L’attività internazionalista dell’Unione Sindacale di Base. Intervista a Cinzia della Porta

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L’attività internazionalista è uno degli aspetti centrali nell’iniziativa dell’Unione Sindacale di Base che aderisce alla FSM-WFTU.

Questa caratteristica del sindacalismo militante di USB si intreccia sempre più con questioni rilevanti che riguardano i lavoratori e le lavoratrici in Italia.

L’USB, nonostante le difficili condizioni in cui ha operato a causa della pandemia ha dato vita a campagne, singole iniziative e momenti formativi su un ampio spettro di questioni dal forte carattere internazionalista. Ne parliamo con Cinzia della Porta dell’Esecutivo Nazionale di USB responsabile del dipartimento internazionale.

RDC: Partiamo da un inquadramento generale di quella che è l’attività del Dipartimento Internazionale della USB e come si connette da un lato con l’iniziativa della Federazione Sindacale Mondiale e dei sindacati alla quale aderiscono, in particolari di quei Paesi che fanno parte della UE?

L’internazionalismo è un elemento costituente dell’USB, in termini teorici e pratici. Esso è il filo rosso che ci lega alla storia del migliore movimento sindacale di classe del ‘900. Una storia che trova continuità materiale nella Federazione Sindacale Mondiale e nel nostro naturale posizionamento al suo interno.

Siamo entrati nella FSM nel 2010, dopo il congresso fondativo di USB. Oggi la FSM dopo gli anni di crisi dovuti alla fine dell’URSS, è una organizzazione sindacale internazionalista con caratteristiche nuove che si è strutturata su tutti i continenti attraverso la costruzione di uffici regionali e di categorie che fanno un lavoro importantissimo a livello mondiale. Crescita e lavoro contrastati fortemente dalla CSI, Confederazione sindacale internazionale, a cui aderiscono i sindacati collaborazionisti, comprese CGIL, CISL e UIL. Oggi la FSM ha 105 milioni di iscritti in 130 paesi ed è in continua crescita. A livello europeo USB è all’interno della segreteria europea della FSM e della segreteria mondiale della struttura di pubblico impiego.

In questi anni abbiamo sviluppato una intensa attività internazionale, legando la solidarietà internazionalista al più generale conflitto di classe, che riflette la volontà e la forza che i lavoratori esprimono, ancora oggi, in ogni angolo del pianeta, come dimostra il grande movimento dei contadini indiani, le rivendicazioni dei popoli dell’America latina, ma anche quelle dei portuali e dei lavoratori statunitensi, unitisi alle battaglie del Movimento Black Live Matter. L’elenco dei luoghi del conflitto è molto lungo, ed investe anche il nostro martoriato continente, colpito dalle politiche di un polo imperialista europeo in costruzione che usa cinicamente la pandemia per veicolare i processi di ristrutturazione continentali, al servizio delle multinazionali del farmaco e dei vari settori di punta della produzione, delle infrastrutture e dei servizi avanzati. La lotta per accaparrarsi i proventi del Recovery Plan è lì a dimostrarlo.

L’attività internazionale è e diverrà sempre più un elemento caratterizzante del nostro sindacato, parte inscindibile del nostro impegno a costruire il Italia il sindacato di classe, unitario, indipendente, conflittuale.

Ma il nostro internazionalismo non si ferma al fondamentale nesso con il conflitto che quotidianamente ci mette a confronto con il nostro nemico di classe. I motivi che ci spingono a dare forza a questo settore di intervento travalicano il terreno della contrattazione, configurandosi come parte integrante di quella grande ispirazione che ha da sempre mosso il Movimento Operaio internazionale verso il superamento delle relazioni economiche imposte dal modello di produzione capitalistico, fonte unica della sofferenza del genere umano e della natura. Per l’Unione Sindacale di Base essere internazionalisti significa orientare la lotta economica verso la rottura di questo sistema profondamente iniquo ed irrazionale, per la costruzione del Socialismo del Secolo XXI, unica possibile via di uscita dalla barbarie dell’oggi.

Su questo terreno si vanno delineando veri e propri percorsi comuni di lotta a livello internazionale, che disvelano le linee carsiche delle sempre mutevoli catene del valore, implementate dal grande capitale alla costante ricerca del massimo profitto. Uno scenario dove convivono le vecchie catene di montaggio delocalizzate nelle periferie del pianeta al fianco del super-sfruttamento delle catene della logistica, dei servizi alle imprese, dello sfruttamento del lavoro mentale sulle piattaforme digitali nei paesi del centro imperialista.

La crescita di consapevolezza all’interno di USB sull’importanza di questo fronte è sempre più percepito dal nostro quadro intermedio, ma il lavoro da fare è ancora tanto, e ci deve vedere ancora più impegnati nel prossimo futuro.

Di fronte alle sfide che ci impone il nostro nemico di classe attardarci in una visione solo nazionale o, peggio ancora, vertenziale spicciola, porterebbe USB fuori dai binari della Storia, di un mondo in corsa verso nuove conflagrazioni sociali, frutto delle irriducibili contraddizioni prodotte dal modo di produzione capitalistico.

RDC: Una delle questioni centrali per USB è il contrasto alle politiche imposte all’Italia, ma non solo, dall’Unione Europea ed in generale una critica radicale a questo dispositivo fortemente anti-democratico. In questo solco si inserisce la gestione fallimentare da parte nel UE di contenimento del Covid-19 e delle campagne di vaccinazione, in un contesto dove i tagli al settore sanitario – principalmente a causa delle politiche di austerità dettate dall’Unione – hanno smantellato il Sistema Sanitario Nazionale. Puoi dirci come USB ha svolto e svolgerà la sua ampia iniziativa di mobilitazione su questo tema coniugandola con la critica alla gabbia dell’Unione Europea?

Anche noi, come tutti, ci stiamo interrogando sul futuro derivante dal Covid 19. È evidente ormai a chiunque che ad uscire con le ossa rotte da questa durissima prova che sta uccidendo centinaia di migliaia di persone è il sistema capitalistico che ha dimostrato di essere incapace di assicurare un futuro all’umanità. Soprattutto sono venuti al pettine i risultati di politiche di rapina delle risorse e di smantellamento di ogni sistema di tutela collettiva che, nel nostro Paese ma più in generale in tutto il mondo, si erano affermate grazie alle lotte del movimento dei lavoratori dopo la fine della II Guerra mondiale e, sostanzialmente, fino alla caduta dell’URSS. Ora è chiaro che si apre una lotta durissima per impedire che l’uscita dalla crisi pandemica, che da crisi sanitaria è diventata crisi economica e sociale, sia a carico delle classi lavoratrici e che sia l’occasione per modificare ancora in peggio i rapporti di forza tra capitale e lavoro ad esempio attraverso la modifica peggiorativa del sistema contrattuale o che con l’introduzione dello Smart Working si introduca ulteriore flessibilità e aumento del tempo e dei carichi di lavoro. La partita che stanno giocando i “prenditori” nostrani e le multinazionali è che il capitale si appropri delle risorse disponibili riuscendo così a passare pressoché indenne una crisi che in larga parte è frutto della sua criminale gestione del potere. L’enormità delle risorse che l’Europa e i Governi dei Paesi coinvolti stanno tirando fuori è impressionante e dovrebbero rendere chiaro a tutti che le politiche di austerità a cui i governi e l’UE hanno costretto milioni di persone per anni, strangolando intere economie e massacrando la vita della gente comune, sono il frutto di scelte economiche e non di reale mancanza di risorse. Lo scontro in atto, a cui è necessario partecipare, è quindi quello di determinare dove e a chi dovranno essere rivolte le risorse messe in campo e come lo Stato debba tornare a svolgere una funzione generale e determinante nella gestione di queste risorse e, in definitiva, nell’economia. È chiaro che il sistema imprenditoriale, memore dei fasti del capitalismo assistito all’italiana, cerchi in ogni modo di assicurarsene la fetta più consistente. Abbiamo quindi due compiti fondamentali, quello del rendere patrimonio comune l’analisi di quanto sta accadendo, di quali sono le cause reali e questo a cominciare dal nostro tessuto organizzativo affinché possa arrivare in ogni luogo di lavoro, in ogni quartiere attraverso un largo e approfondito lavoro di formazione dei quadri, l’altro è quello di tenere assieme le lotte che certamente saranno la cifra dei prossimi mesi ed anni. È ovvio che le conseguenze economiche e sociali del dopo Covid non colpiranno tutti allo stesso modo, anche se tutti ne porteranno cicatrici profonde per molto tempo. Compito di una organizzazione di classe è quello di tenere assieme sul piano confederale tutte le spinte alla lotta che si presenteranno, orientandole e dirigendole affinché il giochetto classico delle classi dominanti di mettere uno contro l’altro gruppi di interesse diversi per impedire una forte capacità di impatto alle lotte non riesca ancora una volta. In questi dieci anni abbiamo attraversato situazioni difficili e complicate ma l’organizzazione è sempre stata capace di uscirne grazie alla capacità di analisi, inchiesta e previsione e grazie alla strutturazione organizzativa che ci siamo dati. Ritengo che anche in questa fase l’USB tutta sarà capace di occupare gli spazi sindacali, sociali e politici che si apriranno e di ingaggiare con successo la battaglia che abbiamo di fronte.

RDC: L’USB ha sostenuto la campagna per attribuire il Premio Nobel Per la Pace alla Brigata di medici cubani Henry Reeve che ha operato anche in Italia durante il primo periodo pandemico. Come ha scritto giustamente: “Il premio Nobel per la pace a questi uomini e donne, che di fronte ad ogni catastrofe sono pronti a lasciare il proprio paese e i propri affetti per rischiare la vita a favore di persone sconosciute, è un premio alla concezione del mondo che rappresentano, in un’epoca nella quale la vita stessa del genere umano è in pericolo, a causa della irrazionalità di un sistema economico che ancora domina su gran parte del pianeta.” Puoi illustrarci le ragioni di tale campagna e le sue modalità di svolgimento?

Abbiamo portato avanti una campagna intensa per quantità e qualità, l’impostazione e le ragioni sono state quelle di mettere in evidenza che la terribile situazione che questo paese sta vivendo non è frutto della malasorte ma di scelte politiche ben precise, scelte fatte sia nella gestione della pandemia che prima: ovvero dare priorità al profitto e sacrificare la salute e la vita dei cittadini. La razionalità quindi del capitalismo a confronto con la razionalità di un sistema socialista come Cuba, che non solo sta salvaguardando la vita del proprio popolo, ma ha anche inviato le proprie brigate di medici in aiuto di diversi paesi del mondo.

Una piccola isola sottoposta a un blocco economico che in momento terribile invia i propri medici in uno dei posti più ricchi del mondo, la Lombardia. La materializzazione della solidarietà internazionalista sotto gli occhi di un popolo, quello italiano, che contemporaneamente assisteva alla chiusura delle frontiere dell’Unione Europea e a migliaia di morti.

il covid19 ha messo di nuovo a confronto due modelli sociali ed economici, che hanno dato risposte sia immediate sia strutturali radicalmente differenti alla pandemia, ottenendo risultati diametralmente opposti. Questo abbiamo discusso nelle nostre iniziative sostenendo il Nobel alla brigata di medici cubani.

Abbiamo fatto molte iniziative, come USB e FSM, una prima conferenza nazionale di lancio della campagna coinvolgendo tra gli altri il segretario generale della FSM e il rappresentante del sindacato cubano e, a seguire, una iniziativa in ogni regione. L’obiettivo era quello di discutere all’interno della nostra organizzazione nella maniera più ampia e diffusa possibile, coinvolgendo in primis le strutture della sanità e della ricerca, che in maniera sempre più evidente oggi rappresentano il fallimento del sistema capitalistico.

Come abbiamo detto in tutto il nostro percorso, Cuba per noi ha già vinto il Nobel per la pace e noi continueremo a trarre ispirazione per il nostro lavoro da quella esperienza socialista, portando sostegno e solidarietà al popolo e al governo cubano.

RDC: Una attenzione particolare da parte dell’USB è stata quella dedicata alle Palestina e alle azioni concrete in suo sostegno. Penso in particolare alle iniziative in sostegno ai prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri sioniste e per l’embargo militare nei confronti di Israele, con cui l’Italia purtroppo collabora in una serie di settori di punta. È una attività preziosa quella del sindacato, considerato l’allineamento delle formazioni politiche del quadro istituzionale tutto e lo schiacciamento dei media italiani sulle necessità israeliane. Può spiegarci quale è l’approccio di USB e quali sono le iniziative svolte?

USB è da sempre a fianco del popolo palestinese, attraverso campagne, iniziative, momenti di lotta, e anche portando la nostra solidarietà concreta direttamente in Palestina. I sindacati palestinesi di classe e che non hanno legami con Israele sono affiliati insieme a noi alla FSM, le attività che portiamo avanti (di lotta e di controinformazione) sono basate sul carattere antiimperialista e anticapitalista nostro e della FSM.

Siamo stati più di una volta in Palestina e vivere direttamente la vita del popolo palestinese è devastante. Un popolo costretto in una gabbia, circondato da muri, filo spinato e check point.

Parlare di normalità in Palestina è un ossimoro. Qualsiasi forma di normale quotidianità è negata.

in solidarietà con il popolo e i lavoratori Palestinesi, dal 2016 abbiamo dato la formale adesione dell’USB alla campagna internazionale BDS – Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni, nei confronti dello Stato di Israele.

Una campagna che riteniamo possa avere effetti rilevanti sul piano internazionale, attraverso un aumento della pressione democratica per fermare i crimini commessi dallo Stato Israeliano nei confronti del popolo Palestinese, analogamente ai successi ottenuti dalla campagna BDS nei confronti del regime Sudafricano dell’Apartheid.

Sempre nei nostri incontri veniamo sollecitati a sviluppare una costante pressione sui governi dei vari paesi e sulla UE, chiedendo in particolare l’interruzione di ogni collaborazione scientifica e universitaria con Israele. Di recente abbiamo aderito alla campagna internazionale per la liberazione dei bambini palestinesi dalle carceri israeliane e partecipato all’iniziativa di presentazione del dossier BDS sull’embargo di armi a Israele, anche su questo promuoveremo altre iniziative.

RDC: Una parte importante della classe operaia che ha espresso maggiore combattività in Italia lavora nella logistica e nelle campagne, in cui USB ha una presenza organizzativa sempre più rilevante. Parte di quegli stessi operai di origine indiana organizzati da USB che qui lottano per migliori garanzie complessive e non solo lavorative, si sono mobilitati in sostegno alle lotte dei contadini indiani contro il pacchetto legislativo approvato (anche se sospeso) da governo di Modi in India che stravolge le condizioni nel lavoro agricolo.

In che modo USB ha sostenuto tale lotta?

La risposta è duplice, comprendendo sia la lotta dei lavoratori della logistica nel nostro paese, composta soprattutto da lavoratori immigrati, sia la solidarietà concreta data da USB ai contadini indiani, che ha visto la naturale esposizione dei lavoratori di quel paese presenti in Italia, impiegati in questo settore.

Per quanto riguarda la logistica nel nostro paese, possiamo affermare senza timore di smentita che il supporto sindacale ed organizzativo di USB è stato un elemento fondamentale per lo sviluppo del conflitto a Piacenza, epicentro della prima ondata di scioperi, costata la vita a Abd El Salam, nostro militante sindacale schiacciato da un “padroncino” di un tir nella serata del 14 settembre del 2016, durante un picchetto davanti all’azienda Gls. Una vittima di un conflitto durissimo, che ancora oggi contrappone operai e padroni in un settore strategico per il sistema produttivo capitalistico. Un conflitto che è continuato in questi anni a Piacenza e in altre città e regioni, ottenendo risultati concreti in termini di diritti e apertura di spazi di contrattazione precedentemente inimmaginabili. Una lotta che continua, trovando alimento e forza in una classe operaia giovane e non condizionata dalle sconfitte introiettate dalla classe operaia nostrana in tutti questi anni di arretramento, causato dalla complicità del sindacalismo confederale e da una legislazione antioperaia tra le peggiori del continente europeo, grazie a governi di destra e di falsa “sinistra”.

Naturale, in questo contesto, la solidarietà dei lavoratori indiani presenti in Italia verso i loro compatrioti in lotta contro una proposta di legge che, se attuata, riporterebbe indietro di un secolo i diritti conquistati dai contadini del continente indiano. Così come naturale è stata la solidarietà di USB, attraverso una serie di iniziative veicolate in tutto il mondo dalla FSM al fianco della più grande mobilitazione della storia del movimento contadino a livello mondiale, oscurata solo dal servilismo dei nostri mass media.

RDC: L’Italia fa parte della NATO. La nuova amministrazione nord-americana sembra volere utilizzare l’Alleanza Atlantica come strumento per lanciare contro Cina e Russia una Nuova Guerra Fredda. A questa rinnovata politica bellicistica i singoli paesi che ne fanno parte dovrebbero contribuire destinando ben il 2% del proprio PIL alle spese belliche legate alla NATO. Visti i meccanismi di articolazione di bilancio dettati dalla UE, questo vuol dire di fatto – per l’Italia ma non solo – tagliare ulteriormente i fondi destinati al welfare. Come si muoverà il sindacato in questo contesto di tendenza alla guerra e di aumento delle spese militari non legate a nessuna minaccia concreta?

Il capitalismo ha sempre utilizzato, in condizioni di crisi sistemica, l’arma della guerra guerreggiata come ultima “ratio” per recuperare egemonia politica ma soprattutto capacità di ripresa del suo infernale sistema di sfruttamento e valorizzazione dei profitti.

Di nuovo, come in altre fasi storiche, il capitalismo, nella sua fase imperialistica, si trova a fronteggiare una crisi di profondità inedita, che assume caratteristiche “sistemiche”, coinvolgendo non solo l’economia ma anche l’ambiente e i suoi limiti “oggettivi”, riversandosi in tutta la società, sfregiata da oltre trent’anni di politiche ferocemente neoliberiste che hanno gettato le basi per l’attuale incapacità manifesta nella gestione della pandemia.

La sanità pubblica, ridotta ai minimi termini, è esattamente il prodotto di quelle politiche, trasformandosi in un cappio al collo per le maggioranze. Una crisi che coinvolge la legittimità stessa delle classi dominati al potere nei vari paesi e poli imperialisti occidentali, evidentemente incapaci di mantenere una egemonia politica ed ideologica stabile, producendo vuoti di potere riempiti da personaggi come Trump, Bolsonaro, Johnson o come Draghi in Italia, a rappresentare il fallimento di una intera classe dirigente nazionale, incapace di gestire le politiche “espansive” del Recovery Found.

In questa situazione è naturale, per il capitalismo, la spinta ad una nuova guerra fredda, gestita dal “democratico” Joe Biden, che sta superando per provocazioni e sfrontatezza il suo predecessore. Gli obiettivi manifesti del decadente imperialismo a stelle e strisce sono gli antagonisti economici diretti, a partire dalla Cina e dalla Russia, legati a doppio filo con una serie di altri paesi indisponibili a sottostare ai diktat USA e UE.

Siamo, quindi, di fronte ad un nuovo periodo storico di grandi rivolgimenti, dove l’opzione bellica generalizzata – unica che potrebbe rispondere alle esigenze di distruzione / ricostruzione sufficienti a ridare fiato al capitalismo – è frenata dal diffuso possesso dell’arma atomica e da rapporti di forza profondamente mutati, nel breve lasso di tempo che ci separa dall’inizio della cosiddetta “globalizzazione” a dominanza statunitense.

Il Movimento Operaio internazionale e i sindacati di classe che lo hanno innervato si sono sempre schierati al fianco dei movimenti pacifisti e contro la guerra. Questa è la “mission” di USB, che si e’ battuta e si batterà con tutte le sue forze contro le spese militari, il militarismo e la tendenza alla guerra.

Una lotta non solo etica contro la barbarie della guerra, ma anche di carattere materiale. Le spese militari tolgono linfa vitale ad un sistema di welfare già prostrato da oltre 30 anni di tagli e di politiche antioperaie, finalizzate a estrarre il massimo profitto dov’è ancora possibile per un sistema agonizzante: i salari e le pensioni.

Tutto il nostro impegno sarà concentrato nell’unione di questi elementi, al fine di rendere possibile il rilancio di un forte movimento contro la guerra. Dobbiamo rendere comprensibile alle larghe masse il senso e il valore di questa battaglia per il mantenimento della pace, uscendo dagli stereotipi di un pacifismo autoreferenziale, coinvolgendo le vecchie e le nuove figure del lavoro salariato in questa battaglia per la sopravvivenza dell’umanità, che potrà continuare ad esistere se sarà capace di scrollarsi di dosso il capitalismo.

RDC: Un’ultima domanda, quest’anno è previsto lo svolgimento del Congresso della FSM-WTUF in Vietnam a dicembre. Puoi parlarci del valore che assume questo appuntamento in un contesto ancora fortemente segnato dalla pandemia, proprio in un Paese che si è caratterizzato per una delle gestioni più virtuose nel contenimento del contagio?

Appuntamento importantissimo, soprattutto per l’enorme lavoro che la FSM sta facendo in tutto il mondo e la necessità della definizione del sindacato di classe necessario in questa fase storica.

A questo si aggiunge lo svolgimento in una paese che ha risposto alla pandemia in maniera completamente diversa dai paesi capitalistici, ovvero il congresso in un paese che ha priorità diverse dal profitto del capitale.

Sarà un momento decisivo per tutti noi anche per ridefinire l’assetto interno vista la grande crescita avuta in questi anni dall’ultimo congresso di Durban in Sud Africa a oggi.

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