La sconfitta in Afghanistan è un aspetto della crisi sistemica: cause e prospettive

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Lorenzo Piccinini, Giacomo Marchetti – Rete dei Comunisti

Questa è la relazione scritta che riproduce l’intervento della RDC all’iniziativa di Potere al Popolo Pisa di Sabato 11 settembre a Pisa in Piazza Chiara Gambacorti: “11 settembre 1973 – 2021. Dal Golpe in Cile alla fuga dall’Afghanistan”

La crisi sistemica dell’MPC e il declino dell’egemonia globale USA

Per inquadrare la situazione attuale dell’Afghanistan è necessario collocarla all’interno della crisi sistemica che il Modo di Produzione Capitalista sta attraversando, e in particolare all’interno della perdita, tendenziale, di egemonia globale che gli Stati Uniti stanno faticosamente affrontando.

La crisi sistemica che il MPC sta attraversando parte negli anni ’70 e deriva dalle crescenti difficoltà di valorizzazione del capitale al termine della cosiddetta “Golden Age” del capitalismo, innestata sulle macerie della distruzione causata dalla seconda guerra mondiale.

A questa incapacità di generare tassi di profitto soddisfacenti il capitale ha reagito mettendo in campo una serie di controtendenze che gli hanno garantito la vittoria storica contro il blocco sovietico, controtendenze la cui capacità propulsiva sembra tuttavia stare esaurendosi.

La finanziarizzazione crescente dell’economia, che ha portato al paradosso che il valore delle transazioni finanziarie è significativamente superiore al PIL globale, ha mostrato di avere gravi effetti destabilizzanti a causa del necessario scoppio periodico di bolle finanziarie di magnitudine sempre più elevata, come dimostrato dallo scoppio della bolla dei sub-prime del 2007-08 (che ha innestato la cosiddetta Grande Recessione da cui l’occidente non si è mai ripreso appieno) o dalla crisi dei debiti sovrani europei degli anni successivi.

Anche altre due controtendenze importanti, l’aumento della produttività dovuto allo sviluppo scientifico e tecnologico e la ormai decennale contrazione dei salari (diretti, indiretti e differiti), sembrano stare incappando in limiti di carattere politico, in quanto la riduzione progressiva delle condizioni di vita in Occidente sta provocando una crisi di egemonia della borghesia che, per quanto ancora sotto controllo, rende meno controllabile dalle élite i processi di ristrutturazione necessari alla competizione globale.

Inoltre la spinta più forte alla ripresa del ciclo di valorizzazione è stata data sicuramente dalla gigantesca espansione del mercato mondiale che ha fatto seguito all’implosione del blocco sovietico e all’apertura della Cina ad inizio degli anni ’90. Oggi non soltanto questa spinta si è esaurita ma la Cina sta emergendo, per via delle leggi interne al MPC, come un competitor economico e antagonista politico del’imperialismo occidentale, al quale invece è stata per anni funzionale. L’acquisizione di tecnologie e mezzi di produzione che non possedeva e la capacità, conseguenza della pianificazione, di spostarsi progressivamente sempre più in alto nella catena del valore – in sostanza l’aumento della composizione organica del capitale – ha infatti messo la Cina in una posizione in cui sta erodendo l’egemonia statunitense nei principali settori strategici.

La crisi sistemica deriva dalla crescente difficoltà di valorizzazione del capitale, che sta portando ad una sempre maggiore competizione a livello internazionale tra macro-blocchi che cercano, sempre più disperatamente, di garantirsi tassi di profitto adeguati.

Una conseguenza eclatante della maturazione delle contraddizioni all’interno della crisi sistemica dell’MPC è l’evidente declino della forza imperialista dominante per buona parte del secolo passato, gli Stati Uniti. L’esistenza di uno stato Egemone nel campo imperialista è stata una novità nella storia del capitalismo, e ha avuto la sua ragione storica nella necessità delle forze capitaliste di fare fronte comune per contrastare la minaccia sistemica rappresentata dall’Unione Sovietica. Con l’implosione di quest’ultima e le crescenti difficoltà di valorizzazione si sono progressivamente esasperate e le fratture all’interno della classe dominante arrivando alla presente situazione di crescente competizione inter-imperialista.

Valutiamo che allo stato presente ci troviamo sostanzialmente in uno stallo, in cui nessun macro-blocco ha la capacità di imporre la propria egemonia in maniera completa. Stallo, che non vuol dire stasi, ma piuttosto uno stato di “frizioni continue” tra blocchi che però non generano un “nuovo ordine”.

Gli USA possiedono ancora una netta superiorità militare, e una posizione di rendita data dal fatto che da Bretton Woods in poi il dollaro è la valuta di riserva globale. Anche sul piano finanziario e monetario, tuttavia, il dominio statunitense non è più assoluto come qualche decade fa, minacciato sia dall’Euro che dai progetti di internazionalizzazione del Renminbi. E allo stesso tempo stanno perdendo la leadership, o quantomeno assumendo una posizione più subordinata, in altri settori strategici come l’innovazione tecnologica, la corsa allo spazio, il controllo delle risorse energetiche.

In sostanza, come anche le fortissime tensioni sociali dello scorso anno intorno alla questione del razzismo sistemico e delle elezioni presidenziali stanno lì a dimostrare, gli USA stanno perdendo la capacita di esternalizzare le contraddizioni che si sviluppano al proprio interno.

La ritirata dall’Afghanistan va interpretata all’interno di questa (relativa e tendenziale) debolezza: oltre che per ragioni politiche e militari, la ritirata da un luogo così strategicamente centrale ha ragioni molto materiali. Gli USA in crisi non sono riusciti a sostenere materialmente i costi di una guerra che si protraeva da 20 anni e che non stava conducendo ad un reale controllo del territorio.

Si tratta allo stesso tempo dell’implicita ammissione che uno dei perni della strategia mondiale statunitense dai tempi di Zbigniew Brzezinski ad inizio anni 80, l’importanza del controllo del centro-Asia per il mantenimento del controllo mondiale, è risultato troppo difficile da perseguire. Si tratta di un grande fallimento per un’influente fetta della classe dirigente americana.

Ora, prima di affrontare le conseguenze di questa sconfitta, di ipotizzare i possibili scenari futuri e quali sono gli attori e gli interessi principali in cambio, nonché di cercare di ricavare delle conseguenze politiche che ci riguardano direttamente, cerchiamo di inquadrare storicamente l’intervento americano in Afghanistan.

L’intervento americano in Afghanistan

Nell’immaginario collettivo occidentale sembra che l’Afghanistan sia un paese nato intorno al periodo dell’attentato alle torri gemelle, e che sia stato sempre e ineluttabilmente un paese retrogrado e intriso di fondamentalismo religioso. Ma la storia naturalmente è molto diversa.

La monarchia afghana si rese politicamente indipendente dal Regno Unito nell’agosto 1919, dopo la terza guerra anglo-afghana. Fu uno dei primi Paesi a riconoscere l’URSS ed a stringervi rapporti di collaborazione. Dopo periodo di tribolazioni politiche e instabilità economica, nel 1978 prese il potere, con un colpo di stato, il Partito Democratico Popolare nella cosiddetta “Rivoluzione d’aprile”. Il partito di ispirazione marxista-leninista, fondato nel 1965, e guidato da Nur Mohammad Taraki, avviò da subito un programma di chiara ispirazione socialista: una grande ridistribuzione delle terre e l’abolizione dell’ushur, una tassa che i braccianti dovevano ai proprietari terrieri, un grande processo di scolarizzazione (anche femminile), programmi di calmieramento dei prezzi dei beni primari, sanità e trasporti pubblici, abolizione dei tribunali tribali, divieto del commercio delle bambine e dei matrimoni forzati.

Queste politiche trovarono l’opposizione, progressivamente sempre più violenta fino alla dichiarazione di una vera e propria jihad, delle gerarchie religiose, che in buona parte coincidevano con la classe di proprietari terrieri, nonostante la religione islamica non fosse stata vietata.

Naturalmente questo genere di politiche non erano gradite agli Stati Uniti (ed essendo oggi l’11 settembre non possiamo non rimandare all’anniversario dell’assassinio di Salvador Allende), e, forte dei consigli strategici di Brzezinski, come menzionato prima, già dall’anno successivo il presidente democratico Carter cominciò un programma si sostegno bellico ed economico alla rivolta dei mujaheddin. “Meglio qualche fanatico musulmano, o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?” si chiedeva Brzezinski. È stato questo uno dei primi casi dell’utilizzo spregiudicato da parte occidentale, presso in accordo con le Petro-monarchie del golfo, di gruppi di fanatici islamici al fine di destabilizzazione di una regione, ma nei decenni successivi sarebbe diventato la norma: basti pensare all’Algeria, alla Bosnia, alla Cecenia o, più recentemente, alla Libia e alla Siria.

È in questo contesto, a seguito di un colpo di stato contro Taraki, che si inserisce l’intervento dell’Unione Sovietica, che sarebbe durato nove anni. All’ora la nostra area è stata l’unica in Italia ad esprimere solidarietà internazionalista verso il governo afghano, riconoscendo il peso strategico che quella guerra avrebbe avuto, naturalmente incontrando l’avversione di tutta la “sinistra” e di buona parte del movimento.

I sovietici si ritireranno nel febbraio del 1989, a seguito degli accordi di Ginevra del 1988. Sempre per evitare scorretti parallelismi con il presente, la ritirata sovietica fu significativamente meglio organizzata della sconclusionata fuga statunitense di questo agosto, e il governo di Kabul, guidato da Mohammad Najibullah, resistette nella guerra civile ancora più di tre anni, cercando in ogni modo di portare avanti un processo di pace, fino al 1992 quando fu proclamata la Repubblica Islamica. La guerra civile però continuò, tra i signori della guerra fondamentalisti (i nomi più importanti sono Rabbani, capo del partito islamico fondamentalista, e il feroce capo mujaheddin Hekmatyar, ancora in circolazione) fino al 1996. In questo contesto di instabilità, si fece strada il movimento degli “studenti di teologia”, i Talebani, che presentandosi inizialmente come una forza in grado di mantenere l’ordine sul territorio presero in breve tempo il controllo del paese. L’ex presidente Najibullah, ancora rispettato e influente nel paese, fu barbaramente torturato e ucciso.

A questo punto siamo alla storia nota ai più. Agli apprendisti stregoni statunitensi il “combattente per la libertà” Osama Bin Laden, miliardario saudita che aveva trovato posto nel nuovo emirato afgano, si rivoltò contro la mano che l’aveva foraggiato con l’attentato di cui oggi ricorre il ventesimo anniversario. Con l’invasione statunitense che ne seguì comincia la stagione dello “scontro di civiltà”, con rimandi diretti ai “moderni crociati”, in cui gli USA si autoproclamano il gendarme del mondo con la missione storica di esportare la democrazia e i valori occidentali.

Con l’abbandono del paese da parte dell’ultimo marine fantasma il 31 agosto si può tirare un bilancio di questa guerra, la più lunga che gli USA abbiano mai combattuto: un disastro. Decine di migliaia di morti, naturalmente principalmente afghani (anche civili, più del 50% delle volte per mano della coalizione USA tra l’altro) ma anche 2500 soldati USA, e almeno un numero dieci volte tanto di mutilati, più di 2300 miliardi spesi (815 solo di spese operative, a cui vanno aggiunte spese per gli interessi, per gli aiuti umanitari, per il “nation building”) e nel 2021 i talebani sono al potere di nuovo. In questi 20 anni gli USA si sono macchiati di massacri e crimini di guerra, come quelli compiuti dalla famigerata Task Force 373, come rivelato dagli afghan papers di Wikileaks. Gli stessi I file non rivelavano solo i massacri commessi dalle truppe americane, ma anche dai talebani, in modo particolare quelli causati dai loro atroci attacchi contro la popolazione civile. La maggior parte degli aiuti e dei programmi sono poi finiti nelle mani dei fantocci messi al governo dagli USA e dagli alleati. Un governo di paglia senza alcun contatto con la popolazione. Infatti l’esercito afghano si è sciolto come neve al sole d’agosto con una velocità che apparentemente nessuno, dalla NATO ai talebani stessi, si aspettava. Gli USA e il resto dei paesi della coalizione si sono dimostrati persino incapaci di evacuare quella parte minoritaria della popolazione che aveva collaborato con le forze occupanti.

La situazione oggi in Afghanistan

La situazione oggi in Afghanistan è precaria e, in assenza di sfera di cristallo, è impossibile prevedere con precisione come si evolverà. Quello che è sicuro è che l’Afghanistan è un paese strategicamente importantissimo per tre ragioni:

  • Le risorse minerarie dell’Afghanistan sono valutate oltre ad un trilione di dollari: possiede tra le maggiori riserve mondiali di litio, strategicamente fondamentale con lo sviluppo delle automobili elettriche, ha riserve molto grandi di berillio, che è il pilastro delle industrie elettroniche, degli aerei e dei missili ad alta velocità, dei satelliti e dei veicoli spaziali e infine ha la seconda più grande riserva mondiale di rame, fondamentale in molte industrie, soprattutto quella bellica.
  • L’Afghanistan ha al suo interno una serie di vie di comunicazione strategici (ponti, autostrade, sentieri) per tutte le rotte commerciali dell’Asia del sud. Un’inchiesta del New York Times mostra come già negli anni passati, pur non apparendo nelle statistiche ufficiali, chi controllava, mano armata, quei passaggi commerciali ricavava centinaia di milioni di dollari in “tasse di passaggio”. Non solo questi introiti potrebbero aumentare a dismisura se, come sembra, i talebani si dimostrassero disponibili ad aprire le rotte commerciali con i paesi vicini, ma renderebbero il nuovo governo più resistente al ritiro degli aiuti internazionali, che comprendevano una buona fetta del bilancio statale ufficiale, o ai tradizionali metodi di pressione internazionali – sanzioni e isolamento.
  • Dall’Afghanistan proviene il 90% della produzione di oppio mondiale, e una quota crescente di delle specie di arbusti utilizzati per la produzione di metanfetamine. Forse (ma forse no) sorprendentemente la produzione di oppiacei proveniva in gran parte proprio dalle uniche due province che sono sempre state in mano statunitense, mentre prima i talebani avevano fatto dei tentativi (abortiti in realtà) di ridurre la produzione.

Se in Afghanistan prevarrà la “pace talebana” o se il paese verrà in qualche modo destabilizzato non è possibile saperlo. Sicuramente l’attentato all’aeroporto di Kabul della settimana scorsa (in cui comunque hanno fatto più vittime i soldati americani presi dal panico dei terroristi stessi) è stato un brutto colpo non solo alla credibilità occidentale ma anche a quella degli “studenti di teologia”. L’organizzazione che ha rivendicato l’attentato, l’Isis del Khorasan, è presente sul territorio già dal 2014, ed è stato sia avversario che (più raramente) alleato dei talebani in questi anni. Ispirato ad un antico regno islamico precedente a quello che il mondo islamico chiama l’olocausto mongolo, si è reso in questi anni responsabile di decine di attentati terroristici, e sostanzialmente accusa i talebani di voler fare “la Sharia in un paese solo” e gli rinfaccia l’accordo con gli USA.

La stabilità dipenderà naturalmente anche dall’azione e dalle influenze degli altri attori regionali:

Da parte del Pakistan, considerati gli storici rapporti ed il sostegno che in qualche modo gli ha sempre fornito, la presa del potere dei Talebani è vista come un fatto positivo. Importante considerare che il Pakistan è ora legato a doppio filo con la Cina, ed è uno degli snodi fondamentali della BRI.

La Cina è indicata da molti come la più interessata ad instaurare delle buone relazioni con i Talebani. Per le ragioni elencate prima: risorse minerarie e potenziale centralità nelle rotte commerciali (nonché per la possibile integrazione nella BRI) ma anche perché un Afghanistan destabilizzato potrebbe avere conseguenze nello Xinjiang e. Ricordiamo che la Cina, insieme alla Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Uzbekistan e India fanno parte dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO), organizzazione per garantire la sicurezza regionale di fronte alle minacce del terrorismo, del separatismo e dell’estremismo. La Cina già da Luglio ha avviato relazioni diplomatiche coi talebani come d’altronde ha già fatto la Federazione Russa, che pure si mantiene più cauta.

L’India è sicuramente una sconfitta da questa guerra, che dopo aver riversato miliardi nel governo fantoccio afghano vede ritornarle l’Afghanistan sotto l’influenza dei suoi grandi rivali, il Pakistan e la Cina.

Grandi sconfitti di questa guerra sono sicuramente anche gli stati Europei, che hanno seguito passivamente gli USA in questa avventura fallita. Le classi dirigenti europee, quella tedesca in particolare, sta esplicitando chiaramente questo malcontento, e con tutta probabilità questo diventerà un argomento per portare avanti la necessità di una politica estera autonoma.

Conseguenze della sconfitta statunitense

La sconfitta statunitense in Afghanistan è prima ideologica che militare. Gli USA hanno dimostrato al mondo che la loro “esportazione della democrazia”, i loro “interventi umanitari” sono fallimentari. Hanno dimostrato alle possibili classi conniventi di tutto il mondo che non si riescono a prendere cura nemmeno dei propri collaboratori – e la scena dei precipitati dall’aereo rimarrà stampata nella mente di molti. Hanno dimostrato ai loro alleati in “Medio Oriente” (Israele in primis) che non sono intenzionati più ad investire troppe risorse in loco.

Se questa tendenza si confermerà, una possibilità degli anni futuri potrebbe essere il tentativo di rafforzamento dell’area atlantica, magari sotto il cappello della NATO, uno strumento che fino a poco tempo fa sembrava in via di disgregazione. Macron aveva detto in maniera provocatoria che era in uno stato di “morte cerebrale”. L’Alleanza Atlantica sembra avviata ad essere la vera camera di compensazione tra i Paesi che ne prendono parte, senza che gli USA vogliano intestarsi ulteriormente il ruolo di “primus inter pares”. Gli USA ad ogni piè sospinto ricordano ai propri alleati la necessità di aumentare le spese che destinano alla NATO ed una maggiore assunzione di responsabilità.

Bisognerà vedere come interagirà tuttavia questo tentativo di rafforzamento della “cittadella imperialista” con una competizione che negli anni si è fatta sempre più forte con l’Unione Europea, che, rafforzatasi attraverso ogni crisi (per ultima quella sanitaria) e particolarmente scottata dall’avventura afgana, con tutta probabilità non sarà più disposta ad accettare una posizione completamente subordinata. Anche perché la Cina è sempre disponibile a fare affari, in caso.

La necessità tra le élite europee di dotarsi di una politica strategica di difesa autonoma è un argomento di dibattito da tempo, che potrebbe trovare la sua concretizzazione dopo l’ennesima “sportellata in faccia” ricevuta dal suo alleato, e dalla necessità di salvaguardare direttamente la propria rendita di posizione – e di espansione – in Africa ed in “Medio Oriente”, tenuto conto anche della necessità di contrastare la politica neo-ottomana di Erdogan.

Una riconfigurazione delle modalità decisionali rispetto alle missioni militari in ambito europeo, va di pari passo con la necessità di una maggiore integrazione del complesso militare-industriale ed una sua più incisiva de-connessione dall’industria miliare britannica, e non ultimo nell’ampliare il coordinamento militare “oltre l’ambito NATO” sono i nodi da sciogliere per una reale “politica di potenza” dell’Unione Europa.

Un’altra significativa conseguenza di questo “ritiro atlantico” è sicuramente il rinnovato interesse statunitense per il Sud America, come abbiamo analizzato a lungo durante la nostra campagna “Socialismo e Barbarie” dell’autunno scorso.

Per noi si confermano le linee strategiche che già da tempo abbiamo individuato: il lavoro per la rottura dell’Unione Europea in quanto polo imperialista in costruzione, e l’internazionalismo, in particolare nei confronti delle esperienze progressiste in America Latina, che potrebbe per importanza strategica e magnitudine della lotta di classe in corso, confermarsi come l’anello debole della catena imperialista.

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