Incidere attraverso il conflitto e la creazione di rapporti di forza reali

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Intervista a Sasha Colautti, Unione Sindacale di Base – Settore Privato

Come Rete dei Comunisti abbiamo intervistato Sasha Colautti dell’Unione Sindacale di Base – Settore Privato in vista dello sciopero generale dell’11 ottobre per fare il punto sui vari passaggi che il sindacato ha affrontato negli ultimi mesi.

Rete dei Comunisti – Sabato 8 maggio a Genova l’USB ha dato vita al Coordinamento Lavoratori Marittimo-Portuali, un passaggio importante che vede il sindacato ormai presente in tutti i segmenti della catena logistica, divenendo un polo d’attrazione per sempre più lavoratori combattivi nel comparto. Il neo-nato Coordinamento si è confrontato subito con successo con due tematiche in particolare che ha saputo affrontare “di petto” promuovendo scioperi ed iniziative di lotta. Ha promosso lo sciopero di 24 ore sulla sicurezza – il 14 giugno – dopo l’ennesima morte di un lavoratore portuale (in questo caso a Salerno), e ha chiamato al boicottaggio del trasporto della armi da guerra nei porti durante l’offensiva sionista su Gaza.

Nel tuo intervento a Genova, l’8 maggio, hai posto con forza l’esigenza della rottura del monopolio della rappresentanza di CGIL. CISL e UIL che insieme al “fascismo aziendale” funge da combinato disposto per annichilire le spinte più generose dei lavoratori che rivendicano salario, diritti e garanzie e mette una camicia di forza allo sviluppo del sindacalismo conflittuale.

Quali passi in avanti pensi siano stati fatti in questi mesi su questo aspetto sul piano sindacale?

Sasha Colautti – USB continua nella sua forte crescita numerica nel privato, numeri in controtendenza rispetto al calo di quelli di CGIL CISL e UIL, organizzazioni che appaiono sempre più in difficoltà sul piano della rappresentanza dei lavoratori in carne ed ossa.

CGIL, CISL e UIL hanno scelto un modello di rappresentanza del tutto autoreferenziale, non basata sul consenso dei lavoratori, ma incardinata nel riconoscimento padronale che viene di volta in volta elargito dopo la firma di un accordo sindacale: “Rappresenti solo se firmi (brutti) accordi”.

Questo modello, come tutti abbiamo visto – a partire dalla ulteriore destrutturazione del modello contrattuale nel 2009 e poi con il successivo “accordo Marchionne” sul CCSL Fiat – ha portato ad un sistematico svuotamento della contrattazione nazionale a causa del fatto che oggi la contrattazione nazionale è mortalmente abbracciata col il riconoscimento datoti dalla controparte attraverso la rappresentanza intesa come “presenza ai tavoli” ed il riconoscimento delle agibilità (quindi dei permessi sindacali) dovuti ai firmatari di questi contratti. Un modello che fra l’altro fa sopravvivere queste organizzazioni economicamente: i contratti nazionali oggi sono legati a doppio-filo nella gestione del welfare, i fondi pensione e ovviamente le “quote contratto”. Quindi le organizzazioni che firmano i contratti nazionali sanno che quella firma è legata anche a importantissime – e per loro necessarie – entrate economiche.

USB al quadro che ti ho esposto qui sopra ha scelto di contrapporre un modello di rappresentanza che parte dai lavoratori, che si pone come obiettivo quello di incidere attraverso il conflitto e la creazione di rapporti di forza reali. Un modello lontano dall’autoreferenzialità e dall’essere chiamato ai tavoli “solo perché sei firmatario di un contratto”.

Stiamo vivendo una fase in cui le nostre scelte sul piano strategico, ci stanno permettendo di essere presenti nelle aziende e seduti sui tavoli vertenziali più importanti solo grazie alla nostra rappresentanza reale, al peso degli iscritti e delle lotte che riusciamo a mettere in campo.

L’ingresso di USB nei porti di Genova, Livorno e Trieste è un fattore importante perché non è un elemento di estemporaneità, ma fa parte di una scelta precisa che USB ha fatto sul piano della conflittualità generale e dell’iniziativa confederale e del privato. Una scelta poi suggellata dall’assemblea del 19 Giugno a Bologna.

Rete dei Comunisti – Infatti, Il 19 giugno si è svolta a Bologna un’importante e partecipata assemblea di lavoratori e di delegati dell’Unione Sindacale di Base: “Dalla catena di montaggio alla catena del valore” che ha riposto con forza la centralità della questione di classe, la necessità del conflitto dentro un’ipotesi sindacale organizzata a livello confederale, ed il fatto che nell’ambito del movimento operaio organizzato “si gioca la partita della democrazia in questo Paese” come ha detto Guido Lutrario, della Federazione del Sociale ed esponente dell’Esecutivo Nazionale.

Bisogna ricordare che è stata un’assemblea svoltasi il giorno dopo lo sciopero indetto da tutto il sindacalismo di base nella logistica e che ha visto un militante del Si.Cobas – Adil Belakhdim – ucciso durante un picchetto di fronte al polo logistisco della Lidl a Biandrate.

Tu hai aperto l’iniziativa definendola giustamente dal “sapore congressuale”. Quali sono i nodi emersi in quell’appuntamento che secondo te si sono imposti con forza nei mesi successivi e che riverbero hanno avuto nel dibattito interno al sindacato?

Sasha Colautti – Si è vero, ho definito quell’appuntamento dal “sapore congressuale” ed è vero proprio per quello che dicevo per rispondere alla domanda precedente: a causa della pandemia siamo stati costretti a rimandare il congresso. La nostra crescita numerica, sia di iscritti e nuovi delegati ha determinato però un dibattito interno che durante la pandemia si è tradotto in moltissimi momenti di confronto pubblico attraverso delle iniziative fatte anche on-line, molto partecipate. In quei mesi si è delineata con maggior chiarezza la possibilità di rendere finalmente matura nella pratica l’analisi sull’importanza della cosiddetta “catena del valore” come obiettivo strategico della nostra conflittualità. Un punto debole da colpire nel quadro dell’attuale processo di ristrutturazione del capitale.

La pandemia ha reso ulteriormente frammentata la catena del valore “produzione-trasporto-distribuzione”, I cicli produttivi oggi diventano oggetto di ulteriori attacchi anche per quanto riguarda le delocalizzazioni. C’è però anche un processo di “regionalizzazione” delle supply-chain che possono diventare un obiettivo sensibile delle lotte sindacali nelle fabbriche, della logistica e anche della GDO.

Il riconoscere questo elemento come un fattore chiave per le nostre scelte politico-sindacali dal mio punto di vista apre una discussione anche sul modello di sindacato che abbiamo in testa, per questo ritengo che l’assemblea “operaia” di Bologna abbia tracciato una linea di carattere congressuale.

Oggi la dicitura “sindacato confederale” ha assunto una accezione negativa perché proveniamo da un ventennio in cui i sindacati cosiddetti “confederali” ne hanno distorto il vero significato. CGIL CISL e UIL sono completamente disimpegnate dall’idea stessa di confederalità, perché sono diventati i primi fautori di una divisione netta tra categorie, luoghi di lavoro e lavoratori.

Rete dei Comunisti – Quest’estate è stato raggiunto un accordo tra “parti sociali” (Governo, Confindustria e CGIL, CISL e UIL) che ha sbloccato dal primo luglio la possibilità di licenziare, non prolungando una delle misure che aveva permesso al la crisi pandemica di non diventare immediatamente una catastrofe sociale per un numero consistente di lavoratori dipendenti. L’accordo, da cui sono stati esclusi solo alcuni comparti (tessile, calzatura, moda) , non ha di fatto vincolato in alcun modo le imprese, “raccomandando” (questo è il termine usato) ai padroni di far fare 13 settimane di Cassa Integrazione, pagata dallo Stato – cioè della collettività – prima di licenziare.

Da quel giorno si è aperta una vera e propria macelleria sociale, può farci un quadro sommario della fase che si è aperta dopo uno dei peggiori accordi sindacali di tutti i tempi?

Sasha Colautti – E’ davvero l’accordo sindacale peggiore di tutti i tempi. La realtà è che non si tratta nemmeno di un accordo, ma è una “supinazione” clamorosa, per nulla inaspettata a dire il vero, davanti alle richieste della Confindustria di Bonomi e del Governo.

Un accordo che non mette alcun vincolo o limite, che non prevede obblighi per le aziende. Nel testo infatti si legge un “invito, una raccomandazione” a utilizzare 13 settimane di cassa integrazione prima di licenziare. Una cosa del genere non si è mai vista ne sentita, ed il bello che Landini e co. L’hanno venduta come un grande risultato, frutto di un incredibile sforzo.

Una cosa surreale, resa ancora più surreale dall’immediata apertura di ristrutturazioni aziendali pesanti, con l’annuncio di centinaia di esuberi in molte realtà industriali molto importanti, una su tutte la GKN, ma possiamo parlare anche della Giannetti ruote, la Timken, l’ABB, Fedex. Situazioni immediate a cui si sono aggiunte immediatamente Stellantis che ha annunciato di aver 12000 lavoratori di troppo e infine Alitalia di cui oggi conosciamo tutti la pesante situazione di crisi.

Tra queste la vertenza GKN è stata quella che è riuscita di più a garantire l’attenzione sul tema delle scelte operate da queste multinazionali, che senza guardare in faccia nessuno e dopo aver preso milioni di euro di contributi di Stato, licenziano centinaia di lavoratori mettendo in ginocchio l’economia di un intero territorio.

Qualcuno si è affannato a criticare “il metodo utilizzato” (famoso ormai è il caso del licenziamento via mail) ma il punto non è il modo, ma è il fatto in se.

Partiamo intanto col dire che sbloccare i licenziamenti dentro l’emergenza pandemica ancora aperta non è stata una mossa brillante. E questo per quanto riguarda l’industria si aggiunge il fatto che la gran parte dei comparti (Automotive e Siderurgia) stanno subendo importanti trasformazioni dovute alla riconversione ecologica.

In una fase del genere era abbastanza evidente che le aziende avrebbero immediatamente colto l’occasione per aprire una fase di ristrutturazione pesante ed incontrollata. L’assenza dello stato sulle scelte industriali strategiche è evidente e laddove si sono improntate quasi ed esclusivamente nel sostegno alle scelte dell’impresa.

Rete dei Comunisti – L’11 ottobre ci sarà lo sciopero generale indetto da tutto il sindacalismo di base. Una delle iniziative che propone l’USB ai lavoratori delle aziende che lottano contro ristrutturazione, chiusura degli stabilimenti e licenziamenti è una manifestazione sotto il Ministero dello Sviluppo Economico – il MISE – a Roma dove sono aperti più di un centinaio di “tavoli di crisi” che sembrano non trovare sbocco. Puoi descrivere come sta prendendo forma ed in che modo si collega alla questione della requisizione e della nazionalizzazione posta con forza da USB come ipotesi di difesa dell’occupazione, dentro importanti vertenze come quelle di lavoratori di Alitalia o dell’ILVA?

Sasha Colautti – I tavoli di crisi al ministero dello sviluppo economico, se si comprendono anche i tavoli di verifica e le crisi settoriali e di comparto, oggi riguardano quasi centomila lavoratori. La scelta di lanciare un appello per una manifestazione sotto il MISE delle aziende in crisi risponde precisamente alla necessità di rimettere al centro il lavoro, unificando le lotte.

La più grande colpa del sindacato confederale e della CGIL in particolare è quella di gestire queste vertenze come singole entità, come se non fossero parte delle stesse logiche. Cito di nuovo GKN perché mi sembra il caso più emblematico di questo schema:

Una vertenza che anche mediaticamente ha assunto una caratterizzazione così importante, è stata gestita senza voler determinare mai un quadro di iniziativa strategica più ampia. Questo è avvenuto nonostante il “Collettivo di Fabbrica GKN”, egemonizzato dalla FIOM, abbia richiesto alla sua organizzazione sindacale e promosso a più riprese la necessità di uno sciopero generale. Segnale mai colto, nemmeno dalle tute blu della CGIL.

Si può baciare i piedi a Draghi, sbloccare i licenziamenti… e allo stesso tempo “insorgere” con i lavoratori della GKN?

La risposta è no, è evidente.

Sono queste le ambiguità che a nostro avviso devono scomparire da tutte le lotte, ambiguità che riguardano la funzione strategica del sindacato, che deve esprimersi chiaramente in contrapposizione contro le politiche di questo Governo.

Ho letto ieri che il Collettivo GKN aderisce allo sciopero generale proclamato da USB assieme alle altre organizzazioni conflittuali di Base, ovviamente questo ci rende felici. L’invito ad essere presenti sotto il Ministero è chiaramente rivolto anche a loro.

La manifestazione sotto il Ministero vuole rimarcare con forza la necessità che lo stato torni ad essere “regista” delle proprie scelte industriali. Io personalmente non sono innamorato delle formule, ma mi baso sull’esperienza dei tavoli su cui siamo seduti in cui il cosiddetto “intervento di stato” è limitato al garantire l’ingresso di capitali dentro aziende che sostanzialmente vengono nazionalizzate solo sulla carta, di questo un ottimo esempio e l’Ex Ilva, oggi Acciaierie D’Italia: Lo stato è l’azionista di maggioranza, ma chi determina le politiche industriali è Arcelor Mittal.

Il ruolo a cui pensiamo è quello di guida anche alla riconversione industriale ecologica, determinando un modello di sviluppo economico che risponda ai cittadini ed ai lavoratori, impegnato nel garantire livelli occupazionali e reddito. Un modello che si ponga anche la questione della diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario, proprio al fine di garantire l’occupazione.

Lo stato deve essere quel soggetto che compie e che guida le scelte di investimento nei settori di rilievo strategico. Società che vanno difese prima di tutto da scalate ostili agli interessi pubblici.

L’11 saremo sotto il MISE sostanzialmente a riconferma anche di queste rivendicazioni, che da mesi come USB stiamo portando ai tavoli col Governo.

Rete dei Comunisti – Il Recovery Fund approvato dal governo Draghi su stretta indicazione dell’Unione Europea sembra comportare una gigantesca ristrutturazione produttiva del comparto manifatturiero usando come vettori la transizione ecologica e la digitalizzazione. Quali conseguenze occupazionali rischiano di comportare tali scelte, considerando che no si è configurata un adattamento degli strumenti di ammortizzazione sociale?

Sasha Colautti – Collegandomi alla domanda precedente in cui sostanzialmente ho detto come la pensiamo noi questa mi permette di dire cosa invece sta facendo il Governo Draghi.

L’erogazione dei fondi del PNRR è messa in subordine al rispetto di una moltitudine di vincoli. Vincoli che sono nei fatti un manifesto politico che si pone l’obiettivo di devastare lo stato sociale e garantire un modello che determini le politiche economiche “al di fuori dalle scelte dello stato”.

Ogni centesimo del PNRR è finalizzato a garantire un modello economico incentrato sulle privatizzazioni, sul taglio alla spesa sociale e ovviamente sulla determinazione di politiche industriali atte a garantire maggiore flessibilità, sfruttamento ed abbattimento dei costi del lavoro.

Pensiamo all’attacco multipartitico allo stato sociale, contro il reddito di cittadinanza ed il salario minimo garantito (osteggiato anche da CGIL CISL e UIL) fino ad arrivare alla proposta di riforma di ammortizzatori sociali, con l’universalismo differenziato, come pensato dal Governo.

Alitalia rappresenta invece la faccia dell’attacco spregiudicato al lavoro, in cui è il Governo a farsi “padrone”, tagliando migliaia di posti di lavoro e applicando de-facto il “modello Marchionne” sulla neonata compagnia ITA che assumerà solo parte dei lavoratori a condizioni drammaticamente peggiorative.

L’applauso riservato a Draghi, la standing ovation all’assemblea di Confindustria non è a caso. Attraverso la vertenza Alitalia questo governo sta dettando la linea politica al padronato di questo paese. Noi l’11 saremo quindi in tutte le piazze italiane, a Roma sotto i ministeri, per dire basta al governo dei padroni ed i suoi complici.

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