Inchiesta sociologica sullo sfruttamento

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Ritorna in libreria, edito dalla Feltrinelli, scritto di Frederich Engels, pubblicato a Lipsia nell’estate del 1845, sulla situazione della classe operaia in Inghilterra.

di Antonello Santarone dal quotidiano il manifesto del 4 marzo 2021

«Se non volete essere arro­stiti nella mia padella, andate pure a passeggiare nel fuoco». Questo è il motto che i capitali­sti inglesi nei decenni della ri­voluzione industriale rivolge­vano agli operai, «liberi» di non accettare i disumani con­tratti che essi imponevano a quell’umanità tormentata e umiliata che un giovane di ven­tiquattro anni, Friedrich En­gels, descrive nel suo capolavo­ro di inchiesta sociologica, con­dotto, come recita il sottotito­lo, «in base a osservazioni diret­te e fonti autentiche»: La situa­zione della classe operaia in Inghil­terra, oggi ripubblicato da Fel­trinelli nella storica traduzio­ne di Raniero Panzieri (pp. 428, euro 12,00) e perla cura di due valenti studiosi, Enrico Do­naggio e Peter Kammerer, i quali da molto tempo sono im­pegnati nella intelligente ri­proposizione di testi classici dei padri del marxismo.

Pochi libri come questo, pubblicato perla prima volta a Lipsia nell’estate del 1845, han­no avuto il merito di scoper­chiare il manto di ipocrisie e bugie con cui i primi capitani d’industria occultavano le sof­ferenze patite da milioni di uo­mini e donne costretti con le leggi, con la violenza, con il ri­catto economico a sottostare ad un regime crudele di vita e di lavoro al quale si dovevano immolare per soddisfare lo «smisurato egoismo» della bor­ghesia nascente, «una classe co­sì profondamente immorale, così inguaribilmente corrotta . . . non conosce altra beatitudi­ne che un guadagno rapido, al­tro dolore che la perdita del de­naro».

ENGELS attraverso questa in­chiesta compie un vero e pro­prio viaggio in quello che defi­nisce un «inferno sulla terza» rappresentato nella prima me­tà dell’800 dall’«officina del mondo» inglese. Ma proviamo a entrare in alcuni gironi de­scritti dal nostro Dante sociali­sta. Nei quartieri operai «non vi sono scoli né fognature nè la­trine. . . e perciò… si formano mucchi di sterco secco, da cui emanano vapori puzzolenti».

Gli operai hanno solo vestiti di fustagno perché non possono comprarsi la lana e sono «poco in armonia con . . . l’umida aria inglese» e quindi soggetti a ogni tipo di dolori reumatici. Per quanto riguarda l’alimen­tazione, «le patate acquistate dall’operaio sono per lo più cat­tive, le verdure sono avvizzite, il formaggio è vecchio e di qua­lità scadente, il lardo è ranci­do, la carne secca, vecchia, ti­gliosa, di animali vecchi, spes­so ammalati o crepati, e spesso è già mezzo putrefatta».

Quando le donne lavorano fuori casa, i bambini sono com­pletamente abbandonati a se stessi e spesso «vengono inve­stiti da carrozze o cavalli, sono vittime di cadute mortali, an­negano o muoiono per ustio­ni». Inoltre quando sono incin­te il padrone le costringe a lavo­rare «fino al momento del par to» e «avviene assai di frequen­te che donne che alla sera lavo­ravano ancora, il mattino se­guente abbiano già partorito, anzi, non è neppure infrequen­te il caso che partoriscano di­rettamente in fabbrica, tra le macchine». La scuola è una chi­mera per milioni di minori sfi­niti dal lavoro a cui si offrono pessime scuole serali dove «non si può pretendere seriamente che i giovani operai dopo dodici ore di lavoro logorante vadano… dalle otto alle die­ci di sera».

UNA NORMALE VITA famigliare è impossibile: «una casa sudicia e quasi inabitabile, appena suf­ficiente a costituire un riparo per la notte, male ammobilia­ta e spesso non protetta dalla pioggia e non riscaldata, un’at­mosfera pesante in una stanza sovraffollata non consente al­cuna intimità familiare». Le giovani operaie che lavorano al tombolo sempre sedute e curve in ambienti chiusi, ma­leodoranti e non ventilati, «per sostenere il corpo costret­to in questa posizione fatico­sa… usano un busto con stec­che di legno, il quale poichè la maggior parte di esse sono gio­vanissime e quindi hanno le os­sa ancora tenere, data la posi­zione curva, sposta completa­mente lo sterno e le costole e provoca in generale l’atrofia del torace», (il suo inseparabile com­pagno Karl Marx richiamerà que­ste descrizioni nel primo libro del Capitale, ricordando che En­gels aveva «compreso profonda­mente lo spirito del modo di produzione capitalistico»).

Potremmo continuare per decine di pagine, perché que­sto è il cuore del libro, la capaci­tà di dire il «negativo» (la poten­te categoria di Hegel, maestro suo e dell’amico Karl) senza pe­li sulla lingua, la volontà di comprendere tutti i particola­ri dell’esistenza operaia e di es­serne insieme partecipe e non algido resocontista (Gramsci insisteva su tale qualità del di­rigente operaio che deve «sen­tire» oltre che conoscere). Co­me scrive il giovane rivoluzio­nario nella dedica (in inglese) «Alla classe operaia della Gran Bretagna», «volevo qualcosa di più della semplice conoscenza astratta del mio soggetto, vole­vo vedervi nelle vostre stesse case, osservarvi nella vostra vi­ta di tutti i giorni, discorrere con voi sul vostro stato e sui vo­stri tormenti, essere testimo­ne delle vostre lotte contro il potere sociale e politico dei vo­stri oppressori. Così ho fatto: abbandonai la compagnia e i trattenimenti, il vino di Porto e lo champagne delle classi me­die, e dedicai le mie ore libere quasi esclusivamente alle con­versazioni con semplici ope­rai; e sono insieme contento e fiero di averlo fatto». Vedere gli operai nelle loro case e par­lare con loro non sarebbe stato forse possibile senza la fonda­mentale mediazione della sua compagna, l’instancabile atti­vista operaia irlandese Mary Burns che, insieme alla sorella Lizzie, lo introdusse in un mon­do totalmente altro da quello di un giovane borghese figlio di un industriale tedesco.

QUEL CHE GENERALMENTE viene irriso dai cinici «realisti» della politica o dagli ilari «postmo­derni» dell’intrattenimento, e cioè il prendere parte, la posi­zione, l’indignazione politica e morale (e nel caso di Engels il «tradimento» della sua classe di origine), è invece la molla che fa inorridire il giovane Frie­drich quando osserva le vite spezzate dallo sfruttamento fe­roce da parte del capitale di adolescenti privati di futuro, di gioia, di affettività, di cultu­ra, di aria pulita, di alimenta­zione, abitazione, vestiario de­gni di un essere umano. E quando questi adolescenti si ubriacano, si prostituiscono, delinquono, Engels non esita ad accusare l’ipocrita e repres­siva classe borghese capace so­lo di rinchiuderli nelle orribili case di correzione e di lavoro o di mandarli ai lavori forzati o di farli marcire in carcere. Così come il giovane ventiquattren­ne, che traduce in tedesco il suo amato Shelley, parlando dei progressi intellettuali del movimento operaio attraverso le lotte e le prime organizza­zioni politiche e sindacali ani­mate da cartisti e socialisti, non dimenticherà di ricordare che sarà proprio questo nuovo pubblico di lettori a raccoglie­re il messaggio più autentico di questa poesia: «Shelley, il ge­niale profetico Shelley, e By­ron con il suo ardore sensuale e la sua amara satira della so­cietà attuale contano il mag­gior numero di lettori tra gli operai; i borghesi ne possiedo­no soltanto edizioni castrate, family editions, raffazzonate se­condo l’ipocrita morale di oggi­giorno».

COME SCRIVONO i due curatori Donaggio e Kammerer, uno dei temi centrali ancora oggi del libro di Engels è quello «dell’odio di chi lavora verso i padroni del lavoro». Perché so­lo spezzando le catene dello sfruttamento i lavoratori po­tranno finalmente sperimen­tare un’esistenza autentica­mente umana. «Quanti senti­menti e quante capacità urna-ne potrà aver salvato, giunto ai trent’anni, chi fin da fanciullo ha fatto ogni giorno per dodici ore e più capocchie di spillo o limato ruote dentate… un la­voro che esige tutto il tempo di­sponibile dell’operaio, gli la­scia appena il tempo per man­giare e dormire, e non gli con­sente mai di fare del moto all’a­ria aperta, di godere la natura, per non parlare poi di attività spirituali». Sapendo che quest’odio è stato sempre accom­pagnato dai fondatori del socia­lismo moderno da una moleco­lare opera pedagogica diretta alle grandi masse e volta ad ele­varne la cultura e la coscienza.

STRUMENTO di questa pedago­gia generalizzata resta l’orga­nizzazione, al di là del nome che essa assume. Necessaria non solo nell’Inghilterra di En­gels ma nel nostro presente, nell’industria tessile di Dacca, nelle miniere di coltan del Con­go, nei cantieri del Qatar ma anche nei campi popolati di braccianti-schiavi immigrati (e sempre più anche italiani) delle nostre campagne o nelle fabbriche tessili di Prato. In questa prospettiva, – ha scritto lo storico E.J. Hobsbawm – La si­tuazione della classe operaia in In­ghilterra «rimane un’opera indi­spensabile e una pietra miliare nella lotta per l’emancipazio­ne dell’umanità».

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