“La Galizia è una colonia, dal punto di vista psicologico ma anche economico”

A.Botran (CUP), R.Cela (BNG) – Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti)

Pubblichiamo questa Intervista di Albert Botran, storico e saggista catalano eletto nelle file della CUP al Congresso a Rubén Cela, membro dell’Esecutivo Nazionale del Bloque Nacionalista Galego (BNG) e Presidente della Fondazione Galizia Sempre.

L’intervista è un ampio excursus del percorso dell’indipendentismo galego e della sua strategia complessiva, oltre che dare un giudizio sulle recenti dinamiche elettorali.

Al di là delle specificità storiche ci sembra estremamente interessante la stratificazione dell’intervento “a fronti”, il ruolo rivestito dal sindacalismo combattivo della Confederacion Intersindacal Gallega (CIG) – aderente alla FSM – e la critica alla UE che va al cuore della polarizzazione del rapporto tra centro/periferia sviluppato dall’Unione.

Noi combattiamo contro la NATO. E l’Ue non è mai stata vista come lo spazio della libertà e della giustizia sociale, ma come la concretizzazione del capitalismo in una fase di globalizzazione, in uno spazio concreto, per costruire un ampio mercato. Ciò che prevarrà sempre sarà il traffico di merci e l’unità monetaria. Il tempo ci ha dato ragione. Siamo stati molto critici nei confronti dell’ingresso della Spagna nell’UE, compreso Maastricht, abbiamo condotto una grande campagna contro il Trattato di Lisbona … abbiamo sempre capito che si tratta di uno strumento al servizio delle oligarchie economiche del centro dell’Europa e che avrebbe avuto conseguenze negative per una nazione periferica come la nostra. Il ruolo periferico della Galizia in Spagna è già terribile, ma ancora di più all’interno dell’UE

Le elezioni “regionali” che si sono svolte il 12 luglio in Spagna, in due Comunità Autonome: Paesi Baschi e Galizia hanno confermato la leadership dei partiti che governano a livello locale – rispettivamente il PNV e il PP – l’exploit delle formazioni della sinistra indipendentista basca e galega, la scomparsa di fatto delle articolazioni regionali di Podemos, che addirittura è fuori dall’assemblea regionale in Galizia, e la crisi della “destra liberista” di “Ciudadans”, oltre al peso marginale dell’estrema destra di “Vox” a livello di consenso popolare.

Sulle elezioni nella CAV basca abbiamo pubblicato in precedenza un intervento dell’organizzazione marxista-leninista basca Herri Gorri http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/07/23/chi-vince-alle-elezioni-della-comunita-autonoma-basca/.

In Galizia il voto ha confermato Alberto Núñez Feijóo del Partito Popolare che per la quarta volta consecutiva ottiene quasi il 48% e 41 seggi su 75 sociali, assicurando alla storica formazione di “centro-destra” una solida maggioranza in regione e una ottima base di partenza per contestare la leadership di Pablo Casado.

Il BNG passa da 6 a 19 seggi, divenendo il maggior partito di opposizione e conquistando quasi un quarto dei consensi contro il poco più dell’8% del 2016, superando i socialisti che conquistano solo 15 seggi e “scalzando” Podemos che nella declinazione di “En Marea” aveva ottenuto in precedenza quasi il 19% e meno del 4% oggi.

Il voto, caratterizzato da una astensione elevatissima, conferma la strategia organizzativa della sinistra indipendentista galega che ha posto al centro le rivendicazioni di giustizia sociale complessiva (includendo la parità di genere, ecologia e questione giovanile sono state alcuni dei focus principali) senza rimuovere la questione dell’indipendenza nazionale.

Con la guida di Ana Pontón – divenuta portavoce nel 2016 – il BNG fa il pieno di consensi tra i giovani divenendo la formazione più votata fino ai 25 anni con il 24% di intenzioni di voto secondo un indagine pre-elettorale del CIS, citata dal quotidiano “El País”.

Un risultato dovuto anche al protagonismo dell’organizzazione giovanile “Galiza Nova” che vede entrare nelle file dei deputati regionali alcuni suoi “storici” militanti.

Il BGN può vantare un “capitale” di governo locale relativamente esteso con una trentina di comuni, e co-governa con presidenti socialisti tre delle quattro “diputaciones”.

La formazione ha maturato una profonda auto-critica della sua precedente esperienza di governo regionale con i socialisti, come appare anche nell’intervista.

Mentre Podemos non si è “radicata” nonostante i successi elettorali, la traiettoria del BNG è stata specularmente diversa: nonostante le precedenti sconfitte elettorali ha continuato a radicarsi.

Come ha spiegato la politologa Berta Barber, editorialista di Politikon: “la struttura territoriale non ti permette di vincere le elezioni, però ti permette di cadere in piedi”.

Il BNG è un partito che ha una strategia precisa, l’orizzonte di “una nueva Galicia”, ed una vocazione maggioritaria ed egemonica aspirando a governare tra 4 anni la regione, con un progetto che coniuga la giustizia sociale con un “nazionalismo inclusivo” che da la priorità alla difesa del proprio blocco sociale.

Podemos è un “marchio elettorale” che ha dato la priorità nelle scelte di fondo alla Realpolitik della sua alleanza di governo a Madrid con i socialisti di Pedro Sánchez.

L’esempio paradigmatico è il caso di Alexandra Fernández che nel febbraio del 2019 ha votato contro il suo gruppo parlamentare al Congresso votando contro il progetto del Presupuestos Generale del Estato che prevedeva un taglio del 20% di fondi alla Galizia, votata dal resto da Unidos Podemos. Abbandonò il Congresso poco dopo e decise di candidarsi in queste elezioni con il BNG diventando deputata.

Buona lettura

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A seguito dei risultati delle elezioni regionali galiziane e basche, la mappa politica dello Stato Spagnolo è stata decisamente alterata, dando un rilievo senza precedenti alle sinistre sovraniste come la BNG e l’EHBildu. Dopo il fallimento generalizzato della sinistra centralista, la possibilità di una trasformazione sociale e di un cambiamento politico dello Stato richiede e necessita l’articolazione e la comprensione reciproca tra le forze sovraniste di sinistra.

Questa pubblicazione è una traduzione in spagnolo [in italiano, ndt] della versione pubblicata in catalano dell’intervista apparsa sulla rivista Catarsis.

D – Nei Paesi Catalani, l’indipendentismo basco è ben conosciuto da sempre; quello galiziano invece è una grande incognita. Per iniziare questa intervista, potrebbe dirci brevemente qualcosa sulla storia del movimento galiziano e sull’origine del BNG?

R – La tradizione del movimento nazionale in Galizia, proprio come quello catalano, ha radici profonde, risalenti a secoli fa. Con precursori come Rosalía de Castro, Manuel Murguía, finirà per prendere forma, all’inizio del XX secolo, in un movimento già propriamente politico con le Irmandades de Fala e il Partido Galeguista. Il colpo di Stato del 1936 iniziò proprio il giorno in cui lo Statuto approvato dal popolo galiziano doveva essere discusso in Parlamento. A differenza di Euskal Herria e dei Paesi Catalani, la Galizia è stata un fronte della guerra civile, ma con il trionfo del colpo di stato iniziò un periodo di terrore. Tutti i sindaci del Partido Galeguista furono fucilati, a cominciare dal sindaco di Santiago, Ánxel Casal. Castelao e altri leader galiziani andarono in esilio in Sud America, soprattutto in Argentina.

Il Partido Galeguista era molto ben organizzato e vantava militanti come Alexandre Bóveda, Vicente Risco o Castelao, personaggi brillanti e irripetibili. Ma la repressione e la dittatura furono la causa di una rottura: nel 1964, furono fondati l’Unión do Povo Galego, un partito marxista-leninista, e il Partito socialista galiziano. L’UPG fu creato primariamente da giovani e dal “nulla”, e a differenza di altri movimenti comunisti, non era affatto eurocentrica: guardava più ai processi di liberazione nazionale (Cuba, Angola, Libia, Vietnam…) che all’URSS.

Bautista Álvarez, che è stato presidente dell’UPG per molti anni, ha detto spesso di aver bevuto da due fonti: Castelao e Marx. Ma sempre in quest’ordine. La lotta di classe in una nazione oppressa come la nostra si concretizza necessariamente in movimenti di liberazione nazionale. Questa è la contraddizione principale: la questione sociale non può essere dissociata dalla questione nazionale.

Per capire tutto ciò che accadrà in seguito, dobbiamo ben capire il principio dell’auto-organizzazione: per noi vuol dire non organizzarsi in partiti, sindacati o piattaforme “di portata spagnola”. Perché in ciò che dipende solo da te, agisci già come una nazione libera, è già un rivendicare la tua autodeterminazione. Ed è per questo che dal nulla sono nate entità e organizzazioni galiziane come i partiti, i sindacati dei lavoratori e i sindacati agricoli. Queste sono alcune delle poche strutture di Stato che il Paese possiede. Visto dal punto di vista contemporaneo tutto ciò sembra poca roba, ma gli anni Settanta furono una grande battaglia, soprattutto contro il PCE. Molti tra gli studenti rivoluzionari galiziani, per esempio, venivano fischiati mentre parlavano in galiziano nelle assemblee, da quelli per cui “il nazionalismo è un fatto piccolo-borghese”.

Nel 1982 è stato creato il Bloque, seguendo uno schema “a fronte” che per l’epoca era molto innovativo. Plurale ideologicamente ma con un comune denominatore: la Galizia è una nazione e ha diritto all’autodeterminazione. Ci sono indipendentisti e altri che non lo sono; marxisti e altri che non lo sono. Le organizzazioni politiche e la militanza individuale coesistono. Nella fase iniziale i collettivi avevano più peso, ma oggi la maggior parte della militanza è solo quella della BNG. Storicamente, oltre all’UPG, hanno fatto parte del Bloque organizzazioni come il Movimento Comunista e la Lega Comunista Rivoluzionaria (insieme, nel collettivo Inzar); il Partito Nazionalista Galiziano; persone socialiste che non volevano aderire al PSOE, ecc. All’interno del Bloque è stata creata anche una corrente, Esquerda Nacionalista.

Questo modello è servito da riferimento per altre organizzazioni, come il Bloco de Esquerda in Portogallo. Si potrebbe dire che nel già 1982 abbiamo fatto quello che Bildu ha fatto anni dopo.

D – La componente sociale del nazionalismo galiziano è diversa da quella catalana in Catalogna, più simile a quella della Valencia. Non esiste una borghesia galiziana, siete d’accordo?

R – La Galizia è una colonia. Questa terminologia può stupire, ma sono sempre più convinto che sia appropriata. Quando ho letto per la prima volta “Ritratto del colonizzato e del colonizzatore” di Albert Memmi ho detto: questo è il mio paese. Da un punto di vista psicologico (è il caso dell’odio che si prova per se stessi) ma anche economico: siamo un paese con risorse, materie prime, ha una lingua che potrebbe metterti in contatto con una comunità di oltre 200 milioni di parlanti… ma che è povero. Forniamo manodopera a basso costo (come l’Irlanda all’epoca, siamo un paese di emigrazione) e materie prime a basso costo: soprattutto energia, ma anche le grandi piantagioni di eucalipto per l’industria della carta ENCE.

In questo momento stiamo difendendo con tutte le nostre forze i lavoratori del gruppo Alcoa, ma questo non ci impedisce di essere molto critici nei confronti del modello di industrie-enclave che questo tipo di produzione rappresenta: i processi più contaminanti sono stanziati qui da noi, il plusvalore che si genera se ne va in altri luoghi e la ricchezza direttamente all’estero.

In Galizia non c’è una borghesia indigena, la comunità imprenditoriale è straniera. La difesa del paese, che piaccia o no, è popolare. Non c’è un’élite che possa difendere il paese. Quando ho letto la biografia di Jordi Pujol mi ha divertito il contrasto tra il nostro concetto di auto-organizzazione e il suo, perché anche lui pensava in termini di strutture statali, ma mentre noi decidevamo che avevamo bisogno di un sindacato di classe, un sindacato agricolo, un’organizzazione studentesca … Pujol cercò di creare una banca, una chiesa catalana che fosse direttamente collegata al Vaticano, uno studio universitario. E questa componente sociale influisce sul prestigio della lingua, naturalmente.

Non si può capire la diglossia senza considerare la componente di classe. La mia famiglia per esempio è catalana: i miei zii vedevano bene che i medici o gli avvocati parlavano catalano, mentre erano gli immigrati, i “currelas”, quelli che non lo conoscevano. Conoscere il catalano significava prestigio sociale. Il caso della Galizia è l’opposto: i miei genitori, galiziani monolingui, hanno fatto un grande sforzo per farmi imparare lo spagnolo. Quando ho iniziato a parlare galiziano, però, mia madre era molto turbata. E ho avuto una discussione ai limiti dell’assurdo con mio padre: mi ha difeso che il galiziano non dovrebbe essere insegnato nelle scuole… ma lo ha fatto parlando in galiziano, naturalmente. Questo aspetto è solo una parte del più generale processo di spagnolizzazione.

Qui i galiziani monolingui, per esempio quelli della zona rurale, quando vanno dal medico cercano di parlare in spagnolo. E l’altro elemento chiave è che non abbiamo avuto, con l’autonomia, un sistema di immersione linguistica nelle scuole, a differenza dei Paesi Baschi e della Catalogna.

Uno dei settori in cui il nazionalismo ha messo radici è il sindacalismo. Poche persone al di fuori della Galizia sanno che la CIG [Confederacion Intersindacal Gallega, fa parte della FSM] è la forza sindacale trainante in termini di membri e delegati. Il fronte sindacale, quello dei lavoratori, è sempre stato essenziale, anche se non è mai stato facile, la nascita della CIG è stata una nascita difficile. Ma oggi è l’organizzazione sindacale più potente e, per darvi un’idea, ha 80.000 membri in un Paese che non raggiunge i 3 milioni.

Ci sono settori, come l’istruzione, in cui è ultra-maggioritaria. Ma soprattutto quello che la CIG ha è un grande prestigio sociale: se hai un conflitto di lavoro incasinato, tutti sanno che sono quelli a cui devi chiedere. Al di là delle preferenze politiche di qualcuno (e questo spesso ci sorprende) la gente sa che la CIG è quella che non avrà mai un atteggiamento pacifico, quella che non ti deluderà mai. Ha un impatto positivo sui risultati del GNB [Consiglio della Comunità della Galizia]. In queste elezioni, per esempio, abbiamo potuto vederlo bene nella zona di La Mariña, dove non abbiamo una grande presenza nei municipi ma con la lotta di Alcoa siamo cresciuti fino a raggiungere il 35% dei voti. Anche a O Grove, dove abbiamo vinto le elezioni. Il CCOO e l’UGT non si sono guadagnati un grande prestigio, e questo per la loro pratica sindacale, per il loro pacifismo.

D – Un’altra questione poco conosciuta è che il BNG e tutto il nazionalismo galiziano sono sempre stati esplicitamente contro l’UE.

R – È legato a uno dei principi del Blocco: l’antimperialismo. Noi combattiamo contro la NATO. E l’Ue non è mai stata vista come lo spazio della libertà e della giustizia sociale, ma come la concretizzazione del capitalismo in una fase di globalizzazione, in uno spazio concreto, per costruire un ampio mercato. Ciò che prevarrà sempre sarà il traffico di merci e l’unità monetaria. Il tempo ci ha dato ragione. Siamo stati molto critici nei confronti dell’ingresso della Spagna nell’UE, compreso Maastricht, abbiamo condotto una grande campagna contro il Trattato di Lisbona … abbiamo sempre capito che si tratta di uno strumento al servizio delle oligarchie economiche del centro dell’Europa e che avrebbe avuto conseguenze negative per una nazione periferica come la nostra.

Il ruolo periferico della Galizia in Spagna è già terribile, ma ancora di più all’interno dell’UE. La PAC è stata letale per una potenza come era la Galizia in termini di produzione di latte o di pesca (non prendendo in considerazione il settore delle conserve). E, inoltre, le politiche di riconversione industriale: ci hanno relegato a porti per le navi militari, non è possibile sviluppare il settore delle navi civili. Naturalmente sono arrivati anche i fondi di coesione, ma sono stati gestiti male, non sono stati investiti in ricerca e sviluppo. Nonostante questi fondi quindi, il risultato netto è disastroso.

Infine, dobbiamo tenere presente che l’UE è un club di Stati e che si proteggono a vicenda. La questione catalana è stata chiara. Ci sono state persone che hanno teorizzato che “più Europa” sarebbe stata “meno Spagna”, e questo si è dimostrato sbagliato.

D – Ora guardiamo al presente e parliamo delle ultime elezioni: perché il PP continua a vincere in Galizia?

R – Per il pubblico catalano va detto che il PP in Galizia ha poco a che fare con il PP nel resto della Spagna. Potrebbe assomigliare, semmai, al PP delle Baleari. I leader, come Feijóo, non sono per nulla diversi da Casado: neoliberali e centralisti. Ma la sua base sociale non è tale, ed è per questo che tatticamente cercano di assomigliare il meno possibile al PP spagnolo. Per esempio, nascondono l’acronimo o hanno fatto in modo che Casado in quest’ultima campagna non sia passato per la Galizia. Hanno una rete di clientela e un controllo dei media che, nel caso dei media pubblici, diventa totalizzante. E quelle private non sono migliori. E così creano un’opinione pubblica a loro favorevole. Questa è un’altra differenza rispetto alla Catalogna o ai Paesi Baschi.

Nel caso di queste elezioni, per esempio, ciò che è stato valorizzato è stata la contingenza dell’epidemia, non quanto accaduto negli ultimi quattro anni. E qui dobbiamo notare che Feijóo ha annullato le elezioni ma non la campagna elettorale: ogni giorno era in prima serata sulla TVG ma, senza il Parlamento, non c’era controllo su quello che faceva. E poi ha saputo anche approfittare di un’idea forte, che è la seguente: considerando che l’epidemia continuerà e che si dovranno prendere decisioni, quale opzione tra le due preferite: un governo con esperienza, che governerà dal minuto zero, o un governo di neofiti, che si batteranno tra loro e in cui ci vorrà tempo per avviare l’azione politica?

D – L’ultima volta che c’è stata un’alternativa al PP è stato nel 2005-2009, con l’alleanza di governo tra il PSOE e il BNG. Qual è la sua valutazione di quel periodo? Quali sono stati i problemi, i limiti? Perché il BNG ha perso così tanti voti dopo?

R – (ride) … È una domanda complicata. Penso che sia stato, obiettivamente e di gran lunga, il miglior governo che questo Paese abbia mai avuto. Questo non vuol dire che non siano stati commessi grossi errori. Il primo è confondere l’avere il governo con l’avere il potere. Per i poteri reali siamo stati degli abusivi all’interno della loro proprietà privata. Le potenze economiche e mediatiche erano chiare sul fatto che questa doveva essere una tappa breve e ci hanno schiacciato.

Vi faccio un esempio: abbiamo creato un’intera rete di asili nido per bambini da 0 a 3 anni, che erano pubblici, con infrastrutture e personale di alta qualità… e li abbiamo chiamati “Galescola”. Mi hai chiesto di un errore: guarda, è stato un errore. Gliel’abbiamo servita su un vassoio d’argento: “indottrinamento”, “questi arrivano anche nelle ikastole [le scuole per l’infanzia, ndt]” ecc. E la gente c’ha creduto: mia madre è arrivata a credere che stavamo facendo “scuole per terroristi”. E abbiamo fatto altre cose rivoluzionarie, come la banca della terra o una vera gara d’appalti per l’energia eolica. E il Capitale non ci ha perdonato per questo. Lo sfruttamento del vento è di proprietà dei galiziani e quindi non può essere che ne beneficino sempre e solo le quattro aziende elettriche di sempre, ma deve essere indetto un concorso pubblico e sarà vinto da chi lega i parchi eolici a progetti produttivi radicati sul territorio. Le grandi aziende elettriche non ci hanno perdonato per questo.

Ma l’errore fondamentale è quello di non aver tenuto conto che il primo obiettivo che si deve avere è quello di continuare a governare. So che suona un po’ a sinistra. Nessuna trasformazione che valga veramente la pena può essere fatta in soli quattro anni. Costruire è molto difficile e distruggere è molto più facile. In campo comunale, dove possiamo governare in cicli più lunghi, facciamo meglio. Un altro errore è stato quello di ignorare che il nemico non va in mezze misure. Eravamo troppo ingenui.

D – E non diresti che la gestione delle istituzioni ha assorbito tutte le forze della GNB?

R – Sì, lo ammetto. Questa è un’altra lezione che abbiamo imparato completamente. Non riusciremo mai ad avere successo per via esclusivamente istituzionale. È di fondamentale importanza: solo governando si possono fare certe cose. Ma non basta. In America Latina, solo i processi che hanno creato un vero potere popolare, dal basso, hanno retto meglio. Questa è la differenza tra il Venezuela e i progetti di Evo, Lula o Correa.

Qui il problema è che quando si cresce rapidamente e si è una piccola organizzazione, si è costretti a dedicare i migliori quadri all’ambito istituzionale. Questo porta a una confusione tra governo e organizzazione, e all’incuria di quest’ultima: azione sindacale, cultura (case editrici, ecc.), pensiero, formazione, proselitismo, crescita dell’organizzazione. Questo è successo a noi e ora vedo che è anche uno dei problemi di Podemos. Non c’è niente sotto. I suoi migliori collaboratori sono nel governo. Sei un gigante con i piedi d’argilla e quando decideranno di attaccarti non lo reggerai. Non deve succedere di nuovo a noi: badate alla militanza, alla formazione. Perché ciò che ci permette di sopportare e costruire è il radicamento territoriale e settoriale: non c’è nessuno in Galizia che non conosca qualcuno che sia direttamente del BNG.

D – Ora il BNG ha raggiunto il massimo storico a livello di numero di parlamentari. Questo significa superare un periodo negativo che ha portato il BNG a toccare il fondo con le spaccature del 2012, con il conseguente emergere delle coalizioni di sinistra [le Maree, unione tra comitati civici, Podemos e Izquierda Unida, che si muovono nell’ambito della democrazia partecipativa e del socialismo democratico] che nel 2015 hanno conquistato tre grandi città (Santiago, Ferrol e Coruña) e che vi hanno portato ad essere lasciati fuori alle elezioni statali del 2016. Mi parli di questi ultimi anni, dell’uscita di Beiras, delle elezioni municipali del 2015 ecc.

R – La prima vittoria sulle Maree è stata ideologica: al nostro principio di auto-organizzazione si opponeva l’idea che siamo un Paese con poca coscienza nazionale e che quindi c’era un’alleanza strategica (non temporanea, non tattica, ma permanente) con la sinistra spagnola. Che un progetto chiaramente sovranista non poteva avere successo. Invece con la sinistra spagnola, o con il PSOE, possiamo condividere il governo, gli spazi politici, anche su un piano di parità … ma dobbiamo sempre andare alle elezioni come progetto auto-organizzato.

Quel che non va bene è avere una retorica plurinazionale, confederale, e che poi la pratica sia totalmente l’opposto, come ha fatto Pablo Iglesias con il Reddito Vitale Minimo, andando oltre ogni competenza delle Autonomie. Storicamente questo è ciò che aveva fatto il PCE. E l’apice della sfrontatezza intellettuale è quello che ha detto Monedero [ex Podemos] l’altro giorno: che i buoni risultati di Bildu e BNG sono arrivati perchè siamo stati “podemizzati”.

Queste elezioni per noi chiudono la fase della XIII Assemblea Nazionale, l’Assemblea di Amio del 2012, con le due divisioni che abbiamo avuto in quel momento. Da una parte c’erano quelli che dicevano che il nazionalismo galiziano era troppo di sinistra e che voleva che il BNG si separasse dalle organizzazioni marxiste e si dissociasse dalla CIG. E poi l’altra scissione, quella guidata da Beiras, che diceva che la contraddizione sociale prevaleva sulla contraddizione nazionale e che quindi bisognava dare priorità all’unità con la sinistra spagnola. È stato un ciclo molto duro. Non è stato facile sopravvivere come alternativa. Sapevamo che, in pratica, eravamo gli unici a difendere i diritti nazionali della Galizia, ma dovevamo combattere le Maree per aver ben salda questa bandiera. Ora si sta aprendo un nuovo ciclo in cui dobbiamo dare priorità ad un maggiore impatto sociale e ad una maggiore implementazione che si tradurrà nella possibilità di guidare un governo alternativo. Perché dobbiamo governare.

D – Ma la verità è che le Maree sono un vero e proprio fenomeno in Galizia, no? Perché non ha funzionato del tutto?

R – Pochi lo sanno, ma Podemos, in un certo senso, nasce in Galizia. Qui c’è il nucleo della Complutense. Dobbiamo ricordare che leader importanti, come Bescansa, erano di qui. E che Pablo Iglesias è stato consigliere dell’Alternativa Galiziana di Esquerda, che si è candidata alle elezioni del 2012 riunendo l’ANOVA di Beiras con l’UI e gli ecosocialisti. Fu un successo brutale e quell’esperimento lo influenzò.

Penso che l’esperienza delle Maree non abbia funzionato perché il sistema ha una grande capacità di gonfiarti e sgonfiarti attraverso i media. Le elezioni riflettono uno stato d’animo in un dato momento ed è questo il senso dei media. Credo che, all’epoca, fosse funzionale al sistema gonfiare Podemos. Ma quando non si è più funzionali o si ha una vera e propria struttura di base, o non si regge il colpo. E sono passati da 14 membri a 0.

D – Pensate che una parte di questo spazio possa finire per convergere con o nella BNG?

R – Mi auguro che il BNG sia il punto di riferimento per tutta la sinistra di questo paese, per tutti coloro che si muovono a sinistra del PSOE e che allo stesso tempo riconoscono il diritto della Galizia di decidere del suo futuro.

D – A novembre, il BNG ha recuperato la sua presenza al Congresso dei deputati spagnoli dopo averla persa nel 2015, e sembra che questo sia stato uno dei fattori che hanno influenzato i buoni risultati della scorsa settimana …

R – C’è qualcosa di interiorizzato nella società galiziana: se c’è il Blocco, c’è la Galizia. Ci sono persone che non votano per noi ma che sono felici che siamo rappresentati perché è oggettivamente un bene per il Paese. Perché la nostra unica disciplina di voto è con il popolo galiziano, non con un partito spagnolo. Perché noi facciamo esistere la Galizia politicamente. Con la nostra assenza, la Galizia è stata ridotta all’irrilevanza, mentre ora le questioni vengono messe all’ordine del giorno.

D – Infine, un paio di domande sulle prospettive di indipendenza. Il primo: come vede il processo di indipendenza della Catalogna?

R – Lo guardiamo con grande attenzione ed entusiasmo. E ci sono alcune cose che possiamo considerare come lezioni apprese. La prima lezione riguarda le istituzioni. Mi è chiaro che l’indipendenza di un Paese non sarà raggiunta dalle istituzioni, senza un popolo organizzato, come ho detto prima. Ma non è meno sbagliato non vedere che le istituzioni sono la chiave. Senza il governo catalano nella precedente legislatura il referendum non si sarebbe tenuto. Secondo: il quadro giuridico non può essere un ostacolo insormontabile. La storia dell’umanità, dalle suffragette a Mandela, non può avanzare senza conflitti, lotte e superamento di schemi giuridici ingiusti. Le strategie di insubordinazione e disobbedienza sono fondamentali. E terzo: il ruolo della Catalogna come avanguardia teorica. Oggi chi studia l’attuazione del diritto all’autodeterminazione deve prestare attenzione a ciò che sta accadendo in Catalogna, è uno dei più avanzati. Al contrario, credo che il processo catalano abbia avuto dei limiti significativi quando si tratta di valutare il ruolo degli Stati, della comunità internazionale, dell’UE, di come la Spagna gioca… se prima ho detto che eravamo troppo ingenui, lo stesso si potrebbe dire di una parte di questo movimento.

D – E il secondo: cosa dovrebbe succedere perché la Galizia diventi indipendente?

R – Siamo in una fase preliminare. Ogni nazione ha un punto di partenza diverso. La prima cosa di cui abbiamo bisogno è un’iniezione di autostima. Tanti anni di colonizzazione fanno pensare che non potremmo essere indipendenti. Vi faccio un esempio: la campagna referendaria in Scozia non è stata molto patriottica, per usare un eufemismo: si è parlato di scuole, pensioni… di una società migliore che era impossibile nel Regno Unito. Ed è stato un discorso credibile. Ma noi siamo ancora in una fase precedente, dobbiamo ancora rendere credibili i vantaggi di avere strutture statali proprie, in termini di finanza, cultura, lingua… Ma dico anche una cosa: le opinioni superficiali che dicono che la Galizia è di destra sono sbagliate. Nel mio paese VOX non ha nulla. E neanche Ciutadanos. C’è un’enorme consapevolezza primaria: siamo un popolo diverso. Il passo successivo è quello di trasformarlo: abbiamo il diritto di decidere e sarà fondamentale per poter vivere meglio. Questo è credibile in Catalogna perché è associato all’idea di una nazione avanzata, industriale… ma in Galizia c’è ancora tanto lavoro da fare e in particolare bisogna imporre una rottura mentale con lo schema coloniale.

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L’intervista è stata pubblicata in catalano su www.catarsimagazin.cat il 21 luglio e tradotta in castigliano su www.elsaltodiario.org alcuni giorni fa




Razzismo d’accatto e ideologia anticomunista. Due facce della stessa medaglia.

Sulle dichiarazioni di una consigliera leghista di San Giuliano terme (PI) e sulla risposta del deputato PD Emanuele Fiano.

Le affermazioni razziste da parte di parlamentari ed esponenti locali della Lega non si contano oramai più. Non sono da meno moltissimi esponenti nazionali e locali del PD, che in questi anni si sono espressi ed hanno attuato politiche contro Rom, migranti, poveri.

In questo gioco al massacro sulla pelle degli sfruttati e degli emarginati, la dichiarazione della consigliera leghista di San Giuliano terme (PI), tale Cristina Taccini, sulla natura “animalesca” dei bambini Rom è assurta alle cronache nazionali grazie al deputato PD Emanuele Fiano, che nel condannare questa affermazione accomuna razzisti, nazisti, terroristi dell’ISIS e comunisti sovietici (?) nella lista dei totalitarismi che fanno, secondo Fiano, della discriminazione razziale l’essenza della loro ideologia.

Niente da eccepire sul giudizio rispetto al nazi fascismo e ai prezzolati dell’ISIS, foraggiati da Arabia Saudita, USA e Israele per distruggere la Siria, mentre invitiamo Fiano a farci un solo esempio di discriminazione razziale teorizzato e praticato dai comunisti dell’Unione Sovietica.

Una domanda non peregrina, anche perché in questo caso la rivolgiamo ad un esponente della comunità ebraica milanese, che annovera tra i suoi parenti molte vittime uccise nel campo di sterminio nazista di Auschwitz.

Dovrebbe sapere, Emanuele Fiano, quale ruolo ebbero i soldati comunisti dell’armata rossa nella liberazione dei campi di concentramento nazisti alla fine della seconda guerra mondiale.

Ma non ci aspettiamo certo riconoscenza e gratitudine da chi, nonostante la conclamata natura razzista e genocida dello Sato di Israele contro palestinesi e arabi, ha scelto di vivere per un anno (era il 1989) in Israele, in un kibbutz al confine con il Libano, facendosi in seguito promotore in Italia della cosiddetta “sinistra per Israele”, insieme ad altri esponenti del PD.

Il compito di Fiano e dei suoi sodali è impedire, con ogni mezzo necessario, il riaffermarsi dell’unica concreta alternativa alla barbarie del capitalismo, di cui oggi sono gli scherani più fedeli. Le sue scomposte dichiarazioni contro la leghista di turno sono solo funzionali a veicolare la risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019, quando con 535 voti a favore, 66 contro e 52 astenuti approvò un testo che afferma l’equiparazione fra nazifascismo e comunismo. Votarono favore il PPE (di Berlusconi e Aznar), i cosiddetti liberali, i partiti parafascisti dell’ungherese Orban e del polacco Kaczyński, parlamentari apertamente neofascisti e neonazisti e l’intero gruppo del PD, in buona compagnia con la Lega e FdI.

La destra reazionaria rappresentata oggi dalla Lega di Salvini, che si esprime attraverso trogloditi che siedono in Parlamento e nelle varie amministrazioni locali è poca cosa rispetto a questa “sinistra” che fa strame della storia del movimento comunista e operaio, mettendola sullo stesso piano di una destra da sempre al servizio del grande capitale.

Sono quindi da condannare con risolutezza le dichiarazioni della consigliera comunale di San Giuliano Terme contro i bambini Rom, che esprimono una cultura reazionaria d’accatto e comunque estremamente pericolosa.

Occorre allo stesso tempo denunciare con identica determinazione l’operazione ideologica del PD contro i comunisti, che in questi anni ha aperto la strada proprio alle destre reazionarie italiane ed europee.

Come agli inizi del secolo scorso, al di là delle diatribe politiciste che ogni giorno accompagnano il teatrino istituzionale, il nemico principale che accomuna tutti i servi del capitale è uno solo: il Comunismo.

Valter Lorenzi

Rete dei Comunisti




La proiezione internazionale della Cina nello stallo degli imperialismi

Paolo Beffa – Lorenzo Piccinini

In questo articolo presenteremo una breve ricostruzione della storia della proiezione internazionale della Repubblica Popolare, per poi ripercorrere come il recente protagonismo cinese stia venendo interpretato in occidente, in particolare riguardo alle teorizzazioni di un “imperialismo” cinese.

Infine abbiamo tradotto e pubblichiamo un articolo dello studioso zimbabwiano Sam Moyo su un aspetto specifico della proiezione internazionale cinese: Prospettive riguardo le relazioni Sud-Sud: la presenza cinese in Africa.

  1. Il contesto internazionale: lo stallo degli imperialismi

Ci troviamo ormai da decenni all’interno di una crisi sistemica del sistema sociale ed economico capitalista, che periodicamente si manifesta sotto forme diverse. Che sia come crisi finanziaria o, come stiamo vivendo in questi mesi, una crisi sanitaria globale che impatta in maniera più forte quei paesi che del libero mercato hanno fatto il proprio feticcio, la causa di fondo rimane la stessa: una disperata difficoltà a livello globale di valorizzazione degli investimenti, che spinge il capitale a cercare i profitti di cui disperatamente ha bisogno nella speculazione finanziaria, nella distruzione dell’ambiente naturale, nel saccheggio del patrimonio pubblico, nelle privatizzazioni barbariche e sregolate.

Con l’esaurirsi della spinta data dalla mondializzazione avviata dopo la caduta del muro di Berlino, questa sempre maggiore difficoltà alla valorizzazione sta portando sempre di più ad una competizione internazionale tra macro-blocchi che si fa sempre più accesa (vedi per un’analisi più approfondita http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/01/21/dazi-monete-e-competizione-globale-lo-stallo-degli-imperialismi-3/). La necessità del capitale europeo (a guida teutonica) di acquisire una scala adeguata allo scontro in atto è per esempio la ragione fondante della costruzione dell’Unione Europea (nonché la ragione dell’opposizione statunitense allo stesso), ed è per questo che, nonostante le laceranti contraddizioni che lo attraversano, il progetto di integrazione europeo è finora uscito più forte da ogni crisi che ha attraversato.

Se quindi il sogno della “fine della storia” teorizzato con il disgregarsi del blocco sovietico si sta infrangendo contro le contraddizioni interne del modo di produzione capitalista, c’è un altro sogno da cui qualcuno sta avendo un brusco risveglio: quello del Nuovo Secolo Americano.

Se infatti è indubbiamente vero che l’imperialismo americano mantiene una posizione dominante in una buona parte delle dimensioni che vanno a determinare gli equilibri globali (come la potenza militare), è altrettanto innegabile che la loro leadership in una serie di settori fondamentali (petrolio, tecnologia, spazio, moneta) stia venendo progressivamente incrinata. Per una disamina più approfondita delle caratteristiche della “crisi dell’Impero Americano” vedi http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/06/24/la-crisi-dellimpero-nord-americano/.

Potendo quindi abbandonare le teorizzazioni di un mondo unipolare a guida statunitense, all’interno del mondo multipolare che va a delinearsi c’è sicuramente un soggetto con una posizione speciale: la Cina.

La Repubblica Popolare Cinese, dopo essere stata per anni complementare all’imperialismo statunitense, a cui ha fornito un mercato per il capitale in eccesso e uno strategico accesso a merci a basso costo, si è trovata negli ultimi anni (anche a causa dell’evoluzione del tessuto produttivo cinese) sempre più spesso nel ruolo di competitor. Le guerre monetarie e quella commerciale avviata dall’amministrazione Obama e alimentata dall’amministrazione Trump sono una declinazione di questo conflitto, che intorno alla gestione della crisi innestata dal COVID-19 si sta esasperando sempre di più.

  1. Storia della proiezione internazionale della Cina

È necessario fare un breve cenno alla storia della Cina. Rispetto alla vulgata mainstream secondo cui le riforme economiche di apertura di Deng Xiaoping hanno rappresentato uno stravolgimento delle politiche estere cinesi, alcuni autori sostengono che il loro peso come spartiacque strategico sia da riconsiderare, in quanto anche durante nell’era di Mao uno degli obiettivi strategici principali era il completamento della rivoluzione anti coloniale e l’emersione come paese indipendente e sovrano (ad esempio, all’interno del nostro ciclo di traduzioni sulla Cina, vedi http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/04/12/lenigma-della-crescita-cinese/ e soprattutto http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/06/21/samir-amin-cina-2013/ ). All’interno di questo processo la Cina ha assunto una posizione divergente rispetto a quella dell’URSS: nel movimento comunista internazionale ha promosso il policentrismo; a livello inter statale ha promosso la collaborazione tra i paesi non allineati, fuori dai blocchi della NATO e del Patto di Varsavia; all’interno del non allineamento ha promosso i “principi di coesistenza pacifica”, inizialmente con l’India (con cui pure ci saranno scontri militari, l’ultimo a giugno 2020) e poi con gli altri paesi partecipanti alla Conferenza di Bandung. Questo l’ha portata ad assumere posizioni anche molto distanti dal resto dei paesi socialisti, portandola per esempio ad essere l’unico paese socialista a riconoscere il governo di Pinochet in nome della “non interferenza” – e questo accadeva nel 1973, mentre in Cina era ancora in corso la Rivoluzione Culturale.

La Cina ha attraversato due momenti di isolamento internazionale, il primo durante gli anni radicali della Rivoluzione Culturale, in cui volontariamente troncò la quasi totalità degli scambi internazionali, salvo poi uscirne con la mossa del cavallo dell’apertura agli USA. Il secondo dopo la repressione del movimento di Piazza Tiananmen nel 1989.

Dopo l’89 ha portato avanti la politica “nascondere le ambizioni e dissimulare gli artigli” formulata da Deng Xiaoping, il cui obiettivo era quello di riguadagnare legittimità nei rapporti internazionali. Questa policy è stata mantenuta almeno fino all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001. Dagli anni successivi è cominciata la preoccupazione in occidente per l’ascesa internazionale della Cina, chiaramente alimentata dalle conseguenze della crisi del 2008-2009.

  1. La Cina nel ventunesimo secolo, come esportatrice di capitali

La Cina è stata 1) un paese sostanzialmente chiuso agli scambi commerciali 2) poi un paese attrattore di capitali esteri (anche se inizialmente largamente nella forma di capitali cinesi di Hong Kong, Arrighi 2007) di materie prime e componentistica, ed esportatore di prodotti finiti 3) ora è ancora in parte importatrice di capitali, materie prime e componentistica, ma anche un paese con rilevanti investimenti esteri. Nel decennio 2000-2010 ha fatto scalpore in occidente il protagonismo cinese in Africa con la creazione del Forum on China-Africa Cooperation (sulla portata e gli effetti di quel protagonismo, si veda l’articolo Prospettive riguardo le relazioni Sud-Sud: la presenza cinese in Africa alla fine di questo articolo).

Negli ultimi anni tiene invece banco la Belt and Road Initiative, l’iniziativa-marchio del presidente Xi Jinping per la costruzione di una serie di infrastrutture terrestri e marittime che colleghino la Cina all’Europa (e alle risorse energetiche africane e del Golfo) transitando per gli oceani pacifico e indiano e per l’Asia centrale. Lungo queste “nuove vie dalla seta” si sviluppano interventi di vario tipo, dall’esternalizzazione di produzione labour-intensive che in Cina non sono più favorite dai piani quinquennali (sia per l’esaurimento dei surplus di lavoro, sia per questioni di inquinamento, sia per la mutazione della produzione verso un anello superiore della catena del valore) alla creazione di poli di innovazione tecnologica. Queste “nuove vie della seta” vengono costellate di zone economiche speciali. L’effetto di questo mastodontico progetto sull’opinione pubblica mondiale e sui decision-makers occidentali è grande, e questo dà la misura di quanto sia cambiato dai tempi di Deng e del “nascondere e dissimulare”. Va però sottolineato, come nota anche Sam Moyo, che mentre i progetti cinesi sono molto appariscenti, spesso altri attori “insospettabili” sono molto più presenti. In Africa la sola Corea del Sud porta più investimenti esteri della Cina. Nei paesi dell’ASEAN il Giappone investe molto di più in progetti infrastrutturali di quanto faccia la Cina con la Belt and Road (https://www.scmp.com/news/asia/southeast-asia/article/3015732/japan-still-leads-southeast-asia-infrastructure-race-even).

Chiaramente una misura puramente quantitativa degli investimenti non può risolvere il dibattito che, all’interno del mondo marxista, si è sviluppato riguardo a questa crescita significativa di investimenti esteri: ovvero, possiamo parlare di un’espansione imperialista della Cina?

Secondo l’economista indiano Vijay Prashad i progetti infrastrutturali della Cina nei paesi africani servono a compensare in parte l’estrazione di risorse primarie a prezzi stracciati (prezzi fissati, secondo Prashad, dalle multinazionali occidentali che continuano a dominare il mercato) e, soprattutto, bisogna andare a distinguere il comportamento del capitale cinese privato dalla cooperazione statale e dagli investimenti guidati dalla pianificazione statale (per un approfondimento vedere l’intervista data al Qiao Collective che abbiamo tradotto qui http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/07/04/stiamo-cercando-di-costruire-lumanita/).

Se Prashad ha sicuramente ragione nell’invocare queste distinzioni, è un po’ più difficile praticarle nell’analisi. Aldilà della notte oscura dei settori più anti cinesi per cui non sarebbero distinguibili privati e statali in quanto entrambi direttamente controllati dal PCC, è innegabile che ci sia comunque un grado di indirizzo dello stato cinese e che in alcuni casi siano in campo privati che sono stati elevati al grado di campioni industriali nazionali sotto forte controllo statale. Tutta l’attuale vicenda attorno alla Huawei e le infrastrutture del 5G ne è un ottimo esempio.

  1. BRICS

La proiezione della Cina nelle relazioni internazionali più conosciuta è sicuramente quella del gruppo BRICS insieme a Brasile, Russia, India e Sud Africa. Sulla reazione di questo gruppo di paesi alla pandemia mondiale abbiamo già scritto http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/05/18/covid-19-e-governance-globale-il-caso-dei-coronabond-cinesi-e-la-banca-dei-brics/.

Ovviamente le letture sul ruolo internazionale dei BRICS sono altrettanto varie quanto quelle sulla Cina in particolare. Ai due estremi ci sono le interpretazioni di chi li ha ritenuti un campo antimperialista definito, come se fossero il campo socialista o il campo dei non allineati, e di chi li ha ritenuti un polo imperialista a sé stante. In mezzo ci sono tutte le varie sfumature di sub imperialismo o di paesi che più o meno sistematicamente occasionalmente riescono a esercitare un’opposizione allo strapotere statunitense sul globo1.

Quello che è sicuro è che i BRICS come li abbiamo conosciuti, nonostante alcuni exploit come quello appunto relativo alla gestione del coronavirus, non esistono più. Continuano gli incontri tra i leader dei 5 paesi, il prossimo si sarebbe dovuto tenere in Russia a luglio ed è stato rimandato a data da definirsi “per via della pandemia”, ma il comune posizionamento anti-americano non c’è più. Il Brasile, prima con Temer, poi con Bolsonaro si è decisamente spostato sotto l’ombrello americano. In campagna elettorale Bolsonaro ha raccolto il sostegno dell’agrobusiness e del settore minerario giurando di proteggere le industrie nazionali dallo shopping cinese.

Ma la frattura principale è ovviamente quella tra India e Cina. Durante il primo mandato di Nerendra Modi (capo del partito BJP, della destra nazionalista induista) aveva comunque mantenuto un minimo di distanziamento dagli americani, mentre nel secondo mandato ha abbandonato ogni remora. L’India ora fa parte del Quadrilater Dialogue insieme agli USA e ai vassalli Giappone e Australia, sta aumentando sistematicamente la cooperazione militare con i paesi dell’area ostili alla Cina, e torna a premere sui confini rimasti congelati dopo la guerra sino indiana del ’67. Sullo scontro armato degli inizi di giugno tra Cina e India, in cui ci sono stati venti morti da parte indiana e un numero imprecisato da parte cinese, le due parti si danno la colpa a vicenda di aver violato gli accordi di de-escalation. L’unica cosa su cui entrambi sono d’accordo è che non ci sarebbe stato uso di armi da fuoco e il numero alto di vittime sarebbe spiegato dalle condizioni estreme del combattimento: in una valle col fondo a 4000 metri sul livello del mare, con dirupi alti centinaia di metri e temperature ben sotto lo zero.

In ogni caso, è innegabile, e riportato anche da fonti anti cinesi, che è stata l’India a scongelare la crisi, andando a costruire infrastrutture permanenti dentro la Actual Line of Control, che non è una linea ma una fascia piuttosto vasta rivendicata da entrambi i paesi, andando contro l’unico accordo che i due paesi avevano concordato in questi decenni (https://indianexpress.com/article/india/india-builds-road-north-of-ladakh-lake-china-warns-of-necessary-counter-measures-6421271/). È alla luce del sole anche il fatto che Modi ha intensificato le operazioni ai confini contesi (non solo con la Cina, ma anche col Pakistan e il Nepal) proprio nel momento in cui la seconda ondata di epidemia stava esplodendo in stati importantissimi come il Maharastra, il Tamil Nadu, il Bengala dell’Ovest (ex bastione dei due Partiti Comunisti indiani, di cui uno molto filo cinese) e il Gujarat (la base di potere di Modi).

Mentre una qualche de-escalation militare è stata raggiunta, l’India ha alzato il tiro economicamente. Sono state bannate decine di app cinesi tra cui i social TikTok e Weibo/Wechat (indispensabile per chiunque abbia contatto commerciali con la Cina) e l’India è stato uno dei primi paesi a tagliare fuori Huawei dai progetti sul 5g, dando anche indicazioni a tutta l’amministrazione statale di tagliare qualunque legame con Huawei.

  1. La recente velocizzazione dello scontro USA-Cina

La pandemia sembra avere accelerato le dinamiche dello scontro internazionale tra gli Stati Uniti e Cina

Da quando abbiamo iniziato il lavoro su questo dossier Cina gli Stati Uniti di Trump hanno accusato la Cina di aver più o meno volontariamente causato la pandemia, hanno di fatto espulso centinaia di miglia di studenti cinesi e stanno mettendo alla porta centinaia di accademici cinesi o di origine cinese anche a costo di fare un danno rilevante alla ricerca. Sono state elevate nuove barriere tariffarie e, in riposta alla legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, gli USA hanno cominciato a restringere il riconoscimento dello “status commerciale speciale” della città. È stata intensificata la campagna politica sul Xinjiang. È stato chiuso il consolato della Repubblica Popolare a Houston con l’accusa di spionaggio, in risposta è stato chiuso il consolato americano a Chengdu. La Cina ha imposto sanzioni al gigante militar-industriale della Lockheed Martin contro la vendita di aerei da guerra a Taiwan e minaccia di tagliare il commercio di terre rare, nel frattempo gli Stati Uniti continuano a manovrare la Settima Flotta nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale. Il ministro degli esteri Pompeo ha addirittura tenuto un discorso rivolto esplicitamente al cambio di regime a Beijing.

Non possiamo naturalmente prevedere come queste tensioni si svilupperanno, ma possiamo cominciare a fare delle ipotesi, consapevoli che l’evoluzione delle dinamiche sarà fortemente influenzato dallo sviluppo della crisi del Modo di Produzione Capitalista che stiamo attraversando.

Un’ipotesi da tenere in considerazione è che l’escalation del conflitto da parte statunitense non sia semplicemente un tentativo di riguadagnare consenso interni da parte di Trump ma un tentativo di definire un “nuovo normale” nei rapporti USA-Cina su cui anche Biden non potrebbe fare retromarcia. Bisogna poi chiedersi anche se nel caso di una vittoria dei Democrats, questi sarebbero intenzionati a fare retromarcia. La bozza di manifesto programmatico di Biden resa pubblico a fine Luglio si differenzia da Trump nella contrarietà a nuove barriere tariffarie, ma conferma la costruzione di un’alleanza regionale anti cinese e la politica di sanzioni in risposta alle mosse politiche di Beijing.

Se questo livello di scontro diventasse il “nuovo normale” delle relazioni, significherebbe la fine della ventennale strategia statunitense di engagement, cioè del tentativo di reclutare la Cina come “numero 2” principalmente con le buone maniere e occasionalmente con le cattive. In questo “nuovo normale” le cattive maniere sarebbero l’approccio standard. Una nuova guerra fredda, ma con un’interdipendenza economica che non può essere superata né in due anni né in un decennio. Per quanto gli USA possano favorire il rientro di produzioni nei propri confini e nei confini di paesi più malleabili, per quanti i cinesi possano rimodulare la propria programmazione economica verso i consumi interni, il disaccoppiamento tra i due poli resterà un processo in tendenza, a meno di un evento traumatico.

Una delle opzioni possibili è la guerra calda. Non lo scontro aperto tra le due potenze con l’uso delle armi nucleari, ma una guerra per procura combattuta con mezzi “tradizionali” in uno o più dei “punti caldi” che circondano la Cina: la penisola coreana, le isole contestate nel Mar Cinese, lo stretto di Malacca da cui passa più dell’80% delle risorse energetiche dirette in Cina, Taiwan, i confini terrestri con l’India. Da decenni gli ambienti statunitensi coltivano il sogno di spezzettare la Cina continentale e farne tante Hong Kong o Singapore utilizzabili come snodi produttivi e finanziari malleabili. L’idea di poter realmente rendere delle città-stato Shanghai, le provincie del Zhejiang e del Fujian, o la provincia del Guangdong, è aldilà della fattibilità. Ma nelle accademie militari e nei circoli politici dei “falchi” viene detto esplicitamente che un limitato scontro militare potrebbe ricondurre il Partito Comunista Cinese a più miti consigli, lasciando margini più ampi di liberalizzazione nelle province interessanti per il capitale transnazionale.

  1. La proiezione internazionale della Cina vista dall’occidente

Da anni a questa parte si è radicata la preoccupazione, all’interno dell’élite americana e, in buona parte, europea che la Cina si rivelasse una “potenza revisionista” del sistema di relazioni internazionali, vale a dire che oltre a crescere economicamente acquistasse anche un peso politico tale da scardinare il sistema di dominio globale vigente, caratterizzato dall’alleanza-competizione fra i paesi della cosiddetta triade imperialista USA-UE-Giappone.

Nella sgangherata sinistra occidentale si è invece andando producendo la discussione sulla natura imperialista o antimperialista dell’ascesa cinese.

L’idea che la Cina stia costruendo un polo imperialista in tutto e per tutto è condivisa dalla gran parte delle sinistre radicali europee, dai discendenti dell’eurocomunismo e dai vari “socialdemocratici di sinistra” e “rosso verdi”. All’interno di questo campo ci sono alcune significative eccezioni come la Linke tedesca e le posizioni (spesso roboanti e oscillanti, come per tutto il resto) di Melenchon. Questa ostilità è condivisa spesso da ambienti politici che, in funzione “anti revisionista”, contestano l’adozione del Modo di Produzione di Capitalista e della conseguente supposta proiezione imperialista all’estero, talvolta individuando i BRICS come blocco imperialista tout-court. Questa posizione è stata assunta dal KKE greco e da molte organizzazioni a esso legate, come il PC in Italia.

Al di fuori dei partiti, nei movimenti basisti si può trovare un’ostilità ancora maggiore all’ascesa cinese: assumendo in toto il paradigma della restaurazione del capitalismo, del colonialismo interno sul Tibet (e più recentemente sullo Xinjiang) e dell’integrazione cinese all’interno del sistema imperialista internazionale (sia nella versione di scontro tra imperialismi, sia nella versione di ultra-imperialismo alla Kautsky riscaldata da Negri), questi movimenti basisti solitamente non si pongono nessuna problematicità sulla natura generale dell’ascesa cinese, soffermandosi invece spesso sull’opposizione a specifici progetti internazionali cinesi. Considerato che i progetti internazionali della Cina sono spesso e volentieri grandi progetti infrastrutturali, a volte questa ostilità risponde a problematicità reali.

Esista poi una posizione contrapposta che difende senza remore la natura socialista della Cina – e una conseguente “naturale” funzione anti-imperialista.

Una “terza posizione” è quella che sostanzialmente dice che non importa se lo sviluppo sia imperialista o antimperialista, l’importante è che crei un contrappeso allo stra-potere americano e sostenga le esperienze di paesi (a seconda delle inclinazioni) terzi, socialisti, non allineati, anti imperialisti o anche semplicemente temporaneamente disallineati rispetto agli USA.

Riguardo alle valutazioni di un aspetto specifico della proiezione internazionale cinese che ha stimolato tanto dibattito nel primo decennio del ventunesimo secolo, ovvero le relazioni Cina-paesi africani, rimandiamo alla lettura dell’articolo Prospettive riguardo le relazioni Sud-Sud: la presenza cinese in Africa.

  1. Si può parlare di imperialismo cinese?

Nel chiederci se possiamo parlare di imperialismo cinese o meno, un errore in cui non bisogna cadere è avvitarsi in una discussione tutta dottrinaria sulla natura dell’imperialismo, in cui la definizione di imperialismo smetta di essere uno strumento per orientare la lotta e diventi un fine in sé, con in più il pericolo di piegare la definizione ai risultati desiderati (esempio: dico che è imperialismo solo da un certo numero di basi militari all’estero. Controesempio: dico che al primo militare all’estero è imperialismo). Sarebbe poi sbagliato limitare la definizione di imperialismo a solo alcune delle sue caratteristiche: l’imperialismo non è solo esportazione di capitale, l’imperialismo non è solo presenza militare all’estero. Chiarire ciò ci permette di evitare alcune conclusioni assurde per cui uno stato non-imperialista dovrebbe essere sostanzialmente autarchico o, al limite, importare capitale e basta (della serie: non dovremmo fare campagna contro l’embargo a Cuba) e non dovrebbe avere nessuna proiezione estera di nessun tipo.

Ma l’errore probabilmente più grave sarebbe quello di esprimere un giudizio in maniere anti-dialettica, basandosi su una fotografia della situazione anziché cercando di cogliere le tendenze del processo in corso.

Per molti versi la discussione sulla “natura imperialista” o meno della Cina discussione ricalca la discussione “Cina socialista o capitalista” che Samir Amin (nel suo articolo China 2013 che abbiamo tradotto qui http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/06/21/samir-amin-cina-2013/) rifiuta in quanto insensata nella sua contrapposizione di assoluti, ma con qualche caveat in più. La questione centrale è data dal fatto che la Cina ha da tempo adottato il modo di produzione capitalista, al fine di costruire un sistema industriale moderno integrato e sovrano e di controllare l’integrazione della Cina nel sistema-mondo capitalista. Questo processo sta venendo controllato politicamente dal Partito Comunista Cinese, attraverso un livello di pianificazione e regolazione significativo. Si tratta di un passaggio che Samir Amin reputa necessario, ma che allo stesso tempo genera una grande quantità di contraddizioni interne e di spinte verso un ritorno definitivo all’ovile capitalista. Ma in ogni caso l’adozione del modo di produzione capitalista comporta rimanere invischiati nelle crisi e nelle contraddizioni che questo livello di sviluppo mondiale comporta.

È importante infatti sottolineare che l’imperialismo non è una serie di politiche adottate da un paese, ma la fase di sviluppo del modo di produzione capitalista nella sua totalità. Quando si parla quindi di “imperialismi” si intendono semplicemente diverse articolazioni di questa realtà generale, che tra loro hanno diversi rapporti conflittuali. Essendo la competizione all’interno dell’imperialismo una diretta conseguenza della tendenza ad una sempre più difficile valorizzazione del capitale, è naturale che la Cina venga coinvolta in questo processo. Come è anche naturale che i possibili scenari che si aprono riguardo all’evoluzione della fase storica in generale e della linea di sviluppo della Cina in particolare siano strettamente legati alla condizione di crisi sistemica che stiamo attraversando.

Non è possibile infatti escludere a prescindere uno scenario in cui la Cina sostituisce (con tempistiche e modalità che possono essere le più varie) gli USA come imperialismo egemonico a livello mondiale– magari con caratteristiche diverse e specifiche – riuscendo a sfogare verso l’esterno le proprie contraddizioni interne. Questo tuttavia presuppone un’uscita dalla crisi del modo di produzione capitalista, e non esclude la possibilità di uno scontro militare aperto (le tensioni militari nell’area del pacifico si stanno intensificando velocemente negli ultimi anni). Casomai invece una uscita da questa crisi, che in una forma o nell’altra si trascina dagli anni ’70, non venga trovata gli scenari che si aprono potranno essere anche molto diversi, e vedrebbero una Cina (ma non solo la Cina) doversi confrontare direttamente con la scelta di mantenere o meno un sistema sociale e un Modo di Produzione che semplicemente non riesce più a soddisfare i bisogni della popolazione e che mette sempre più in pericolo l’umanità stessa.

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Prospettive riguardo le relazioni Sud-Sud: la presenza cinese in Africa.

Sam Moyo

L’autore

Sam Moyo (1954-2015), nato in Zimbabwe, è stato membro dell’organizzazione giovanile dello Zimbabwe African People’s Union. Ha studiato economia in Zimbabwe, in Costa D’Avorio, in Canada e nel Regno Unito. Ha condotto ricerche e ha insegnato all’Istituto Africano per gli Studi Agrari di Harare, occupandosi di sviluppo rurale, riforma agraria e movimenti sociali.

Questo articolo è stato sviluppato prima come discorso alla conferenza “Bandung – Third World 60 Years” tenuta ad Hangzhou in Cina il 17-19 aprile 2015 in Cina, poi è stato pubblicato sulla rivista scientifica Inter-Asia Cultural Studies nel 2016 https://doi.org/10.1080/14649373.2016.1138615

Introduzione

Questo articolo si basa su un precedente articolo che fornisce una larga cornice concettuale sull’evoluzione dell’imperialismo e la lotta per le risorse africane (Moyo, Yeros e Jha 2012). C’è un numero crescete di studi tematici e sui singoli paesi che sono stati intrapresi sulla presenza cinese in Africa oggi, e negli ultimi anni studi empirici più dettagliati ci hanno fornito un’immagine più chiara di questa presenza nei vari paesi africani. Questo articolo esplora la questione generale della presenza cinese in Africa.

Esaminando la presenza della Cina in Africa il continente viene spesso visto come un unico grande continente o una regione, nonostante abbia una storia e un’economia politica contemporanea variegata. Infatti, i paesi dell’africa sub sahariana sono dotati di interessi politici, demografici e di risorse diversificati rispetto agli investimenti esteri, di cui la Cina non è che una fonte. Mentre gran parte del continente è composto largamente da società agrarie, con alcuni paesi molto dipendenti dall’esportazione di risorse naturali, minerarie e petrolifere, altri sono relativamente più industrializzati. Il continente ha avuto esperienza di penetrazione e trasformazione capitalista diverse per forma e profondità (Amin 1972). Per esempio, l’esperienza degli insediamenti coloniali in Sud Africa, Zimbabwe, Namibia e Kenya ha introdotto specifiche relazioni culturali, sociali ed economiche che hanno formato significativamente la natura delle loro relazioni esterne. Il fatto che la storia degli insediamenti coloniali dati fino al XIX secolo significa che nell’attuale corsa alle risorse africane questi paesi siano più una testa di ponte per gli investimenti stranieri che una fonte di acquisizione delle terre. In effetti, le questioni geopolitiche e di sicurezza che affrontano questi singoli paesi africani variano sostanzialmente dato che sono state plasmate dalle relazioni storiche con le potenze estere nel contesto della Guerra Fredda.

La presenza cinese in Africa oggi è quindi ampiamente differenziata secondo le variegate relazioni storiche coi differenti paesi africani in termini di commercio, investimenti e preoccupazione sulla sicurezza. In effetti la Cina ha avuto relazioni storiche coi vari paesi africani, in alcuni più visibili che in altri. La sua presenza in Africa ha acquistato importanza col sostengo ai movimenti di liberazione nell’Africa meridionale dagli anni ’60 e la costruzione della ferrovia Tazara negli anni ’70. In ogni caso, oggi la presenza cinese è più significativa nei paesi con più risorse energetiche la cui estrazione è in aumento. Più in generale, la Cina ha una presenza diffusa e crescente in Africa attraverso le relazioni commerciali, con l’importazione di beni consumo molto visibili in molte capitali africane e in città più piccole.

Prospettive sulla presenza della Cina in Africa.

La letteratura suggerisce che ci siano tre tipi differenti ma interrelati di approcci con cui leggere la presenza cinese in Africa. La prima prospettiva vede la Cina come una forza indipendente ed egemonica che sta (ri)colonizzando l’Africa. La seconda prospettiva vede la presenza cinese come un aspetto positivo del processo di globalizzazione in cui la diversificazione dei mercati fornisce più spazi di manovra agli stati africani, a lungo marginalizzati dal dominio eurocentrico. Una terza prospettiva, collegata alle prime due, è che la Cina sia un elemento in un più largo processo di accumulazione originaria su scala mondiale nel contesto dell’approfondimenti della crisi del capitalismo. Una variante di questa prospettiva è che quella che vede la Cina come forza “sub imperiale” che partecipa alla corsa per le risorse africane come componente tributaria dell’egemonia Euro-americana.

La tesi della ricolonizzazione suggerisce che l’Africa venga “colonizzata” dalla Cina come nuova forza dominante nell’economia globalizzata e che essa cerchi di estrarre le risorse naturali necessarie alla propria crescita autonoma con un limitato re investimento nello sviluppo del continente. In larga parte, la tesi della ricolonizzazione assume che ci sia una dominanza del capitale cinese in Africa e che lo stato cinese abbia ora l’influenza maggiore sugli stati africani. In ogni caso, le evidenze empiriche sul terreno mostrano che la presenza cinese in Africa stia diventando relativamente alta solo in tempi recenti e, comparata con la presenza complessiva del capitale euro-americano in Africa, sia lontana da essere dominante.

La tesi della ri colonizzazione è proposta principalmente da molti studiosi liberali occidentali e circola ampiamente nei media mainstream, così come tra alcuni studiosi africani, con la metafora del dragone distruttivo. Questa tesi ha comunque anche una risonanza a livello popolare, con la crescente preoccupazione nelle opinioni pubbliche africane per la presenza concorrenti nel commercio e nel mercato del lavoro.

In ogni caso il fatto che gli stati africani siano stato politicamente indipendenti per 50 anni all’interno del sistema mondiale di stati in evoluzione – anche se nel contesto di una gerarchia tra centro e periferia dominato dall’Occidente – solleva molti dubbi sul concetto e sulla sostenibilità della tesi della ri colonizzazione in sé. In effetti, il contesto giuridico e di sicurezza del continente africano, aperto come è all’accaparramento estero delle sue risorse, comporta forme e meccanismi di controllo delle risorse differenti da quelle di un secolo e più fa. La tesi della ri colonizzazione cinese è stata malamente concettualizzata, per ora non differenzia l’attuale processo di cattura delle risorse da quello del colonialismo formale classico della corsa all’Africa attraverso la spartizione del Trattato di Berlino del 1848. Quella corsa era riferita alla spartizione europea all’interno di uno specifico contesto economico e geopolitico che includeva una specifica situazione militare in difesa di una particolare forma di imperialismo e di un sistema capitalista mondiale.

La relazione coloniale che ne è scaturita includeva la soggiogazione nazionale completa, inclusa la conquista militare e il controllo delle economie africane tramite il governo politico coloniale. La tesi della ri colonizzazione si basa su una percezione superficiale del supposto controllo cinese sull’economia politica africana, nonostante le caratteristiche mutate dell’imperialismo sotto i monopoli del capitale finanziario.

Inoltre, dopo l’emersione degli stati nazioni africani indipendenti negli anni ’60, almeno nei termini di potere politico formale e della modalità di governo, è cambiata la modalità della divisione coloniale degli interessi economici tra le fonti occidentali di capitale, portando a un coordinamento più debole nella spinta a catturare le risorse africane rispetto alla corsa del XIX secolo. Quel processo di colonizzazione includeva la divisione delle spoglie e l’abbattimento finale dei precedenti regimi mercantili e la conquista militare diretta delle nazioni africane. Quindi, molti studi su Cina e Africa si riducono a una visione molto angusta della presenza cinese in un dato settore (petrolio, energia, edilizia) o si concentrano solo sulle nuove fonti del controllo delle risorse, come gli investimenti indiani o cinesi. In ogni caso, quando si esamina l’ammontare di tutti gli investimenti esteri nella gran parte dei paesi africani, il quadro è quello di una competizione per le risorse africane con una platea internazionale molto più ampia.

La seconda prospettiva valuta la nuova presenza cinese in Africa come una risorsa decisiva che viene, o può venire, usata dagli stati africani contro il capitale estero in generale. Questo ha creato quello che Samir Amin chiama “spazio di manovra”, dato che finora gli investimenti cinesi hanno creato spazio per decisioni a lungo termine sullo sviluppo da parte dei governi africani (Amin 2006). […]

Di particolare importanza è lo spazio creato per negoziare le condizionalità dei prestiti delle Istituzioni Finanziarie Internazionali IFI (l’FMI, la Banca Mondiale, l’African Development Bank, i donatori bilaterali) in relazione all’accesso a nuove forme di finanza dalla Cina all’Africa e da altre “potenze emergenti”. In una certa misura, questa prospettiva è stata avanzata da nazionalisti e intellettuali di sinistra, e un piccolo numero di governi africani che hanno accolto la crescente presenza cinese nel finanziamento in vari settori come le infrastrutture, l’irrigazione e così via. In effetti questi settori sono stati finanziati dalle IFI negli anni ’50 e ’60 per essere poi abbandonati dagli anni ’80, quando sono emersi i programmi di aggiustamento strutturale. La reviviscenza di questi finanziamenti all’Africa è considerata di importanza critica per la sua agenda di sviluppo, facendo nascere dal 2000 in poi l’idea di un “Beijing Consensus”.

Lo spazio di manovra tende a essere visto sotto una luce positiva, non solo nel contesto delle nuove forme e quantità di finanziamento disponibile, ma anche nella prospettiva di riformare l’ONU e le IFI. In effetti, il ruolo della Cina nelle varie organizzazioni ONU è stato visibile, ha fornito copertura geopolitica a paesi africani che erano sotto pressione da alcune nazioni europee che cercavano un cambiamento di regime (per esempio, Zimbabwe e Sudan e così via). La partecipazione cinese al finanziamento delle IFI, come l’FMI e la Banca Mondiale, è vista come un segnale di quello che faranno le nuove infrastrutture dei BRICS, la banca di sviluppo guidata dalla Cina è vista come una promettente fonte per la finanza allo sviluppo in Africa.

Questi due approcci all’analisi della presenza cinese in Africa alimentano e si relazionano con la terza prospettiva che, in opposizione alla tesi semplicistica della ri colonizzazione, affronta la questione nei termini del sistema-mondo. In questo caso, l’Africa e il Sud Globale sono visti come sottoposti a una classica corsa imperialista per lo sfruttamento dei mercati, delle terre, dei minerali e delle risorse naturali (incluse acqua e foreste) e come parte di un processo continuo di accumulazione primitiva, nel contesto della crisi del capitalismo dal 2001 in poi. L’attuale corsa è classica perché vede l’esportazione del capitale in eccesso delle multinazionali, seguendo la recente crisi economica mondiale collegata al collasso dei profitti, e la crescente militarizzazione delle relazioni dell’Africa con l’Occidente (Moyo, Yeros e Jha 2012; Moyo, Jha e Yeros 2013).

In effetti la presenza cinese nel continente è aumentata dal 2001, mentre la sua economia cresceva rapidamente e in parallelo cresceva la sua richiesta di materie prime. I sintomi principali della crisi globale del capitalismo includevano la crescente insicurezza sulle fonti energetiche, la crescita della domanda di energia e materie prime, in seguito alla crisi petrolifera del Medioriente che è escalata dal gennaio 2000. La crisi energetica e alimentare che ne è seguita (dal 2002 al 2008) e la crisi finanziaria che ha toccato il picco nel 2008, sono state il riflesso di una crisi persistente data dalla caduta del saggio di profitto. Tutti questi processi insieme hanno creato le condizioni per aumentare l’esportazione di capitale non solo verso l’Africa ma in tutto il Sud Globale. In ogni caso l’Africa è diventata la prima destinazione dell’attuale lotta perché è ingiustamente percepita come una frontiera selvaggia in cui terra, acqua, risorse naturali e i minerali sarebbero largamente sottoutilizzati.

Quindi l’attuale corsa per l’Africa coinvolge da una parte il capitale transnazionale, collocato in diversi stati-nazione, e dall’altra coinvolge gli stati-nazione attraverso vari rami dei loro governi e delle organizzazioni della società civile. Gli stati sono rappresentati dal capitale statale nella forma delle imprese statali (State Owned Enterprises SOE, NdT) e dalle imprese private sostenute dagli stati, con la copertura diplomatica e il sostegno attraverso il crescente uso del soft power statale. Mentre le forze militari esterne sono state usate per assicurarsi il controllo sulle risorse, la Cina non l’ha fatto. In ogni caso ha incrementato l’esportazione di armi verso alcuni stati africani, la maggior parte sotto embargo dalla NATO (Zimbabwe e Sudan, per esempio).

Quindi, aldilà delle problematiche attorno alla militarizzazione della corsa alle risorse africane, sono cambiati considerevolmente gli interessi internazionali nelle risorse africane e nel contesto economico e geopolitico. Per esempio, negli ultimi 30 anni una varietà di paesi semiperiferici (semi-industrializzati) sono emersi e sono stati coinvolti nell’esportazione crescente di capitale verso il Sud Globale. Questi paesi cercando direttamene nuovi mercati africani per la loro manifattura e cercano un accesso indipendente alle risorse minerarie ed energetiche per i loro progetti di industrializzazione dentro il contesto delle relazioni centro-periferia e dell’economia politica internazionale.

Quindi, c’è stata un’espansione dei paesi in Asia, in Medio Oriente, la Turchia e il Brasile, che cercano di investire in Africa ed è cresciuto il numero di paesi che hanno la capacità (differenziata) di intervenire nella corsa all’Africa. Sono cresciuti gli investimenti dei paesi del Golfo e dei paesi asiatici (oltre alla Cina) cambiano così il contesto economico mondiale. Le diverse relazione tra stati che ne sono emerse sono troppo complesse per essere inquadrato in un semplice processo di ri colonizzazione o anche di sub imperialismo.

Nonostante questo, quando si discute della corsa all’Africa si parla più di Cina che di India, Brasile, Turchia, dei paesi del golfo e di altri paesi emergente della semi-periferia. Anche quando si parla dei paesi che hanno fatto parte del movimento dei “non-allineati”, ci si concentra sempre di più sulla Cina che su Singapore, la Malaysia e così via. Ci sono molti altri attori coinvolti in questa nuova cooperazione sud-sud, con stili e interessi differenti. Nel prossimo paragrafo esaminiamo la presenza cinese specifica della Cina in Africa confrontandola con altri attori esterni.

La presenza cinese nell’economia africana

La presenza cinese nell’economia africana varia attraverso i settori e i paesi. Inoltre, deve essere compresa nei termini della rapidissima crescita cinese dalla fine degli anni ’90 e della crescente apertura delle economie africane dalle liberalizzazioni degli anni ’80. Dal 1990, i programmi di aggiustamento strutturale hanno promosso la liberalizzazione del commercio e la continua privatizzazione delle imprese statali, include le miniere in paesi come lo Zambia. Negli anni ’90 la liberalizzazione ha creato lo spazio per i capitali occidentali e cinesi. Nel contesto della de industrializzazione africana dagli anni ’80 l’Occidente ha giocato un ruolo ancora più dominante nell’esportazione di beni verso l’Africa. Dagli anni 2000, l’esportazione di beni di consumo cinesi è cresciuta, in alcune settori (esempio: tessile, calzature) sono diventate l’import dominante.

Anche se gli scambi totali tra Cina e Africa sono cresciuti, il commercio e gli investimenti euro-americani continuano a dominare gli affari in Africa. In alcuni paesi, specialmente quelli ricchi di petrolio, gli investimenti cinesi in petrolio e infrastrutture hanno cominciato a spostare la bilancia in favore della Cina e la sua presenza ha cambiato sostanzialmente l’economia politica, come in Angola (Chery a Obi 2010). Nonostante questo, nella maggiora parte dei paesi è il capitale euro americano a essere di gran lunga il giocatore più forte che influenza sostanzialmente le politiche economiche.

Le nuove imprese commerciali cinesi piccole e medie (PMI) hanno comunque aumentato sostanzialmente la loro presenza in Africa, anche se sono superate in numero dalle PMI africane la loro predominanze nell’importazione è un fenomeno ormai molto visibile. Per la maggiora dei paesi africani, i piani di aggiustamento strutturali hanno aperto le economie in termini di commercio, mercati di capitali e così via, portando alla de industrializzazione, all’abbandono delle attività di sostituzione delle importazioni, generando così una percezione negativa della presenza cinese. D’altronde, dato che la Cina è diventata il maggior produttore mondiale, e che i suoi beni sono competitivi a livello globale, non è sorprendente che le vendite al dettaglio in Africa siano abbastanza dominate dai beni cinesi e, in maniera minore, da quelli del Sud Africa, dato che i supermercati sudafricani sono diventati dominanti nel commercio formale.

In ermini di investimenti nei settori africani minerario, agricolo e edile, gli investimenti stranieri continuano a essere dominati dalle multinazionali con base in Occidente. Queste multinazionali, insieme alle imprese cinesi, hanno avviato la corsa alle risorse africane durante gli anni ’00. Il capitale minerario cinese sta aumentando la sua presenza su vari campi. Per esempio, nello Zimbabwe gli interessi cinesi sono presenti nell’estrazione di cromo, diamanti e platino, ma le compagnie sudafricane, americane e britanniche restano dominanti nell’Africa meridionale. La Cina è un investitore significativo nel rame in Zambia insieme al Cile. In paesi come l’Angola e la Nigeria gli investitori dominanti nel campo minerario sono ancora quelli occidentali.

Un’arena in cui la Cina è diventata l’attore dominante in Africa è quello delle infrastrutture. Nel decennio passato ci sono stati finanziamenti cinesi significativi ai maggiori progetti in paesi come l’Angola, sforzi significativi nella stessa direzione nella Repubblica Democratica del Congo hanno portato il governo congolese a uno scontro con le IFI, ritardando i progetti infrastrutturali. La presenza fisica della Cina nell’edilizia, che spesso include l’importazione di forza lavoro cinese, è quindi molto significativa in termini economici e politici e mette in luce la percezione di un dominio cinese.

Conseguentemente, i nuovi accordi di investimento le condizioni finanziarie offerte dalla Cina ai paesi africani sono considerati come una minaccia ai modelli di prestito occidentale, inclusi quelli delle IFI. Gli investimenti cinesi hanno anche portato anche a nuove forme di prestiti per il più ampio sviluppo infrastrutturale. Il dominio cinese la sua influenza sono stati comunque accompagnati da importanti critiche (che io considero valide) che suggeriscono come ci sia un significativo livello di corruzione in alcuni degli accordi tra la Cina e le élite africane, che guadagnano le commissioni, in particolare investimenti cinesi non desiderabili nel campo estrattivo. Le multinazionali cinesi e indiane sono anche accusate di ignorare gli standard di “buona governance”.

In effetti, una parte importante del dibattito sulla ri-colonizzazione dell’Africa tende a essere mischiato con la percezione della corruzione in cui sono coinvolte le imprese cinesi che ottengono concessione per costruire miniere e sviluppare infrastrutture a prezzi sub-economici o sopravvalutati. Questa percezione viene confrontata alla percezione di una minore, o del tutto assente, corruzione delle multinazionali occidentali. Per esempio, alcuni rapporti recenti suggeriscono che ci sia stato un significativo aumento dei flussi finanziari illeciti dall’Africa (AI/EC 2014; GFI e AfDB 2013). Le risorse che escono illegalmente dall’Africa sono legate alle multinazionali, sia dell’Occidente sia dell’Oriente.

Quando si discute se il capitale cinese mini la buona governance in Africa, una domanda migliore dovrebbe essere se i principi della buona governance sia coerentemente e uniformemente applicati in tutti i paesi africani dalle nazioni occidentali che accusano la Cina di ignorare la pessima governance e le violazioni dei diritti umani. I conflitti di governance che sono emersi dopo gli interventi militari occidentali in paesi come la Libia indicano che il mantra della buona governance sia basato su doppi standard in base agli interessi occidentali, che creano nuovi conflitti e pessima governance.

Nonostante tutto questo, un numero di studi che comparano gli investimenti cinesi e occidentali mostrano che gli investitori cinesi pagani salari inferiori rispetto agli occidentali e che le condizioni di lavoro imposte sono estremamente onerose. Ci sono reali questioni sollevate sul trattamento razzista dei lavoratori africani da parte degli imprenditori stranieri e ci sono stati conflitti significati, anche se isolati, sulle condizioni di lavoro e i bassi salari. Le regolazioni generalmente deboli del lavoro nei paesi africani sono state una fonte importante di trasgressione da parti dei capitali stranieri.

La lotta per la terra africana

Il recente aumento dell’acquisizione su larga scala della terra da parte di entità straniere è un’altra area in cui si crede che la presenza cinese sia molto aumentata. Se si esaminano i dati sul land grabbin in Africa (vedi Tabella), la Cina non risulta è il maggiore attore. La Cina e l’India, insieme alle altre semi periferie (come Turchia e Paesi del Golfo) hanno tentato di acquistare meno del 40% delle terre sottratte.

Invece, gli attori dominanti sono le multinazionali americane, europee e scandinava (relativamente nuove nella corsa alle terre).

[…]

La Cina non domina il land grabbing nella maggior parte dei paesi africani, nonostante le sue grandi riserve estere. Per esempio, in Etiopia è l’India il più grand accaparratore di terre. Nel Sudan del Nord e del Sud, l’attore dominanti sono le multinazionali occidentali. In Tanzania sono i paesi europei.

La dinamica della corsa alle risorse africane è diventata più complessa di quanto sia spesso riconosciuto. Per esempio, un paio d’anni fa i media hanno riportato che il governo americano stava concludendo accordi con l’India per perseguire investimenti di trasformazione agricola in Africa. C’è anche il Giappone, che insieme al Brasile ha effettuato uno dei più grandi accaparramenti di terra, nel nord del Mozambico. Risolvere la questione agraria dell’Africa è una delle più grandi questioni del presente, con il suo sottotraccia di povertà e fame in tutto il continente. L’alienazione della terra africana non offre nessuna reale opportunità nell’affrontare questi problemi.

Il land grabbing diventa sempre più problematico ma non è un fenomeno pan africano, si concentra in circa nove paesi africani. I maggiori attori stranieri (inglesi, cinesi, americani, europei, paese del Golfo) sono tutti presenti in questi paesi (Etiopia, Tanzania, Zambia, Mozambico, Sudan, Mail etc.). Lo sloggiamento dei popoli dalla terra e l’incipiente mercificazione della terra sta diventato uno dei problemi principali. L’accumulazione primitiva attraverso pressioni extra economiche ha portato grandi segmenti di terra africana sui mercati globali e approfondisce la presenza di lavoro salariato in questi luoghi.

C’è una sostanziale resistenza al land grabbing in alcuni di questi paesi, anche dove è stato più presente il fenomeno. Nei passati 15 anni ci sono stato tentativi non andati a fine per via delle resistenze interne in paesi come la Tanzania e il Madagascar. In Etiopia le lotte hanno fatto sì che si attuassero meno piani di grabbing. La resistenza assume forme diverse, incluso il sistema di proprietà consuetudinaria della terra che, pur escludendo dalla proprietà chi non appartiene alla comunità locale, è un’importante istituzione nella difesa dal land grabbing. Per questo l’agenda di liberalizzazione dell’economia dagli anni ’80 ha tentato, senza successo, di trasformare le terre di proprietà consuetudinaria in terre da mettere sul mercato, acquistabili e affittabili. In alcuni stati, dove il land grabbing è comune, per forzare l’alienazione delle terre a favore degli investitori stranieri è stato necessario usare il potere statale di espropriazione.

Il controllo geopolitico e militare a sostegno della corsa alle risorse

La presenza cinese in Africa è cresciuta anche nei termini delle più ampie relazioni internazionali nell’evoluzione dell’architettura di sicurezza africana, nonostante il limitato ruolo cinese nella cooperazione militare. Anche se è cresciuta l’influenza geopolitica cinese in Africa, questo tipo di relazioni non sono state messi al centro dell’attenzione. Ci sono casi significativi in cui la Cina ha giocato un ruolo geopolitico influente nel bilanciare e mediare la relazioni esterne, per esempio durante i processi di cambiamento di regime promossi dalle nazioni occidentali, come in Sudan e in Zimbabwe, la Cina ha fornito copertura politica per evitare interventi esteri eccessivi, inclusi quelli di natura militare. Alcuni paesi si sono spinti a pronunciare pubblicamente una politica di “sguardo a est “per riequilibrare le relazioni politiche con l’Occidente. In particolare, il sostegno cinese ad alcune risoluzioni al Consiglio di Sicurezza dell’ONU non ha solo fornito copertura politica, ma ha anche promosso la solidarietà sud-sud su alcune importanti questioni politiche, anche se con contraddizioni.

Il Sud Africa ha giocato un ruolo importante nel dare allo Zimbabwe la copertura politica contro il cambiamento di regime desiderato dall’Occidente, contro le sanzioni e insieme alla Cina anche contro il tentativo di intervento militare. Sia il Sud Africa sia la Cina hanno fornito un limitato sostegno finanziario per rivitalizzare l’economia. Questo è avvenuto nel contesto dell’Africa meridionale in cui il patto di mutua difesa SADC è una delle strutture regionali di cooperazione. Il patto di difesa venne siglato dopo la Grande Guerra Africana (la guerra nella Repubblica Democratica del Congo) in cui paesi come lo Zimbabwe, l’Angola e la Namibia hanno sostenuto l’invasione statunitense del Rwanda e dell’Uganda. Questo sottolinea l’importanza di comprendere la militarizzazione delle relazioni esterne dell’Africa.

L’attuale corsa all’Africa include una crescente militarizzazione dei rapporti tra l’Africa e l’Occidente. Stiamo assistendo all’inizio di una riconfigurazione dell’architettura internazionale nelle relazioni militari in Africa, con i tentativi in espansione degli Stati Uniti di costituire un Comando Africano – tentativi che continuano da metà degli anni ’90, ma sono aumentato dal 2005. Si può osservar una nuova e grande presenza di attività militare USA nelle diverse regioni africane. La competizione per il controllo e l’influenza sullo sfruttamento delle risorse energetiche africane è strettamente legata all’allargamento a breve e lungo termine dell’architettura della NATO nel Sud Globale.

La militarizzazione delle relazioni esterne dell’Africa fa parte di una più larga ri modulazione della vecchia architettura di sicurezza della Guerra Fredda. Storicamente, paesi come il Sud Africa, l’Egitto, la Repubblica Democratica del Congo e il Kenya sono stati pilastri fondamentali della NATO, sotto la guida degli USA attraverso il comando in Europea. Vari paesi africani, fino agli anni ’80, sono stati teatro di scontro della Guerra Fredda, con Cina e URSS che sostenevano i movimenti armati di liberazione nazionale in Angola, Zimbabwe, Namibia e Sud Africa. In effetti l’URSS, non la Cina, ha avuto una grande presenza militare in Africa fino al 1980.

Dall’indipedenza del Sud Africa, la regione dell’Africa meridionale è stata vista come sempre più instabile. Si considerava che l’Africa avesse minato alla base il regime di sicurezza occidentale che era stato protetto dal dominio coloniale, con le nuove relazione politiche del Sud Africa viste come meno affidabili rispetto al regime dell’Apartheid.

In più, la riforma agraria e lo scontro con la comunità dei coloni europei in Zimbabwe è stata vista dagli occidentali come una fonte di “instabilità politica” che danneggiava gli equilibri precedenti. Un altro dei pilastri della sicurezza nell’Africa meridionale è stato scosso dalle rivolte che hanno rovesciato Mobutu e creato la Repubblica Democratica del Congo sotto Kabila. I paesi che hanno difeso la RDC (per esempio Zimbabwe e Angola) contro la guerra mossa dal Rwanda e dall’Uganda col sostegno occidentale, sono diventati una spina nel fianco degli USA che a loro volta hanno cercato di ricostruire il proprio regime di sicurezza nell’Africa centrale. Alcuni di questi paesi hanno ricevuto sostegno solo dalla Cina, nella forma di prestiti e investimenti, sostegno alle Nazioni Unite e forniture militari.

Questa dimensione militare della corsa all’Africa riguarda anche la guerra in Costa D’Avorio di più di 15 anni fa, e successivamente in Libia. Un punto di vista suggerisce che in Costa D’Avorio l’intervento militare francese rifletta una contesa tra capitali francesi e americani nell’industria del cacao, con l’intenzione del governo nazionalista dell’allora presidente Gbagbo di aprire l’industria a una platea più larga di investitori interni e stranieri. Una nuova rivalità è emersa tra le imprese petrolifere occidentali e cinesi alla ricerca di concessioni. Le Nazioni Unite hanno sostenuto uno dei partiti politici [quello di Ouattara, che ha corso contro Gbagbo alle elezioni presidenziali del 2010, NdT] sulla regolarità del processo elettorale. Il successivo intervento militare francese aveva parzialmente lo scopo di coltivare queste rivalità a proprio favore.

Similarmente, anche il Ghana è stato coinvolto nella corsa al petrolio tra interessi cinesi e americani, lì le pressioni politiche americane sono state usate per revocare concessioni alla Cina. Similarmente, in Sudan la presenza di capitali cinesi e russi e occidentali ha creato una rivalità sulle risorse energetiche su cui è stata costruita la militarizzazione del conflitto politico. La militarizzazione della corsa alle risorse africane è ovvia anche nel caso della Libia. Lo Zimbabwe è un caso unico in cui non ci sono preziose risorse energetiche, ma una grande varietà di minerali richiesta dalla Cina e dall’Occidente (platino, oro, cromo, uranio, carbone, gas, diamanti e così via). Data la nazionalizzazione delle terre, delle risorse naturali e dei minerali in Zimbabwe dal 2000, e la concessione di alcune di queste a imprese statali cinesi, russe e locali, il paese è stato continuamente colpito dalle sanzioni occidentali, comminate in nome della violazione dei diritti umani.

La presenza cinese in Africa è sempre più notabile anche dai vari strumenti di proiezione del soft power, inclusi gli aiuti e gli scambi culturali. Le attività culturali ufficiali come i corsi di lingua e l’educazione universitaria per gli africani fornita dalla Cina sono andate aumentando. Nonostante questo tipo di scambio culturale c’è una persistente tensione razziale tra cinesi e africani nel continente. In molti paesi ci sono delle specie di enclave sociali ed economiche dominate dalle comunità cinesi, con un’integrazione limitata. Questo problema razziale è comunque aggravato dai media sinofobici che costruiscono una gerarchia razziale in cui i cinesi vengono dopo i bianchi, mentre i neri sono sempre relegati al fondo. Ci sono tendenze realmente osservabile di razzismo di cinesi verso gli africani, per quanto siano spesso sopravvalutate.

Conclusioni

Per concludere, cosa dobbiamo pensare per il futuro? La Cina è diventata influente in Africa a livello di commercio, investimenti e relazioni geo politiche, ma è ben lontano da essere un dominatore coloniale. In più, l’Africa è sempre più militarizzata, ma la Cina non è sostanzialmente coinvolta su questo livello. La Cina ha comunque aumentato lo spazio per l’autonomia sovrana dall’Africa.

Issa Shivji ha proposto che i paesi africani dovrebbero riconsiderare e tornare a lavorare sull’idea di non-allineamento nel contesto contemporaneo globale (Shivji 2003). Cioè, ogni paese dovrebbe esaminare l’impatto della cooperazione e degli investimenti occidentali e di quelli sud-sud nei termini di nuovi principi di non-allineamento nello spirito di Bandung2. Significa riconoscere che molti paesi africani sono ancora soggetti alle pressioni delle IFI e degli aiuti e crediti occidentali, che hanno limitato l’autonomia sovrana dei paesi africani. Significa sviluppare nuove forme di solidarietà e cooperazione e rafforzare la resistenza. Quindi, l’Africa deve ridefinire i suoi impegni internazionali col Sud Globale, inclusa la Cina.

Riferimenti bibliografici

Amin, Samir. 1972. “Underdevelopment and Dependence in Black Africa: Origins and Contemporary Forms.” Journal of Modern African Studies 10 (4): 503–524.

Amin, Samir. 2006. “What Maoism Has Contributed.” An Essay Prepared for the Conference “The Fortieth Anniversary: Rethinking the Genealogy and Legacy of the Cultural Revolution.” Hong Kong, 9-10 June. http://monthlyreview.org/commentary/what-maoism-hascontributed/

AU/ECA, 2014. Illicit Financial Flow: Report of the High Level Panel on Illicit Financial Flows from Africa. Commissioned by the AU/ECA Conference of Ministers of Finance, Planning and Economic Development. http://www.uneca.org/sites/default/files/PublicationFiles/iff_main_report_26feb_en.pdf

Cheru, Fantu, e Cyril Obi, eds. 2010. The Rise of China and India in Africa: Challenges, Opportunities and Critical Interventions. London/New York: Zed books.

GFI (Global Financial Integrity) e AfDB (African Developement Bank). 2013. “Illicit Financial Flows and the Problem of Net Resource Transfers from Africa: 1980–2009.” http://www.gfintegrity.org/storage/gfip/documents/reports/AfricaNetResources/gfi_afdb_iffs_and_the_problem_of_net_resource_transfers_from_africa_1980-2009-web.pdf

Moyo, Sam, Paris Yeros, e Praveen Jha. 2012.“Imperialism and Primitive Accumulation: Notes on the New Scramble for Africa.” Agrarian South, Journal of Political Economy 1 (2): 181−203

Moyo, Sam, Praveen Jha, e Paris Yeros. 2013. “The Classical Agrarian Question: Myth, Reality and Relevance Today.” Agrarian South Journal of Political Economy 2 (1): 93−119. Shivji, Issa. 2003. “The Struggle for Democracy.” Marxists Internet Archive. https://www.marxists.org/subject/africa/shivji/struggle-democracy.htm

1 https://www.cadtm.org/Subimperial-BRICS-enter-the-Bolsonaro-Putin-Modi-Xi-Ramaphosa-Era

2 Si riferisce alla Conferenza Afroasiatica di Bandung convocata nel 1955 da Cina e India con la partecipazione di molti paesi africani neo-indipendenti [NdT].




Giù le mani da Arianna e dagli attivisti ambientali.

La solerte Procura della Repubblica di Napoli Nord ha inviato alla nostra compagna, Arianna Organo, di Giugliano un provvedimento giudiziario per “diffamazione” perché avrebbe contestato l’operato del Presidente della Regione, Vincenzo De Luca, con un video dalla sua pagina Facebook. Ad altri attivisti, sempre nel medesimo provvedimento, vengono mosse accuse circa una contestazione avvenuta, nei mesi scorsi ad Aversa, contro una delle abituali passerelle propagandistiche che De Luca riscopre periodicamente nel territorio campano.

Colpisce la sottomissione culturale ed operativa della Procura della Repubblica verso un soggetto politico istituzionale impegnato in una parossitica campagna elettorale il quale non ha bisogno di ulteriori elementi di visibilità e di notorietà.

Ci chiediamo se la puntualità con cui si è mossa la Procura della Repubblica per individuare questi “disegni criminosi” sia la stessa che gli stessi uffici impiegano per indagare l’enorme mole di misfatti ambientali che si consumano sul territorio di Napoli Nord.

Intanto la nostra solidarietà ad Arianna Organo – che, tra l’altro, è candidata a Sindaco di Giugliano per la lista di Potere al Popolo – e agli altri compagni dei movimenti di lotta ambientali e l’invito militante ad intensificare la denuncia politica alla storica manomissione ambientale ed antisociale che ogni giorno si accumula contro le popolazioni dell’area metropolitana napoletana.

Rete dei Comunisti – Campania

29 luglio 2020




Noi siamo la natura che si difende

Intervento all’incontro “Noi siamo la natura che si difende” Forte dei Marmi 24 lug. 2020
Valter Lorenzi, Rete dei Comunisti
Parlare della base USA di camp Darby in un dibattito sulle tematiche ambientali, significa declinare la battaglia antimilitarista che portiamo avanti da 60 anni su un terreno, quello della difesa del parco di Tombolo / San Rossore – Massaciuccoli, che è inscindibilmente legato alla più generale lotta contro la guerra.
La piena coscienza di questo binomio l’abbiamo acquisita nel tempo e con un ritardo direttamente proporzionale all’arretramento del movimento contro la guerra.
Occorre quindi ringraziare chi ha pensato di inserire questo nostro intervento nell’economia di un confronto su temi precipuamente ambientali, di difesa dei parchi e delle montagne toscane.
Ricomporre la nostra riflessione su tematiche apparentemente separate deve essere uno degli obiettivi costanti del nostro lavoro. La parcellizzazione del conflitto è utile solo al nostro avversario di classe. Ciò non dovrà significare appiattire le specificità di ogni vertenza, ma dare respiro e prospettiva al nostro più generale conflitto con lo stato di cose presenti. 
Il filo conduttore che lega la lotta per la difesa dell’ambiente alla più generale lotta contro il capitalismo è la contestazione della sua logica predatoria e irrazionale, che piega ogni cosa al raggiungimento del massimo profitto, come sta dimostrando platealmente nell’affrontamento della pandemia da corona virus. Milioni di vite continuano ad essere messe in pericolo sull’altare della produzione a fini di profitto.
Un modello che non può funzionare se non a detrimento della vita delle maggioranze e della biosfera. Noi lo sapevamo già, ma il covid 19 lo sta evidenziando, con estrema brutalità, agli occhi di miliardi di persone, in un contesto nel quale altri paesi, guidati da partiti comunisti e socialisti (Cuba, Venezuela, Vietnam, Kerala, Cina) dimostrano che è possibile non solo mettere sotto controllo il virus, ma anche rilanciare l’economia senza mettere in costante pericolo i lavoratori e la popolazione. Di nuovo, modelli sociali profondamente differenti si confrontano e si scontrano su temi fondamentali come il diritto alla salute e alla vita delle maggioranze. 
La “spinta propulsiva” del capitalismo si è fermata, facendo tornare di estrema attualità il tema della trasformazione sociale e della Rivoluzione non come obiettivi generici ed ideologici, ma come esigenza storica per il genere umano, di fronte ai limiti oggettivi di sviluppo di un sistema predatorio che non vuole ne può fare i conti con la finitezza del pianeta e delle sue risorse.
Tornando al tema per il quale siamo stati chiamati a relazionare, la base militare di camp Darby è lo specchio esatto di questa contraddizione storica che contrappone le esigenze capitalismo nella sua fase imperialistica a quelle del genere umano e del pianeta. Per affrontare questa contraddizione irrisolvibile, l’imperialismo USA risponde adeguando i suoi assetti militari in funzione della violenta competizione internazionale in corso. 
Una competizione che sta terremotando tutte le camere di compensazione create nel secondo dopoguerra per garantire l’egemonia statunitense sul mondo occidentale e, dopo il crollo del muro di Berlino, sul tutto il mondo.  La prima ad entrare in crisi è la NATO, in stato comatoso secondo recenti dichiarazioni pubbliche di Macron e dalla Merkel, con la cancelliera tedesca che torna ad evocare, per rispondere alla guerra dei dazi USA contro la UE, il macabro obiettivo teutonico di “prendere in mano il proprio destino”.
Come viene ripensata camp Darby in questo nuovo scenario bellico? 
come una base logistica che razionalizza i propri spazi in funzione delle nuove forme della guerra, nelle quali più che la quantità dell’intervento diretto è sempre più importante la qualità dell’uso intensivo della tecnologia militare, con l’utilizzo di sempre minori forze armate sul campo, sostituite da droni e sistemi d’arma avanzatissimi, da bande di mercenari e gruppi terroristici delegati a svolgere il “lavoro sporco” sul terreno. L’ISIS è stata e continua ad essere una perfetta sintesi di questa metodologia di intervento, replicata in larga scala in Siria dopo le prove generali iniziate da Bill Clinton nella ex Jugoslavia, e che progressivamente si sono trasformate in “rivoluzioni arancioni” o “dei gelsomini” o con altre fantasiose definizioni, utili a nascondere agli occhi dell’opinione pubblica mondiale gli obiettivi golpisti occidentali nei vari quadranti geopolitici, dal Medio Oriente all’Ucraina, dal Venezuela alla Bolivia.
Camp Darby in questi ultimi anni non si è ridimensionata, ma anzi è cresciuta di importanza per l’esercito statunitense, consolidando la sua posizione di più grande hub logistico fuori dai confini USA.
Per mantenere questa funzione strategica gli statunitensi si sono avvalsi, come sempre, della entusiastica copertura politica dei governi centrali e delle amministrazioni locali italiane, che in questi ultimi anni hanno dato il via libera al raddoppio del canale dei navicelli (sindaco PD Filippeschi con il placet della regione Toscana e dell’ex Sindaco M5S di Livorno), aprendo così la strada al raddoppio del sistema ferroviario interno, costato l’abbattimento di 937 alberi ad alto fusto per fare spazio alle rotaie e al futuro hangar alto 18 metri e lungo centinaia, per nascondere alla vista degli automobilisti di passaggio sull’Aurelia l’arrivo di milioni di munizioni e mezzi militari.
Il piccolo ridimensionamento dello spazio ad uso dell’esercito italiano (appena il 3% del territorio) non deve quindi trarre in inganno, ma anzi ci deve far riflettere l’occupazione da parte delle truppe speciali italiane delle zone lasciate libere dai militari americani.
Siamo di fronte ad una riconquista di sovranità nazionale sul territorio patrio oppure ad una più stretta interazione tra eserciti alleati, in una fase estremamente delicata dei rapporti tra USA e UE, che preconizza future alleanze “asimmetriche” rispetto alla transeunte configurazione NATO?
Domanda retorica, dato che a nostro giudizio essa trova una risposta nella seconda delle ipotesi che facciamo. La debolezza strutturale del nostro paese, sia in termini economici, sia di assetto istituzionale e governativo trasforma di nuovo l’Italia in una terra “contesa” tra le grandi potenze, all’interno del più generale conflitto interimperialistico in corso.
La posta in gioco continua ad essere il controllo dell’intero bacino mediterraneo, attraverso una penisola ancora saldamente in mano al complesso sistema di basi USA/NATO che occupa, da Nord a Sud, tutto il nostro paese.  A questo diktat militare USA risponde la UE con il proprio diktat economico, che passa ora dal MES e dal Recovery Found, cappi al collo ad una economia già distrutta da una borghesia nazionale tra le più retrive e parassitarie del mondo occidentale. 
Che sono 937 alberi ad alto fusto per questi giochi di guerra fatti sui nostri territori e sulla nostra pelle?  Niente! 
Questi governanti possono essere delegati a risolvere i problemi di inquinamento del parco di Tombolo, a causa della presenza pluridecennale dell’esercito statunitense? Noi pensiamo proprio di no! 
L’unica strada ce la siamo detta, e l’abbiamo praticata, in tutti questi anni: occorre gettare a mare le basi americane, chiudere le basi NATO, ridimensionare le basi militari italiane e metterle al servizio della protezione civile, tornare ad un esercito di massa al servizio delle popolazioni, abolendo l’attuale esercito professionale, al servizio invece delle multinazionali italiane sparse per il mondo, come ENI, Leonardo, ENEL eccetera.
Lottare contro la macchina bellica degli imperialismi USA e UE, battersi per la chiusura delle basi militari, significa contribuire fattivamente alla più generale battaglia per la difesa dell’ambiente, che potrà trovare una risposta effettiva solo attraverso l’abbattimento del sistema capitalistico e la costruzione di quello che noi chiamiamo “Socialismo del XXI secolo”.