Pubblichiamo l’introduzione di Angelo D’ Arcangeli al seminario dell’Accademia Rebelde di Roma dedicato al fondamentale testo, di Vladimir Lenin, Che Fare ?

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Introduzione allo studio del Che fare? di Lenin

Salve, benvenuti alla seconda sessione del ciclo di Accademia Rebelde dedicato al pensiero di Lenin sul partito e lo Stato. Oggi tratteremo del Che fare? un testo che, nonostante sia stato scritto più di un secolo fa, è estremamente attuale e costituisce, per chi vuole cimentarsi nell’opera di costruzione del partito, un riferimento politico fondamentale.

1. Inquadramento storico

Inquadriamo innanzitutto il contesto in cui il Che fare? di Lenin si colloca.

La Russia dell’Ottocento era un impero che si estendeva dall’Est Europa fino all’Asia; era governata da una monarchia, quella degli zar della dinastia dei Romanov, oscurantista e particolarmente feroce nella repressione degli oppositori politici; era composta in larga misura da contadini sfruttati bestialmente dai proprietari terrieri e tenuti in una condizioni di superstizione e analfabetismo. Nelle principali città, come Mosca e Pietrogrado, iniziavano a sorgere agglomerati industriali e quindi i primi embrioni di classe operaia.

Queste trasformazioni economiche e i sommovimenti politici in atto in Europa (rivoluzioni borghesi prima e sviluppo del movimento socialista poi), alimentavano la nascita in Russia di organizzazioni rivoluzionarie. Dapprima sorsero i decabristi, ossia oppositori liberali dello zar provenienti dalle fila della nobiltà; in seguito i populisti, ossia socialisti utopisti che aspiravano ad instaurare il socialismo in Russia ma saltando la fase capitalista, facendo leva sui contadini anziché sugli operai e usando come unico metodo di lotta gli attentati nei confronti di esponenti della nobiltà (la loro azione più eclatante fu l’uccisione dello zar Alessandro II).

Il socialismo scientifico di Marx ed Engels giunse in Russia intorno al 1880, grazie all’opera di Plekhanov e del suo gruppo “Emancipazione del lavoro”. Si trattava di rivoluzionari esuli in Europa che avevano abbandonato il populismo ed erano passati al marxismo, avviando un lavoro di traduzione e diffusione in Russia delle opera di Marx ed Engels. Iniziarono a sorgere i primi circoli marxisti in Russia, clandestini per sfuggire alla feroce repressione zarista. Il socialismo scientifico per farsi strada in questa prima fase oltre a contrastare sul piano ideologico e politico il populismo, dovette lottare anche con un tentativo di revisione del marxismo passato alla storia come “marxismo legale”. Si trattava di una corrente composta da intellettuali borghesi che, attratti dalla crescente diffusione del marxismo, ne rigettavano però le parti fondamentali: ossia la teoria della rivoluzione e della dittatura del proletariato. Molti di questi “compagni di strada” divennero in seguito cadetti (partito principale della borghesia russa) e, durante la guerra civile che seguì la Rivoluzione d’Ottobre, furono guardie bianche anti-comuniste.

Nel 1898 si tenne, su iniziativa di Plekhanov, il primo congresso del Partito operaio socialdemocratico russo (così si chiamava allora il partito comunista). Lenin non era presente perché costretto al confino in Siberia per la sua attività cospirativa.

La fondazione del partito fu però più un atto formale che sostanziale. Il Congresso non aveva approvato un programma, uno statuto, non aveva avviato un lavoro di strutturazione organizzativa del partito e, infine, il Comitato Centrale venne quasi subito arrestato.

Grande era la confusione ideologica, imperante la disorganizzazione e profondo ancora il distacco tra il partito e il movimento operaio che man mano prendeva piede nelle principali città. In particolare, la principale deviazione che ostacolava la costruzione del partito era l’economicismo.

Se in una fase iniziale i comunisti erano chiusi nei loro circoli clandestini e questo loro isolamento favoriva in qualche modo l’influenza della concezione populista dell’azione individuale (ossia gli attentati contro la nobiltà), con il montare del movimento operaio e degli scioperi i comunisti iniziarono ad “andare dalle masse”. Nell’effettuare questo “cambio di direzione” emerse una nuova deviazione, quella economicista appunto.

Gli economicisti sostenevano che i comunisti dovevano dedicarsi esclusivamente al sostegno e alla promozione delle lotte rivendicative degli operai per il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro e, sostanzialmente, delegare alla borghesia liberale la lotta sul piano politico.

A sostegno di questa loro posizione affermavano che gli operai avevano una visione del mondo talmente angusta da non essere in grado di andare oltre le lotte rivendicative, di andare oltre i loro “bisogni immediati” e, pertanto, i comunisti si sarebbero trovati isolati e si sarebbero “staccati dalle masse” nel caso in cui avessero provato a portare gli operai nel campo della lotta politica e rivoluzionaria.

In sintesi, gli economicisti attaccavano la necessità, da parte della classe operaia, di avere un partito autonomo ideologicamente e politicamente che ne dirigesse la lotta per il potere e, consapevoli o meno è secondario, portavano la classe operaia a diventare un’appendice politica della borghesia.

Sul piano ideologico gli economicisti erano i fautori in Russia della corrente opportunista che si era sviluppata nel frattempo in Europa in seno al movimento socialdemocratico e che aveva come suo principale esponente il tedesco Bernstein. Quest’ultimo, in nome della “lotta contro il dogmatismo” e della “libertà di critica”, attuava una revisione del marxismo mettendo in discussione (costante di tutti gli opportunisti e i revisionisti) la teoria della rivoluzione e la dittatura del proletariato, a favore di un “avanzamento graduale e pacifico verso il socialismo”. 

Davanti a questa situazione, Lenin ritiene che fosse necessario condurre una lotta serrata contro l’economicismo dentro al partito e, una volta isolata questa corrente, arrivare alla convocazione del II Congresso.

Il Che fare?, scritto nel 1902, è l’arma con cui Lenin condusse questa fondamentale lotta ideologica nel partito in vista e in preparazione del II Congresso, che si tenne nel 1903 tra Bruxelles e Londra.

2. Le tesi principali del Che fare?

Fatta questa premessa, possiamo entrare nel merito delle principali tesi affermate nel Che fare?

Nel fare questo, invito a riflettere su un aspetto: in Occidente la rivoluzione socialista non è stata fatta principalmente per la mancata assimilazione e uso delle lezioni del leninismo, dunque la mancata trasformazione, per usare le parole di Lenin, dei “partiti europei di vecchio tipo, parlamentari, riformisti di fatto, con solo una spruzzatina di colore rivoluzionario” in partiti bolscevichi.

Lo stesso Lenin aveva messo in guardia su questo rischio nel 1922, al IV congresso dellInternazionale Comunista : “I compagni stranieri debbono digerire un buon pezzo di esperienza russa (…) Essi debbono studiare in un senso particolare, per comprendere veramente l’organizzazione, la struttura, il metodo e il contenuto del lavoro rivoluzionario. Se questo sarà fatto, sono convinto che le prospettive della rivoluzione mondiale saranno non soltanto buone, ma eccellenti”. 

Oltre a questo aspetto utile alla riflessione e al bilancio dell’esperienza del vecchio movimento comunista in Occidente, invito a riflettere sulla grande attualità delle tesi affermate nel Che fare? circa

1. la distinzione tra comunisti e sinistra borghese (in particolare in merito alla natura e ruolo del partito: Stato Maggiore che dirige la lotta per il socialismo anziché strumento elettorale al servizio di un “riformismo senza riforme”, ala sinistra del regime borghese esistente),

2. la distinzione tra comunisti e tutta una serie di posizioni e deviazioni presenti nella sinistra di classe (in particolare la sottovalutazione e il disprezzo della teoria rivoluzionaria, che porta a navigare a vista ed essere in balia dell’intossicazione ideologica promossa dalla classe dominante; la riduzione della “politica rivoluzionaria” al mero sostegno e promozione delle lotte rivendicative; la tendenza, diffusa tra le formazioni identitarie, ad auto-proclamarsi “partito comunista” limitandosi poi all’attività elettorale oppure a proseguire per decenni nella difesa e nella propaganda dei principi comunisti senza mai fare seriamente i conti con i motivi dell’assenza di sviluppo organizzativo e di passi in avanti nel legame con il movimento operaio, che sono il vero metro di misura dell’azione di un partito comunista).

Entriamo nel merito delle principali tesi del Che fare?

  • Tesi 1: “Senza teoria rivoluzionaria non può esserci movimento rivoluzionario”

Per inquadrare adeguatamente natura e compiti del partito comunista, Lenin parte dalla concezione comunista del mondo. Il partito deve essere innanzitutto un organismo che assimila, usa e arricchisce, con l’analisi della realtà e con la sua pratica, la scienza comunista. Solo così sarà in grado di guidare la rivoluzione socialista e la transizione dal capitalismo al comunismo. Se, facendo un collegamento con l’oggi, riflettiamo sullo sbandamento ideologico prodotto dalla sconfitta subita dal movimento comunista nel secolo scorso e dalla reazione borghese che ne è seguita in tutti i campi, non possiamo vedere come questa posizione di Lenin sia più attuale che mai.

Lenin riprende Engels e indica che la lotta rivoluzionaria si compone di tre fronti: la lotta sul fronte teorico, la lotta sul fronte politico, la lotta sul fronte sindacale-rivendicativo. Dei tre, quello che dà prospettiva a tutto è il primo: senza una concezione scientifica del mondo, senza autonomia ideologica, senza una teoria rivoluzionaria, il partito si trova alla coda dell’ala sinistra della borghesia, ne subisce l’influenza, ne diventa succube:

“ogni sottomissione del movimento operaio alla spontaneità – afferma Lenin, ogni menomazione della funzione dell'”elemento cosciente”, della funzione della socialdemocrazia significa di per sé – non importa lo si voglia o no – un rafforzamento dell’influenza dell’ideologia borghese sugli operai. Tutti coloro che parlano di “sopravvalutazione della ideologia”, di esagerazione della funzione dell’elemento cosciente, ecc., immaginano che il movimento puramente operaio sia di per sé in grado di elaborare – ed elabori in realtà – una ideologia indipendente; che ciò che più conta sia che gli operai “strappino dalle mani dei dirigenti le loro sorti”. Ma questo è un profondo errore” (…)

“Ma perché – domanderà il lettore – il movimento spontaneo, il movimento che segue la linea del minimo sforzo, conduce al predominio dell’ideologia borghese? Per la semplice ragione che, per le sue origini, l’ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione. E quanto più giovane è il movimento socialista di un determinato paese, tanto più energica deve essere la lotta contro tutti i tentativi di consolidare la ideologia non socialista, tanto più risolutamente bisogna premunire gli operai contro i cattivi consiglieri che gridano alla “sopravvalutazione dell’elemento cosciente”, ecc.”

Affermata la centralità della scienza comunista, Lenin mette però in luce che la classe operaia da sola, spontaneamente, ossia basandosi sulla sua esperienza pratica quotidiana, non può giungere alla concezione comunista del mondo ma può arrivare solo ad una concezione rivendicativa, di contrapposizione con il padrone per ottenere migliori condizioni di vita, alla convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc.

“La dottrina del socialismo – afferma Lenin – è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche, economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali. Per la loro posizione sociale, gli stessi fondatori del socialismo scientifico contemporaneo, Marx ed Engels, erano degli intellettuali borghesi. Anche in Russia la dottrina teorica della socialdemocrazia sorse del tutto indipendentemente dallo sviluppo spontaneo del movimento operaio; sorse come risultato naturale e inevitabile dello sviluppo del pensiero fra gli intellettuali socialisti rivoluzionari”.

Perché la classe operaia da sola non può giungere alla concezione comunista? Perché la concezione comunista è frutto dell’analisi della storia dell’umanità, del modo di produzione capitalista, delle sue contraddizioni e delle prospettive, della comprensione del percorso necessario per il superamento della società divisa in classi sociali, ecc. La concezione comunista del mondo è una scienza frutto di quanto più avanzato prodotto dall’uomo in campo economico, filosofico e politico e, inoltre, come ogni scienza, è in perenne evoluzione e sviluppo.

E’ compito del partito portare agli elementi avanzati della classe operaia la concezione comunista.

  • Tesi 2: La lotta all’economicismo

Nel Che fare? Lenin dedica ampio spazio alla lotta contro l’economicismo, data la diffusione che aveva all’epoca nel partito e nel movimento socialdemocratico russo. Riporto un estratto del testo, in quanto molto utile anche alla riflessione sulle deviazioni presenti oggi nel movimento di classe e in diversi compagni che si dedicano all’attività sindacale.

“L‘errore capitale di tutti gli economisti – afferma Lenin – è la convinzione che si può sviluppare la coscienza politica di classe degli operai, per così dire, dall‘interno, con la lotta economica, partendo cioè solo (o almeno principalmente) da tale lotta, basandosi solamente (o almeno principalmente) su tale lotta. Questo punto di vista è radicalmente sbagliato (…) La coscienza politica di classe può essere portata all‘operaio solo dall‘esterno, cioè dall‘esterno della lotta economica, dall‘esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni (…) alla domanda: che cosa fare per dare agli operai cognizioni politiche? Non ci si può limitare a dare una sola risposta, a dare quella risposta che nella maggior parte dei casi accontenta i militanti, soprattutto quando essi pencolano verso l‘economismo, e cioè: “andare tra gli operai” (…)

Fissati questi concetti, Lenin fa un esempio concreto, molto utile anche per noi per riflettere sull’oggi e per vedere, “toccare con mano” la differenza tra l’attività economicista e l’attività comunista. Cito:

“Prendete il tipo di circolo socialdemocratico (comunista, ndr) che da qualche anno è il più diffuso e vedetelo all’opera. Esso ha dei «legami con gli operai» e si limita a questo, pubblicando dei fogli nei quali flagella gli abusi che si commettono nelle fabbriche, la parzialità del governo in favore dei capitalisti e le violenze poliziesche. Nelle riunioni con gli operai, la discussione di solito non si allontana o quasi non si allontana da questi argomenti; le conferenze e le conversazioni sulla storia del movimento rivoluzionario, sulla politica interna ed estera del nostro governo, sull’evoluzione economica della Russia e dell’Europa, sulla situazione dell’una o dell’altra classe nella società contemporanea, ecc. sono rarissime e nessuno pensa a stabilire e sviluppare sistematicamente dei legami con altre classi sociali.

Insomma, il militante ideale, per i membri di un circolo simile, somiglia nella maggior parte dei casi molto più a un segretario di una qualunque trade-union (ossia sindacato, ndr) che a un capo politico socialista. Infatti il segretario di una qualunque (sindacato) inglese, per esempio, aiuta costantemente gli operai a sviluppare la lotta economica, organizza delle denunce sulla vita di fabbrica, spiega l’ingiustizia delle leggi e dei regolamenti che intralciano la libertà di sciopero, la libertà delle squadre di sorveglianza (per avvertire tutti che vi è lo sciopero in quella officina), mette in rilievo la parzialità delle commissioni arbitrali composte di rappresentanti dalla borghesia, ecc. ecc.

In una parola, qualunque segretario di (sindacato) sviluppa e contribuisce à sviluppare la «lotta economica contro i padroni e contro il governo». E non si ripeterà mai troppo che ciò non è ancora socialdemocrazia, che l’ideale del socialdemocratico non deve essere il segretario di un (sindacato), ma il tribuno popolare, il quale sa reagire contro ogni manifestazione di arbitrio e di oppressione, ovunque essa si manifesti e qualunque sia la classe o la categoria sociale che ne soffre, sa generalizzare tutti questi fatti e trame il quadro completo della violenza poliziesca e dello sfruttamento capitalistico; sa, infine, approfittare di ogni minima occasione per esporre dinanzi a tutti le proprie convinzioni socialiste e le proprie rivendicazioni democratiche, per spiegare a tutti l’importanza storica mondiale della lotta emancipatrice del proletariato (…)”

  • Tesi 3: Il partito deve essere l’avanguardia della classe operaia

Lenin afferma che il partito non deve limitarsi al sostegno e alla promozione delle lotte rivendicative ma svolgere il ruolo di Stato Maggiore della classe operaia nella lotta per il potere. Il partito deve dirigere l’insieme dei campi di lotta, intervenire in tutte le classi delle masse popolari e sfruttare a proprio vantaggio anche le contraddizioni in campo nemico.

Nell’affermare questa impostazione, Lenin non solo contrasta le concezioni economiciste ma anche quelle spontaneiste, secondo cui il partito non può e non deve avere un suo preciso piano d’azione. Lenin afferma che il partito non può e non deve navigare a vista, in balia degli eventi e dell’improvvisazione, deve avere una sua strategia e tattica, un piano di azione che deve poggiare sull’analisi concreta dalla situazione concreta, su una rigorosa e scientifica analisi della realtà. Senza un piano, il partito si pone alla coda delle masse e non alla loro testa. Questa è un’impostazione molto attuale anche oggi. Senza strategia, senza impianto strategico, non può esserci lavoro di prospettiva, di costruzione e di sedimentazione delle forze.

Cito Lenin:

“La funzione della socialdemocrazia non è di trascinarsi alla coda del movimento: cosa che nel migliore dei casi è inutile, e, nel peggiore, estremamente nociva per il movimento stesso (…) la spontaneità delle masse esige da noi, socialdemocratici, un alto grado di coscienza. Quanto più grande è la spinta spontanea delle masse, quanto più il movimento si estende, tanto più aumenta, in modo incomparabilmente più rapido, il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa della socialdemocrazia.

La spinta spontanea delle masse in Russia si è prodotta (e si produce ancora) con tale rapidità che la gioventù socialdemocratica ha mostrato di non essere preparata all’adempimento di questi compiti giganteschi (…) I rivoluzionari sono rimasti indietro al progresso del movimento, e nelle loro “teorie” e nella loro attività non sono riusciti a creare una organizzazione che non abbia soluzioni di continuità, un’organizzazione permanente capace di dirigere l’insieme del movimento”.

“[Ci dicono che] «La tattica-piano [il piano strategico, ndr] contraddice allo spirito fondamentale del marxismo»! Questa è una calunnia, una caricatura del marxismo (…) La storia della socialdemocrazia internazionale pullula di piani proposti da questo o da quel capo politico, piani che ora attestano la chiaroveggenza e la giustezza delle opinioni politiche e organizzative, ora svelano la cecità e gli errori politici dei loro autori. Quando la Germania attraversò una delle più grandi crisi della storia — formazione dell’Impero, apertura del Reichstag, concessione del suffragio universale — Liebknecht aveva un piano di politica e di azione socialdemocratica e Schweitzer ne aveva un altro. Quando i socialisti tedeschi furono colpiti dalle leggi eccezionali, Most e Hasselmann avevano un piano, l’appello puro e semplice alla violenza e al terrore; Höchberg, Schramm e (in parte) Bernstein ne avevano un altro: si dettero a predicare ai socialdemocratici che, poiché avevano provocato con la violenza inconsiderata e con il loro spirito rivoluzionario la legge che li colpiva, dovevano ora ottenere il perdono con una condotta esemplare; esisteva infine un terzo piano: quello degli uomini che preparavano e attuavano la pubblicazione di un giornale illegale. Quando si considerano gli avvenimenti dopo parecchi anni, quando la lotta per la scelta della strada da seguire è terminata e la storia si è definitivamente pronunziata sul valore della strada prescelta, non è difficile naturalmente dare prova di profondità di pensiero e dichiarare sentenziosamente che lo sviluppo dei compiti del partito procede insieme con lo sviluppo del partito stesso (….)”

  • Tesi 4: Partito di rivoluzionari di professione

Circa la struttura e la composizione del partito, Lenin riteneva che esso dovesse essere composto da due parti: a) un numero limitato di militanti fissi, principalmente da rivoluzionari di professione, cioè di militanti liberi da qualsiasi lavoro estraneo a quello di partito, i quali dovevano essere formati ideologicamente, avere esperienza politica e organizzativa e conoscere l’arte della lotta contro la polizia politica, b) una larga rete di organizzazioni periferiche del partito, comprendenti un gran numero di aderenti e sostenute dalla simpatia e dall’appoggio di migliaia di lavoratori. Diamo la parola a Lenin:

“(…) affermo: 1) che non potrà esservi un movimento rivoluzionario solido senza un‘organizzazione stabile di dirigenti che ne assicuri la continuità; 2) che quanto più numerosa è la massa entrata spontaneamente nella lotta… tanto più imperiosa è la necessità di siffatta organizzazione e tanto più questa organizzazione deve essere solida; 3) che tale organizzazione deve essere composta principalmente di uomini i quali abbiano come professione l‘attività rivoluzionaria; 4) che in un paese autocratico sarà tanto più difficile “impadronirsi” di siffatta organizzazione quanto più ne ridurremo gli effettivi, fino ad accettarvi solamente i rivoluzionari di professione, educati dalla loro attività rivoluzionaria alla lotta contro la polizia politica; 5) che in tal modo, tanto più numerosi saranno gli operai e gli elementi delle altre classi che potranno partecipare al movimento e militarvi attivamente”. 

A questo punto è utile fare un salto temporale, per comprendere fino in fondo la concezione organizzativa del partito in Lenin, e passare dal 1902 (data di pubblicazione del Che fare?) all’anno successivo, ossia al II Congresso del partito. In quella sede, infatti, come è ben descritto nell’opuscolo Un passo avanti, due indietro di Lenin, la lotta interna al partito tra bolscevichi (i leninisti) e i menscevichi (gli opportunisti) si concentrò esattamente sul primo articolo dello Statuto che definiva la questione: “chi può essere membro del partito?”.

Riporto la ricostruzione fatta da Stalin in Storia del PC(b)R, che fornisce degli elementi di riflessione utili anche sull’oggi e, in particolare, sulle tendenze piccolo-borghesi che percepiscono l’entrare in un partito, l’essere organizzati in un collettivo e il rispettare una disciplina di partito come una “menomazione del proprio io”, una “violazione della propria libertà” anziché concepire l’organizzazione e il collettivo come l’unico strumento possibile che rafforza e dà gambe effettive alla lotta per il socialismo e, quindi, che valorizza e dà prospettiva anche agli sforzi individuali altrimenti destinati a scarso risultato.

Cito Stalin: “La formula di Lenin [presentata al Congresso, ndr] diceva: può essere membro del partito chiunque accetta il programma del partito, sostiene materialmente il partito ed è membro di una delle sue organizzazioni. La formula di Martov (capo della corrente dei menscevichi, ossia degli opportunisti, ndr), pur ritenendo l’accettazione del programma e il sostegno materiale al partito come condizioni indispensabili per l’iscrizione al partito, non riteneva però che l’appartenenza ad una delle sue organizzazioni fosse condizione necessaria per l’adesione e riteneva che un membro del partito potesse anche non essere membro di una delle sue organizzazioni.

Lenin considerava il partito come un reparto organizzato, i cui membri non si attribuiscono da soli la qualità dei membri di partito, ma devono essere accettati nel partito da una delle sue organizzazioni e sottomettersi dunque alla disciplina di partito. Martov, invece, considerava il partito come qualche cosa di amorfo sotto l’aspetto organizzativo, i cui membri si qualificano tali da se stessi e non sono obbligati quindi a sottomettersi alla disciplina di partito, poiché non fanno parte di una delle sue organizzazioni.

Cosicché, la formula proposta da Martov, a differenza di quella di Lenin, spalancava le porte del partito agli elementi oscillanti, non proletari. Alla vigilia della rivoluzione democratico-borghese, tra gli intellettuali borghesi vi era chi simpatizzava momentaneamente con la rivoluzione. Costoro potevano anche, di quando in quando, rendere qualche servizio al partito. Però non avrebbero mai aderito ad un’organizzazione del partito, obbedito alla disciplina del partito, adempiuto i compiti assegnati dal partito e affrontato i pericoli derivanti dai compiti stessi. È questa gente che Martov e gli altri menscevichi proponevano di considerare come membri del partito. Ed è a questa gente che essi intendevano dare il diritto e la possibilità di influire sulla vita del partito. Martov e gli altri menscevichi proponevano persino di dare ad ogni scioperante il diritto di «attribuirsi» la qualità di membri del partito, sebbene agli scioperi partecipassero anche non socialisti, anarchici, socialisti-rivoluzionari.

Invece del Partito monolitico, combattivo, ben organizzato, per il quale lottavano Lenin e i leninisti, i seguaci di Martov volevano quindi un partito non omogeneo, mal definito, amorfo, che non poteva essere un partito combattivo, non fosse che per la sua eterogeneità e per l’assenza di una ferrea disciplina nel suo seno”.

  • Tesi 5: Creare un giornale nazionale che sia organizzatore collettivo, l’Iskra

Tornando al 1902 e al Che fare?, Lenin proponeva come primo passo per procedere nella costruzione ideologica, politica e organizzativa del partito, la realizzazione di un giornale clandestino nazionale, prodotto all’estero e poi riprodotto e diffuso in Russia. Compito del giornale era contribuire ad omogenizzare ideologicamente i membri del partito e a conquistare nuovi compagni e circoli attraverso la lotta ideologica contro l’economicismo e, al contempo, essere un “organizzatore collettivo”, dunque uno strumento di organizzazione utile alla creazione di una fitta rete di fiduciari, in grado di operare in qualsiasi situazione, embrione del partito di rivoluzionari di professione. Un progetto del genere sembrava impossibile per l’epoca stante il livello di controllo e repressione e, secondo gli economicisti, era inutile poiché bisognava dare priorità al lavoro locale e alle denunce di quanto avveniva a livello locale.

L’Iskra fu invece uno strumento fondamentale per la costruzione del partito sul piano ideologico e politico. E, a noi comunisti del XXI secolo, insegna la potenza insita nella combinazione tra idee lungimiranti, che precorrono tempi e mettono in discussione abitudini e stereotipi, con il “grigio lavoro quotidiano”, necessario per dare gambe ai progetti più ambiziosi.

Per dirla alla Stalin: “Il leninismo è una scuola teorica e pratica, la quale forma un tipo speciale di militante del partito e dello Stato la quale crea uno stile speciale di lavoro, uno stile leninista. In che cosa consistono i tratti caratteristici di questo stile? Quali sono le sue particolarità?

Queste particolarità sono due:

a) lo slancio rivoluzionario russo e b) lo spirito pratico americano.

Lo stile del leninismo consiste nell’unione di queste due particolarità nel lavoro di partito e di Stato.

Lo slancio rivoluzionario russo è un antidoto contro l’inerzia, lo spirito abitudinario e di conservazione, la stagnazione del pensiero, la sottomissione servile alle tradizioni degli avi. Lo slancio rivoluzionario russo è una forza vivificatrice che sprona il pensiero, che spinge in avanti, che distrugge il passato, che dà una prospettiva. Senza di esso non è possibile nessun movimento in avanti. Ma v’è ogni probabilità che esso degeneri, all’atto pratico, in un vuoto manilovismo (fiacchezza) «rivoluzionario», se non lo si unisce, nel lavoro, con lo spirito pratico americano (…)

Lo spirito pratico americano è invece l’antidoto contro il manilovismo (fiacchezza) «rivoluzionario» e contro il miracolismo fantastico. Lo spirito pratico americano è una forza indomabile, che non sa e non riconosce nessuna barriera, che rimuove con la sua tenacia pratica ogni sorta di ostacoli che, una volta incominciato un lavoro, anche piccolo, non può non portarlo a termine, una forza senza la quale è inconcepibile un serio lavoro costruttivo. Ma lo spirito pratico americano ha tutte le probabilità di degenerare in un affarismo gretto e senza principi se non lo si unisce con lo slancio rivoluzionario russo (…)

Unione dello slancio rivoluzionario russo con lo spirito pratico americano: tale è l’essenza del leninismo nel lavoro di partito e di stato.

Solo quest’unione ci dà il tipo completo del militante leninista, lo stile del leninismo nel lavoro”.

Con queste parole di Stalin, che fissano bene la dialettica che deve esserci nel lavoro rivoluzionario tra teoria e pratica, tra ideologia e lavoro organizzativo, chiudiamo questa introduzione al Che fare? di Lenin e ricordiamo la prossima sessione dell’Accademia Rebelde su L’Estremismo che si terrà il 7 maggio.

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