definendo gli obiettivi comuni da mettere in discussione: le autorità francesi e libanesi. Diverse udienze hanno avuto luogo in diverse città della Francia (Valls, Taubira, F. Holland) e dobbiamo moltiplicare queste situazioni. Anche gli Stati Uniti, parte civile nel processo e ancora attiva nel bloccare il rilascio di Georges Abdallah, devono essere interpellati e le autorità libanesi devono prendere una posizione ferma per il rilascio di Georges Abdallah.

Una, due, tre, mille iniziative per il rilascio di Georges Abdallah!

Lui è parte della nostra lotta, noi siamo parte della sua lotta!

La Palestina vivrà, la Palestina vincerà!

Vittoria o vittoria!

Lannemezan, 24 ottobre 2015»

Questa linea di difesa del nostro compagno su questa base politica è ancora oggi la nostra: Georges Abdallah, quotidianamente, fa parte delle nostre lotte e non si compie un atto militante senza che noi riaffermiamo che facciamo parte della sua lotta. Da cinque anni questa battaglia sul terreno politico, condotta efficacemente nel rispetto degli impegni del nostro compagno e del suo percorso, è stata condotta ovunque e da tutti noi, secondo gli assi citati nella dichiarazione del 2015 ma anche più ampiamente all’interno di tutte le lotte sociali e politiche, attraverso manifestazioni, comizi, incontri, pasti di solidarietà, inviti a firmare, lettere indirizzate alle autorità francesi e libanesi e settimane di azioni coordinate tra tutte le forze impegnate in questa lotta per la liberazione di Georges Abdallah. Questo impegno a Parigi, nelle regioni, a livello nazionale e ora anche ampiamente a livello internazionale – a causa dell’investimento di tutti i sostenitori di Georges Abdallah, nella diversità delle nostre espressioni – aumenta la pressione esercitata ogni giorno un po’ di più; le numerose reazioni – lette sulla stampa, percepibili anche attraverso le risposte del ministro della Giustizia e dei ministri dell’Interno che si sono succeduti in lettere di funzionari eletti o tradotte dalle eccezionali visite effettuate al nostro compagno da alti rappresentanti politici e religiosi o dalla risposta lanciata dal presidente francese durante la sua visita a Beirut, agli attivisti libanesi che chiedono il rilascio di Georges Abdallah – tutte queste reazioni sono altrettanti segni da cogliere della giustezza della lotta intrapresa e che dobbiamo continuare con la stessa dinamica e la stessa energia cercando di interrogare ancora più direttamente i rappresentanti dello Stato francese ogni volta che è possibile o mobilitando tutti insieme per colpire con una mano sola.

Georges Abdallah non smette mai di darci le chiavi di questa linea d’azione quando, a più riprese, nelle sue dichiarazioni, sottolinea la forza di questa solidarietà unitaria e coordinata. Ricordiamo qui di nuovo alcuni dei suoi messaggi, nei quali ci incoraggia a continuare su questa strada.

Incoraggiamo, sempre più compagni, i vari processi di convergenza delle lotte sia a livello locale che regionale e ancor più a livello internazionale” (Georges Abdallah, dichiarazione del 20 ottobre 2018).

Questo cambiamento negli equilibri di potere passa soprattutto attraverso l’inclusione di questo approccio solidale nella dinamica globale della lotta in corso assumendo sempre più il terreno della lotta anticapitalista e antimperialista” perché “non si tratta di agire come se non sapessimo che la suddetta giustizia è sempre giustizia di classe al servizio di una politica di classe inserita nella dinamica globale di una guerra di classe su scala nazionale e internazionale” (Georges Abdallah, dichiarazione del 23 giugno 2018).

É in questo senso e sempre fedele a questa linea e ai principi dell’azione politica qui ricordati che oggi chiediamo non una settimana internazionale di azioni ma un mese intero di azioni affinché tutti noi, sostenitori del nostro compagno, non lasciamo uno spazio politico libero a livello locale, regionale, nazionale e internazionale senza che la richiesta di liberazione del nostro compagno Georges Abdallah sia messa all’ordine del giorno.

Ad Albertville, Amiens, Annecy, Aubagne, Aubervilliers, Besançon, Bordeaux, Clermont-Ferrand, Gennevilliers, Grenay, Grenoble, Lannemezan, Lille, Lione, Marsiglia, Montauban, Montpellier, Morlaix, Nanterre, Nîmes, Parigi, Pau, Saint-Denis, Saint-Etienne, Tarbes, Thionville, Tolosa, Troyes; nelle Alpi Marittime, Corsica, Finistère, Gers, Gironda, Haute-Marne, Hautes-Pyrénées, Hérault, Ile de France, Lot-et-Garonne, Nord e Pas de Calais, Pays de Cornouaille, Poitou-Charentes, Puy-de-Dôme, regione Rhône-Alpes, Seine-Maritime e Tarn-et-Garonne; in Algeria, Germania, Inghilterra, Argentina, Belgio, Brasile, Canada, Spagna, Grecia, India, Italia, Kurdistan, Libano, Lussemburgo, Marocco, Palestina occupata, Perù, Polonia, Romania, Tunisia, Turchia – ovunque in Francia e in tutto il mondo dove la lotta di Georges Abdallah viene rilanciata e la richiesta del suo rilascio viene sostenuta; ovunque siamo – attivi sostenitori della solidarietà del nostro compagno – moltiplichiamo le azioni di mobilitazione e intensifichiamo la pressione sui rappresentanti e sui luoghi di potere dello Stato francese affinché l’attuale ministro dell’Interno firmi finalmente la notifica di espulsione che condiziona il rilascio del nostro compagno e che questa lotta per mettere a morte questa iniqua vita reale sia vinta.

Tutti noi – anarchici, autonomi, antifascisti, antifascisti, antimperialisti, antisionisti, comunisti, democratici, ecologisti, internazionalisti, libertari, marxisti-leninisti, marxisti-leninisti-maoisti, repubblicani ribelli, rivoluzionari, trotskisti; impegnati in molteplici partiti, sindacati, fronti, campagne, associazioni, collettivi, comitati, movimenti e reti; impegnati al fianco del nostro compagno nelle lotte politiche per la Palestina, a sostegno dell’Intifada e contro la normalizzazione; in difesa delle lotte dei popoli e della loro resistenza; in difesa dei prigionieri politici e dei prigionieri rivoluzionari; contro la reclusione in carcere; contro la violenza della polizia; in difesa degli immigrati e dei quartieri popolari; contro il razzismo; in difesa dei lavoratori, dei loro diritti e delle loro conquiste; in difesa dei Gilets Jaunes; in difesa dell’emancipazione femminile; contro la tortura e la pena di morte – mobilitiamoci ancora una volta, tutti insieme dove siamo, in questa nostra diversità che è la nostra, dal 22 settembre 2020 al 24 ottobre 2020 affinché in quella data la decima manifestazione di Lannemezan sia l’ultima e che possiamo finalmente realizzare questo profondo desiderio che tutti noi portiamo dentro di noi da tanti anni: “saremo al suo fianco il giorno della sua liberazione per continuare a lottare con lui!”.

Uno, due, tre, mille iniziative per la liberazione di Georges Abdallah!

Lui è parte delle nostre lotte, noi siamo parte della sua lotta!

La Palestina vivrà, la Palestina vincerà!

Vittoria o vittoria!







La Rete dei Comunisti per l’autodeterminazione del popolo boliviano contro l’imperialismo

La Rete dei Comunisti saluta il ritorno della democrazia di base e partecipativa delle masse popolari contadine, lavoratrici ed indigene in Bolivia a seguito delle elezioni presidenziali che si sono tenute domenica 18 ottobre. I nostri contatti in loco – dagli attivisti del Movimiento al Socialismo (MAS) ai membri delle autorità politiche del deposto governo di Evo Morales – ci confermano la schiacciante ed incontestabile vittoria elettorale di Luis Arce e David Choquehuanca già al primo turno. Il governo de facto di Jeanine Añez, impostosi dopo il colpo di Stato del novembre 2019 ai danni del Presidente legittimamente eletto Evo Morales, con il sostegno degli USA e della Unione Europea, aveva per tre volte rinviato queste elezioni, con l’intento di indebolire il MAS e frenarne l’avanzata, adducendo alla situazione pandemica rispetto alla quale questo governo ha gravi responsabilità politiche per la pessima gestione dell’emergenza sanitaria che ha colpito duramente le fasce più fragili della popolazione.

Nelle passate settimane, abbiamo denunciato il moltiplicarsi di aggressioni ai danni dei candidati e dei militanti del MAS e di azioni violente volte a seminare e diffondere paura tra la popolazione per destabilizzare la situazione politica e sociale interna e richiedere un ulteriore rinvio delle elezioni. Gli appelli della destra golpista per un pronunciamento ed un intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani evidenziano il ruolo dell’OSA stessa nel sostenere politicamente l’attuale governo fantoccio, al servizio delle forze imperialiste e delle multinazionali bramose di mettere le loro mani sulle risorse del Paese, soprattutto quelle minerarie (petrolio, gas naturale, litio, ecc.) la cui gestione era stata nazionalizzata dal governo di Evo Morales.

La grande affluenza alle urne e il voto in favore del MAS hanno dimostrato il rifiuto di questo governo-fantoccio e la sconfitta elettorale della destra nazionalista e liberista, soprattutto di quella guidata da Fernando Camacho, che ha partecipato attivamente all’orchestrazione del golpe contro Evo Morales. La decisione del Tribunale Supremo Elettorale (TSE) di sospendere il Sistema di divulgazione dei risultati preliminari (DIREPRE) proprio a ridosso della scadenza elettorale ha sollevato numerose preoccupazioni riguardo ai tentativi di diffondere incertezza circa i risultati elettorali, pilotando i risultati dello scrutinio in modo da nascondere, attenuare e ritardare una vittoria del MAS.

In attesa dei risultati ufficiali definitivi da parte del TSE, che saranno resi noti (forse) mercoledì, è necessario mantenere alta l’attenzione affinché non si verifichino possibili frodi o brogli elettorali post-voto. Infatti, il TSE ha annunciato che la custodia e il trasferimento delle schede e dei registri elettorali saranno nelle mani della polizia e dei militari, gli stessi che hanno effettuato il colpo di Stato l’anno scorso. Inoltre, la militarizzazione del centro di La Paz, l’atteggiamento provocatorio e le minacce da parte del ministro del governo Arturo Murillo nei giorni precedenti la votazione sono evidenti segnali che le forze golpiste non sono e non saranno disposte ad accettare la vittoria del MAS né a cedere il governo del Paese tanto facilmente.

Nei prossimi giorni si giocherà la partita fondamentale per la tenuta politica di questo successo elettorale e per la possibilità che il MAS torni effettivamente al governo del Paese. Già in passato, in Bolivia e in tutta l’America Latina, le forze golpiste ed imperialiste hanno rovesciato i risultati dell’espressione democratica e popolare, non solo attraverso l’intervento diretto delle forze armate, ma anche con golpe bianchi o con l’imposizione di governi-fantocci ad interim per garantire “la governabilità e la stabilità del Paese”.

Di fronte a questi rischi, la Rete dei Comunisti è al fianco dei militanti del MAS, contro ogni forma di ingerenza politica e di aggressione militare, sostenendo il diritto all’autodeterminazione del popolo boliviano e la sua decisione di scacciare questo governo golpista, neoliberista e razzista. Facciamo appello, oltre che alla solidarietà internazionalista, alla vigilanza e al monitoraggio internazionale da parte di tutte le forze progressiste e socialiste affinché sia rispettato il risultato elettorale e sia consentito l’insediamento del nuovo governo guidato dal MAS con il ritorno in Bolivia dell’ex Presidente Evo Morales.

Le elezioni di ieri in Bolivia non sono altro che un tassello di una lotta di classe a livello continentale che vede contrapporsi la barbarie delle oligarchie asservite all’imperialismo e i diversi percorsi di transizione al Socialismo del XXI secolo (vedi il nostro ciclo di iniziative “Le Americhe fra Socialismo e Barbarie”). Per questo motivo, la vittoria del MAS in Bolivia ha una chiara rilevanza materiale e strategica per tutti i popoli di Nuestra América, segnando l’ennesima battuta d’arresto per le forze imperialiste e un rafforzamento delle prospettive politiche, sociali ed economiche e delle relazioni internazionali dei paesi dell’ALBA: la Cuba di Casto e Díaz-Canel, il Venezuela bolivariano di Chávez e Maduro, il Nicaragua di Ortega, la Bolivia di Morales ed ora di Arce.

La profezia “volveremos y seremos millones” del leader aymara Túpac Katari si è realizzata con l’indiscutibile vittoria elettorale del MAS. Ora è necessario impegnarsi ed agire per la definitiva sconfitta e cacciata delle forze golpiste e imperialiste, per restituire davvero “dignità e libertà al popolo boliviano”, come detto da Evo Morales.

Jallalla Bolivia!




Dall’Autunno Caldo all’Autunno Freddo: la permanente necessità dell’Assalto al Cielo

Giacomo Marchetti – Rete dei Comunisti

A quaranta anni dai 35 giorni di lotta dei lavoratori della FIAT a Torino del 1980, il cui esito caratterizzerà il lungo Autunno Freddo della classe operaia in Italia fino ad oggi – dopo un ciclo di lotte più che decennale – occorre fare alcune riflessioni che vadano oltre la ricostruzione storica dei fatti in sé che i singoli protagonisti, diretti ed indiretti, stanno facendo con esiti più o meno apprezzabili.

Per passare dalla testimonianza ragionata alla sintesi politica occorre riflettere sul cuore del problema di quelle vicende a loro modo “periodizzanti” : oggi come allora la questione che si pone è quella una alternativa sistemica che faccia perno sulla necessità di un rappresentanza politica autonoma e di una organizzazione sindacale indipendente, così come di una strategia rivoluzionaria che sappia cogliere i passaggi che vengano maturano a livello globale.

È chiaro che la Storia non è mai scritta in anticipo e che le vicende di quell’Autunno alla FIAT avrebbero potuto anche avere un altro sbocco soprattutto grazie alla combattività dimostrata dagli operai e dal notevole livello di organizzazione presente ancora dentro e fuori i cancelli di tutto il movimento operaio, ma la dirigenza politica e sindacale aveva già deciso quali sarebbero dovute essere l’ epilogo: non tradì, fu conseguente ai suoi orientamenti e alle sue scelte pregresse. D’altro canto nonostante l’infame accordo venne bocciato a larga maggioranza non venne trovato uno sbocco su come trasformare la bocciatura nella sua opposizione concreta.

Dall’altra parte il movimento rivoluzionario rivelò trasversalmente la sua debolezza e la classe dirigenza la sua forza, iniziando un processo di restaurazione attraverso la lotta di classe dall’alto che perdura tutt’oggi: Bonomi, in questo senso, è un buon allievo di Romiti. La marcia dei 40.000 – in realtà circa un terzo di meno – fu una messa in scena della FIAT che soprattutto tolse le castagne dal fuoco alla dirigenza sindacale per una resa senza condizioni, ed un innegabile successo nell’ essere riuscita ad agglutinare un blocco anti-operaio sulla scia degli esperimenti di una “maggioranza silenziosa” ma con una immagine più costruttiva: il lavoro si difende lavorando, recitava uno degli “striscioni” principali.

Detto molto seccamente le premesse per la sconfitta alla FIAT di Torino erano poste da tempo non solo per ciò che concerne i piani padronali di ristrutturazione vecchi almeno di un quinquennio, la cui applicazione era necessaria per la congiuntura di maggior competizione internazionale che imponeva di far fare un salto di produttività che si concretizzasse in un “balzo tecnologico” e per cui era necessario un notevole indebitamento, riprendendo “il governo delle fabbriche” come affermò ex post Romiti con una diversa organizzazione produttiva e non semplicemente con meno operai ed impiegati.

Era un contesto in cui il mercato dell’auto – cui la FIAT era stato il maggior produttore europeo nel 1974 prima del suo declino – in Italia era ristagnante da 10 anni. Si vendevano nel ‘79 a differenza di Germania, Francia, Gran Bretagna i principali mercati europei prima dell’Italia – le stesse medesime vetture più o meno vendute nel ’70 e vi era una previsione di “drastico calo” per gli anni a venire – con una maggiore concorrenza nord-americana e giapponese – con un eccesso di capacità produttive.

Si affacciava una crisi di sovra-produzione per una delle delle merci simbolo del ciclo di accumulazione iniziato dal Dopoguerra, ma non solo nel comparto auto, con un sovra-stock previsto di più di 400 mila vetture per la FIAT. Bisognava produrre più auto con meno operai, perché la politica di alzare il costo di una automobile in una proporzione maggiore di quanto si aumentassero gli stipendi non bastava più, ed il taglio della forza-lavoro come stava avvenendo in altri Paesi era la via obbligata. Per fare questo era necessario stroncare l’accumulo di forza operaia espressasi in più di un decennio di lotte, e azzerare il potere di contrattazione complessivo dei lavoratori a cominciare dalle fabbriche sulle condizioni di lavoro stesse.

Ma soprattutto le premesse per la sconfitta alla FIAT di Torino erano poste da tempo dalle precise scelte di subalternità del Partito Comunista Italiano dall’elezione come proprio segretario di Enrico Berlinguer succeduto a Luigi Longo nel 1972, dalla formalizzazione del nuovo ruolo che avrebbe dovuto svolgere il sindacato con la “svolta dell’EUR” nel febbraio del 1978 dopo due anni di scelte e dichiarazioni sancite poi a Roma a favore di austerità, contenimento salariale e libertà di licenziamento. Per la dirigenza del PCI e del sindacato si trattava di co-gestire la crisi del capitalismo e non uscire dal capitalismo in crisi.

Ultima premessa ma non meno importante, dal livello repressivo degli apparati dello Stato in quella in Italia fu a tutti gli effetti una “guerra civile a bassa intensità”.

I 61 licenziamenti nell’ottobre del 1979 – avvallati dal PCI e dalla dirigenza della triplice sindacale – e gli arresti nella colonna torinese delle Brigate Rosse con la delazione di Fabrizio Peci, “sguarnirono” per così dire il campo rivoluzionario sia dentro che fuori i cancelli.

Bisogna ricordare comunque che per varie ragioni dopo le ultime ondate di assunzioni di giovani – di cui ben più della metà donne – e le lotte del contratto 1979, per vari motivi 6-7000 operai lasciarono lo stabilimento su pressione della FIAT, sintomo di una offensiva padronale tutt’altro che nascosta e latente, segnale di un graduale cambiamento dei rapporti di forza all’interno, testimonianza di come la FIAT stesse solo attendendo il momento in cui le condizioni sarebbero state più proficue per sferrare il suo affondo finale.

Le BR insieme a Prima Linea avevano avuto un ruolo rilevante dall’inizio degli anni Settanta e nelle lotte alla FIAT, il loro intervento si concretizzò per la prima volta in una azione con il sequestro del sindacalista fascista Bruno Labate nel febbraio del 1973 mentre PL – nata successivamente – intervenne per la prima volta tre anni dopo nel novembre con una azione contro i dirigenti della FIAT.

Uno dei due arrestati delle BR nel febbraio del 1980, Rocco Micaletto: «è uno dei dirigenti più vecchi e sperimentati dell’organizzazione, ex operaio della Fiat-Rivalta, da anni nell’Esecutivo, ha la direzione politica delle situazioni di fabbrica rimaste in piedi a Torino e Genova» scrive Prospero Gallinari nella sua autobiografia “Un Contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse”.

La controrivoluzione preventiva, è sempre bene ricordarlo, aveva assunto strutturalmente almeno un doppio profilo in Italia: da una parte la pratica stragista inaugurata con la “Strage di Piazza Fontana” del 12 dicembre 1969 e dall’altra la repressione delle avanguardie politiche, cioè sia le avanguardie di lotta nel proprio posto di lavoro – come i 61 licenziati del 1979 – che le organizzazioni rivoluzionarie e le aeree politiche sorte “a sinistra del PCI” in particolare quelle combattenti, ma non solo.

Il 2 agosto 1980 si consumò la strage fascista nella stazione ferroviaria di Bologna, alla vigilia di quella che non era una semplice vertenza sindacale – la FIAT passò nel corso della vertenza dopo la caduta del governo Cossiga dalla proposta secca di poco meno di 15 mila licenziamenti formulati all’inizio alla cassa integrazione a zero ore per 24 mila lavoratori – che fece 85 morti e più di 200 feriti.

Una carneficina avvenuta in una delle amministrazioni simbolo del PCI, un avvertimento preciso.

La strategia di “annientamento” delle organizzazioni combattenti e del più largo movimento rivoluzionario si stava caratterizzando con l’uso sistematico della tortura, le esecuzioni dei suoi militanti a cominciare dalla strage del 28 marzo 1980 in via Fracchia a Genova, e soprattutto con la carcerazione politica e l’apertura dei carceri speciali.

Proprio nel 1980 la lunga battaglia contro le carceri speciali avrà un successo di rilievo con la chiusura a fine anno del carcere dell’Asinara, una delle battaglie che catalizzavano le energie non solo delle organizzazioni combattenti, e del movimento dei detenuti, ma di un vasto movimento che trovava nella “Cajenna italiana” – così come nei carceri a Trani e Palmi per esempio – una delle espressioni più brutali del dominio della borghesia ed allo stesso tempo, delle più alte risposte da parte delle forze rivoluzionarie.

Bisogna ricordare che Il movimento del ’77 segna il punto di non ritorno della rottura tra la sinistra storica – politica e sindacale – ed una generazione di militanti che è probabilmente l’ultimo fattore di propulsione del Lungo Sessantotto che non ha termini di paragone come capacità di tenuta e livello dello scontro in nessuno Stato a Capitalismo Maturo dell’Occidente, se si escludono le esperienze che sono caratterizzate da processi di liberazione nel cuore dell’Europa come i Paesi Baschi o l’Irlanda.

Alla mancata messa a sintesi politica di quello che fu quel variegato e contradditorio movimento contribuì non poco la controrivoluzione preventiva che andava dalla destra del PCI allo Stato Profondo, strutturatosi senza marcare una vera “discontinuità” con il Ventennio Fascista e ricollocatosi ben presto dentro le trame atlantiche nella continuità di governo “a geometria variabile” con la Democrazia Cristiana come perno irrinunciabile.

Uno Stato Profondo partecipe sia della repressione nella Fiat di Valletta negli anni ’50 che in quella di Agnelli che ha paura e paga la questura, come recita il titolo di una importante inchiesta di Lotta Continua.

All’interno di questo quadro, con un padronato in offensiva ed una sinistra politica e sindacale subalterna si registra un impasse strategico che attraversa trasversalmente tutte le soggettività della sinistra extra-parlamentare. Allo stesso tempo cominciano ad essere poste le basi – al di là dei passaggi di fase significativi a venire – che ancora oggi ci permettono di traguardare quella che è stata definita “la madre di tutte le sconfitte” ed i nostri orizzonti immediati in una situazione di conflitto sociale ridotto ai minimi termini, come emerge con forza da “La Storia Anomala – Dall’Organizzazione Proletaria Romana alla Rete dei Comunisti” http://lnx.retedeicomunisti.net/2019/04/17/una-storia-anomala-il-conflitto-di-classe-negli-anni-70-primo-volume-dallorganizzazione-proletaria-romana/

Certo quella vertenza sindacale ebbe un significato politico complessivo che solo con il tempo si sarebbe compreso e che pesò come una spada di Damocle su tutte le altre vertenze riguardo alle ristrutturazioni aziendali, ma la sua sconfitta piena di tragiche conseguenze – furono circa 200 i lavoratori che si suicidarono – ci insegna ancora oggi la necessità di disfarsi dell’eredità politica di una sinistra sindacale e politica che ha portato il movimento operaio italiano “di sconfitta in sconfitta” e riafferma la permanente necessità dell’Assalto al Cielo.