Il dito nell’occhio… sull’Afghanistan

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di Mauro Casadio – Rete dei Comunisti

La RdC ha scelto di convocare per il prossimo 11 settembre a Roma presso la “Casa della Pace”, nel ventennale dell’attacco alle Torri gemelle a New York, un confronto pubblico ritenendo che quello che sta accadendo in Afghanistan non può essere correttamente interpretato se non si va alle radici politiche e storiche che hanno determinato la situazione attuale.

Attorno alla tragedia di quel popolo sono state prodotte falsità e mistificazioni indecenti i cui attori principali sono stati gli USA (seguiti dai paesi europei fin dagli anni ’70), il Pakistan e i regnanti reazionari dell’Arabia Saudita. Fu infatti il presidente Carter nel luglio del ’79, ben sei mesi prima dell’intervento dell’URSS, che decise di sostenere militarmente gli integralisti ed il Pakistan nella guerra contro il governo afghano.

Portare una visione ferocemente critica delle versioni ufficiali fornite dai governi e dagli “apparati ideologici dello Stato”, quali le televisioni ed i massmedia in generale, è per una forza comunista come la nostra un obbligo, in quanto nel pieno della canea antisovietica negli anni ’80 la nostra area, che allora si chiamava Movimento per la Pace ed il Socialismo, fu l’unica organizzazione politica in Italia a praticare pubblicamente la solidarietà internazionalista verso il governo afghano.

Un governo aggredito da forze feudali quali i Mullah, i possidenti terrieri che vedevano rimesso in discussione il loro potere dalle riforme socialiste che venivano fatte nelle campagne, nei servizi sociali, nella scuola con l’alfabetizzazione, fino all’emancipazione di tutte le donne, vietando i matrimoni combinati e il burqa (come è stato ben spiegato nell’articolo di Contropiano del 22 Agosto titolato “Mostri globalizzati” di Leonardo Masone).

La nostra fu una posizione scomoda e isolata, anche dalla sinistra più radicale, ma che abbiamo sostenuto con tutta la determinazione necessaria essendo coscienti che comunque l’intervento sovietico poteva salvaguardare i caratteri sociali e democratici di quella esperienza, necessari per l’emancipazione del popolo afghano.

Posizione difficilissima e convintamente “kabulista”, come si diceva all’epoca, ma chiara che oggi ci permette di rappresentare e rafforzare un punto di vista che ormai viene imposto dai fatti che si stanno palesando in questa seconda metà di agosto, facendo saltare tutte le bugie e le mistificazione dei paesi imperialisti, degli USA ma anche della UE.

La prima è stata quella che il governo afghano negli anni ’80 esisteva grazie solo all’URSS. La realtà è che quel governo ha resistito per ben tre anni e mezzo (dal 1989 al 1992) dal ritiro sovietico all’aggressione esterna imperialista e integralista, dimostrando di avere un forte rapporto con settori importanti della società afghana. Una cosa molto diversa dal governo fantoccio attuale che, lasciato solo con le proprie forze, non è durato nemmeno tre settimane, a dimostrazione ulteriore della sua inconsistenza.

Certamente gli occidentali non possono negare che conoscevano bene i caratteri oscurantisti e reazionari dei loro alleati e che anzi li hanno sollecitati e sostenuti in chiave anticomunista. Dunque appaiono completamente false le lacrime sparse a piene mani su chi sta fuggendo dalla barbarie talebana, e qui si rendono necessarie alcune riflessioni.

La prima è quella relativa al massacro nel ’92 contro i comunisti, le loro famiglie e tutti coloro che difendevano una visione sociale progressista contro l’oscurantismo dei mujaheddin. All’epoca gli occidentali, invece, erano ben felici che quei massacri fossero perpetrati, sia che riguardassero uomini, donne o bambini, anzi stesero un velo di silenzio su questo mettendo l’accento solo sulla sconfitta militare.

Né dissero qualcosa quando il presidente Afghano Najibullah fu barbaramente evirato e poi impiccato in piazza nel ’96. Anche le nostre anime belle della sinistra tacquero di fronte ad un episodio che poi il “civile” occidente ripetette con Saddam Hussein e con Gheddafi ma fallendo, fortunatamente, con il presidente siriano Assad.

L’altra è che se si deve individuare un responsabile di quello che sta accadendo oggi a Kabul è esattamente l’occidente, che prima ha utilizzato l’onda integralista ed ora sta abbandonando i suoi sostenitori a quella barbarie evocata come un improvvido apprendista stregone.

Il pericolo reale che corrono i “profughi” e i collaborazionisti oggi è quello che viene dalle ruote degli aerei americani mentre decollano e dalla fuga dagli alleati, né più né meno come è stato fatto nel ’75 con i collaborazionisti nel Vietnam, alla faccia della ormai insostenibile e sfacciata retorica in difesa delle donne e dei bambini, che ora vengono cinicamente abbandonati a se stessi.

Sulla vicenda afghana bisognerà continuare a lavorare nei prossimi mesi sulla “controinformazione” politica e storica, con sistematicità contrastando una operazione ideologica neocoloniale sempre meno credibile che dagli anni ’90 ha fatto “sognare” ai padroni del mondo che la Storia fosse veramente finita.

Ma se sul passato non andranno fatti sconti a nessuno, la vicenda afghana si presenta come culmine di una inversione netta del percorso storico degli ultimi trent’anni. Da qualche anno si andava percependo che la situazione stesse cambiando radicalmente: dall’accentuata competizione globale, all’uscita della Gran Bretagna dalla UE fino alla tragedia della pandemia che ha segnato i picchi più intensi proprio nei paesi dove il liberismo ha devastato il tessuto sociale.

Da tempo come RdC stiamo lavorando sull’analisi di questo cambiamento e lo abbiamo fatto in particolare in due Forum nazionali, nel 2016 e nel 2019 sulla crisi di egemonia del capitale e sullo stallo nei rapporti di forza tra gli imperialismi, in cui abbiamo individuato un passaggio storico che abbiamo definito dello stesso spessore di quello avuto con la crisi dell’URSS, ma di segno politico opposto.

In questo senso è necessario individuare – seppure ancora in via approssimativa in quanto si apre una lunga fase di cambiamento – quali sono i caratteri che stanno emergendo, sia di quelli più evidenti che di quelli meno visibili ma potenziali che possono irrompere nel prossimo futuro.

 Andando per punti:

a) La sconfitta è ideologica più che militare

La sconfitta più grande e bruciante per l’occidente è quella IDEOLOGICA. Lo spudorato uso delle armi fatto in termini di veri e propri interventi coloniali dagli anni ’90 in poi (farne l’elenco sarebbe inutile oltre che lunghissimo), è stato possibile perché in quegli anni aveva capitolato una visione rivoluzionaria generale e si era affermato il cosiddetto interventismo umanitario, la guerra “infinita” per la democrazia, etc.

Questo ha permesso la motivazione ideologica necessaria a giustificare ogni tipo di ingerenza e intervento militare verso l’esterno, ma anche a giustificare alle popolazioni dei paesi imperialisti le spese economiche e i costi umani pagati per assolvere ad un compito “superiore”, appunto umanitario.

Comunque non va dimenticato che la passività affermatasi in questi decenni da parte dei popoli nei paesi occidentali, è stata dovuta anche alla coscienza implicita che questi crimini avrebbero permesso comunque la distribuzione alle “masse” delle briciole di una rapina generalizzata verso i paesi della periferia, una “periferia mondiale” che all’epoca comprendeva anche la Cina per il basso costo della forza lavoro.

Il fallimento in Afghanistan, avvenuto dopo quelli in Iraq, in Siria, nello Yemen ed in molti altri posti inclusa l’America Latina, pone fine all’egemonia occidentale sulla lotta per la democrazia, i diritti umani, quelli delle donne. L’architrave ideologico è crollato e crolleranno tutte quelle strutture civili e militari che su questo hanno poggiato per decenni. 

b) Le cause materiali della sconfitta Usa

Le cause che hanno portato a questo esito sono politiche e militari ma sono soprattutto materiali, in quanto l’autonominatosi gendarme del mondo non ha avuto la forza materiale per sostenere questo ruolo a partire dalle debolezze della sua struttura economica e finanziaria, portata alle sue estreme possibilità con la politica dei tassi zero e una sovrapproduzione di capitale abnorme.

Emerge così una debolezza strutturale ed una nuova verità storica: dopo appena trent’anni di mondo unipolare USA si rende evidente che un solo paese non può controllare il pianeta, soprattutto in una fase di crisi economica-finanziaria, sociale ed infine ambientale che si protrae da più di dieci anni.

Quello che si sta affacciando è un mondo multipolare, che però verrà sottoposto a molte contraddizioni e conflitti se manterrà la sua base materiale nel Modo di Produzione Capitalista,e dentro i quali la spinta al superamento del presente assetto sociale potrebbe trovare nuovo vigore.

c) Il fallimento di una classe dominante

C’è anche un fallimento di concezione strategica che dimostra i limiti della classe dominante USA. L’intervento ed il controllo del centro dell’Asia era il prodotto del pensiero strategico di Zbigniew Brzezinski, consigliere del presidente Carter e membro della Trilaterale, che teorizzò la necessità di occupare il centro del continente asiatico per ottenere una posizione strategica determinante per quell’area lontana dagli USA. Da lì si pensava di poter condizione la Cina, la Russia e l’Iran per mantenere la propria predominanza mondiale. Questo nuovo Vietnam dimostra quanto sia stato velleitario un simile calcolo.

d) L’uso del keynesismo militare

Dalla guerra di Corea del 1950 negli Usa chi ha avuto un peso determinante nella politica internazionale americana è stato l’apparato militare industriale, cioè l’uso del keynesismo militare. E’ stato determinante perché è il settore produttivo più importante, in quanto gli statunitensi sono in assoluto il maggior produttore ed esportatore di armi nel mondo.

La situazione di rinculo che ora subisce l’interventismo USA, il maggior protagonismo e ruolo dei suoi competitori, non hanno solo un effetto strategico ma anche economico e dunque sociale. In altre parole questo settore portante dove si rivolgerà per accrescere i propri profitti? Non sarà certo sufficiente il mercato interno che pure è ancora tutelato e “fiorente”.

Questa necessità produrrà altri effetti a catena di diverso tipo: da una parte l’approfondirsi di una crisi industriale e sociale che già pesa fortemente sull’economia americana e dall’altra, sapendo bene come agisce la “bestia”, quali altri scenari di guerra si vanno preparando a sostegno dell’apparato industriale militare?

e) Un nuovo assetto internazionale

E’ evidente che nei prossimi mesi ed anni si andrà configurando un nuovo assetto internazionale, forse anche dei nuovi rapporti di forza che potrebbero rompere quello stallo degli imperialismi che abbiamo analizzato e che procede da almeno un decennio, cioè dalla crisi finanziaria precedente. Capire quale sarà lo scenario internazionale procedendo per ipotesi e verifiche non è un esercizio intellettuale di geopolitica ma è un modo per collocare l’iniziativa dei comunisti nelle prospettive e anche per quanto ci riguarda nello specifico situazione nazionale.

Alcuni segnali sono già giunti da una ripresa dell’attivismo del G7 con il recente vertice tenuto a giugno in Cornovaglia dove sono emerse alcune scelte strategiche prima meno evidenti. In sostanza di fronte alla competizione globale e al ruolo della Cina, alle ambizioni crescenti e diversificate tra alleati e al ritiro dall’Afghanistan già preventivato (ma non certo previsto come la debacle a cui il mondo sta assistendo), gli USA ma anche la UE stanno prendendo atto del cambiamento degli equilibri strategici.

Probabilmente danno per perso il controllo imperialista diretto per buona parte dell’Asia e stanno riorganizzando l’area atlantica con un ricompattamento della NATO, che invece fino ad alcuni anni fa sembrava in via di superamento.

Naturalmente previsioni esatte su questo sono premature e possiamo cercare di capire solo le tendenze, ma l’idea di consolidare l’area atlantica attorno a USA e UE, rafforzando anche le proprie posizioni in Africa e America Latina, è una ipotesi che traspariva già dalla proposta fatta durante il G7 di giugno cioè quella di costruire una “via della seta occidentale”. Naturalmente va considerato anche il risultato negativo del G7 sul ritiro da Kabul, ma questo vertice si è tenuto su una condizione chiaramente ingestibile per le forze NATO.

L’ipotesi di tenuta nella “cittadella” imperialistica dell’alleanza atlantica è tutta da verificare, ma è quella logicamente più realistica in quanto le relazioni con la Cina “in primis” ma anche con la Russia stanno subendo un logoramento molto forte. Significativa è stata la dichiarazione della portavoce del ministero degli esteri cinese che ha affermato come “ovunque vada l’esercito americano lascia turbolenze e divisione, caos, famiglie distrutte e devastazione”.

Se è questa la prospettiva su cui stanno lavorando le potenze occidentali, si porranno due questioni di carattere strategico ma che hanno a che fare con la nostra azione politica diretta come comunisti in Italia.

La prima riguarda il ruolo dell’America Latina dentro questa riorganizzazione atlantica. Va ricordato che il tentativo di rendere quel continente più funzionale all’economia del Nord America è già stato fatto negli anni ’90, prima con la costituzione del NAFTA, come area economico commerciale, e poi con l’allargamento al resto del continente con l’ALCA.

Quella prospettiva naufragò perché la Cina si “mise” sul mercato con costi della forza lavoro e con un supporto statale per gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) più convincente per le multinazionali di quelle che potevano offrire i paesi latinoamericani. Non è un caso che proprio in quella condizione di relativa importanza per gli USA dei paesi latinoamericani si affermarono le esperienze politiche bolivariane, a cominciare dal Venezuela, e si costituì l’ALBA come area economica alternativa.

Nel cambiamento che si prospetta di ritrovata centralità dell’area atlantica, cambierà anche l’attenzione che USA e UE rivolgeranno verso quei paesi. La campagna anticubana a cui stiamo assistendo da mesi, le continue interferenze, anche con colpi di stato, nelle politiche dei paesi che rivendicano la loro indipendenza economica dalle rapine delle multinazionali, non sono il prodotto solo della ideologia anticomunista ma della necessità di riprendere il controllo di un’area che si sta orientando verso prospettive sociali alternative. Questa necessità riguarda il Nord America ma anche l’UE che su queste campagne si associa sistematicamente agli USA.

La seconda riguarda la relazione tra USA e UE. Se è vero che l’obiettivo è quello di rafforzare l’asse atlantico questo non può lasciare le relazioni come erano in precedenza in quanto oggi sono gli USA che hanno bisogno del rafforzamento dell’alleanza con la UE, la sola Gran Bretagna non è sufficiente. Ma la UE non è più disponibile ad avere ancora un ruolo subalterno e non “paritario” con gli Usa.

Il polo imperialista europeo si è “forgiato” in anni di continue crisi e queste hanno sempre avuto per Bruxelles un effetto rafforzativo, per cui la relazione che può essere oggi accettabile è solo quella paritaria. D’altra parte quella che è in crisi è la funzione degli Stati Uniti, in quanto oggi viene dimostrato che da soli non sono in grado di sostenere le sorti del mondo.

Inoltre l’UE può disporre, a differenza degli USA, di una possibilità che è quella di poter usufruire dei “due forni”, per cui se gli USA non accettassero una modifica relazionale l’alternativa dei rapporti economici con la Cina sta già sul tavolo. Ed è proprio su questa contraddizione che stanno lavorando sia la Cina che la Russia. Questa opzione è chiaramente visibile nelle dichiarazioni della UE e dei principali Stati europei che si differenziano da quelle USA e della Gran Bretagna.

Naturalmente sugli scenari ipotizzati conteranno molto le condizioni che si determineranno, le scelte concrete che verranno fatte, le ulteriori modifiche dei rapporti di forza tra potenze. Quello che va inquadrato bene adesso però è il processo che si metterà in moto a causa dei presenti stravolgimenti ma che assumerà nei prossimi anni forme allo stato difficilmente prevedibili.

Come Rete dei Comunisti riteniamo che gli spazi per lottare per una alternativa politica e sociale si amplieranno. Comunque si confermano due terreni di battaglia politica ed ideologica che seguiamo da tempo: quello dell’internazionalismo, in particolare verso le esperienze del socialismo del XXI° secolo che stanno sviluppandosi in America Latina, e quello della rottura dell’Unione Europea inteso come polo imperialista, che nella crisi degli USA trova paradossalmente ragioni più forti per la costruzione di un’area politico economica competitiva.

Di questo discuteremo sabato 11 settembre alle 17.00 presso la Casa della Pace a Roma in via di Monte Testaccio 22.                                                                

25 Agosto 2021

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