Le tesi politiche della Rete dei Comunisti

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per l’Assemblea Nazionale del 2-3 luglio 2021

Indice

UNA CONCEZIONE DEL MONDO RIVOLUZIONARIA

I comunisti hanno prodotto storicamente un’altra concezione del mondo che ora – in piena crisi economica, sanitaria e ambientale del mondo capitalistico – torna ad essere la cornice indispensabile per delineare una via d’uscita progressiva all’involuzione incattivita del vecchio mondo.

Sono perciò impegnati ad agire nella loro pratica quotidiana in coerenza con ciò che sostengono sul piano teorico ed ideale. Dunque, il rapporto con l’attività politica è di tipo militante, disinteressato, mai finalizzato al tornaconto personale.

Danno grande importanza al ruolo che la soggettività può e deve svolgere dentro un processo di liberazione, e la costruiscono come dimensione collettiva organizzata dell’azione politica, rifiutando ogni personalismo. E quando una collettività organizzata assume le sue scelte, i comunisti si impegnano a metterle in pratica con disciplina e senso di responsabilità.

I comunisti non lottano mai per sé stessi, per “imporsi al mondo”. Ma per far maturare un futuro di vera giustizia sociale. Rischiano in prima persona, mettendosi in gioco attraverso la lotta, nella prospettiva del cambiamento.

Combattono la corruzione valoriale ed ideologica diffusa nella società, dunque anche nelle fila della cosiddetta “sinistra”, che ha distrutto la fiducia dei settori popolari nei confronti di attivisti e militanti, sia sociali che politici.

I comunisti sono impegnati, nella dialettica teoria/prassi, a ridefinire nella realtà odierna uno stile di lavoro e di vita che è stato sempre parte integrante del movimento comunista.

1° TESI: LE SCELTE DELLA RDC

LA PREMESSA

Passati oltre venti anni dall’inizio del terzo millennio, è tempo che i comunisti di questo Paese e di quest’area del mondo si mettano di nuovo al passo con la Storia, individuando gli assi portanti del prossimo futuro nonché delle modalità con cui è possibile esercitare un ruolo attivamente rivoluzionario in questi tempi.

Saper guardare al futuro è la chiave di volta per superare definitivamente lo “sconfittismo” che ha afflitto tutta la cosiddetta “sinistra”, soprattutto – ma non solo – europea, dopo la Caduta del Muro.

Ma non c’è nessuno sguardo realistico sul futuro se non si hanno radici ben piantate nella Storia. Il “nuovismo”, ossia la convinzione di poter andare in avanti senza alcuna tradizione o esperienza, è la tomba della capacità di pensare qualcosa di diverso da quel che c’è già.

Il riferimento storico della RdC è il Movimento Comunista del ‘900 che ha cambiato radicalmente il mondo, in quel secolo di lotte di classe, emancipando e liberando le classi subalterne ed i popoli delle colonie, garantendo i diritti dei lavoratori, delle donne e creando le tutele universali con la conquista dello Stato Sociale. Per la prima volta nella Storia “gli ultimi” hanno rovesciato il potere e costruito un diverso sistema di produzione, redistribuzione, vita. Questo non era mai accaduto, in migliaia di anni.

Dentro quella generale funzione emancipatrice avuta per tutta l’umanità, sono emerse contraddizioni e conflitti e nate tendenze divaricanti tra le quali, alla fine del secolo passato, hanno prevalso quelle riformiste, favorite anche dalla riuscita controffensiva mondiale del capitale. Per la RdC quella prospettiva, auspicata soprattutto dai partiti comunisti occidentali a cominciare dal PCI, non solo va ritenuta errata ma è da combattere ancora oggi in quanto va considerata tra le principali cause della disgregazione del fronte di classe.

Abbiamo perciò chiari come RdC anche i limiti di quella esperienza storica; limiti di condizione oggettiva (inadeguato sviluppo delle forze produttive), e soggettiva, cioè l’incapacità di tenere testa allo sviluppo del capitalismo sia sul piano quantitativo che qualitativo. Ovvero è stata dimostrata negli ultimi decenni del secolo scorso una inadeguatezza teorica e di concezione storica dell’alternativa socialista.

Per la RdC sono ancora da indagare sia la fine dell’URSS in relazione ai caratteri del PCUS, sia l’evoluzione della Cina del dopo Mao che oggi si presenta come alternativa all’occidente imperialista ma sulla base dell’uso dello stesso Modo di Produzione per la crescita delle forze produttive. Per i comunisti è questo il livello della sfida politica che si pone di fronte e che ha principalmente una dimensione teorica e storica.

La RdC ha avuto fin dagli anni ’90 coscienza del salto determinatosi in quel periodo ed ha fatto le sue scelte strategiche in relazione a quello, valutando i modi ed i tempi per la riproposizione del ruolo dei comunisti.

La RdC ha concepito e prodotto le proprie scelte a partire dalle rotture generali avute in quest’ultimo trentennio, quella del 1991 con la fine dell’URSS, quella del 2008 con la crisi finanziaria dell’intero occidente e quella attuale segnata dalla pandemia mondiale. In base a queste ha ridefinito nel tempo il ruolo politico e i caratteri dell’organizzazione.

L’attuale crisi di egemonia del Modo di Produzione Capitalista ripropone la necessità dell’alternativa sociale che per noi è il Socialismo del XXI° secolo dentro una rinnovata prospettiva comunista.

La RdC ha avuto sempre coscienza dei propri limiti in quanto riflesso della condizione generale che di volta in volta si è modificata ed evoluta, e da questa è ripartita per le proprie scelte.

Con questa impostazione abbiamo elaborato una ipotesi politica e organizzativa, diversa da quella maggioritaria, affermatasi nel nostro paese, del Partito Comunista di massa, che è quella della strutturazione nei tre fronti della lotta di classe ovvero quello teorico-ideologico, quello politico e quello sindacale-sociale.

Questa scelta soggettiva si è imposta come risposta e adeguamento dell’Organizzazione alle mutate condizioni derivate dalla sconfitta del campo socialista e dal conseguente scompaginamento degli elementi che avevano fatto la forza dei comunisti e del movimento di classe, rendendo quindi impossibile arrivare velocemente ad una nuova sintesi complessiva che era stata raggiunta in passato con il Partito. Questa indicazione di lavoro viene anche dai classici del marxismo, da Engels a Lenin fino a Gramsci, dentro comunque una prospettiva di ricomposizione strategica dei fronti da ricostruire mettendo a prova e verificando le capacità della soggettività organizzata.

In questo senso abbiamo recuperato la necessità di costruire il partito di quadri e militanti ma con funzioni di massa, in quanto si intravedono oggi le possibilità e gli spazi per un processo di sedimentazione delle forze della classe, seppure nel contesto delle molteplici forme che questa oggi assume, ma per la quale rimane centrale la capacità analitica e critica della soggettività organizzata.

Un elemento centrale per la ridefinizione dell’identità comunista di questo secolo è la capacità di recupero della teoria e dell’analisi di classe quali bussole decisive nel complicato scenario internazionale e nazionale, politico e di classe.

Altrettanto importante è definire i valori di una identità e di una militanza comunista che rifiuti l’individualismo, l’irrazionalismo, il corporativismo e rifiuti anche il ricatto della paura fatto dalle classi dominanti, recuperando la concezione collettiva, il valore della razionalità e della scienza, l’uso della dialettica nella riflessione e nell’azione politica. Quello che va affermato è che una forza comunista deve dare il giusto ruolo alla dimensione sovrastrutturale che incide grandemente sulle prospettive e le possibilità politiche. Attualmente viviamo la possibilità di proporre un modello alternativo alla crisi sistemica in atto, risulta quindi fondamentale impostare una controffensiva ideologica al sistema attuale in senso politico, ma anche in senso valoriale e culturale che riaffermi un punto di vista di classe.

I CARATTERI DELLA RDC

La nostra organizzazione ha attraversato diverse fasi, i caratteri di quella attuale sono determinati dalla crisi di egemonia del MPC e dal conflitto e dalla competizione che si incrementano a tutti i livelli, da quello economico-finanziario internazionale a quello politico-militare tra Stati, fino a quelli interni alle classi e tra borghesia e proletariato.

Da questi conflitti prende l’avvio un processo generalizzato di politicizzazione che cambia le condizioni e le forme in cui si manifestano le stesse contraddizioni materiali. Ne è esempio la vicenda della pandemia mondiale che nasce e assume quelle dimensioni anche a causa della distruzione sistematica dei servizi sanitari pubblici perseguita nei decenni passati.

Questa epidemia non è un episodio casuale, ma è il prodotto della vendetta politica messa in atto dalle classi dominanti, di cui l’esempio più lampante è stata la politica di Trump e ora quella di Bolsonaro, che colpendo lo stato sociale, nato dal conflitto di classe del ‘900, intendono riportare a profitto la ricchezza sociale; ciò sta producendo un arretramento di civiltà in tutto il mondo. Quelli che emergono sono infatti i limiti storici di un modello sociale divenuto ormai regressivo per l’intera umanità.

Regressivo e punitivo lo è in particolare per le giovani generazioni, per le quali le prospettive diventano sempre più precarie: emerge così una ulteriore contraddizione politica che è quella tra aspettative e realtà. La mistificazione ideologica prodotta dalla logica del profitto salta nel momento in cui le magnifiche sorti nel capitalismo si palesano come tradimento per il futuro dei giovani. Questo è un ambito diretto di espressione della RdC in quanto pone esplicitamente la necessità della rottura del presente assetto sociale e quella di costruzione di una alternativa generale.

A questi cambiamenti complessivi che si palesano su scala internazionale, non può che corrispondere una modifica delle scelte e dei comportamenti dell’organizzazione. Per la RdC questo significa esplicitamente la necessità di lavorare nella prospettiva di un rivoluzionamento del presente modo di produzione.

Ne consegue la necessità di alzare la qualità dell’elaborazione, dell’azione, del metodo di analisi e di lavoro per predisporsi ora e soprattutto in prospettiva a cogliere le contraddizioni in via di maturazione che già esplicitamente si manifestano.

Questo cambiamento si riversa direttamente in quelli che sono i fronti nel rapporto di massa che abbiamo costruito negli anni come impegno prioritario della RdC, che ha dislocato i propri militanti strategicamente nella decisiva e ineludibile “funzione di massa” a cui oggi deve saper contribuire un’organizzazione comunista.

NEL CONFLITTO DI CLASSE…

I nostri militanti hanno perciò contribuito a determinare la storia di quello che è ed è stato il sindacalismo indipendente e di classe, quale carattere originale del nostro paese, fin dagli anni ’70 navigando dentro le sue contraddizioni e lavorando concretamente per sedimentare nel tempo le forze per una ipotesi di tipo Confederale.

Dentro questo processo abbiamo costruito prima le RdB, poi contribuito a dare vita alla CUB e successivamente all’USB come ipotesi più avanzata sulla strada della confederalità. La scelta di impegnare i comunisti nella costruzione del sindacato di classe, passando attraverso l’esperienza del sindacalismo di base degli anni ’80, è avvenuta sulla base del giudizio di assoluta irriformabilità del sindacato storico. La sua trasformazione in strumento di accompagnamento delle scelte produttive ed economiche del capitale e la funzione di ammortizzatore del conflitto sociale, avviata con la rottura e l’uscita dal movimento sindacale internazionale, ovvero dalla Federazione Sindacale Mondiale, si è definitivamente compiuta con la svolta dell’Eur del febbraio del 1978. Quella scelta, duramente contestata dalla base del sindacato, ha determinato un progressivo indebolimento del movimento dei lavoratori che il sindacato di classe deve oggi rilanciare sconfiggendo ogni ipotesi di subordinazione agli interessi del capitale.

Dai dati produttivi e sociali che si stanno palesando nei continui processi di ristrutturazione generati dallo sviluppo tecnologico e scientifico sotto il segno del capitale a livello internazionale, che producono disgregazione e individualizzazione dei lavoratori, la scelta confederale si conferma come valida, necessaria e sempre più strategica. Ciò anche alla luce dell’imminente processo di ristrutturazione continentale, che verrà introdotto con i finanziamenti del Recovery Fund della UE e che ha come più prossimo precedente la ristrutturazione attuata nelle grandi fabbriche negli anni ’80.

In tal senso è stata fondamentale l’intuizione dell’USB sulla costruzione di strumenti sindacali adeguati, come la Federazione del Sociale, a dare una risposta utile ad accomunare sotto una medesima piattaforma rivendicativa settori apparentemente diversi. In realtà questi sono accomunati da condizioni lavorative quali i bassi salari, l’individualizzazione del rapporto di lavoro, la difficoltà di organizzazione della rappresentanza sindacale classicamente intesa.

In questa prospettiva sappiamo anche per esperienza diretta che non si arriva spontaneamente da parte dei lavoratori in modo cosciente all’obiettivo confederale, ma ciò si realizza solo se esiste una progettualità sostenuta da una solida soggettività.

Ciò si rende necessario in quanto la contraddizione che rappresentava l’operaio massa, e più in generale i lavoratori, dentro la produzione fordista fino agli anni ’70, è stata sistematicamente smontata dalle borghesie dividendo strategicamente il punto più avanzato della produzione dalla presenza di massa della forza lavoro, superando il collo di bottiglia rappresentato, per la valorizzazione del capitale, dalla fase storica della grande fabbrica che allora caratterizzava i centri imperialisti.

Questo ha riportato le relazioni produttive ed i rapporti di forza ad una condizione precedente in cui ritrova vigenza la posizione di Lenin sulla possibilità per i lavoratori di sviluppare solo una coscienza tradunionista se rimangono ristretti nella gabbia delle sole relazioni economiche con il proprio antagonista di classe.

Se c’è un apparente ritorno a forme di relazioni produttive e sociali disgregate e diffuse, come a prima della grande industria fordista, le modalità di reazione dei lavoratori e delle classi subalterne non possono che essere diverse dai decenni recenti. Dunque anche i modelli di organizzazione sindacale e sociale da adottare nel conflitto devono corrispondere a queste nuove condizioni, oggi determinate dalla applicazione della scienza e tecnologia alla produzione, elaborando un progetto organizzato dove il ruolo dell’impegno militante riveste una funzione centrale.

E IN QUELLO POLITICO

Se sul sindacalismo indipendente abbiamo avuto un lungo periodo di verifiche delle ipotesi fatte, sulla questione politica relativa alle nuove condizioni e forme della classe siamo in una fase di ipotesi e verifica da fare in rapporto ai caratteri della società odierna e nel lavoro pratico da produrre.

La definizione di una politica di classe oggi non può prescindere dal livello di integrazione dell’Italia nell’Unione Europea, integrazione finanziaria, produttiva, sociale e, per ora, parzialmente istituzionale, che diventa sempre più stringente producendo quella “gabbia dei popoli” che per i comunisti in Europa diviene il nemico principale da battere. In questo senso la RdC ribadisce la necessità di rompere l’Unione Europea e di lavorare nella prospettiva di una comunità euromediterranea che guardi verso il sud del mediterraneo e del mondo.

Questo processo di sussunzione della dimensione nazionale nella progettazione europea sta bloccando ormai da trent’anni la politica nel nostro paese, perché gestito dagli apparati burocratici della UE, espressione diretta della borghesia finanziaria e delle grandi imprese multinazionali a base continentale.

Divenire paese marginale dentro la dinamica unitaria ha significato non solo penalizzare le condizioni economiche e sociali delle classi popolari, ma ha reso impotente la politica nazionale e accentuato i caratteri deleteri di una classe politica indecente ed inetta. Va dato un giudizio senza appello verso le forze di centro sinistra, a cominciare dal PD, che si sono fatte rappresentanti e servili esecutori degli interessi della borghesia, della finanza e dell’eurocrazia, impegnandosi attivamente nell’attacco diretto ai lavoratori e alla società nel suo complesso in ottemperanza al progetto della UE.

Per quanto riguarda le altre forze politiche, hanno sufficientemente dimostrato di non avere alcuna capacità di proporre e perseguire una ipotesi alternativa a quella dominante come espresso dall’arrendevolezza e dal servilismo verso i poteri forti europei; queste forze seppure dispongano di un’ampia adesione elettorale, non hanno nessuna capacità di governo e di gestione della società come ha ampiamente dimostrato il fallimento del precedente governo gialloverde di M5S e della Lega salviniana.

Che siamo in questa situazione sta lì a testimoniarlo il governo Draghi che non rappresenta certo l’anomala maggioranza governativa, ma deve garantire una prospettiva di stabilità per i progetti della UE impegnata in una competizione globale che diventa sempre più pressante e che spinge verso un forte processo di centralizzazione finanziaria, produttiva, politica e militare.

Un giudizio altrettanto critico va dato sulla sinistra politica in genere, in quanto, seppur reduce di una sconfitta ulteriore nel primo decennio del secolo, non è stata in grado di produrre una struttura di pensiero ed un agire politico coerente con i nuovi caratteri della situazione internazionale, nazionale e di classe.

Si sta materializzando nuovamente quanto sostenuto da Gramsci nei Quaderni, ovvero che la politica non ce la fa più ad agire da cerniera tra il dato strutturale e quello sovrastrutturale, ovvero non riesce più a produrre egemonia di fronte alla divaricazione tra le crescenti contraddizioni materiali del modello sociale attuale e la capacità di orientamento politico e culturale verso le classi subalterne.

In questo senso vanno interpretati i sintomi di irrazionalità che travolgono la società, sia che questi possano essere la riproposizione di ideologie fasciste e naziste, l’affermazione di pseudo movimenti negazionisti rispetto al Covid o ancora l’uso viscerale delle reti social che dimostra il profondo radicamento di tale comportamenti nel corpo sociale, incluso quello più popolare.

Va detto altrettanto chiaramente che questo non è un dato solo italiano ma riguarda tutto l’occidente ed i paesi a questo alleati; dagli USA, per il quasi 50% di voti presi nel 2020 da Trump, fino ai partiti nell’Unione Europea, in particolare quelli dell’est Europa, passando per il Brasile di Bolsonaro. Dunque la crisi della politica è un effetto diretto della fine dell’egemonia del capitale in tutto il mondo imperialista.

Anche su questo terreno l’impegno dei nostri militanti è stato continuativo, mirando alla ricostruzione di una rappresentanza politica delle classi subalterne e dei lavoratori che non si presenta certo come obiettivo facile da raggiungere e costruire. Abbiamo infatti operato dentro il Comitato No Debito dal 2011, passando poi per l’esperienza di Ross@ e successivamente costruendo Eurostop, mantenendo una coerenza di fondo con l’obiettivo strategico sulla rappresentanza. Un ulteriore passaggio l’abbiamo fatto contribuendo a costruire ed a consolidare “Potere al Popolo” che per noi oggi rappresenta l’ipotesi più avanzata da verificare nel contesto attuale sulla prospettiva che ci siamo dati.

Una cosa ci appare, però, chiara: i referenti di questo lavoro non possono che essere i settori sociali di classe, ed i loro possibili alleati, quale unico metro di misura della fattibilità e del raggiungimento di un tale obiettivo. Quello che non riteniamo possibile è che una tale rappresentanza passi attraverso un piano puramente elettoralistico e quelle che sono le forze residuali della variegata sinistra del nostro paese. Ciò per l’evidente motivo che non è possibile per noi riprodurre un partito comunista di massa per i motivi strutturali che abbiamo fino ad oggi evidenziato e la definitiva estinzione del “tesoretto” elettorale e d’opinione del cosiddetto “popolo della sinistra”.

Altrettanto chiaro è che vada data, in questa prospettiva, una particolare attenzione nella costruzione della rappresentanza di classe alle questioni ambientali, di genere e sull’immigrazione che sono elementi di organizzazione del conflitto e di rottura con le politiche dei governi che si succedono sempre asserviti all’ideologia dominante che vuole piegare tutto al profitto.

In base a questa analisi e alla conseguente scelta dall’inizio degli anni 2000 abbiamo lavorato sull’ipotesi di rappresentanza politica, vedendoci confermati nella nostra convinzione dal crollo elettorale della sinistra unita nel 2008 e dall’affermazione di forze “spurie” e contraddittorie quali quelle del movimento 5 stelle, in particolare, ma anche della “nuova” Lega salviniana che sono stati chiari fenomeni di smottamento delle precedenti rappresentanze tra i settori operai e popolari.

Questi fenomeni sovrastrutturali, populisti o sovranisti, oggi sono anche loro in panne e sono la cartina tornasole dell’assenza di una riposta positiva all’esigenza di una rappresentanza politica antagonista alle politiche dei governi europeisti. Dunque tale questione ora si ripropone appieno ed è all’ordine del giorno della discussione per i comunisti e la sinistra di classe.

Per l’insieme di queste scelte la RdC ribadisce la necessità di continuare a lavorare sulla prospettiva dei tre fronti, quello strategico, quello politico e quello sindacale-sociale, con la coscienza che l’incedere delle contraddizioni e la loro politicizzazione di fatto spingono verso un processo di ricomposizione di unità di classe che allo stato non è ancora chiaro nei tempi e nelle forme, ma che si pone come condizione potenziale prodotta da una realtà in continua evoluzione.

Non rispondere a questa necessità porterà inevitabilmente altre forze, a noi antagoniste, a coglierla in modo mistificato ed a utilizzare questo spazio politico in direzioni diverse da quella di una moderna rappresentanza di classe.

2° TESI: IL CORSO ATTUALE DELLA CRISI CAPITALISTICA, IL CARATTERE STRUTTURALE DELLA CRISI DEL MPC

Parte 1 | IL COVID HA ACCELERATO I PROCESSI NELLA CRISI SISTEMICA

LA CRISI È SISTEMICA

La situazione che si è determinata con la “globalizzazione” dell’epidemia di coronavirus è il prodotto di una crisi sistemica che in questi anni ha mostrato diversi volti ed oggi si presenta nella veste di una pandemia. Il tentativo dei mass media è quello di concentrare lo sguardo sugli aspetti secondari e di sviare l’attenzione dalle vere cause che hanno prodotto nel tempo questi drammatici risultati, per un sistema sociale che dopo un trentennio di “egemonia” è condannato a regredire amplificando tutte quelle contraddizioni da esso stesso generate a cavallo del millennio. Sta emergendo infatti che la mondializzazione non può essere governata con una logica capitalista che ora si ripropone con i caratteri dell’imperialismo e della competizione.

La crisi attuale è sistemica perché sempre più ampia è la divaricazione fra sviluppo delle forze produttive e la modernizzazione/socializzazione dei rapporti di produzione, al punto che sono ormai intaccati non solo questi ultimi ma le stesse relazioni sociali in tutti i paesi a capitalismo maturo.

L’attacco allo stato sociale, e quindi gli enormi tagli alla sanità su cui oggi si è potuta innestare la pandemia, è stato infatti uno degli elementi di tenuta e di rilancio del capitalismo su scala internazionale in seguito all’emergere della crisi sistemica, assieme alla finanziarizzazione, allo sviluppo del settore terziario, all’informatizzazione, alla digitalizzazione e all’investimento tecnologico generalizzato, all’attacco ai salari, e non ultimo assieme a una grande offensiva culturale.

L’attuale crisi del capitale viene da lontano e mostra la sua natura strutturale già dai primi anni ‘70, con una tendenza al ristagno con forti e continue tensioni recessive, ma con una riduzione temporale dei cicli delle crisi finanziarie. Manifestatasi nel ’71 con la fine di Bretton Woods e della convertibilità estera in oro del dollaro statunitense, maturando poi con la prima crisi petrolifera del ‘73, la crisi di sovraccumulazione si riversa sul mercato dei capitali con il crollo di Wall Street dell’ ’87. La stessa corsa alle armi stellari da parte degli USA aveva per presupposto la mancanza di spazi di sviluppo per l’economia capitalista. La fine dell’URSS apre all’improvviso questi spazi ed una parte dei capitali costretti nel solo mercato finanziario trova uno sbocco produttivo per la propria valorizzazione nella nuova condizione internazionale.

I cicli delle crisi finanziarie hanno evidenziato come le diverse forme di indebitamento crescente, interno ed esterno, pubblico e privato, abbiano di fatto garantito la sopravvivenza degli storici centri di accumulazione del capitale del Nord America e dell’Europa Occidentale. Gli stessi istituti finanziari si sono salvati solo grazie agli interventi degli Stati, che hanno trasferito ricchezze ingenti dalle tasche dei cittadini alle casse delle Banche e dei fondi di investimento.

Il Modo di Produzione Capitalistico è legato ormai a limiti difficilmente superabili e che rendono improbabile il ripristino di un nuovo modello di valorizzazione del capitale e l’avvio di un nuovo processo di accumulazione. Il sovra-indebitamento risponde all’obiettivo di ritardare il momento in cui la caduta della redditività si traduce in una forte diminuzione complessiva dei beni e della massa dei profitti, momento in cui si produce un fatale squilibrio tra il ritmo della produzione, quello della realizzazione e quello della valorizzazione del capitale, condizione ultima della crisi.

La lettura della crisi, per quanto possa essere oggi profonda, non deve portare ad una visione “crollista” del MPC smentita più volte dalla Storia, ma dice che la crisi oggi è immanente. Questo prolunga la sua agonia e la sua eventuale precipitazione può dipendere da molti fattori non ultimo quello dell’emergere di una soggettività antagonista. La crisi va vista dunque come un procedere storico delle contraddizioni di fondo del MPC dentro le quali l’alternativa rivoluzionaria matura e si propone.

1. Limite dato dalla tendenza storica della caduta tendenziale del saggio di profitto prodotta dall’aumentato peso della tecnologia e della scienza nella produzione e la drastica riduzione del lavoro vivo, cioè di quella parte che produce valore. Nei paesi a capitalismo maturo è entrato in crisi lo sviluppo nel settore terziario, che ha superato come dimensione la produzione industriale in sovrapproduzione dagli anni ’70 mentre il fordismo diventava appannaggio dei paesi in via di sviluppo, cresciuto piegando al profitto privato i servizi ed i beni pubblici accumulati dal conflitto di classe del ‘900, che indirizzò risorse e capitali a vantaggio della dimensione sociale.

2. Limite dei mercati mondiali che non possono ulteriormente svilupparsi se non per porzioni inadeguate. La Cina è stata l’ultima frontiera che si è aperta al capitale seguita dall’India e da altri paesi della ex periferia produttiva, ed ulteriori allargamenti significativi all’oggi non sono materialmente dati.

3. Limite all’uso della leva finanziaria che manifesta sempre più un carattere di sovrapproduzione di capitale con rischi di crisi ed esplosione di bolle speculative. I “quantitative easing”, i tassi a zero o addirittura negativi, le banche sovraesposte nei prestiti non garantiti, le bolle speculative di vario tipo, le criptomonete sono tutti i sintomi di una sovrapproduzione di capitale destinata a produrre effetti disastrosi più di ogni crisi finanziaria verificatasi negli ultimi quarant’anni, perché tutti gli attori in campo sono condannati a confliggere e a collaborare proprio a causa della dimensione finanziaria la quale, crollando, non lascerebbe nessuno al riparo dal fallimento.

4. Limite dato alla compressione ormai quarantennale dei salari diretti, indiretti e differiti che stanno producendo a livello mondiale diseguaglianze sociali profonde e crisi delle istituzioni e della politica in generale come strumenti dell’egemonia della classi dominanti. La riduzione del salario sociale complessivo deprime il mercato ed accelera i processi di ristrutturazione che chiedono sempre meno forza lavoro e occupata in modo sempre più flessibile.

5. Conflitto insanabile tra capitale e natura come dato oggettivo, anche se i tentativi di usare la crisi ambientale per ricostruire i livelli di profitto sono evidenti anche nell’uso strumentale dei movimenti e delle politiche statuali.

DALLA COMPETIZIONE INTERNAZIONALE ALLO STALLO DEGLI IMPERIALISMI

Negli ultimi decenni vi è stata una crescita esponenziale delle importazioni, delle esportazioni ed in particolare degli investimenti diretti esteri. Tali processi sono dovuti, e fortemente legati, all’attività delle imprese multinazionali, le quali hanno risposto ai continui mutamenti del mercato internazionale connessi allo sviluppo tecnologico ed alle politiche di liberalizzazione, con accresciuti livelli di competizione e con una serie di strategie a carattere espansivo.

Consideriamo la globalizzazione neoliberista a carattere finanziario come il risultato della decisione degli Stati Uniti di trattare i propri problemi di bilancio senza un rilancio reale della propria economia e scaricandoli all’esterno.

In termini generali, la globalizzazione può essere intesa come un processo su scala mondiale di redistribuzione del potere tra le classi sociali (dai lavoratori verso i capitalisti) e tra i territori (dalla zone rurali a quelle urbane, dalle periferie delle città ai centri d’affari, dalle regioni meno sviluppate a quelle più sviluppate, insomma, dalle periferie al centro). Questo è avvenuto all’interno dello stesso continente europeo sotto la guida degli apparati comunitari.

Ciò ha comportato un innalzamento repentino dei livelli di concorrenza e l’espansione delle grandi imprese multinazionali, le quali attraverso operazioni di acquisizione e fusione oltre confine hanno creato vere e proprie reti di produzione su scala internazionale, sviluppando sia la concentrazione sia la centralizzazione dei capitali lungo la linea determinata dalla divisione internazionale del lavoro.

La corsa ai profitti dell’occidente capitalista ha portato investimenti nelle aree fin lì non ancora subordinate all’economia di mercato, in modi diversi in Cina, India, Russia e nei paesi dell’Europa dell’Est, amplificando e velocizzando così il ciclo economico del capitale. Se fino a metà del passato decennio c’era omogeneità nelle tendenze economiche internazionali tra centri imperialisti e quelli che sono stati definiti BRICS, da quando nel 2007 è emersa la crisi da sovrapproduzione di capitali le tendenze alla crescita si sono divaricate e al blocco della crescita presente al centro ha corrisposto uno sviluppo economico della periferia. Gli enormi investimenti esteri realizzati dagli anni ’90 in poi dai centri finanziari verso quelle che erano le periferie produttive, hanno radicalmente cambiato gli assetti produttivi di queste ultime, sviluppando processi scientifici, tecnologi, finanziari ed economici, che gli permettono oggi di competere con chi ha pensato che la Storia fosse finita.

Tale tendenza ha incrementato anche la competizione tra centri imperialisti, come emerge chiaramente nelle relazioni USA/UE (rendendo sempre più inservibili organismi internazionali come il Wto, il G7-G20 e il Fmi), ma ha dimostrato anche l’impotenza in cui si sta dibattendo la Gran Bretagna, il paese imperialista per eccellenza, anche se da tempo in decadenza. Tale condizione in quanto tendenza è anche sottoposta ai mutamenti degli equilibri politici interni ed internazionali. La nuova amministrazione Usa di Biden, diversamente da Trump, ha rilanciato l’alleanza euroatlantica come blocco contrapposto a Cina e Russia e intende utilizzare con forza la Nato come strumento di ingerenza politica nelle relazioni internazionali e negli affari europei. Ma la pretesa statunitense di rimanere come primus inter pares dovrà fare i conti con l’ambizione europea di pesare di più nella competizione globale.

II “braccio di ferro” tra Europa e USA è il risultato di un’accesa competizione. L’uso della moneta è diventato strumento crescente di quest’ultima. Gli Usa intendono utilizzare ancora il dollaro e il controllo dei prezzi internazionali (anche del petrolio) come fattore di egemonia. Ma anche qui devono fare i conti con le ambizioni dell’euro a farsi largo come moneta nella transazioni internazionali, con lo yuan cinese e con i progetti di nuove monete legate alle materie prime. Si tratta di ambizioni diverse ma tutte convergenti nello sganciamento dal dollaro.

Ma, in questa competizione tra gli imperialismi storici, l’affermazione della Cina come potenza emergente, della Russia come antagonista militare e le possibilità di orientamento che questi paesi producono su quello che era definito il terzo mondo, dall’Asia, all’Africa fino all’America Latina, modificano le condizioni generali e spostano gradualmente il conflitto internazionale dalla competizione economica a quella politico-militare.

In altre parole, le classi dirigenti dell’imperialismo occidentale, seppure in competizione economica, vedono riemergere il fantasma del loro superamento storico e questo contribuisce alla riscoperta della NATO e a un rafforzamento dell’alleanza occidentale per mantenere il proprio ruolo dominante dove, però, la UE intende svolgere un ruolo paritario con l’imperialismo USA. Ovviamente non sappiamo se questa diverrà una prospettiva stabile, ma è quella che ora si sta manifestando.

Un altro fattore di aumento della conflittualità internazionale è quello militare. Siamo ormai distanti da un periodo storico in cui sostanzialmente solo USA e URSS detenevano il monopolio scientifico, nucleare e militare. Il crollo del muro di Berlino ha rotto gli argini anche in questo campo. Dato che non c’era più un nemico da battere, il settore militare ha ricevuto un ulteriore spinta dallo sviluppo delle forze produttive che dal centro si sono riversate nella periferia, incrementando non solo la produzione di merci e servizi ma anche la produzione di nuovi armamenti, in cui l’arma nucleare acquisisce nuova centralità e con essa il rischio della reciproca distruzione.

Prima della pandemia, avevamo definito l’attuale contesto storico una situazione di stallo nei rapporti di forza internazionali che segnerà i prossimi anni, e che gli USA stanno vivendo come fine della loro egemonia globale alla quale intendono opporsi in tutti i modi, pena il declino e la fine del loro imperialismo come è avvenuto per l’Inghilterra nel secolo scorso. Vivere in una condizione di stallo strategico degli imperialismi non significa che le contraddizioni non continuino a crescere e a stressare la situazione finanziaria, economica e politica internazionale. Anzi la pressione aumenta ma non ha ancora trovato uno sbocco, anche perché nessuno dei contendenti si sente tanto forte economicamente e militarmente da imporre la propria egemonia.

L’accelerazione impressa dalla pandemia sta segnando certamente un giro di boa, e quando l’emergenza sanitaria strettamente intesa sarà stata superata ci sarà consegnato un mondo con caratteri molto mutati: il RCEP, il più grande accordo commerciale della storia sottoscritto recentemente da 14 paesi asiatici tra cui le storiche rivali Cina, Giappone e Corea del Sud, è lì a segnalarlo.

Parte 2 | FINE DI UN CICLO INTERNAZIONALE: LA CRISI DI EGEMONIA DEL CAPITALE

LA CRISI SISTEMICA NEL CUORE DELL’IMPERIALISMO

La crisi di egemonia, individuata da tempo dalla RdC, si sta facendo strada laddove l’avversario di classe pensava di aver vinto definitivamente la guerra e non solo le battaglie. Nei paesi a capitalismo maturo l’egemonia sta implodendo proprio sulla distruzione generalizzata dello Stato Sociale.

La Cina, da cui è partita l’attuale pandemia, è riuscita a metterla sotto controllo in tempi rapidi mobilitando un apparato immenso che solo uno Stato efficiente può essere in grado di gestire, privilegiando la dimensione collettiva a quella dell’individualismo capitalista. Così come non possiamo non ricordare che Cuba, ancora una volta, ha dimostrato di essere all’avanguardia non solo della medicina, ma di una chiara concezione sociale dello Stato.

Dopo aver determinato il corso positivo di lunga parte della storia sovietica e aver offerto alle stesse economie capitalistiche uno strumento eccezionale per la crescita, oggi la pianificazione mostra tutta la propria superiorità nel mondo multipolare. Nel quadro di destabilizzazione regionale continuamente promosso dall’imperialismo, chi ha adottato la pianificazione e una politica estera basata sul multilateralismo si può permettere la tenuta e il rilancio del proprio sistema a scapito proprio delle mire statunitensi di mantenere il controllo globale.

In questo momento infatti in nessun altro paese occidentale la crisi di egemonia si sta manifestando in maniera tanto evidente quanto negli Stati Uniti. Dopo aver segnato i tempi con l’elezione dell’impresentabile e pericoloso “outsider” Trump, dopo essersi contesi il titolo di paese che peggio ha gestito la pandemia, ed aver sperimentato la più grande contrazione di PIL della propria storia, gli USA si sono presentati all’ultima scadenza elettorale con un’atmosfera che talora ricorda quella di una guerra civile.

La situazione non si è mai normalizzata dopo lo scoppio delle proteste nel maggio 2019 a seguito dell’ennesimo brutale omicidio da parte della polizia. Si sono mostrate le crepe in una pace sociale che durava da decenni, mentre la risposta da parte delle autorità è stata estremamente violenta e si sono verificati scontri diretti tra manifestanti e milizie di estrema destra sostenute dalla polizia.

Le vicende che per la prima volta nella storia degli USA stanno segnando la difficile transizione presidenziale sono un sintomo della crisi. Le due forze politiche che nell’ultimo secolo hanno consegnato alle élites del paese il controllo incontrastato della nazione hanno sempre maggiore difficoltà a svolgere il ruolo di cerniera con lo sviluppo dei profondi cambiamenti interni ed esterni.

GLI ANELLI DEBOLI DELL’IMPERIALISMO

Mentre nell’Unione Europea la storica e subalterna “fragilità” economica e politica – e il ruolo di faglia geopolitica – dell’Italia e dei paesi euromediterranei li rende l’anello debole della catena imperialista europea, negli ultimi anni, la sinergia tra le difficoltà economiche globali e il rinnovato interesse strategico USA per quello che considerano il proprio “cortile di casa”, hanno creato situazioni di significativa instabilità in numerosi paesi dell’America Latina. Tali situazioni altro non sono che tasselli di un conflitto di classe a livello continentale in cui l’oligarchia prona all’imperialismo statunitense si contrappone ai settori popolari che hanno visto migliorare drasticamente le proprie condizioni di vita nei paesi in cui a partire dalla fine del secolo scorso si è avviato il ciclo storico progressista ora sotto attacco: il golpe in Bolivia sconfitto dalle ultime elezioni; i continui e sempre più violenti tentativi di destabilizzazione del Venezuela; le gigantesche mobilitazioni popolari in Ecuador e soprattutto in Cile, il paese che è stato più di tutti terreno di esperimento sociale della famigerata scuola di Chicago sin dai tempi di Pinochet ma che oggi ha sconfitto elettoralmente la destra liberista; il ritorno alla guerra armata di alcune fazioni delle FARC in Colombia, a seguito del continuo e impunito massacro da parte di narcotrafficanti e fascisti dei propri militanti e sindacalisti, nel paese attraversato ora anche da imponenti mobilitazioni popolari represse nel sangue; il “golpe bianco” in Brasile, la vittoria alle elezioni di Bolsonaro e la strage ancora in atto causata dal coronavirus.

Questo scontro ci spinge oggi ad affermare che in quei paesi si pone la scelta tra socialismo e barbarie, dove il socialismo è concretamente presente in America Latina e la barbarie è altrettanto concretamente presente negli Stati Uniti. Il continente meridionale è divenuto l’anello debole del moderno imperialismo non solo nordamericano.

L’AUMENTO DELLA COMPOSIZIONE ORGANICA DEL CAPITALE: LA PENTOLA A PRESSIONE DELLE SOCIETÀ OCCIDENTALI

Lo stallo generale delle potenze internazionali non riguarda solamente le relazioni economiche e finanziarie, ma si riversa anche nella vita quotidiana delle popolazioni. La competizione generata nell’attuale fase della mondializzazione capitalistica ha imposto ristrutturazioni d’impresa, innovazioni tecnologiche che invece di creare nuova occupazione hanno realizzato meno posti di lavoro dei licenziamenti effettuati.

L’aumento della disoccupazione e della precarietà a livello mondiale non sono un episodio congiunturale ma dipendono dall’aumento della composizione organica di capitale che riduce sempre più la presenza di forza lavoro nella produzione capitalistica. Questa contraddizione si

manifesta oggi per quello che è, come una crisi di prospettive, una crisi della civilizzazione capitalistica in tutti i suoi aspetti, tangibile soprattutto per le nuove generazioni come effetto diretto della principale contraddizione del capitale tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione.

Gli effetti sociali relativi alle diseguaglianze ed alla crescita della povertà si fanno sentire materialmente e politicamente soprattutto nei paesi imperialisti, dove le forze politiche borghesi vivono una fase di sbando e di crisi di rappresentanza molto serio essendo incapaci di dare una risposta alle storture del modo di produzione.

Nel contesto della crisi sistemica il processo di sostituzione di mansioni divenute obsolete con nuovi posti di lavoro non è possibile, a causa della competizione internazionale su mercati che si fanno sempre più ristretti rispetto alle enormi potenzialità produttive dei sistemi messi al lavoro.

Da un lato si assiste a una progressiva automazione di attività in cui è possibile sostituire il lavoro umano con quello meccanico, dall’altro il crescente utilizzo di tecnologie aumenta ed estende il grado di standardizzazione di tutte le attività lavorative, riducendo il lavoro manuale umano al minimo, pur allargandosi un poco la dimensione di quello intellettuale.

La caratteristica principale di questa evoluzione è l’integrazione tra i processi fisici e le tecnologie digitali, che fa emergere una nuova centralità del “lavoro mentale” e rinnova i modelli organizzativi. La conduzione privatistica e mercantilista di questa nuova rivoluzione industriale (definita Industria 4.0) è facilmente calcolabile in termini di posti di lavoro persi.

Il decadimento della formazione e degli istituti che dovrebbero promuovere la conoscenza, oggi sempre più asserviti alle logiche della ricerca del profitto nella competizione globale, è l’altra subdola conseguenza di questo processo, sebbene i grandi investimenti in programmi di R&S vengano spacciati (alle nostre latitudini in primis dall’UE) come “il nuovo che avanza”.

Nella crisi, ogni velleità postmoderna di esaltare le caratteristiche emancipatorie del cosiddetto lavoro intellettuale, di dimostrare che la classe operaia fosse scomparsa, viene meno di fronte al materiale concretizzarsi di processi di proletarizzazione di tutte le professioni ad alto contenuto di quello che abbiamo definito “lavoro mentale”. Ne risulta smentita l’idea che quella del ceto medio fosse la nuova agiata condizione permanente dei lavoratori.

L’ATTUALE SPAZIO REALE DI AZIONE DEI COMUNISTI

Chi crede che la crisi sanitaria del Covid19 possa far ripensare le politiche generali verso finalità sociali si sbaglia, in quanto questa situazione non è il prodotto di una singola scelta “errata”, come peraltro dimostra la dimensione mondiale dell’epidemia, ma di una condizione strutturale del capitalismo che, dopo l’ubriacatura della vittoria sul “socialismo reale”, ora si trova di nuovo a fare i conti con se stesso.

Il presente tornante strategico, uguale per dimensione a quello avuto negli anni ’90 ma di segno politico opposto, è quello che sta clamorosamente confermando alcuni punti di vista marxisti sullo sviluppo del capitale.

Il capitale è come un “apprendista stregone” che evoca forze che poi non è in grado di gestire, poiché la mondializzazione non può essere gestita dalla logica del profitto privato in quanto riproduce al suo interno conflitto e competizione che trasforma le potenzialità dello sviluppo delle forze produttive in elementi negativi e antitetici agli interessi generali dell’umanità.

In Occidente il movimento di classe, i comunisti, arrivano all’appuntamento storico determinato dalla pandemia completamente disarmati. Il motivo risiede nella disgregazione materiale, politica e culturale del nostro referente sociale e di classe, che sul piano ideologico e soggettivo è stata favorita anche da chi, come “la sinistra” nostrana, in questi decenni di egemonia del capitale ha accettato l’idea che andava abbandonata la critica rivoluzionaria al capitalismo; da chi ha accettato i valori impliciti ed espliciti dall’attuale assetto; da chi ha pensato che doveva mettere in campo proposte “ragionevoli”, perché il socialismo ormai era obsoleto e non spendibile a livello sociale e ideologico. Dalla predominanza del mercato sullo Stato, magari nelle utili forme del “no profit”, all’accettazione della competizione sociale e della “meritocrazia”, ci si è concepiti insomma solo dentro questo orizzonte, che in Italia ed in Europa ha significato molto concretamente sostenere le politiche dell’Unione Europea. È da questa constatazione, palesemente oggi certificata dalla realtà, che va ribadita la centralità della soggettività ovvero di una progettazione alternativa all’attuale assetto sociale che faccia i conti con le forze reali in campo sedimentando e organizzando le forze interessate alla rottura sociale.

Il modello capitalista è in crisi. Un modello che nega prospettive a fasce sempre più ampie della popolazione, a cominciare da quelle giovanili. Intorno alla sfida politica lanciata dalla Cina sul piano internazionale si aprono per i comunisti possibilità inedite. Questa sfida ha posto e pone una questione teorica di non poco conto: in che misura un progetto di trasformazione sociale può temporaneamente utilizzare il Modo di Produzione Capitalista per determinare comunque modifiche socialiste? Rimane ad ogni modo valido che nella crisi egemonica degli USA a scapito di una possibile alternativa come quella cinese, si intravvede una inversione di rotta nel corso degli eventi, l’affermarsi di una necessità oggettiva, che rimette la storia nella giusta direzione di marcia dopo che si era provato a “gettare il bambino con l’acqua sporca”.

3° TESI: L’IMPERIALISMO DELLA UE E LA COLLOCAZIONE DELL’ITALIA

LA NUOVA MATURITÀ DEL POLO IMPERIALISTA EUROPEO

Con la fine della Guerra Fredda e della contrapposizione Est/Ovest è finita ogni illusione sulla funzione progressiva dell’Europa. A partire dal 1992 i settori più forti e internazionalizzati delle classi dominanti in Europa hanno spinto per la costituzione dell’Unione Europea. L’introduzione della moneta unica per competere sul mercato mondiale, di un sistema di trattati vincolanti ispirati dall’ordoliberismo tedesco, di apparati comuni sui settori strategici, hanno caratterizzato il contraddittorio processo verso la costituzione di un polo imperialista europeo. Usando eventi traumatici come l’aggressione alla Jugoslavia nel 1999 e la crisi economica del 2007/2008, le forze materiali dell’imperialismo europeo hanno agito per avanzare di qualche passo dopo ogni crisi. Giustamente è stato scritto che con la guerra in Jugoslavia “è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”.

La costituzione del polo imperialista europeo è indubbiamente un processo contraddittorio e con diverse controtendenze interne. Gli USA hanno continuato ad usare molte strade per interferire e ostacolare questo processo, tra cui l’utilizzo del dollaro e della Nato. Ma la Brexit britannica nel 2016 ha tolto di mezzo il migliore asset delle interferenze statunitensi sulle scelte strategiche dell’Unione Europea.

Negli anni abbiamo parlato prima di imperialismo europeo – perché questo già esisteva ed agiva, sia come configurazione di un sistema di imprese e finanziarie multinazionali con interessi comuni, sia attraverso i singoli Stati – e poi abbiamo parlato di tendenza al polo imperialista europeo, perché le classi dominanti in Europa spingono continuamente verso la centralizzazione del potere decisionale e verso una brusca gerarchizzazione delle relazioni interne tra Stati forti, Stati meno forti e Stati subalterni della periferia interna. Da tempo la Rete dei Comunisti alimenta la lotta al polo imperialista europeo, alla sua borghesia continentale, ai variegati dispositivi finanziari, economici e militari (la Banca Centrale Europea, l’Euro e il progetto di Esercito Europeo) e al complesso delle politiche le quali non solo manomettono le condizioni di vita e di lavoro dei settori popolari ma determinano – costantemente – pulsioni antidemocratiche e politiche di aggressione verso altri popoli ed aree del mondo.

Di fronte a ogni potenziale punto di crisi la borghesia transnazionale europea è riuscita a rilanciare il proprio progetto unitario attraverso una ulteriore torsione, nonostante a ogni snodo non manchino gli strali dei liberali a divinare una rottura imminente dell’apparato comunitario: questo è accaduto in occasione del voto popolare in Francia e Olanda sulla poi defunta Costituzione Europea, così come in occasione della crisi dei debiti sovrani, dell’escalation militare in Ucraina, del tracollo della Grecia, delle piazze catalane, della Brexit.

Anche la drammatica situazione determinatasi con la pandemia è stata in realtà occasione per un passaggio di fase estremamente significativo. Basta vedere le scelte di rilevanza strategica assunte dagli apparati della UE alla fine del 2020. Attraverso il Piano di Rilancio da 750 miliardi di Euro – di cui 390 di “concessioni” – e il Bilancio comunitario 2021-2027 pari a 1074 miliardi, è stato raggiunto un compromesso verso un significativo “balzo in avanti” dell’Unione, per di più secondo un principio selettivo che omogeneizza il quadro giuridico dei singoli Stati. Avvalendosi dell’appropriata metafora bellica cui è ricorso il presidente francese, questi provvedimenti costituiscono un’“arma budgetaria” che attraverso il principio del debito comune rafforza la “governance” centralizzata. All’ombra di una BCE che non rinuncia più al sempre maggiore ruolo di perno finanziario, queste scelte si inseriscono in un processo di accelerazione che riguarda il raggiungimento di una autonomia strategica della UE in differenti campi: dal reperimento delle materie prime fondamentali, dallo sviluppo dei “big data”, a quello dell’intelligenza artificiale. Si assiste quindi all’avvio di una parziale inversione di tendenza ai processi decennali di deindustrializzazione e delocalizzazione. Gli imperativi della concorrenza mondiale hanno messo a tacere, specie in Germania, le voci critiche “di peso” rispetto al cuore del progetto “neo-carolingio” franco-tedesco. In questa cornice si colloca l’intervento pubblico in economia, certamente non per garantire reddito e welfare ma, al contrario, per promuovere i “campioni europei” necessari per reggere il passo della competizione principalmente con Cina ed Usa.

Per queste ragioni gli europeisti liberali – siano essi di destra o di sinistra – sono un nemico da combattere apertamente. Il processo di costituzione di un polo imperialista europeo, delle multinazionali e delle banche che lo ispirano, del suo crescente complesso militare-industriale, della sua politica internazionale, non è meno pericoloso per i popoli di quello statunitense oggi in difficoltà. Bisognerà comprendere quali possono essere gli strumenti di contrasto al corso degli eventi che si prospetta, individuando con precisione le ricadute sul nostro blocco sociale. Bisognerà prefigurare le possibili alternative concrete alla gabbia costruita da questo blocco di potere, misurandosi con le contraddizioni reali che comunque genera, in termini di conflitto. Indebolire il processo di rafforzamento dell’imperialismo europeo con ogni mezzo all’insegna dell’internazionalismo, della solidarietà e della pace dei popoli è compito dei comunisti che agiscono in Italia e in Europa.

I POPOLI E I PAESI DEL MEDITERRANEO

Dentro questa gerarchizzazione i popoli e le classi popolari dell’area euromediterranea sono condannati alla subalternità. Pur con le sue contraddizioni sociali, l’aristocrazia operaia in Germania e nei paesi del Nord non riesce ancora a separare il proprio destino da quello della borghesia. Ha beneficiato di salari mediamente più alti, anche dopo l’entrata in vigore dell’euro, e di un sistema di welfare sotto attacco ma tuttora incommensurabile con quello devastato nei paesi Pigs o della periferia orientale.

I salari nei paesi dell’Europa dell’Est, dopo anni di retribuzioni basse e bassissime che hanno innescato una gigantesca delocalizzazione produttiva dai paesi del centro verso quelli dell’Est, hanno cominciato a salire elevando – insieme alle rimesse degli emigrati – alcuni standard sociali. Le case di proprietà nei paesi dell’Est ora sono più numerose che nei paesi euromediterranei della Ue. Queste modifiche di “status” dei paesi dell’Est spiegano, seppure in parte, le costanti fibrillazioni determinate dai governi reazionari emersi in questi anni (Ungheria e Polonia in primis) all’interno della UE.

Ma è evidente che dentro i meccanismi dell’ordoliberismo europeo di stampo tedesco gli standard di vita, i salari, i servizi sociali, la qualità dell’occupazione negli ultimi trent’anni siano precipitati nei paesi euromediterranei, soprattutto di quelli interni alla Zona Euro. Questa regressione è alla base del massiccio ritorno all’emigrazione – anche e soprattutto di quella qualificata – dai paesi Pigs verso le economie del centro e nord Europa: una gigantesca concentrazione di ricchezza materiale e umana nel “cuore” dell’Unione Europea e ad una sistematica spoliazione dei paesi euromediterranei.

Questo processo di spoliazione di risorse e forza lavoro (che mischia i caratteri sia del colonialismo che del neo-colonialismo) è stato ancora più violento nei paesi della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa innescando sia ondate migratorie che impoverimento interni dei paesi del sud più legati e subalterni all’Europa. Il ruolo nefasto della Francia in Africa e quello dell’Unione Europea nel Maghreb emergono sia dai ripetuti interventi militari in quei paesi (dalla Libia al Mali, dalla Costa d’Avorio al Sahel), sia dalla volontà di vincolare le monete locali prima al Franco-Cfa e ora all’euro, sia dai trattati bilaterali e multilaterali di stampo iperliberista imposti ai paesi del Maghreb e dell’Africa.

Il contesto euromediterraneo, è caratterizzato da una complementarietà culturale, sociale ed economica che affonda le radici nella storia dei paesi rivieraschi, ed ha subito nel tempo le modifiche imposte dallo sviluppo coloniale e poi neo coloniale occidentale che conosciamo. I processi di delocalizzazione avvenuti negli ultimi 30 anni, gli accordi economici, la spinta all’emigrazione e, quando necessario, le aggressioni militari dirette, hanno ridisegnato una catena del valore che assegna ai paesi del Maghreb, del Sahel e del Medio Oriente, una funzione fondamentale nel sistema di sfruttamento delle multinazionali europee. Possiamo dire a pieno titolo che la forza lavoro tunisina, egiziana, algerina e degli altri paesi del Mediterraneo Sud, è oggettivamente classe lavoratrice “europea”, collocata nell’anello periferico della catena dello sfruttamento.

LE ARTICOLAZIONI E LE SEGMENTAZIONI DELLA BORGHESIA TRICOLORE

L’Italia si trova nel mezzo di questo processo tutto interno alla competizione globale inter- imperialista. È combattuta tra una frazione della borghesia italiana che vuole essere a tutti costi parte dei centri decisionali e strategici della Ue – anche a costo di essere “ultimi ma tra i primi” – e un’altra frazione della borghesia, indebolita e disgregata dalla prima, che vorrebbe continuare ad essere “prima tra gli ultimi”. Insomma tra chi ritiene di poter far parte a pieno titolo del polo imperialista europeo e chi vorrebbe limitarsi agli spazi di manovra concessi all’imperialismo italiano, barcamenandosi tra USA e Unione Europea.

Lo scontro politico in questi ultimi trenta anni in Italia, si è giocato e si gioca ancora molto intorno a questa divaricazione di interessi tra i vari segmenti di una borghesia stracciona e parassitaria come quella italiana, ma non per questo meno pericolosa delle altre. Questa divaricazione di interessi materiali e sulla collocazione internazionale dell’Italia non è omogenea, né potrebbe esserlo in un paese fortemente asimmetrico tra regioni competitive al Nord e regioni più arretrate al Sud. L’integrazione a livello europeo non ha affatto ridotto questa asimmetria storica dell’Italia, al contrario l’ha accentuata, così come oltre alle disuguaglianze territoriali ha accentuato le disuguaglianze sociali.

Il continuo processo di concentrazione di ricchezze, tecnologie, risorse umane e intellettuali nel cuore della Ue, si è riprodotto anche all’interno dell’Italia sia con l’aumento dei finanziamenti pubblici alle regioni ricche e la loro riduzione e i commissariamenti in quelle più arretrate, sia con la ripresa dell’emigrazione interna verso le regioni ricche e l’ulteriore spoliazione del Meridione, sia ed infine con la spoliazione anche di quelle aree del nord ritenute non competitive. È sufficiente guardare al declino di Genova e della Liguria o al prosciugamento delle risorse di una ex metropoli industriale come Torino da parte di Milano e della Lombardia.

Ma anche questo processo contiene in sé una ulteriore contraddizione. La competitività di aree industriali e di servizi avanzati come la Lombardia, ma anche l’Emilia e il Veneto, si regge sulla subalternità alle filiere produttive delle imprese tedesche e non su una propria capacità industriale autonoma.

È prioritario mettere in condizione la borghesia parassitaria di non nuocere ulteriormente al paese e a chi lo abita, ridurre e tendenzialmente azzerare le disuguaglianze economiche e territoriali, esercitare egemonia anche su quei settori di ceto medio e piccola borghesia proletarizzati dagli effetti della crisi e in balia delle sirene reazionarie, ricostruire un sistema industriale e tecnologico pubblico, autonomo e funzionale allo sviluppo, possibile solo in un processo di sganciamento dal polo imperialista europeo.

IL PROFILO DELLA MODERNA FORMA “STATO”

In un paese asimmetrico e in una società sempre più disuguale come quella italiana, si pone con forza la questione della funzione dello Stato. Uno Stato configurato sugli interessi prevalenti di una borghesia parassitaria non poteva che essere poco più che un comitato d’affari in cui è dilagata la corruzione, il clientelismo, il servilismo alle imprese, alle banche e agli interessi privati. Le inefficienze dello Stato e delle amministrazioni pubbliche sono state volute e acutizzate proprio dalla logica delle privatizzazioni che ne hanno smontato ogni meccanismo vitale, relegandoli a gestire solo la funzione repressiva e coercitiva che deriva dal monopolio statale della violenza.

Questa è stata la logica dello “Stato minimo” che, con una sussidiarietà del tutto rovesciata, si è trovato in mano solo i settori meno decisivi o remunerativi per i privati, distogliendo capitoli significativi della spesa pubblica dal welfare e dai servizi pubblici verso il sostegno delle imprese e delle banche private o delle forze repressive. Una regressione sociale e di civiltà che ha prodotto il “welfare dei miserabili” riducendolo a ben poca cosa, aumentando la polarizzazione sociale verso il basso e l’impoverimento di fasce crescenti di settori popolari ma anche dei vecchi ceti medi.

Ma la crisi, accentuata dalla pandemia di Covid-19 e dalle sue conseguenze economiche, ha rivelato a tutti che i soggetti privati non sono adeguati – né desiderosi – nel farsi carico degli interessi collettivi e dei beni comuni. Il disastro prodotto dalle Regioni nella pandemia è il risultato proprio dell’indebolimento dello Stato, invocato dai liberisti e realizzato dal centro-sinistra con la modifica del Titolo V della Costituzione, che ha consegnato competenze strategiche alle Regioni sottraendole al controllo dello Stato. La distruzione del Servizio Sanitario Nazionale finito in mano alle Regioni (e la combinazione tra smantellamento della sanità pubblica e rafforzamento della sanità privata) è lì a dimostrarlo. Si desume da questo l’estrema pericolosità – e l’opposizione frontale che richiede – del progetto di Autonomia Differenziata che questo processo di disgregazione intende portarlo ancora più a fondo aumentando l’asimmetria e le disuguaglianze territoriali e sociali nel paese.

Sia a livello europeo che a livello nazionale si è così accelerato quel processo di revisione della funzione dello Stato come supporto strategico alle imprese e alla banche nella competizione globale. Si è passati così dalla logica del “meno Stato più mercato” alla logica del “Più Stato per il mercato”. Questa tendenza ad un maggiore ruolo dello Stato, ancora prima che esplodesse la pandemia di Covid 19 si era già affacciata negli ultimi anni in Germania – la patria dell’ordoliberismo – e in Francia, proprio perché le classi dominanti sono consapevoli che nella competizione globale serve una massa critica integrata e un ruolo rilevante dello Stato a sostegno delle imprese e delle banche, specie di quelle più avanzate nei settori tecnologico, militare, energetico, e nella ricerca scientifica.

Diversamente da chi ritiene che lo Stato debba essere al massimo o un comitato d’affari o un consiglio d’amministrazione, in questi anni abbiamo sostenuto la necessità del ritorno dello Stato ad una funzione decisiva nella programmazione e nella coesione sociale del paese, ad una politica di nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia (energia, comunicazioni, trasporti, ecc.), delle banche e delle industrie funzionali ad un sistema industriale completo, autonomo, autosufficiente e integrato non in modo subalterno con gli altri sistemi.

In altre parole è necessaria una sperimentazione nella realtà attuale della pianificazione economica come alternativa al dominio degli interessi privati e della competitività brutale sui mercati. Se la pianificazione ha avuto i suoi limiti, la brutale prevalenza degli interessi privati in ogni sfera sociale ha sicuramente prodotto disastri, rivelando non un errore ma una falla dell’intero sistema dominante.

LA CRISI DELLA POLITICA COME ELEMENTO STRUTTURALE DELLA CRISI DI EGEMONIA

La realtà di questi venti anni ci rivela anche un’altra falla decisiva del sistema. La sua classe dirigente, sia politica che economica, è totalmente indecente e inadeguata a guidare anche un processo “progressivo” di tipo capitalista. Al contrario si è rivelata pienamente corresponsabile del processo regressivo che sta investendo tutte le società a capitalismo avanzato. È diventato quasi impossibile trovare dirigenti politici con senso dello Stato. Compaiono marionette ad ogni stagione (da Berlusconi a Renzi, da Di Maio a Salvini) consapevoli e concentrati o solo sui propri interessi materiali e immediati, o totalmente subordinati alla società dello spettacolo. Dicono banalità o cose terribili con lo sguardo rivolto solo ai sondaggi o ai dividendi dei propri investimenti. Siamo di fronte ad una crisi di credibilità che neanche il più corrotto uomo politico del dopoguerra ha mai offerto. In quel caso, anche i peggiori – e ce n’erano – erano comunque usciti dalla tragedia delle dittature e della Guerra Mondiale, e dovendo mettere mano ad una nuova repubblica e alla sua Costituzione furono costretti a trovare compromessi ragionevoli, indicare aspettative di emancipazione alla popolazione, definire diritti e contromisure verso il ritorno agli orrori del passato. Ciò ha riguardato i dirigenti politici come quelli industriali.

Il decadimento della attuale classe politica è anche il risultato di quel processo di “riduzione dell’eccesso di democrazia” teorizzato nel 1975 dalla Commissione trilaterale e che si è nutrito di riforme costituzionali che hanno svuotato la democrazia rappresentativa. Una democrazia borghese che per anni ha dovuto fare i conti con la forza oggettiva espressa dalle classi subalterne. D’altronde se le decisioni fondamentali, quelle relative alla allocazione delle risorse, sono assunte in altre sedi, se vi è stato un vero e proprio impossessamento delle istituzioni cosiddette democratiche da parte del livello sovranazionale, quale può mai essere la funzione dei partiti e di sedicenti dirigenti politici? In questo scenario si inquadra il passaggio dai partiti democratici di massa ai partiti post democratici del leader, dai partiti che si radunavano intorno ad opzioni ideologiche definite a partiti liquidi che comunicano per slogan o tweet, con l’orecchio costantemente teso ai sondaggi. Ma l’avvento dell’era Draghi e l’avvio di un “nuovo ordine” ridimensiona pesantemente il ruolo dei partiti e destabilizza l’intero quadro politico per superare i pericoli di ingovernabilità dati dalla stessa democrazia rappresentativa, espressi dai voti percepiti come “anti establishment” degli ultimi anni.

L’indecenza della classe politica è direttamente proporzionale a quella della classe sociale dominante, degli imprenditori come dei banchieri, dei manager come dei nuovi dirigenti pubblici indicati “in base ai curriculum o al merito”. Mostrano una visione corta sulle priorità del paese e una arroganza senza limiti nell’esercizio delle loro funzioni.

È in questa cornice che si realizza anche l’evaporazione della contrapposizione fascismo/antifascismo e l’ulteriore smantellamento – in ogni ambito della società – dell’“eredità costituzionale” e del vecchio compromesso fordista. Tale processo è da intendere non come semplice operazione di revisionismo storico e culturale o relegata agli ambiti dei gruppi neofascisti a cui pure siamo tenuti a rinnovare la contesa di una funzione sociale e politica nelle maglie del disagio sociale e delle periferie metropolitane, ma come sbocco inevitabile della “rivoluzione del capitale” degli ultimi decenni la quale non può tollerare neppure il formalismo della Costituzione postbellica.

Ma questo crollo di credibilità delle classi dirigenti non è un fenomeno solo italiano. Disabituati a misurarsi con il nemico dopo la fine della contrapposizione globale con l’URSS, i nuovi dirigenti dell’occidente capitalista hanno prodotto solo mezze figure e leader senza spessore. Qualcosa si era avvertito già con Bush jr, Blair, Jospin. Ma quando la Gran Bretagna ha prodotto i Johnson, gli Stati Uniti i Trump, la Francia i Macròn, il Brasile i Bolsonaro, è il segno ineludibile che è proprio il sistema capitalista dominante che non è più in grado di produrre classi dirigenti adeguate alla sfida della competizione globale, delle tensioni e dei conflitti che ne derivano. Quello che è sino ad oggi è servito alle grandi corporazioni, alle multinazionali e al capitale finanziario, è una rappresentanza politica totalmente subalterna all’economia, come espressione diretta degli interessi immediati dei gruppi capitalisti perché convinti, con la dissoluzione dell’URSS, di non dover più fare i conti con possibili alternative di sistema. Ciò mette il paese e il mondo ancora più in pericolo.

Un ricambio delle classi dirigenti non avviene però nelle università esclusive o nei talk show. È un processo che attiene molto alla visione, alle esperienze sul campo, alla formazione ma anche al conflitto. Alla sbarra del Tribunale Speciale che lo aveva condannato ad anni di carcere, Gramsci mandò a dire ai suoi persecutori: “Il fascismo porterà il paese alla rovina, toccherà ai comunisti ricostruirlo”.

4° TESI: LA FUNZIONE DEI COMUNISTI IN ITALIA E IN EUROPA

IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO NELLA CONDIZIONE MEDITERRANEA

La prospettiva nella quale agiscono i comunisti è il Socialismo del XXI secolo, un socialismo marcatamente antimperialista e popolare, ispirato alla costruzione di forme radicali di democrazia diretta e partecipativa, in lotta contro ogni forma di razzismo e di sessismo, orientato a ricostruire un giusto equilibrio tra società umana e natura.

La prospettiva del Socialismo del XXI secolo, per non assumere il carattere di icona astratta e inoffensiva, deve calarsi nella concretezza della condizione che stiamo vivendo in Italia e in Europa. Per questo la lotta all’imperialismo dell’Unione Europea e delle classi dirigenti del nostro paese è la linea di condotta dei comunisti che agiscono in Italia, con l’obiettivo di far saltare l’anello debole della catena imperialista europea.

La rottura con l’Unione Europea nella prospettiva del Socialismo del XXI secolo apre alla costruzione di un percorso alternativo di relazione tra i popoli dell’area euromediterranea, che individua nei paesi del Sud del mondo la forza che può portare ad una democratizzazione delle relazioni internazionali nella direzione del multipolarismo economico e politico.

La proposta politica dell’ALBA Euromediterranea rappresenta un cuneo nella costruzione imperiale europea che vuole attualizzare la consegna leninista di “rottura dell’anello debole della catena imperialistica”. Una proposta politica internazionalista – contrapposta a ogni deriva sovranista, populista e reazionaria – fondata sulla solidarietà, la complementarietà e l’unità di classe tra popoli e paesi penalizzati dalla gabbia dell’imperialismo europeo.

L’ALBA Euromediterranea è la proposta di costruzione di una diversa geografia economica e politica fondata sull’alleanza tra il sud della UE e i paesi rivieraschi del Nord Africa (che per composizione di classe e filiere produttive sono legati all’Euro ed ai “campioni economici” della UE). Questo spazio materiale e politico è il campo d’azione multinazionale per sconfiggere l’ordoliberismo europeo e per avviare processi di emancipazione e di trasformazione sociale.

È dai tanti Sud del mondo e dalla loro alleanza che può innescarsi una nuova stagione di cambiamenti rivoluzionari ed affacciarsi una prospettiva alternativa al capitalismo. C’è un patrimonio di tradizioni, culture, economie e pratiche comuni che resiste alla azione soffocante del capitalismo. Per noi comunisti d’Italia, dare vita ad una prospettiva euromediterranea sganciata dal “nostro” imperialismo significa rivitalizzare il meridionalismo di Gramsci, attualizzandolo e mettendolo in relazione con il pensiero e le riflessioni del Che e della intera tradizione rivoluzionaria dei movimenti anticoloniali.

LA SEDIMENTAZIONE DELLE FORZE

L’accumulo delle forze è l’obiettivo immediato dei comunisti in Italia. Si tratta di aggregare tutte le forze e le soggettività politiche e intellettuali che in questi anni sono andate disperse ed hanno perso una capacità di azione organizzata ed una prospettiva strategica. Lo svogliato perpetuarsi dell’ortodossia o – sul versante opposto – l’eclettismo movimentista, e soprattutto una forte ondata di liquidazionismo teorico e culturale di tutto il patrimonio del pensiero e della storia del movimento comunista internazionale, hanno lasciato disorientati molti militanti che possono essere riconnessi ad un’attività funzionale verso la prospettiva strategica dei comunisti.

L’accumulo delle forze è però soprattutto il prodotto dell’organizzazione del conflitto di classe e della nuova funzione di massa che i comunisti devono provare ad esercitare per riattualizzare e riqualificare il loro ruolo delle nuove ed inedite condizioni. Non si tratta di svolgere una semplice opera di propaganda politica verso chi è immerso nelle contraddizioni, ma di intervenire direttamente nei conflitti sociali. È lì – nella lotta di classe – che i comunisti qualificano la propria funzione e sperimentano la validità e la efficacia della propria proposta.

La frammentazione sociale e la forte scomposizione di classe che si è prodotta negli ultimi decenni impediscono qualsiasi automatismo tra conflitto e costruzione di una coscienza di classe. La costruzione dell’organizzazione della soggettività acquista perciò una rilevanza superiore al passato e diventa condizione indispensabile per dare ai conflitti una prospettiva di trasformazione complessiva della società.

GLI ODIERNI CARATTERI DELLA CLASSE E L’INCHIESTA

La classe operaia/lavoratrice del nuovo secolo ha caratteristiche molto diverse dalla classe operaia delle grandi fabbriche del secolo scorso. Non è solo frammentata sul versante economico e strutturale, ma è profondamente diversificata: c’è nella dinamica di sviluppo del capitalismo una rigenerazione continua delle differenze ed una sovrapposizione dispotica delle disuguaglianze di classe a quelle di etnia, di genere e anche generazionali. Far emergere il filo che lega queste contraddizioni dall’interno di tali conflitti sociali è un compito centrale nell’azione dei comunisti per definire i caratteri politici del nuovo movimento operaio.

È cresciuta negli ultimi decenni la presenza della componente migrante all’interno del nostro blocco sociale cui guardano i comunisti, introducendo nuove contraddizioni anche di carattere culturale e religioso. Questa parte del blocco sociale presenta spesso caratteri di maggiore combattività ed è spesso protagonista di conflitti non difensivi, potenzialmente capaci di abbracciare gli interessi di larghi strati di popolazione. È vero però che proprio la diversificazione etnica della forza lavoro costituisce per la classe dominante un’occasione di divisione della classe, costruendo ad arte momenti di contrapposizione all’interno dello stesso blocco sociale. I comunisti hanno il compito di favorire l’organizzazione del proletariato multietnico, portando avanti esperienze, obiettivi e parole d’ordine che alimentino la ricomposizione. È fondamentale che in questo percorso si formino e assumano ruoli e funzioni dentro l’organizzazione di classe militanti e dirigenti originari dei paesi di immigrazione.

L’aumento della presenza delle donne nel mercato del lavoro ha rappresentato per il capitalismo la possibilità di sfruttare le differenze di genere come occasione di rafforzamento del proprio dominio. Oggi le donne sono una componente molto ampia di quella parte di forza lavoro meno pagata, più sfruttata e con minori garanzie contrattuali. In generale, la violenza e la discriminazione verso le donne continuano ad essere una delle forme in cui si manifesta l’oppressione di classe sul piano materiale ma anche ideologico e culturale. Sviluppare nei movimenti di classe l’emergere delle specificità legate alla soggettività femminile è un compito fondamentale per i comunisti.

Nei tentativi di relazione e di connessione politica ed organizzativa con il Blocco Sociale abbiamo sempre utilizzato lo strumento dell’Inchiesta di Classe non come mero utensile sociologico ma come capacità di interpretare le trasformazioni della società, le conseguenze a vario titolo sulla composizione di classe e sull’intera struttura della formazione economico/sociale in cui viviamo ed agiamo. Il metodo/strumento dell’Inchiesta – nella pratica della Rete dei Comunisti – è, sicuramente, un impegno per indagare statisticamente la condizione oggettiva della classe (e delle sue sezioni…) ma è anche un mezzo per conoscere e interpretare la percezione soggettiva che questa ha di se stessa, della propria condizione collettiva, dei propri interessi specifici, individuali o persino corporativi.

LE AREE METROPOLITANE

I poderosi processi di ristrutturazione e di riorganizzazione capitalistica a scala internazionale hanno assegnato una centralità strategica ai fenomeni di urbanizzazione, di nuova localizzazione delle attività di produzione/riproduzione/circolazione delle merci e del capitale configurando le grandi aree metropolitane come l’epicentro dove si addensano una miriade di contraddizioni le quali costituiscono – a nostro avviso – il luogo adatto dove i comunisti devono operare.

La competizione tra le “città globali”, l’emergere e la valorizzazione del fattore/spazio e la sua contraddittoria dialettica con il fattore/tempo unitamente alle dinamiche di privatizzazione e finanziarizzazione in atto nel complesso delle metropoli fanno emergere – prepotentemente – l’esigenza di una rinnovata capacità analitica di questa complessa fenomenologia per adeguare, costantemente, l’azione comunista ai nuovi scenari del possibile conflitto sociale.

È in queste dinamiche di estensione spaziale delle città che diventano metropoli (che su una scala globale assumono anche i caratteri delle megalopoli) che settori come la logistica o i trasporti assumono un ruolo centrale. Trasporto e circolazione di merci ma anche di quella particolare merce che è la forza-lavoro (manuale ed intellettuale) che, se organizzata conflittualmente, può diventare una spina nel fianco al padronato e ai disegni di “governance” autoritaria del capitale.

In tal senso la metropoli diventano centro di accumulazione di capitale che concorre ad una competizione mondiale attraverso l’azione selettiva verso una forza/lavoro da utilizzare a proprio piacimento coinvolgendo totalmente in questo infernale tritacarne sociale tempi di lavoro e tempi di vita dei settori popolari e di nuova proletarizzazione.

Uguali processi accadono sul versante delle trasformazioni architettoniche e urbanistiche le quali seguono, e per taluni versi anticipano – con tutto il loro portato di conseguenze antisociali – la dinamica dell’adeguamento degli “spazi urbani” alle nuove soglie delle necessità del capitale disegnando ulteriori picchi di polarizzazione, di discriminazioni, di emarginazioni e di generale svalorizzazione della condizione popolare/proletaria.

La Rete dei Comunisti intreccia lo strumento dell’“inchiesta” con le evidenze materiali della nuova “crisi urbana” affinando la ricerca e le auspicabili connessioni metropolitane con quanti sono interessati a costruire momenti di discussione, di resistenza, di organizzazione e di conflitto. La pratica concreta della nostra Organizzazione nelle varie aree metropolitane del paese (dal piano analitico a quello dell’intervento politico e sociale) sono il segno tangibile di tale intervento che intendiamo meglio rafforzare ed articolare ulteriormente per adeguarci alle nuove soglie del comando e della riproduzione sociale capitalistica.

LA LOTTA PER L’AMBIENTE

L’infarto ecologico del Pianeta è il prodotto della crisi sistemica del capitalismo e dello sviluppo irrazionale e antisociale delle forze produttive, mosso dall’esclusiva ricerca del massimo profitto. La teoria marxiana consente di inquadrare correttamente la questione ambientale, a partire dalla fondamentale analisi condotta alla fine del terzo libro de Il Capitale.

Ma per i comunisti è oggi indispensabile imparare ad utilizzare quelle chiavi di lettura, assai poco impiegate nel passato, affrontando la “situazione concreta” alla luce dell’enorme salto tecnologico cui stiamo assistendo.

Sul piano teorico, infatti, la “questione ambientale” rappresenta una contraddizione strutturale del modo di produzione capitalistico. Marx la pone esplicitamente come uno dei tre limiti che incontra il capitale nella sua evoluzione (gli altri due sono la forza-lavoro – ovvero la lotta di classe – e il capitale stesso, secondo la legge che descrive la caduta tendenziale del saggio del profitto). È una contraddizione strutturale perché il modo in cui il modo di produzione capitalistico si appropria della “natura” consiste nel renderla “capitale”, ossia una merce per cui si paga un prezzo ad un proprietario qualsiasi. Solo che questo prezzo non corrisponde ad alcun valore (in senso marxiano), perché la natura – sopra e sotto la superficie terrestre – è fatta di risorse indispensabili per la produzione, ma che non sono prodotto dal lavoro umano. Per di più, molte di queste risorse sono o non riproducibili (materie prime di ogni tipo, minerali, petrolio, ecc), o limitate (l’estensione delle terre emerse, soprattutto della parte coltivabile), o comunque non interamente sottoponibili alla logica dell’accumulazione capitalistica (la fertilità dei terreni è solo parzialmente incrementabile con fertilizzanti, pesticidi e anticrittogamici, comunque “problematici”).

Il prezzo, dunque, viene determinato dalla necessità di specifiche risorse per la produzione e dalla loro qualità naturale (come il grado di “purezza” delle materie prime, variabili a seconda dei giacimenti), non dalla quantità di lavoro in esse contenute (se non per la parte necessaria, ad esempio, ad estrarre materie prime dal sottosuolo). Questo prezzo rappresenta una riduzione della massa di profitto a disposizione del capitale, anche quando – come oggi avviene sempre più spesso – il proprietario terriero è contemporaneamente anche un capitalista, oppure uno Stato (le petromonarchie del Golfo, per esempio, o anche Stati non asserviti all’imperialismo, ossia padroni delle proprie risorse naturali).

Ma anche se ogni risorsa naturale-ambientale fosse completamente a disposizione gratuita del modo di produzione capitalistico – cosa impossibile, in un sistema dove tutto deve avere un prezzo – resta il fatto ormai evidente che molte di queste risorse, non essendo riproducibili, sono destinate all’esaurimento, così come l’ecosistema in generale (ciò che c’è sulla superficie terrestre e poco sotto) è un sistema finito (cioè limitato) che non tollera la crescita infinita propria delle dinamiche del capitale.

Questo insieme spiega a sufficienza, benché in forma molto sintetica, perché – con Marx – consideriamo la “questione ambientale” una contraddizione strutturale del modo di produzione capitalistico, irrisolvibile all’interno della logica privatistica che è il suo dna. Ai tempi della Rivoluzione sovietica, o ancora in quelle del primo dopoguerra (Cina, Cuba, ecc.), questa contraddizione ancora non si era manifestata nelle forme e nelle dimensioni esplosive che oggi abbiamo di fronte. Questo spiega forse anche la sottovalutazione politica, oltre che teorica, del tema nel marxismo del ‘900, in qualsiasi sua declinazione.

Una sottovalutazione che ha lasciato vuoto un campo politico immenso, in cui sono prosperate molte utopie innocue per il capitale, che immaginavano possibile “far convivere salvaguardia dell’ambiente e modo di produzione capitalistico”. Un pensiero “ecologista” che giustamente è stato assimilato, ad esempio da Chico Mendes, al “giardinaggio”. Ossia un’ideologia per benestanti preoccupati solo del “proprio” ambiente vitale.

Non stranamente, proprio la pandemia e il tentativo di “convivere con il virus” hanno dimostrato che l’umanità – e dunque anche la natura – non può “convivere con il capitalismo”. Anche quel tempo è dunque ora finito. L’urgenza del cambiamento sociale fa tutt’uno con l’urgenza del cambiamento strutturale del modo di produzione prima che le variabili ambientali arrivino al “punto di non ritorno”, indicato dalla parte migliore della scienza; con la sostituzione del sistema attuale – fondato sulla priorità assoluta dell’impresa privata, orientata solo dal profitto individuale (societario o personale) – con un altro governato dall’interesse collettivo. Quindi con un sistema di programmazione e pianificazione, tendenzialmente socialista.

I conflitti ambientali – come il resto dei conflitti sociali – non si presentano in forma lineare e sono densi di contraddizioni. I comunisti non si rifugiano nell’agitazione di sterili principi, ma si misurano con le contraddizioni e lavorano a costruire le connessioni tra le diverse facce in cui si presentano i conflitti e tra i diversi spezzoni sociali coinvolti (dai lavoratori di specifici settori agli abitanti di alcune zone, ai giovani e ai movimenti civici e ambientalisti che esprimono una resistenza ideologica e culturale alla pretesa di uniformare il territorio e la vita umana alle esigenze del profitto).

Le lotte sul fronte ambientale sono un terreno sul quale si esprimono già oggi settori della scienza che provano a sottrarsi alla logica privatistica e sono interessati a mettere le loro competenze al servizio del bene comune e degli interessi dell’umanità. I comunisti hanno il compito di favorire lo sganciamento e l’azione indipendente di forze intellettuali e di saperi scientifici rispetto al controllo del grande capitale e sostengono i percorsi di organizzazione indipendente della ricerca e del dibattito scientifico.

2 Giugno 2021

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