La Cina nel mondo multipolare

Iniziamo la pubblicazione delle relazioni del forum della rete dei comunisti su “La Cina nel mondo multipolare” .




Conversazione con Mauro Casadio della Rete dei Comunisti, Livorno’21: cent’anni di storia nostra, guardando al futuro.

a cura di Michele Franco

DOMANDA: Il 21 gennaio del 1921, a Livorno, i militanti socialisti in dissenso con la linea dei riformisti maggioritaria nel Partito Socialista, abbandonarono il Teatro Goldoni dove si svolgeva il Congresso del PSI e si recarono al Teatro San Marco dove, nel corso di una tumultuosa assemblea, proclamarono la nascita del Partito Comunista d’Italia (sezione Italiana della Terza Internazionale).

In questi giorni impazzano sulla stampa e sui social rievocazioni e ricordi in cui, in gran parte, il filo politico conduttore è rappresentato da coloro che, a distanza di 100 anni, definiscono come una jattura la “scissione di Livorno”. Non è un caso che, in giro per l’Italia, molti esponenti del Partito Democratico si stanno cimentando con questo potremmo definire l’ennesimo funerale ad una storia politica e materiale di grande importanza. Come interpreti questo clima culturale e politico e – a tuo parere – come dovremmo approcciare al complesso tema della necessità del bilancio storico dell’esperienza comunista nel nostro paese?

RISPOSTA: Non c’è niente di nuovo sotto il sole, sono decenni, dagli anni ’90, che si continua con un’opera di demolizione ideologica dell’esperienza del comunismo in tutta una serie di varianti. Dai pentiti del PCI e della rivoluzione, alcuni come Veltroni ci dicono di non essere mai stati comunisti, fino ai più reazionari che ritrovano toni del tipo che “i comunisti mangiano i bambini”. Va detto però che questa insistenza sull’anticomunismo in tutte le salse svela una debolezza delle classi dirigenti che ci stanno procurando il vantaggio di dare alla propaganda comunista un sapore sempre più stantio perchè la fase storica del “crollo del comunismo” ormai sta alle nostre spalle e la coazione a ripetere sempre lo stesso mantra nasce dalla paura che questo “spettro” ritorni a materializzarsi.

Innanzitutto la paura di riprodurre contraddizioni che l’ideologia dominante aveva considerato ormai superate perchè la storia era finita, la paura di vedere paesi e forze che si richiamano al comunismo dimostrare una solidità ed una tenuta alla quale non credevano e la paure, infine, di perdere l’egemonia delle classi subalterne anche nei paesi imperialisti dove la crisi economica, quella sociale e di civiltà sta mostrando i limiti del presente assetto sociale. Il punto è che anche una minima espressione soggettiva ed antagonista delle contraddizioni che si stanno affacciando nel nuovo secolo rischia di mettere in crisi un equilibrio che viene reso senmpre più precario. Per certi versi la recente vicenda Trump e gli incidenti a Washington mostrano la pervasività di tali contraddizioni che rompono assetti politici di potere interni al capitalismo statunitense.

Dunque una valutazione sulla nascita del PCI non può che essere valutata sulla base di un giudizio storico e dinamico che riguarda anche il presente. Il comunismo non è uno stato dell’animo ed i comunisti non si trovano in natura ma sono il prodotto di necessità storiche che non sono mai statiche e che si manifestano all’interno delle diverse fasi di un modo di produzione. La rivoluzione Bolscevica e la nascita del PCI avvengono in un contesto oggettivamente rivoluzionario dove una soggettività “giovane” riesce a svolgere un ruolo storico di superamento del capitalismo in alcune parti del mondo e di organizzazione proletaria in altre, alla faccia della retorica di un D’Alema che afferma che il PCI è stato sempre riformista.

Il PCI ha svolto egregiamente quella funzione in quel momento storico che trova una sua svolta con la fine della seconda guerra mondiale, la divisione del mondo in campi contrapposti ed una ripresa economica nell’occidente capitalista. Questo ha modifcato la condizione e la linea del partito che si è espressa in quel contesto e che ha generato le deviazioni possibili in quel contesto. Va detto che in forme diverse questo non è avvenuto solo per il PCI ma ha agito su tutto il movimento comunista mondiale.

DOMANDA:Tornando alla scelta di Livorno ’21 c’è un arco temporale – sostanzialmente i primi 5 anni di vita del Partito, dalla fondazione al Congresso di Lione (1926) – che racchiude i termini di una battaglia politica aspra ma di alto respiro, tra opzioni diverse dentro il neonato Partito, che prefigureranno l’identità futura di questa formazione che subito subirà la clandestinità, il confino, l’esilio e, dopo quasi 20 anni di regime fascista, rappresenterà il fulcro principale della Resistenza. Ritieni che le questioni poste all’epoca di quello scontro interno – mutatis mutandis – siano ancora lezioni teoriche valide per l’oggi e, soprattutto, utili alla ricostruzione/riqualificazione di una moderna soggettiva comunista organizzata?

RISPOSTA: Ovviamente no e si allo steso tempo nel senso che va fatto una lavoro di analisi teorica, storica e politica approfondito e specifico per capire quello che è ancora valido. Nella realtà una lettura non dialettica, ovvero di verità assolute, non funziona perchè va distinto il movimento storico di fondo dalle forme che questo assume nell’evoluzione delle società ed in quella delle dinamiche del capitalismo.

In altre parole i punti alti del pensiero marxista e comunista, dall’analisi economica, all’analisi di classe, alla competizione imperialistica, sono tutti riscontrabili nella realtà attuale, quello che cambia è il modo di espressione di questi caratteri di fondo che è dato dai cambiamenti materiali che la società produce nella sua evoluzione temporale. Cambiano e si arricchiscono le forze produttive, quelle sociali cambiano forma e condizione nella produzione, cambia il peso degli Stati, le visioni culturali e molto altro.

Dunque non c’è una risposta univoca alla domanda ma si tratta di collocarsi dentro un processo continuo di analisi e di scelte per verificare le analisi prodotte che richiedono anche un rapporto ed un intreccio con la materialità delle soggettività organizzate che si pongono nella prospettiva di superamento dell’attuale modo di produzione.

DOMANDA: Interpretare la storia del Partito Comunista (dal 1921, al “partito nuovo” di Togliatti, a quello di Longo/Berlinguer/Natta fino allo scioglimento, nel 1991, con la segreteria di Achille Occhetto) come un unicum è un errore da ogni punto di vista. E’ innegabile, però, che dalla fine del secondo conflitto mondiale in poi è iniziato un corso politico che – lentamente ma incessantemente – ha revisionato il corpo teorico, gli atti e l’azione del partito fino alla scelta di assumere funzioni di governance ad ogni costo coerentemente all’identificazione piena nelle compatibilità capitalistiche.

In un lavoro teorico della Rete dei Comunisti “Coscienza di classe e Organizzazione” nel paragrafo “Partito ed Organizzazione” si propone una “Ipotesi di Schema” che rifiuta di schierarsi (molti decenni dopo) con questa o quella posizione del movimento comunista ma si avanza un piano di analisi fondato sulle fasi storiche del MPC, sulle trasformazioni strutturali della classe e sul rapporto tra composizione di classe e coscienza. Un approccio – quindi – eretico ed inedito che prova a collocare la funzione dei comunisti oggi su un livello più avanzato e, possibilmente, più adeguato alle sfide della nostra contemporaneità. A che punto è la riflessione della Rete dei Comunisti su questo versante?

RISPOSTA: Non so se è “eretico” ma l’elaborazione teorica/politica della RdC è certamente in discontinuità con la cultura politica dei comunisti nel nostro paese sia che vengano dal PCI che dalle altre formazioni anche rivoluzionarie che hanno animato la scena militante. Per capire cosa fare oggi dobbiamo avere chiara non solo la visione del momento specifico che stiamo attraversando quanto e come questo sia il prodotto delle precedenti fasi ed anche le potenzialità che questo implicitamente contiene.

Abbiamo scritto diversi testi su questo aspetto collocando la condizione attuale dentro una dinamica storica che contempla lo sviluppo delle forze produttive, le diverse fasi di crisi, le continue trasformazioni della composizione di classe e l’evolversi delle contraddizioni internazionali in relazione alla valorizzazione del capitale e molti altri aspetti che sembrano non avere collegamento con l’azione politica diretta ma che invece ne sono le cause profonde che non possono essere scisse da quella azione delle forze comuniste.

Questo aspetto è stato dagli anni ’80 completamente eliminato dal pensiero comunista ed è stato sostituito dal politicismo e dall’elettoralismo che in questa nuova condizione generale sono immeditamente precipitati sulla testa di chi li ha praticati portandoli, e portando, purtroppo, anche con loro una gloriosa storia, nella insignificanza attuale che ben conosciamo.

DOMANDA: Un ricordo non formale di Livorno ’21 e lontano da ogni forma di stanco ed inefficace reducismo è il taglio che stiamo cercando di imprimere alle variegate discussioni su questo Centenario. Più volte abbiamo evidenziato che i comunisti se vogliono svolgere, per davvero, un ruolo utile alle loro ragioni – storiche ed immediate – devono tentare di assolvere una funzione di avanguardia in ogni campo della struttura e della sovrastruttura. In questi anni il percorso di definizione teorica e programmatica e di costruzione organizzata della RdC – basandosi sulle proprie forze e conscio dei propri limiti – ha stimolato e promesso discussioni ed approfondimenti sullo scarto tra le ragioni e la forza dei comunisti, sulla nuova fase strategica del capitale, sull’attuale congiuntura della competizione inter/imperialistica, sulla novità rappresentata dal continente/Cina, sulle caratteristiche del capitalismo italiano e la dicotomia Nord/Sud e su varie altre questioni afferenti a tematiche di analisi e prospettiva del corso storico che stiamo attraversando. Il tutto continuando a portare il nostro contributo militante nei fronti della lotta politica, sociale e sindacale su cui siamo costantemente impegnati. Insomma – come è noto – la RdC pur non proclamandosi come l’ennesimo “partito comunista ricostituito” prova a contribuire con un apporto serio e sperimentato alla battaglia comunista nel nostro paese e in Europa. Cosa vuoi aggiungere a questa premessa – di metodo e di sostanza – in relazione a questo anniversario che corre il serio rischio di essere opacizzato in una convergente forbice tra narrazioni tossiche e amarcord nostalgici?

RISPOSTA: La Rete dei Comunisti si è sempre definita organizzazione comunista, e non partito, in quanto cosciente dei propri limiti soggettivi come forza comunista e oggettivi come forza che agisce dentro un polo imperialista che è uno dei maggiori competitori a livello mondiale, questo la avevamo già ben chiaro dagli anni ’90. Raramente ci siamo impegnati nel fare delle ricorrenze storiche un punto fondante della nostra identità, anche se in quelle ci riconosciamo pienamente, ed abbiamo preferito proiettare l’analisi in avanti nelle nuove condizioni che mano mano andavano a manifestarsi in Italia, in Europa ma anche nel mondo intero.

I cento anni del PCI, nelle sue evoluzioni, non possono essere valuati nella giornata del 21 Gennaio per poi esser rimessi nel dimenticatoio analitico. In questo senso credo che la RdC debba utilizzare tutto questo 2021 per costruire una scadenza pubblica a carattere teorico e politico in cui si coglie l’occasione del Centenario per fare una riflessione approfondita ed organizzata su quello che è stato il movimento comunista del ‘900 a partire dalla fondamentale esperienza storica del PCI pur in tutte le sue contraddizioni.

21 gennaio 2021




Stellantis: il nuovo campione europeo nella Torino post industriale

di Rete dei Comunisti – Torino

Da oggi è operativa ad ogni livello la fusione di PSA e FCA nel nuovo gruppo Stellantis, dunque cogliamo l’occasione per fare qualche riflessione a proposito delle ricadute sulla città di Torino. Non entreremo nel merito di chi ha acquisito chi, la questione è molto semplice ed è stata approfondita da analisti come quelli di Milano Finanza (che non è la Pravda).

Dal punto di vista sostanziale è infatti PSA ad aver acquisito FCA. Difatti la maggioranza del CdA di Stellantis resta nelle mani dei francesi e l’amministratore delegato della nuova società resta quello di PSA; per quanto riguarda ciò che appare sui bilanci – data la differenza di quotazioni sul mercato tra FCA e PSA, a favore della prima – è PSA che ha acquistato FCA1 .

I lacchè della stampa italiana e i politici nostrani parlano di “fusione paritetica” con l’aria di chi si preoccupa di” mantenere alto l‘onore e l’orgoglio italiano”…

Non possiamo però slegare la vicenda di Stellantis da quella più generale delle dinamiche di mercato che riguardano l’intero settore dell’automotive, per almeno due ragioni: Stellantis sarà il quarto OEM (Original Equipment Manufactorer) mondiale, di conseguenza ha un peso rilevante rispetto al mercato globale dell’auto; la tendenza alla concentrazione delle industrie è un elemento centrale dell’attuale fase del modo di produzione.

Il mercato globale del settore automotive

La fusione è stata annunciata il 31 ottobre 2019 con il dichiarato obiettivo di “creare un leader mondiale nella nuova era della mobilità sostenibile”. Da lì a pochi mesi il Coronavirus è arrivato in ogni angolo del mondo e l’industria dell’automotive ha subito perdite importanti.

In Italia a marzo 2020 c’è stato un calo delle immatricolazioni pari all’ 86%, nel mese di aprile è arrivato al 98%, ed ha riportato le vendite di auto ai livelli degli anni ’60, quando nel nostro paese cominciava il processo di motorizzazione di massa.

Questo è un brutto colpo per l’economia italiana ma non solo, soprattutto se consideriamo che le attività direttamente e indirettamente legate al mondo automotive producono da sole un fatturato di oltre 106 miliardi di euro. Inoltre – per le caratteristiche peculiari che l’industria dell’auto ha nel tempo assunto in questo paese – la filiera della componentistica italiana è il settore a più alto valore aggiunto dell’economia nazionale2.

Per quanto riguarda l’occupazione, anche se c’è da rilevare che era in diminuzione già prima della pandemia, le prospettive sono tutt’altro che rosee: i lavoratori più a rischio sono quelli delle piccole/medie imprese e della rete commerciale; ma nessuno può ritenersi escluso, si pensi ai licenziamenti degli ingegneri dalla Pininfarina Engineering confermati a dicembre 20203.

Nel 2019 nel mondo sono stati prodotti 90 milioni di autoveicoli, un quarto dei quali in Cina e un altro quarto in Europa; nel nostro continente il settore occupa il 6,1% dei lavoratori ed è quello in cui si investe di più in sviluppo e ricerca. L’Europa è il continente che spende più di tutti in R&D nel settore automotive4, è quindi evidentemente strategico per le prospettive di sviluppo industriale dell’Unione Europea.

Dalla crisi del 2008 il settore automobilistico ha trainato l’intera economia con tassi di crescita pari al 6%, ma nel 2018 hanno cominciato a contrarsi, i fattori scatenanti sono stati la crisi del diesel e l’emergere dei veicoli elettrici ed ibridi.

Il Covid quindi è arrivato in una fase in cui già erano in atto profondi cambiamenti nella filiera produttiva di automobili, le previsioni indicano una ripresa dei livelli pre-pandemia fra tre anni ma ovviamente non tutti sono sulla stessa barca.

Difatti, le capacità di gestione della pandemia influiscono molto su queste tempistiche e sulle reali prospettive di ripresa. Chi ha scelto di “convivere con il virus” probabilmente pagherà il prezzo più alto, a dimostrazione che i capitalismi occidentali non permettono né la salvaguardia della salute dei cittadini né quella dell’economia.

La Cina a fine anno, nell’automotive, perde meno del 10%, mentre il governo sta incentivando all’acquisto di auto elettriche nelle metropoli cinesi; in Europa invece si perde il 15% e negli Stati Uniti si punta tutto sull’e-commerce, anche per la vendita di autoveicoli.

Le case automobilistiche europee come Volkswagen e Renault sono quelle che subiscono maggiormente il colpo del Covid, FCA ha perso circa il 45% delle vendite. L’unica eccezione è Tesla, che in poco più di un mese ha recuperato buona parte delle perdite subite dall’inizio della crisi, ad indicare che i settori d’élite dell’automotive e il mondo dei motori elettrici sono gli elementi sui quali si giocherà la competizione nel prossimo futuro.

Ciò non è da sottovalutare, il mondo verso cui andiamo incontro sarà senza dubbio caratterizzato da disuguaglianze sempre maggiori; ne segue che fai più affari se vendi una super-car che una Panda. Per il semplice fatto che la gente non ha più neppure i soldi per comprarsela, la Panda!

Venendo a noi, l’Italia è saldamente ancorata all’Europa. Nel 2019 i paesi UE hanno assorbito i due terzi della produzione italiana del comparto automotive, inoltre è il paese che contribuisce maggiormente alla filiera tedesca ed è lo Stato che ha maggiormente subito gli effetti del coronavirus nel comparto.

Per sintetizzare, la nuova Stellantis nasce in un momento:

  • Di forti trasformazioni dell’industria automotive. La quale si sta adeguando a un nuovo tipo di motorizzazione, quella elettrica;
  • Di crisi generalizzata del settore. Cominciata già nel 2018, ma che con il Covid subisce una violenta accelerazione che interessa i vari blocchi economici in maniera molto differenziata tra loro. Dalla vertiginosa crescita di Tesla negli USA, ai massicci investimenti di stato in Cina, fino alle prospettive strategiche dell’UE che – per poter competere con gli altri – intende costituirsi come leader nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie nel settore;
  • In cui le necessità di competizione dell’industria europea si fanno sempre più impellenti e spingono verso una centralizzazione dei produttori a livello continentale. Ricordiamo infatti che la fusione FCA-PSA è stata benedetta dall’autorità antitrust dell’UE, il 21 dicembre 2020, in seguito agli impegni assunti da Stellantis per ridurre la propria posizione dominante sui mercati. Concretamente questo significa che il nuovo gruppo dovrà avviare una joint venture in Francia, con Toyota, per produrre più furgoni ad uso commerciale. Quest’ultimo è un ulteriore elemento di competizione nel mondo dell’automotive, infatti, come già anticipato, non è più il momento di affidarsi alla grande produzione di massa di autoveicoli per famiglie, in quanto i margini di acquisto di ampie fette della popolazione vanno restringendosi. Restano, appunto i settori di èlite come il mercato di Tesla, e quelli commerciali, che diventano un asset strategico dal momento che – grazie anche ad Amazon e all’e-commerce – si amplia la rete di distribuzione delle merci nelle metropoli. Per intenderci, i furgoni che Stellantis produrrà insieme a Toyota sono quelli che si vedono in giro con la scritta “Amazon Prime”, i Ducato Daily.

Il che vuol dire che dal punto di vista del mercato questa fusione era “necessaria”, pena l’eliminazione di FCA dal mondo dell’automotive.

In ciò vediamo esplicitarsi materialmente la costruzione dell’imperialismo dell’Unione Europea, chi pensa ancora alla UE come ad un’istituzione capace di risolvere i problemi dei cittadini trascura il fatto che invece è un progetto che spinge verso la concentrazione monopolistica per la competizione con gli altri blocchi economici, la quale si colloca in continuità con la polarizzazione continentale nella quale il settore produttivo italiano ricopre un ruolo subalterno.

Torino: la Spoon river dell’industria. Qual è l’alternativa a questo modello di città?

Di fronte alla fusione che ha prodotto Stellantis in molti hanno fatto notare che avrà ricadute occupazionali negative soprattutto nel nostro paese. Dal momento che sostanzialmente si tratta di un’acquisizione da parte di PSA, è quasi certo che di fronte alla riorganizzazione che investirà gli stabilimenti prevarrà la scelta di mantenere i livelli occupazionali invariati in Francia, ma non qui da noi, anche perché lo Stato francese è il terzo azionista del gruppo5.

È per questo che i politici nostrani parlano di “fusione paritetica” distorcendo la realtà dei fatti, l’obiettivo è quello di nascondere le pesanti responsabilità che hanno riguardo alle ricadute in termini occupazionali.

A partire da Di Maio che ha sempre sostenuto con forza l’idea che lo Stato italiano non dovesse entrare nella trattativa, fino al ministro Gualtieri che ha permesso l’ennesimo regalo di Stato, garantendo un prestito da 6,3 miliardi dietro la promessa di FCA di investire negli stabilimenti di Termoli e di Melfi, proprio mentre la famiglia Agnelli intascava un dividendo da 5,5 miliardi.

Nel momento in cui migliaia di persone non riescono a pagare l’affitto, le bollette e tutto il resto, proprio mentre in troppi perdono il lavoro, lo Stato italiano ha fatto un ulteriore regalo agli Agnelli-Elkann che non perdono il vizio di attaccarsi al capezzale dello Stato.

I politici, a questo punto, non possono fare altro che mistificare la realtà, altrimenti le conseguenze della rabbia della gente potrebbe travolgerli in un istante.

La sindaca Appendino, dal canto suo, ha colto l’occasione per continuare con il lavoro iniziato cinque anni fa: vendere le “eccellenze” della città al miglior offerente. Ha accuratamente evitato di parlare di Mirafiori e delle fabbriche torinesi, sempre più simili a vecchi cimiteri abbandonati, ma ha dichiarato che non vede l’ora di incontrare Tavares – l’amministratore delegato di Stellantis – per presentargli le eccellenze torinesi legate al mondo della ricerca.

La tendenza alla de-industrializzazione della città è una linea politica partita dalle giunte di Castellani e che è stata appoggiata da tutte quelle che ne sono seguite, anche da quella attuale, tuttavia nell’analisi di questa dinamica non si può perdere il punto di vista di classe. Siamo convinti che nella fase in cui Torino rappresentava bene quel modello di città-fabbrica tipico delle metropoli della seconda metà del ‘900, le classi popolari vivevano in condizioni certamente migliori di quelle odierne.

Ai tempi gli operai potevano permettersi di immaginarsi un futuro in un modesto appartamento in città, i lavoratori precari di oggi nemmeno possono progettare cosa fare nel week-end.

Siamo anche convinti che il modello implementato da Castellani, Chiamparino, Fassino e Appendino non offre alcuna prospettiva per le classi popolari, ma anzi rappresenta un forte arretramento. Non si può vivere di solo turismo, non è sostenibile un modello basato sulle eccellenze e i grandi hub della ricerca, e i grandi eventi creano più precarietà che ricchezza.

La de-industrializzazione ha, infatti, portato con sé disoccupazione di massa, gentrificazione e speculazione su interi quartieri, aumento del costo della vita, emigrazione, decrescita demografica, invecchiamento della popolazione e tutto ciò che conosciamo, ma sarebbe un errore pensare che basti una fabbrica per risolvere il problema.

Le condizioni di vita della classi popolari a Torino prima degli anni ’90 non erano un regalo degli Agnelli, erano bensì il frutto delle lotte operaie in una fase in cui i rapporti di forza tra lavoratori e padroni erano radicalmente diversi da quelli attuali.

Qual è quindi l’alternativa possibile? Un progressista attento alla fase non può solo guardare indietro, finirebbe senza dubbio a decantare le glorie del passato che, senza la lente dell’analisi di classe, vanno inevitabilmente a rivalutare il ruolo che certe figure – come gli Agnelli – hanno avuto in città.

Per quanto possa sembrare banale il problema oggi non è tornare indietro, ma piuttosto andare avanti, considerando le caratteristiche concrete della fase attuale. Da questo punto di vista, non esiste altra possibilità che rivendicare e progettare una città pubblica.

Una città che si oppone alle logiche di privatizzazione che pervadono ogni settore, dagli enti locali, alle università fino agli ospedali, è l’unica alternativa credibile che come comunisti possiamo portare avanti.

Queste rivendicazioni sono praticabili nel concreto e con le forze che abbiamo oggi, ma con l’obiettivo di crescere per consolidarsi come una forza che si oppone davvero a questo modello di sviluppo. Un’altra città, infatti, non è possibile senza rompere con la logica del mercato; non è possibile se non si prevede la nazionalizzazione dei settori produttivi strategici orientati agli interessi collettivi.

Ammettiamo però che non è un’alternativa comoda, è un’alternativa di lotta, è un’alternativa che richiede di schierarsi contro e che prevede lo scontro duro e netto con gli interessi che governano questa città, a partire dai padroni della neonata Stellantis.

1 The Insider | Prospetto Stellantis, ai fini contabili è un’acquisizione di Peugeot su Fca (ilsole24ore.com)




Il “Recovery Plan” è una cambiale in bianco alle oligarchie europee

Rete Dei Comunisti

La congiura di palazzo ordita da Renzi ai danni del governo Conte e la crisi politica che si aperta e cha esiti incerti per l’attuale esecutivo, sembra distogliere l’attenzione dal sostanzioso Piano Nazionale Di Ripresa e Di Resilienza, approvato dal Consiglio dei ministri il 12 gennaio.

Il PNRR sarà terreno di confronto con le parti sociali e dovrà passare in Parlamento in cui verranno definiti gli strumenti di governance per la sua gestione, per poi essere inviato al vaglio di Bruxelles che deciderà cosa modificare di questo pacchetto complessivo che ha sussunto anche altri progetti finanziati e finanziabili con strumenti più “ordinari”.

Si tratta di una “potenza di spesa” di ben 222,9 miliardi di Euro, suddivisa in 6 missioni, a loro volta composte da 16 componenti funzionali, con in tutto 47 linee di intervento, di cui una parte consistente che sarà spesa entro i prossimi tre anni.

La difficile quadratura del cerchio per l’intera architettura del PNRR consiste nello scongiurare l’aumento dell’indebitamento nel breve periodo, ricorrendo prevalentemente in una prima fase alle “sovvenzioni” europee che sono circa la metà rispetto ai poco meno di 130 miliardi di prestiti che verranno erogati dalla Ue.

Prestiti che anche se a tassi vantaggiosi dovranno essere restituiti, per progetti di fatto decisi – o meglio dettati – in ambito UE per l’Italia, come per gli altri Paesi.

Il #Next Generation Italia, infatti riprende anche nel nome il #Next generation Europe, cioè l’ambizioso progetto varato dal Consiglio Europeo nella prima metà di dicembre, che era stato affiancato dal bilancio della UE per i prossimi sette anni (2021-2017). Il PNRR prevalentemente attinge dal progetto europeo.

Il #NGE è un gigantesco piano di investimenti vincolati a rigidi criteri le cui priorità sono state dettate dalle oligarchie europee per essere al passo con la sempre più feroce concorrenza internazionale, o come viene citato nelle prime pagine del PNRR stesso, nel dare concretezza al progetto di «Europa Geopolitica» lanciato dalla Commissione Von der Leyen, per affermare l’autonomia strategica europea.

Il PNRR ne è in gran parte una sua articolazione.

Ad ogni missione, delle 6 di cui è composto il documento, si accompagna una “riforma”, tra cui forse quella significativa riguarderà la pubblica amministrazione.

Alla ri-configurazione produttiva si affiancheranno infatti profonde trasformazioni nella pubblica amministrazione, investimenti nelle infrastrutture ed un cambiamento sostanziale nel mondo dell’istruzione e della ricerca che sarà ancora più piegato alle necessità dell’impresa. Alle tre voci direttamente dedicate all’impresa vanno poco meno di un quinto del pacchetto complessivo, cioè quasi 50 miliardi che si sommano ai soldi a pioggia dati in questi anni all’imprenditoria senza che si siano avute ricadute sociali effettive in termini di creazione di occupazione, né un miglioramento delle condizioni delle classi lavoratrici.

Le misure per la coesione sociale (che dovrebbero avere come priorità donne, giovani e sud) insieme a digitalizzazione e alla transizione ecologica sono i tre perni di questa capacità di spesa vincolata: il documento dell’Unione infatti prevede una soglia non inferiore del 37% per gli investimenti green ed una al 20% per quelli nel campo della digitalizzazione. Più di 115 miliardi, cioè meta del pacchetto complessivo, compresi i soldi che verranno attinti da altri fondi vanno in questa direzione.

L’Italia quindi sarà parte integrante di questo salto di qualità che l’asse franco-tedesco vuole imporre allo sviluppo dell’Unione facendolo diventare un polo in grado di rivaleggiare con Cina e USA in alcuni settori di punta. L’Europa neo-carolingia impone agli altri paesi una riconfigurazione produttiva tesa a connettere il proprio tessuto economico ancora più strettamente alle filiere produttive delle multinazionali continentali, comprese le loro necessità logistiche, di cui l’Italia sta diventando sempre più un hub di servizio.

La coesione sociale di cui si vaneggia il PNRR sarà un pallido palliativo in mano ad una ampia catena clientelare che gestirà parte delle contraddizioni sociali delle trasformazioni imposte con l’automazione spinta dalla digitalizzazione e la marginalizzazione di interi comparti non “ri-convertibili” alla filiera green.

Nulla di più lontano da un modello di sviluppo auto-centrato, focalizzato a sopperire i bisogni della popolazione e a colmare le fragilità strutturali del nostro sistema-paese, emerse con forza durante la pandemia, in primis la mancanza di una pianificazione economica ed forti investimenti nel pubblico.

Una trasformazione che verrà pagata “a caro prezzo” dalla popolazione italiana che dovrà restituire i prestiti contratti per imporre una gigantesca ristrutturazione, e con delle riforme tese ancora più ad azzerare i residuali diritti ed ormai scarse garanzie di cui godevano alcune figure professionali nel pubblico impiego e non solo.

È chiaro che attorno alla “spartizione” di questi più di 200 miliardi si è già aperta una lotta al coltello tra chi intende il più possibile appropriarsene, e su cui una screditata classe dirigente – economica, politica e sindacale – punta per rilegittimarsi e stabilire un nuovo “patto sociale” che escluderà sempre più porzioni delle classi subalterne e impoverirà ulteriormente gli strati più bassi del “ceto medio”.

Si può dire con Gramsci, traslando i termini dal fascismo all’Unione Europea, che: l’UE ha rovinato il Paese.

Vista l’inadeguatezza assoluta della nostra classe dirigente che non trova una opposizione reale, sarà ancora compito dei comunisti e delle classi subalterne salvare il Paese dal baratro in cui sta precipitando con l’organizzazione, il conflitto di classe e una prospettiva antagonista all’attuale modello di sviluppo.

Rete Dei Comunisti, 13/1/2021




Crisi pandemica, vaccini e soldati yankee. L’ordine di priorità di un imperialismo morente.

Le agenzie di stampa stanno battendo la notizia dell’arrivo dei primi vaccini Moderna nel sistema di basi USA nel mondo.

In Toscana le prime dosi stanno varcando i cancelli della base militare statunitense di Camp Darby, inaugurando così la campagna vaccinale a favore dei militari a stelle e strisce, anticipando di una settimana la distribuzione in Italia delle prime migliaia di dosi del secondo vaccino anti-Covid.

I primi a beneficiarne saranno quindi i duecento militari della base USA e i loro familiari.

La somministrazione è stata allargata anche al personale civile italiano che sarà probabilmente coinvolto nella vaccinazione. Dopo i militari USA e i loro familiari.

Le dosi arrivano dalla caserma Ederle di Vicenza, dove la campagna vaccinale anti-Covid è già scattata.

La somministrazione del vaccino Moderna nelle basi militari statunitensi segue le linee guida dettate dal dipartimento della Difesa Usa: Priorità al personale sanitario, a quello militare e alle loro famiglie per poi intraprendere la cosiddetta fase 2, di una immunizzazione di massa che probabilmente non partirà mai, causando un vero e proprio genocidio in terra statunitense, ma, come noto, non solo là.

Il nostro paese, in percentuale alla popolazione, versa in una condizione ben peggiore:

L’Italia è terza al mondo per tasso di letalità rispetto ai contagiati da Covid-19 (3,5%), dietro Iran (4,7%) e Messico (9%). Siamo solo un gradino più su del Regno Unito che si ferma al 3,4%, seguito da Indonesia (3%) e Spagna (2,7%). Il dato è stato recentemente pubblicato dalla Johns Hopkins University sul proprio sito.

Se invece si calcola il numero di morti da Covid-19 rispetto agli abitanti dei maggiori paesi, allora scaliamo le posizioni è diventiamo primi al mondo. Nel nostro paese, infatti, risultano 112,35 decessi ogni 100mila abitanti. Seguono la Spagna (104,71), il Regno Unito (100,23), gli Stati Uniti (95,85).

Questa macabra e allucinante graduatoria e’ la cifra della crisi di civiltà di un modello improntato esclusivamente al profitto e alla concorrenza mercantile. Una crisi che sta portando ad effetti politici di prima grandezza, come ha dimostrato l’assalto al parlamento statunitense di alcuni giorni fa.

Come e quando questi effetti colpiranno anche le cosiddette “democrazie” europee non è dato sapere, ed è elemento di riflessione e spinta all’organizzazione per i comunisti e gli anticapitalisti di tutto il mondo.

La notizia della vaccinazione preventiva delle truppe a stelle e strisce rispetto alla popolazione, al netto di un moto di rabbia che dovrebbe scuotere le coscienze di tanti, non sorprende.

Il colosso d’oltreoceano oramai dispone di ben pochi strumenti per sostenere la competizione interimperialista in atto. Uno di questi, fondamentale, è quello militare.

Non a caso dallo scorso 28 dicembre Il Pentagono ha inaugurato la campagna di vaccinazioni con la somministrazione delle prime dosi del vaccino Pfizer-BionTech nella Yokota Air Base, base aerea statunitense presente in Giappone, e di quelle Moderna nelle basi Ansbach, Grafenwohr e Vilseck in Germania, grazie al via libera degli Usa al vaccino statunitense arrivato il 19 dicembre, venti giorni prima dell’approvazione europea e italiana.

L’obiettivo è la salvaguardia degli avamposti militari nello scacchiere geopolitico mondiale. Giappone e Germania rappresentano da sempre punti chiave della presenza Usa in Asia e nel Vecchio Continente. In questo quadro, le basi USA / NATO nel nostro paese sono sempre state una punta di lancia dell’imperialismo statunitense per un’area vastissima del pianeta, dall’Est europeo sino all’Afghanistan, dal Medio Oriente sino al golfo persico. E Camp Darby, con i suoi 120 bunker sotterranei e un’immensa area di stoccaggio all’aperto, rappresenta il principale hub degli Stati Uniti al di fuori dei confini nazionali per la conservazione e lo smistamento di ordigni e munizioni.

In questi anni si e’ parlato di “ridimensionamento” di questa base logistica, nel tentativo di nascondere il ruolo strategico che continua a giocare, grazie anche al sostegno attivo delle amministrazioni locali e regionali del PD, che hanno permesso lo sviluppo dei canali d’acqua e su rotaia, utili al raddoppio dei trasporti di armi e munizioni nel mondo.

I colpi di coda di un impero in decadenza potrebbero essere devastanti.

I comunisti e i rivoluzionari devono tenere ben presente questo lato del conflitto di classe.

Valter Lorenzi

Rete dei Comunisti