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Val Susa laboratorio di repressione per proteggere interessi USA–NATO-UE

Piena solidarietà a Giovanna e ai militanti No Tav

Da anni seguiamo e partecipiamo alle mobilitazioni delle popolazioni della Val Susa, contro un’opera evidentemente inutile e dannosa per le popolazioni, la natura e l’economia del paese.

Contro quest’opera e le collaterali, come l’aeroporto contro il quale in questi giorni si sono giustamente mobilitati gli attivisti No Tav, sono stati scritti fiumi di parole, inchieste, analisi, relazioni e quant’altro a dimostrare la totale inutilità anche dal punto di vista macroeconomico.

Nonostante l’evidenza, gli interessi che ruotano attorno ai lavori sono difesi a spada tratta dall’Unione Europea e dai governi che si susseguono a palazzo Chigi, di qualsiasi sfumatura neoliberista essi facciano parte, anche perché L’accanimento contro i No Tav è ispirato da esigenze USA/ Nato, come si evince da questo importante articolo: https://contropiano.org/news/politica-news/2021/04/16/laccanimento-contro-i-no-tav-ispirato-dalle-esigenze-usa-nato-0138091

Di opere inutili portate a termine nonostante l’evidenza ne sappiamo qualcosa anche in Toscana, dove procedono le opere per la TAV ed è stato costruito il “People Mover” a Pisa, trenino inutile e costosissimo, opere che continuano a gravare sulle tasche dei contribuenti, grazie a contratti che garantiscono i privati nonostante la totale inefficienza delle opere. Quello che conta è che girino i soldi, dalle tasche dei lavoratori a quelle degli azionisti delle multinazionali.

Stessa sorte per i vaccini anticovid, sui quali si sta giocando una partita tragica e macabra, che ogni giorno costa la vita a migliaia di persone povere nel mondo, dato che i ricchi si sono garantiti le proprie scorte, attraverso lobby massoniche che rubano vaccini a favore di categorie privilegiate, come accaduto in Toscana.

In Val Susa questa logica di speculazione, profitto e morte ha trovato un punto di resistenza che rende la vita difficile ai padroni e ai loro servi. Per questo da alcuni anni le forze “dell’ordine” stanno sperimentando nuove forme di repressione, che hanno l’obiettivo di terrorizzare l’intera popolazione, com’è successo in questi giorni di mobilitazioni nel comune di San Didero, occupato militarmente, cosparso di lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo.

Si intende togliere l’acqua ai militanti e agli attivisti No Tav, attraverso la paura e i rastrellamenti di massa. In questa operazione repressiva è stata colpita gravemente Giovanna, ora ricoverata all’ospedale Molinette di Torino, dove le forze della repressione non la lasciano in pace neppure nel suo letto di convalescenza.

Occorre stringersi attorno a Giovanna e a tutti i militanti No Tav, esempio di resistenza che va esteso a tutte le vertenze sociali determinate dalla crisi e dalla gestione criminale della pandemia, utilizzando quella esperienza per rendere più incisiva la nostra lotta contro l’Unione Europea, il governo Draghi e i padroni che essi rappresentano.

Rete dei Comunisti – Toscana




La vittoria di Lasso in Ecuador è un rafforzamento del neoliberismo, ma la strada del Socialismo è segnata

Rete dei Comunisti

Domenica 11 aprile si è svolto il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Ecuador. Più di 10 milioni di ecuadoriani sono stati chiamati alle urne, sotto gli occhi di centinaia di osservatori internazionali presenti per monitorare il corretto e regolare svolgimento del processo elettorale, a seguito dei tentativi di manipolazione della giustizia elettorale e di sabotaggio del secondo turno.

Con il 99% delle schede scrutinate dal Consiglio Elettorale Nazionale, il risultato elettorale – acquisito come definitivo – vede Guillermo Lasso, ex banchiere candidato per l’alleanza CREO-PSC e uomo forte della destra neoliberista in Ecuador e nel continente latinoamericano, affermarsi con il 52,48% dei voti contro il candidato correista dell’alleanza progressista Unión por la Esperanza (UNES), Andrés Arauz.

Dopo il successo al primo turno, Andrés Arauz ha dimostrato di essere uno sfidante temibile per Lasso e, in generale, per l’establishment in Ecuador, in un testa a testa conteso che conferma il largo consenso popolare del fronte progressista (47,52% dei voti). E questo nonostante una vile campagna mediatica condotta ai suoi danni, fatta di fake news e calunnie incessanti, e un sistema di potere che ha prima cercato di impedirne la candidatura e poi l’ha attaccata duramente, grazie al sostegno economico di banche e multinazionali e alla strumentalizzazione politica degli apparati statali.

Tra le altre ragioni, ha pesato in maniera significativa e determinante il voto nullo “ideologico” e il boicottaggio promosso da Yaku Pérez in seno al movimento indigenista, in particolare tra le sue due maggiori organizzazioni, la CONAIE e il MICC. Pertanto, Yaku Pérez, candidato al primo turno con la maschera di “eco-socialista” ma in realtà strenuo anti-correista vicino all’ambasciata USA a Quito, si è rivelato essere un’utile marionetta nelle mani della borghesia nazionale e delle oligarchie finanziarie continentali per assicurarsi, tramite la vittoria finale di Guillermo Lasso, la continuità della difesa dei propri interessi economici e politici, a scapito di quelli dei settori popolari duramente colpiti dalla pandemia e dalla crisi sociale.

Guillermo Lasso ha subito ricevuto i migliori auguri da Iván Duque e Sebastián Piñera, presidenti rispettivamente di Colombia e Cile, servitori delle politiche imperialiste di Washigton e sostenitori delle ingerenze operate dall’Organizzazione degli Stati Americani di Luis Almagro. A congratularsi con Lasso è stato anche il presidente uscente dell’Ecuador Lenin Moreno, contro il quale era candidato alle precedenti elezioni nel 2017, prima che il tradimento degli ideali correisti della Revolución Ciudadana da parte di Moreno evidenziasse una palese convergenza di interessi tra i due.

Dal 2017 il movimento CREO di Guillermo Lasso appoggia il governo di Moreno, con il quale ha firmato un accordo legislativo per sostenere e promuovere “riforme”, come quelle imposte dal Fondo Monetario Internazionale a seguito del “piano di salvataggio economico” e dell’erogazione di un prestito di 6,5 miliardi nel 2020. Gli aggiustamenti alla spesa pubblica, definiti “draconiani” da Arauz, aggraveranno il contesto sociale in Ecuador, già segnato da una crescente disoccupazione e da un impoverimento diffuso.

La vittoria di Lasso apre una fase di rafforzamento ed intensificazione delle politiche neoliberiste In Ecuador, dalle privatizzazioni delle imprese strategiche di telecomunicazioni ed estrazione a quella del Banco Central del Ecuador, seguendo il solco già tracciato dal presidente Moreno, il quale intende azzerare l’indipendenza della Banca Centrale sancita dalla Costituzione per metterla a disposizione del capitale finanziario nazionale e soprattutto internazionale.

Andrés Arauz, il quale è riuscito a ridare speranza e dignità al popolo ecuadoriano, ha affermato che “questa è una battuta d’arresto elettorale, ma in nessun modo una sconfitta politica e morale” perché l’obiettivo del suo progetto politico mira a “costruire quella nuova maggioranza, quel blocco storico, rappresentato dal progressismo, dalla plurinazionalità e dalla democrazia sociale, sono elementi costitutivi del nostro Stato, della nostra Costituzione”.

Dal canto nostro, auguriamo a Andrés Arauz, ai militanti e agli attivisti sociali e sindacali impegnati nella costruzione di questo fronte popolare progressista di proseguire il loro cammino di affermazione del diritto all’autodeterminazione del popolo ecuadoriano e di transizione al Socialismo. Le persecuzioni politiche e giudiziarie, in uno dei paesi che ha conosciuto lo scandaloso caso di “lawfare” ai danni dell’ex presidente Rafael Correa, rischiano di pesare sulle forze di opposizione al prossimo governo guidato da Guillermo Lasso.

Il risultato elettorale in Ecuador renderà sicuramente più difficoltoso il percorso di cooperazione e il rilancio dell’integrazione latinoamericana di organismi internazionali come l’UNASUR e la CELAC. Dopo il reintegro della Bolivia con il ritorno al potere del MAS di Evo Morales e Luis Arce, purtroppo l’ALBA latinoamericana non vedrà il reinserimento – almeno fino al 2025 – dell’Ecuador, ritiratosi per volontà di Lenin Moreno.

Nonostante i recenti successi che hanno dato impulso ad un ritorno dell’ondata progressista in America Latina, il cammino di affermazione e costruzione del Socialismo del 21° secolo, in quello che da tempo abbiamo definito come “l’anello debole dell’imperialismo”, è tortuoso e non lineare. Le borghesie nazionali e le forze imperialiste agiscono e continueranno ad agire – con qualsiasi mezzo a loro disposizione – per frenare, contrastare e reprimere qualunque tentativo di costruzione di un’alternativa progressista e socialista.

La strada del Socialismo è segnata, la loro sconfitta sarà inesorabile.




Le organizzazioni internazionaliste non si toccano. Solidarietà al Collectif Palestine Vaincra!

In Francia e in tutta Europa, si respira un’aria pesante che sa di repressione e normalizzazione di ogni forma di dissenso. Questa, che non è certamente una novità nell’agire delle classi dominanti continentali, assume tutt’altro peso quando consideriamo che la pandemia in cui siamo immersi da oltre un anno ha messo in evidenza una profonda crisi d’egemonia del sistema dell’Occidente, oltre a cambiare il peso di alcuni attori nello scenario mondiale.

In linea con questa evidenza, ci pare evidente come Israele stia assumendo un’importanza ancor maggiore nello scacchiere del Mediterraneo e del Vicino Oriente, un’importanza che ha bisogno di nuova e di profonda legittimazione da parte dei governi europei. Ed in questi giorni è la Francia ad ossequiare lo Stato sionista con l’inchino più profondo, puntando direttamente allo scioglimento di uno dei soggetti che più di tutti sono attivi per la causa palestinese, internazionalista e anticolonialista.

Facciamo nostre le parole del comunicato dei compagni e delle compagne del Collectif Palestine Vaincra, con il quale condividiamo in particolare il percorso di lotta all’interno della Campagne unitaire pour la libération de Georges Abdallah. Il collettivo di sostegno al popolo palestinese, attivo principalmente a Tolosa, sottolinea come “il susseguirsi di appelli allo scioglimento di organizzazioni antirazziste, associazioni musulmane e sindacati è una minaccia preoccupante per tutte le persone impegnate per la libertà di espressione, l’uguaglianza e la giustizia ”. Ed è questo il punto della questione: in una fase di estrema difficoltà, di profonda crisi d’egemonia, uno degli strumenti per mantenersi in vita del potere è disarticolare, rendere illegale, distruggere l’organizzazione degli sfruttati. A noi l’arma della solidarietà attiva e del supporto politico e materiale a chi viene colpito.

Viva la Palestina! Viva il Collectif Palestine Vaincra!

Les organisations internationalistes ne se touchent pas. Soliadarieté au Collectif Palestine Vaincra !

En France et dans toute l’Europe, on respire un air lourd qui sent la répression et la normalisation de toutes les formes de opposition. Celle-ci, qui n’est certainement pas une nouveauté dans l’action des classes dominantes continantes, prend tout autre poids quand nous considérons que la pandémie dans laquelle nous sommes plongés depuis plus d’un an, a mis en évidence une profonde crise d’hégémonie du système de l’Occident, en plus de changer le poids de certains acteurs sur la scène mondiale.

A partir de cette évidence, il nous semble évident qu’Israël prend une importance encore plus grande sur l’échiquier de la Méditerranée et du Proche-Orient, une importance qui a besoin d’une nouvelle et profonde légitimation de la part des gouvernements européens. Et, ces jours-ci, c’est la France qui honore l’État sioniste avec la révérence la plus profonde, en visant directement la dissolution d’un des sujets qui sont le plus actifs pour la cause palestinienne, internationaliste et anticolonialiste.

Nous faisons nôtres les paroles du communiqué des camarad.e.s du Collectif Palestine Vaincra, avec lequel nous partageons en particulier le parcours de lutte au sein de la Campagne unitaire pour la libération de Georges Abdallah. Le collectif de soutien au peuple palestinien, actif principalement à Toulouse, souligne que “la succession des appels à dissolution d’organisations antiracistes, d’associations musulmanes ou de syndicats est une menace inquiétante pour l’ensemble des personnes attachées à la liberté d’expression, à l’égalité et à la justice”. Et voilà le point de la question : dans une phase d’extrême difficulté, de profonde crise d’hégémonie, l’un des moyens de maintenir le pouvoir en vie est de désarticuler, de rendre illégal, de détruire l’organisation des exploités. À nous, l’arme de la solidarité active et du soutien politique et matériel aux victimes.

Vive la Palestine ! Vive le Collectif Palestine Vaincra !




La guerra commerciale tra USA e Cina

Introduzione- Lorenzo Piccinini e Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti)

Traduciamo e pubblichiamo il seguente articolo apparso originariamente sulla storica rivista della sinistra anti-imperialista statunitense “Monthly Review – an indipendent socialist magazine” il primo ottobre del 2020.

Il seguente contributo è all’interno del numero monografico “China 2020” https://monthlyreview.org/2020/10/01/mr-072-05-2020-09_0/ totalmente dedicato alla Repubblica Popolare, ed appare dopo l’articolo introduttivo di John Bellamy Foster.

In passato avevamo già tradotto e pubblicato un altro contributo di due dei quattro autori sui fondamentali economici alla base della straordinaria crescita che la Cina ha avuto negli ultimi 30 anni (https://lnx.retedeicomunisti.net/2020/04/12/lenigma-della-crescita-cinese/ ).

In questo articolo gli autori affrontano la questione della guerra commerciale, strettamente legata alla pre-esistente guerra valutaria, lanciata dall’amministrazione statunitense nei confronti della Cina nel 2018. La tesi dell’articolo – che fa anche una cronaca dettagliata del conflitto economico tra i due paesi – è corroborata dall’incrocio di due diverse analisi dei dati in un periodo che a seconda dei casi va dal 1978, o dal 1995, al 2018.

Gli autori sostengono che nonostante le accuse che gli USA lanciano alla Cina di “concorrenza sleale” nel commercio internazionale, quello che realmente cercano di fare è preservare il vantaggio che hanno mantenuto nei decenni di scambio ineguale.

La tesi statunitense, ripetuta “a pappagallo” dalla maggior parte dei media occidentali, è che la Cina abbia sviluppato il suo surplus commerciale bilaterale (differenza tra esportazioni e importazioni, che se positivo implica un trasferimento di dollari dagli USA alla Cina) basandosi su un basso costo del lavoro ed una valuta tenuta artificialmente debole, ed è su questo ultimo aspetto che naturalmente vi sono state pressioni e richieste di intervento.

Gli autori tuttavia calcolano, attraverso due diverse metodologie, la differenza tra il valore delle merci e dei servizi scambiati tra i due paesi. Risulta che gli Stati Uniti hanno avuto sempre un trasferimento netto di valore a loro vantaggio. Questo vantaggio, fondato sul diverso livello di produttività e di “grado di sviluppo” dei due paesi, si è però eroso nel tempo, e secondo gli autori su questo si basa l’offensiva statunitense. Chi avrebbe avuto quindi un “vantaggio sleale”, connaturato alle dinamiche imperialiste tra centro e periferia del sistema economico, finora sarebbero stati proprio gli USA.

Aggiungiamo noi che l’impalcatura su cui si basano gli scambi internazionali si regge tuttora sul dominio valutario del Dollaro e sulla cornice di relazioni commerciali internazionali che poggia sulla moneta statunitense e le regole fissate da Washington con la fine del mondo bipolare. Un aspetto non secondario della possibilità di incanalare i flussi di valore dalla periferia al centro del sistema economico, soprattutto tenendo conto della fissazione del valore di alcune merci strategiche in dollari, come per esempio il petrolio.

Altro elemento importante è la potenza finanziaria che deriva da questa dinamica che oltre ad aumentare i circuiti speculativi legati al capitale finanziario, permette una differenziale di finanziamento del Sistema-Paese egemone che cristallizza la gerarchia della catena imperialista a scapito di tutti gli altri.

Aspetto non secondario dello scambio ineguale – aggiungiamo sempre noi – è la possibilità che esso dà nella ridistribuzione della ricchezza prodotta trasferita dalla periferia al centro, per esempio attraverso varie forme di welfare o le dinamiche salariali in alcuni settori. A questo proposito, pur non essendo l’argomento dell’articolo, non possiamo che sottolineare come, per quanto uno studio specifico non sia stato fatto, dinamiche simili a quelle intercorse nel commercio tra Cina ed USA siano negli ultimi decenni avvenute nel commercio tra Cine e Unione Europea, Germania in particolare.

La guerra commerciale in corso va letta quindi all’interno della cornice del progressivo generale sbriciolarsi dell’egemonia statunitense a livello mondiale (https://lnx.retedeicomunisti.net/2020/06/24/la-crisi-dellimpero-nord-americano/ ) all’interno di una fase storica che abbiamo definito come stallo degli imperialismi (https://lnx.retedeicomunisti.net/2020/01/21/dazi-monete-e-competizione-globale-lo-stallo-degli-imperialismi-3/ ) in quanto, allo stato attuale, nessuno dei partecipanti alla competizione internazionale che adottano il Modo di Produzione Capitalista sembra avere la forza di prevalere sugli altri. Questo stallo tuttavia non significa stasi, né pace e benessere, ma anzi crescente instabilità e conflitto generati dalle continue frizioni tra attori geo-politici di rilievo, e le guerre monetarie e commerciali sono solamente un tassello di questa competizione sempre più accesa.

Senza stare a ripetere i risultati discussi nell’articolo, in questa introduzione sottolineiamo solamente alcuni elementi che a nostro parere meritano di essere evidenziati.

Innanzitutto l’analisi degli autori è basata sulla teoria marxiana dello scambio ineguale, a sua volta da considerare all’interno della sua teoria del valore lavoro. Semplificando quella che è una discussione complessa, il differenziale in produttività comporta che per produrre gli stessi beni la quantità di lavoro necessaria nel paese meno “sviluppato” è maggiore di quella necessaria nel paese a capitalismo avanzato, ma siccome i beni sono scambiati allo stesso prezzo sul mercato mondiale si ha un trasferimento di lavoro incorporato (la fonte del valore) dal paese periferico a quello centrale. L’analisi presentata è una dimostrazione di come la “cassetta degli attrezzi” del marxismo possa portare a valutazioni radicalmente diverse da quelle che derivano utilizzando il quadro teorico dell’economia borghese. La capacità di disvelare quello che non è immediatamente evidente è un aspetto centrale dell’analisi di Marx. È evidente che il dibattito riguardante la teoria del valore, per quanto rimosso quasi completamente dalle università occidentali, rimane un nodo fondamentale.

Un aspetto importante, che viene fuori in maniera significativa da tutti gli interventi che abbiamo pubblicato, è quanto, nonostante il tentativo occidentale di spacciare il successo cinese come merito del libero mercato, sia stata invece la pianificazione da parte del PCC la chiave dei risultati raggiunti (vedi https://lnx.retedeicomunisti.net/2020/04/12/lenigma-della-crescita-cinese/ ), attraverso il ferreo controllo dei fattori macro-economici della propria crescita assicurato dalla natura pubblica di importanti settori strategici della propria economia (il sistema bancario, aziende industriali strategiche, l’istruzione e la ricerca e sviluppo). Non è stato un caso o un effetto della “mano invisibile” se la Cina è passata da un modello produttivo significativamente basato sulle esportazioni di prodotti a basso valore aggiunto ad un’economia molto più basata sul mercato interno (ad oggi il rapporto esportazioni/PIL cinese è inferiore al 20%, paragonato, per dire, con la zona euro, in cui è il 45%) e che, soprattutto in certi settori, ha scalato significativamente le catene internazionali del valore. Un dato estremamente significativo presentato nell’articolo è quello secondo cui se nel complesso, come si diceva, il commercio tra i due paesi comporta ancora un trasferimento netto di valore a favore degli USA, in pochi, ma strategici, settori il fenomeno opera al contrario – una tendenza che all’oggi sembra più che mai rafforzarsi -: questo avviene nella produzione di computer, prodotti elettronici e ottici; in agricoltura e allevamento; nella produzione di autoveicoli; e persino nella produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici, un settore la cui importanza in questo periodo di pandemia si è reso evidente ai più. Questo risultato storico è una diretta conseguenza delle scelte politiche del governo cinese, guidato dal PCC, o meglio di una “inversione di tendenza” rispetto a quelle effettuate precedentemente, operata in particolar modo dall’attuale leader cinese Xi Jinping oggi alla fine del suo secondo mandato.

Infine un aspetto che emerge in diversi punti della discussione e che meriterà in futuro uno studio più approfondito è quello del cosiddetto reshoring, ovvero il fenomeno che vede aziende occidentali che avevano delocalizzato in paesi con costo del lavoro più basso riportare la produzione in patria (o in paesi più vicini, cosiddetto near-shoring). Un fenomeno complesso che non può essere affrontato in questa sede, ma che all’interno di una crisi di valorizzazione sistemica del Modo di Produzione Capitalista, e il conseguente inasprirsi della competizione internazionale al fine di garantirsi tassi di profitto soddisfacenti, potrebbe diventare quantitativamente significativo. Sicuramente se il fenomeno aumentasse in maniera massiccia diventerebbe una questione centrale per la Cina che, come ricorda l’articolo, ancora dipende in maniera significativa per la sua produzione dalle multinazionali straniere. In generale si sta assistendo ad una riconfigurazione complessiva della catena logistica e delle dinamiche che l’hanno caratterizzata durante la fase della globalizzazione neo-liberista.

Un’ultima nota, l’articolo ha il merito di fornire un profilo preciso di quella porzione della borghesia che ha rappresentato Trump (notare che l’articolo è stato scritto mentre era presidente), rendendo più intellegibili le proprie scelte, che il suo successore per certi versi sembra addirittura inasprire in ossequio appunto all’establishment economico che governa realmente gli USA al di là dell’alternarsi delle amministrazioni.

Buona lettura

La guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina

È stato finalmente smascherato il vero “ladro”?

di Zhiming LongZhixuan FengBangxi li e Rémy Herrera

Karl Marx sosteneva che il commercio internazionale avrebbe potuto espandersi, soprattutto se i paesi avessero permesso un aumento della produzione a un costo inferiore, come aveva detto David Ricardo. Tuttavia, Marx aggiungeva anche che, nonostante questo guadagno immediato, lo scambio opera a scapito delle economie meno industrializzate e in realtà risulta essere disuguale, cioè è una forma di esproprio, non appena si tiene conto delle quantità di lavoro e sforzi produttivi che vanno nelle merci scambiate (1). Questo fenomeno si presenta se un paese “meno sviluppato” presenta una produttività del lavoro inferiore a quella dei suoi “partner” commerciali, con meno ore di lavoro incorporate nella merce che importa rispetto alle ore incorporate nelle proprie esportazioni. I rapporti tra quantità di lavoro richieste da esportazioni e importazioni (quelle che più tardi verranno chiamate “ragioni di scambio dei fattori”) sono in questo caso sfavorevoli al Paese meno “avanzato”, che viene sfruttato rispetto ai rispettivi contributi di lavoro. I marxisti dopo Marx, a partire dai teorici del sistema-mondo capitalista, avrebbero dimostrato che l’entità delle disuguaglianze tra i paesi in uno scambio può dipendere dal differenziale di remunerazione del lavoro, inferiore nella periferia che al centro, a parità di produttività (2).

Rivelando la natura ineguale o espropriativa dello scambio imperialista, Marx ha così confutato la visione del commercio internazionale in cui la concorrenza porta a eguagliare o correggere le disuguaglianze, e ha invece sottolineato i meccanismi di dominio e sfruttamento che colpiscono le economie meno industrializzate, portando alla loro sottomissione ai ricchi paesi capitalisti (3). Se Marx pensava che “la libertà commerciale accelera la rivoluzione sociale” e ha scelto di “votare a favore del libero scambio”, non ha mancato di insistere sul fatto che quest’ultimo aggrava le disuguaglianze tra i paesi, dando forma a una divisione internazionale che funziona secondo gli interessi dei capitalisti più potenti. Senza aderire al protezionismo, Marx ha respinto radicalmente le conclusioni normative degli economisti mainstream e dei sostenitori del libero scambio (4).

Può dunque Marx aiutarci a comprendere alcuni aspetti delle attuali relazioni USA-Cina? L’ampio deficit commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Cina è stato il principale pretesto per Washington per innescare, a partire dalla prima metà del 2018, quella che viene abitualmente chiamata una “guerra commerciale” contro Pechino. Al di là delle accuse di “furto” di proprietà intellettuale e altre amenità, le ragioni invocate dall’amministrazione statunitense si riferiscono alla presunta concorrenza “sleale” della Cina. In questo quadro, la Cina accumulerebbe i vantaggi di, da un lato, maggiori esportazioni attraverso bassi salari e una valuta nazionale sottovalutata, e, dall’altro, importazioni ostacolate da sussidi alle imprese domestiche e pesanti vincoli normativi che impediscono l’accesso al suo mercato interno (5). Non è forse il deficit bilaterale degli Stati Uniti una prova inconfutabile che Donald Trump abbia ragione quando afferma che “i cinesi estirpano centinaia di miliardi di dollari [dagli Stati Uniti] ogni anno e li iniettano in Cina” (pur affermando anche che il presidente Xi Jinping è “uno dei [suoi] grandi, grandi amici”) (6)? I recenti cambiamenti nella configurazione delle catene del valore che hanno visto la Cina occupare gradualmente un posto strategico nelle reti di fornitura globalizzate tendono certamente a complicare l’analisi. Ma come si può negare l’evidenza che tutti questi dollari siano effettivamente trasferiti dal paese in deficit a quello in surplus?

Come sappiamo, a partire dagli anni ’80 (ma anche ’70), si sono determinati deficit commerciali bilaterali sempre più profondi a scapito degli Stati Uniti e a vantaggio della Cina. Ci sono differenze nella valutazione dell’esatto importo di questo disavanzo se calcolato dai dati statunitensi (Dipartimento del commercio degli Stati Uniti) o dai dati cinesi (China Customs Administration): queste differenze di valutazione sono dovute, tra l’altro, al modo in cui sono considerate le riesportazioni da Hong Kong, i costi di trasporto e le spese di viaggio dei cittadini dei due paesi.

‎Questo deterioramento [della bilancia commerciale USA verso la Cina, ndt] è solo rallentato (temporaneamente, prima di accelerare di nuovo) a seguito dell’impatto delle crisi che hanno scosso l’economia statunitense nel 2001 (lo scoppio della bolla della “new economy”) e nel 2008 (la cosiddetta crisi dei “subprime”, che ha mostrato i suoi effetti in Cina a partire dal 2009, ma soprattutto dal 2012 in poi); dell’apprezzamento dello yuan (nel 2005 e nel 2011); e della crisi finanziaria dell’estate 2015 sui mercati azionari cinesi. Peggiorato leggermente negli anni ’90, poi più profondamente negli ultimi vent’anni, questo saldo bilaterale ha superato la soglia dei 100 miliardi di dollari nel 2002, 200 miliardi di dollari nel 2005, poi 300 miliardi di dollari nel 2011, prima di raggiungere, per i soli beni (servizi esclusi), il deficit record di 419,5 miliardi di dollari nel 2018. La Cina a questa data era ufficialmente diventata il primo partner commerciale degli Stati Uniti per il commercio di merci, per un totale di 659,8 miliardi di dollari: 120 miliardi nelle esportazioni statunitensi e $ 539,5 nelle importazioni. Nel frattempo, il commercio di servizi ha registrato un surplus di $ 40,5 miliardi a favore degli Stati Uniti nel 2018.

È stato proprio nel 2018 che Washington ha lanciato la guerra commerciale contro la Cina. A gennaio sono state prese le prime misure, consistenti in un forte aumento dei dazi doganali a carico di alcuni prodotti importati dalla Cina (come le apparecchiature domestiche e i pannelli solari fotovoltaici). A marzo sono state implementate ulteriori barriere alle importazioni dalla Cina (metallurgia, automobile, aeronautica, robotica, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, apparecchiature mediche e altro). Ad aprile sono arrivate le sanzioni contro le aziende cinesi prese di mira dai divieti sull’uso di input di fabbricazione statunitense.

A giugno 2019, poiché gli aumenti delle tariffe avevano colpito nuovi settori, la Cina non era più il principale partner commerciale degli Stati Uniti, superata da Messico e Canada, i partner USA nell’Accordo Nordamericano di Libero Scambio. Alla fine del 2019, il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina è stato notevolmente ridotto e ammontava a $ -345,6 miliardi, al di sotto di quello della fine del secondo mandato di Barack Obama, uno spostamento visibile dai primi mesi del 2019.

Potrebbe essere allora che Trump abbia ragione e che sia sulla buona strada per vincere la sua battaglia commerciale? Gli economisti mainstream affermano che il commercio tra Stati Uniti e Cina è ingiusto [a favore della Cina, ndt], ma è davvero così?

La misura dello scambio ineguale

Considerando certe ipotesi e determinate condizioni tecniche, è possibile calcolare il valore in lavoro dei beni e servizi rispettivamente scambiati dagli Stati Uniti e dalla Cina nel loro commercio bilaterale (7). Questo è ciò che abbiamo fatto, utilizzando due diversi metodi (8). Il primo metodo consiste nella stima diretta dello scambio diseguale, definito come rapporto tra i contenuti, misurato in lavoro integrato negli scambi USA-Cina: la Cina esporta una quantità di ore di lavoro svolte da lavoratori cinesi e, in cambio, importa un’altra quantità di ore lavorate da parte dei lavoratori negli USA cui si aggiunge il surplus della bilancia commerciale – cioè ore aggiuntive di questi stessi lavoratori statunitensi corrispondenti a questo saldo bilaterale. Dobbiamo anche valutare quante ore di lavoro equivalgono a un dollaro USA, sia negli Stati Uniti che in Cina. I nostri calcoli, eseguiti a prezzi correnti, devono convertire le valute utilizzando il tasso di cambio ufficiale.

I risultati che abbiamo ottenuto negli ultimi quattro decenni (dal 1978 al 2018) evidenziano l’esistenza di uno scambio ineguale tra Stati Uniti e Cina, a scapito di quest’ultima e a favore dei primi. I rispettivi cambiamenti nei contenuti di lavoro integrati nei beni scambiati sono molto diversi nei due paesi. Per la Cina, vediamo un forte aumento fino alla metà degli anni 2000, poi un brusco calo e infine una stabilizzazione all’inizio degli anni 2010, ma, per gli Stati Uniti, assistiamo a un’evoluzione molto più moderata di aumenti costanti. Scopriamo poi che tra il 1978 e il 2018, in media, un’ora di lavoro negli Stati Uniti è stata scambiata per quasi quaranta ore di lavoro cinese. Tuttavia, a partire dalla metà degli anni ’90 – un periodo di profonde riforme in Cina, soprattutto in materia fiscale e di bilancio – abbiamo osservato una diminuzione molto marcata dello scambio ineguale, senza che sia completamente scomparso. Nel 2018, 6,4 ore di manodopera cinese venivano ancora scambiate con 1 ora di manodopera statunitense. Potrebbe essere l’erosione di questo vantaggio commerciale statunitense a spiegare lo scoppio della sua guerra commerciale contro la Cina?

Abbiamo anche adottato un secondo metodo per verificare questi risultati. Nel nostro primo metodo, abbiamo confrontato i tempi di lavoro necessari medi richiesti per produrre i beni scambiati, permettendoci di valutare direttamente lo scambio ineguale. Tuttavia, l’appropriazione della ricchezza prodotta tra i paesi può in realtà essere misurata rigorosamente solo attraverso il trasferimento bilaterale del “tempo di lavoro socialmente necessario”, cioè dei “valori internazionali”. Quest’ultimo può essere stimato empiricamente, sebbene i calcoli non siano facili. Inoltre, utilizzando il metodo precedente, era possibile calcolare solo il lavoro vivo incorporato direttamente nelle esportazioni, mentre il prodotto lordo include anche il lavoro materializzato nei vari mezzi di produzione mobilitati. Il nostro secondo metodo si basa sulla c.d. ‘nuova interpretazione’ della teoria del valore del lavoro, al fine di superare i limiti menzionati del primo metodo ed esaminare più precisamente la portata dello scambio ineguale. Mentre il nostro primo metodo misura il contenuto di lavoro direttamente incorporato nello scambio, il nostro secondo metodo si concentra sui valori internazionali, utilizzando tabelle input-output (9).

Il calcolo dello scambio ineguale è strettamente correlato all’applicazione dei metodi input-output perché implica la misurazione dei flussi di merci scambiate e del valore sottostante la divisione del lavoro tra i due paesi. Il valore che può essere misurato è in realtà l’ammontare dell’input di lavoro totale contenuto nella merce, che include l’ammontare del lavoro diretto e quello del lavoro “materializzato”, quest’ultimo risultante dal lavoro contenuto nei beni intermedi (o processi di produzione intermedi) nel complesso della produzione di merci. L’idea per misurare questo valore è quindi quella di utilizzare una matrice input-output per ottenere gli input di lavoro. Tuttavia, mentre uno scambio ineguale implica il confronto dei prezzi, l’unità di misura del fattore lavoro è il tempo. Pertanto, l’unità di tempo del valore deve essere convertita in un’unità monetaria, per la quale lo schema di misurazione del valore basato sulla nuova interpretazione della teoria del valore del lavoro è una possibile soluzione. Una catena del valore globale è una forma di divisione integrata del lavoro, che implica una doppia dimensione (paesi × industrie). Per rappresentarlo, gli strumenti più adatti sono le tabelle input-output multiregionali. Qui, utilizziamo tali tabelle dettagliate dei flussi di merci con misurazioni del valore contenuto valori contenuti nella merce al fine di stimare i flussi di valore internazionali e, infine, confrontando questi ultimi con i flussi di valuta, gli importi di scambio disuguale.

In questo quadro teorico alternativo, valutiamo quindi le quantità di valore internazionale di nuova creazione nei diversi settori di ciascun paese, utilizzando l’espressione del tasso di cambio a parità di potere d’acquisto per riflettere la quota del prodotto di un paese nella produzione mondiale e per ridurre l’impatto delle fluttuazioni del tasso di cambio reale. Calcoliamo quindi la differenza tra i valori internazionali appena creati da ogni settore economico di ogni paese e i prezzi sul mercato mondiale. In totale, grazie ad una matrice di commercio mondiale costruita da tavole input-output internazionali, per ogni settore nei due paesi, si ottiene il valore dei trasferimenti da o verso altre attività economiche registrate, trasferendo quindi di fatto il valore netto, cioè il grado di scambio ineguale. Considerando i dati disponibili, abbiamo potuto calcolare i valori solo per gli anni tra il 1995 e il 2014, per cinquantacinque settori e quarantatré paesi, inclusi Stati Uniti e Cina. Se ci concentriamo su questi ultimi due paesi, i risultati che otteniamo con questo secondo metodo confermano quelli precedentemente ottenuti con il primo: vi è stata disuguaglianza nel commercio USA-Cina nel periodo tra il 1995 e il 2014. In totale, i trasferimenti di valore internazionali sono largamente stati a beneficio degli Stati Uniti. Espressa in dollari correnti, alla fine del periodo, questa “ridistribuzione” si avvicinava ai 100 miliardi di dollari, o quasi lo 0,5 per cento del valore aggiunto degli Stati Uniti.

L’erosione del vantaggio degli Stati Uniti

Ciò che i nostri risultati mostrano è che gli Stati Uniti, in quanto potenza egemonica mondiale, hanno crescenti difficoltà a mantenere il proprio vantaggio, e quindi sopportare tutte le implicazioni del libero scambio, del quale una volta definivano le regole a proprio vantaggio. La Cina è infatti riuscita a ridurre in modo significativo la magnitudine di questo scambio ineguale, con il suo svantaggio nel trasferimento di ricchezza in progressiva diminuzione: la proporzione di questo trasferimento sfavorevole nel valore aggiunto cinese è scesa dal -3,7 per cento al -0,9 per cento tra il 1995 e il 2014. In effetti, la Cina ha dovuto scambiare cinquanta ore di manodopera cinese per un’ora di lavoro statunitense nel 1995, ma solo sette nel 2014.

Inoltre, le analisi settoriali che si possono trarre dall’applicazione del nostro secondo metodo di calcolo dello scambio ineguale sono molto illuminanti. Sebbene quarantatré dei cinquantacinque settori di attività (78 per cento) considerati dal nostro studio tra il 1995 e il 2014 evidenzino trasferimenti di valore diretti dalla Cina agli Stati Uniti (i più significativi sono i tessili, l’abbigliamento e la produzione di beni in pelle, nonché la produzione di mobili e altre forniture), altri dodici settori sono all’origine di trasferimenti di valore che vanno nella direzione opposta, cioè operano a scapito degli Stati Uniti. Queste ultime attività includono: la produzione di computer, prodotti elettronici e ottici (con 6,9 miliardi di dollari trasferiti dagli Stati Uniti alla Cina nel 2014); agricoltura e allevamento; caccia e attività legate alla caccia ($ 3,1 miliardi); la produzione di autoveicoli e servizi di rimorchi e semirimorchi (1,1 miliardi di dollari); e la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici ($ 422 milioni, ancora calcolati per il 2014).

Il primo di questi settori [in cui gli Stati Uniti riportano uno svantaggio, ossia l’informatica, ndt] costituisce uno dei principali assi dell’offensiva lanciata dall’amministrazione Trump, tanto contro la Cina quanto contro le gigantesche multinazionali statunitensi del “globalismo”, in particolare quelle che operano nelle nuove tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, che egli critica per essersi trasferite in Cina e dichiara che la sua intenzione di riportarle negli Stati Uniti. Trump viene spesso liquidato come un “pazzo”, ma in realtà è il prodotto e l’eminente rappresentante di una delle fazioni dell’alta finanza che attualmente dominano l’economia degli Stati Uniti: la fazione “continentale”, opposta alla fazione “globalista” (10). Il secondo settore, quello dell’industria automobilistica, è uno dei pilastri dell’economia statunitense, ma è stato gravemente colpito (e abbondantemente salvato [da fondi pubblici, ndt]) dopo la crisi del 2007-2009. Il terzo settore, l’agricoltura e l’allevamento, è quello che ha subito alcune delle più dure rappresaglie cinesi sotto forma di tasse doganali imposte sui prodotti agricoli importati dagli Stati Uniti (in particolare dagli Stati che sono grandi produttori di beni agricoli e grandi sostenitori. di Trump nelle elezioni presidenziali, come il Kansas, per esempio) — rappresaglie cinesi che hanno aggravato lo svantaggio degli Stati Uniti. Il quarto settore economico citato tra i più deboli degli Stati Uniti è la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici. L’importanza strategica vitale di questo settore è stata recentemente e dolorosamente rivelata dalla pandemia COVID-19. In queste condizioni, non ci si può chiedere se l’avvio di una guerra commerciale non costituisca anche un tentativo da parte degli Stati Uniti di limitare i trasferimenti di valore estratto da questi settori fondamentali da parte della Cina?

Sfidare l’egemonia globale

Al di là delle invettive dei forum politici e dei fronzoli dei negoziati diplomatici, le questioni economiche che qui ci riguardano sono complesse. Una pluralità di fattori sovrapposti aiuta a spiegare la tendenza al ribasso osservata nel rapporto degli scambi di lavoro inclusi nel commercio bilaterale. Alcuni dei più influenti, tra gli altri, sono senza dubbio le fluttuazioni dei tassi di cambio e le rispettive dinamiche di produttività, che in particolare riflettono i cambiamenti nella produzione e il divario tecnologico tra i due paesi.

L’aumento esponenziale delle esportazioni cinesi negli ultimi trent’anni è stato portato avanti sulla base di un’industrializzazione di successo – ma lunga e difficile – e di un controllo rigoroso sull’apertura del Paese al sistema mondiale, integrati nel quadro di una “strategia di sviluppo” rigorosamente controllata (11). Per questo il contenuto dell’export ha potuto essere progressivamente modificato fino a interessare processi produttivi sempre più elaborati, al punto che, oggi, i beni e servizi ad alta tecnologia rappresentano più della metà del valore totale della merce esportata dalla Cina. Grazie alle innovazioni tecnologiche in tutti i settori (compresi robotica, nucleare, spazio), sempre più dominati a livello nazionale, le strutture produttive del Paese hanno potuto evolversi dal made in China al made by China. Nel corso di diversi decenni, il tasso di crescita dei guadagni di produttività del lavoro è accelerato, in media, dal 4,31% negli anni ’80 al 7,28% negli anni ’90, all’11,72% negli anni 2000 e persino al 14,12% nel 2010. Questa accelerazione ha reso possibile sostenere l’aumento notevole dei salari industriali (in termini reali), ma il leggero aumento del “costo del lavoro” cinese rispetto ai concorrenti del Sud (Corea del Sud, Messico, Turchia e così via) non diminuisce la competitività delle società nazionali, o anche i loro margini. Al momento, le esportazioni – e gli investimenti diretti esteri, poiché più della metà delle esportazioni sono effettuate da multinazionali straniere stabilite in Cina – svolgono invece un ruolo di supporto nello sviluppo del paese.

Le guerre valutarie e commerciali vanno invariabilmente insieme. La guerra commerciale contro la Cina è stata lanciata dall’amministrazione statunitense in un contesto preesistente, dove, per decenni, gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni estreme attraverso la loro valuta nazionale – che è anche la valuta di riserva internazionale – su tutte le altre economie mondiali. Mirata a cercare di migliorare la competitività di prezzo delle esportazioni dall’uno o dall’altro dei due paesi, la concorrenza al ribasso per un dollaro debole o uno yuan debole ha recentemente guadagnato velocità quando le autorità monetarie in Cina hanno reagito alle sanzioni statunitensi lasciando deprezzare la loro valuta nazionale. Lo yuan è stato quindi “svalutato” nell’agosto 2019. Ma è stato davvero sottovalutato fino ad allora?

Il boom delle esportazioni, su cui si basava in parte – ma solo in parte – il “modello” di crescita cinese – ha cristallizzato un punto di forte tensione nelle relazioni economiche internazionali. In effetti, il renminbi, la cui unità monetaria è lo yuan, è stato a lungo considerato notevolmente sottovalutato, secondo i media negli Stati Uniti e altrove. Questa presunta sottovalutazione, si sostiene, è stata all’origine del peggioramento del deficit commerciale statunitense, perché i beni cinesi esportati, già molto economici, sono stati resi ancora più competitivi sui mercati mondiali da uno yuan mantenuto artificialmente deprezzato. Da qui la pressione intensificata da Washington per l’apprezzamento della valuta cinese nei confronti del dollaro, che ha portato, nonostante la riluttanza e la resistenza di Pechino, alle rivalutazioni del 2005 e del 2012. In questo intervallo di tempo, cioè dal momento in cui le autorità monetarie cinesi hanno deciso di non collegare più le variazioni della loro valuta al dollaro (luglio 2005) fino l’ultima rivalutazione effettuata (aprile 2012) il valore reale dello yuan si è apprezzato del 32 per cento rispetto al dollaro.

I dibattiti tra gli economisti sul “valore equo” delle valute sono controversi. Tuttavia, tra i criteri discussi, i vari consulenti dei governi statunitensi (sotto i presidenti Obama e Trump) utilizzano soprattutto il rapporto tra il saldo delle partite correnti e il prodotto interno lordo. Il benchmark così utilizzato per definire il cosiddetto “tasso di cambio di equilibrio” sarebbe un rapporto tra surplus o deficit della bilancia dei pagamenti correnti e prodotto interno lordo compreso tra +/- 3 o 4 per cento. Ma se applichiamo questo criterio alla Cina, segnato dall’importanza delle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti, vediamo che il rapporto cinese è sceso da oltre il 10,6 per cento nel 2007 a meno del 2,8 per cento nel 2011 e solo l’1,4 per cento nel 2012. E questo criterio ha continuato a essere soddisfatto in seguito, attestandosi appena al di sopra del 3,5%, quindi entro la “finestra di tiro” degli Stati Uniti. All’inizio degli anni ’10 del 2000, la Cina è riuscita quindi a portare il rapporto tra la bilancia dei pagamenti correnti e il prodotto interno lordo a un livello ritenuto “ragionevole”, cioè compatibile con il tasso di cambio dello yuan rispetto al dollaro. La proporzione delle esportazioni nel prodotto interno lordo è stata portata sotto controllo: dopo essere salita a più del 35% a metà degli anni 2000, è scesa al di sotto del 20%, ovvero dieci punti del prodotto interno lordo al di sotto della media mondiale (30 per cento negli ultimi dieci anni). In Cina, questo rapporto tra esportazioni e prodotto interno lordo, che è inferiore al 20 per cento, è ora inferiore a quello dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (28 per cento) e, ancora più marcatamente, dell’area dell’euro (45 per cento). È anche questo controllo dell’apertura che ha garantito alla Cina condizioni relativamente più stabili in termini di tassi di cambio (e tassi di inflazione) rispetto ad altri paesi.

Di conseguenza, la “sottovalutazione” dello yuan non è così evidente come spesso affermato (a differenza del deterioramento delle ragioni di scambio della Cina, molto reale ma generalmente ignorato), non appena si fa riferimento al benchmark più utilizzato dalla stessa amministrazione statunitense. Ciò non ha tuttavia impedito agli Stati Uniti, nonostante i giganteschi squilibri gemelli che caratterizzano la sua economia (deficit fiscale e deficit commerciale), di perseguire quella che molti osservatori hanno definito una “guerra valutaria” attraverso il deprezzamento del dollaro USA sui mercati dei cambi esteri, e il tentativo di imporre a Pechino i termini di quella che sembra una “resa”, una delle cui implicazioni è la svalutazione delle riserve in dollari detenute dalle autorità monetarie cinesi (12). Tuttavia, è la Cina che viene spesso accusata di assumere una posizione più dura in questa svolta dalla guerra commerciale alla guerra valutaria.

È possibile che questo accada perché la Cina è riuscita a implementare un progetto di sviluppo non finanziario e non bellico che contesta in modo autonomo ed efficace il blocco di potere dell’alta finanza statunitense, che si nutre di capitale fittizio e impone le sue crisi e guerre al mondo?

L’ipotesi che formuleremo quindi è che, sommata a una guerra valutaria che la precedeva, la guerra commerciale lanciata da Washington contro Pechino, nell’ambito della “Nuova Guerra Fredda”, potrebbe essere interpretata come un tentativo dell’amministrazione Trump di frenare il lento e continuo deteriorarsi del vantaggio che gli Stati Uniti sono riusciti a trarre dal suo commercio con la Cina per almeno quattro decenni, e quindi anche a mantenere la sua egemonia mondiale in via di sgretolamento. La Cina ha certamente accumulato entrate dai suoi surplus commerciali bilaterali, ma i guadagni corrispondenti sono stati compensati dal fatto – evidenziato dai nostri calcoli che misurano lo scambio ineguale bilaterale – che sono principalmente gli Stati Uniti che hanno tratto profitto da questo commercio in termini di ore di lavoro incarnate nella merce scambiata.

Mentre è tutt’altro che certo che la guerra commerciale di Trump riuscirà a piegare la Cina come Ronald Reagan ha fatto con il Giappone negli anni ’80, lo stretto intreccio commerciale e monetario delle prime due economie del mondo – una superpotenza in declino, l’altra in ascesa— pone rischi estremamente preoccupanti per i due paesi, nonché per l’economia mondiale. È chiaro che una quantità significativa dei dollari raccolti dalla Cina dai suoi avanzi commerciali ritorna negli Stati Uniti sotto forma di massicci acquisti da parte delle autorità monetarie cinesi di buoni del tesoro emessi dagli Stati Uniti allo scopo stesso di finanziare il loro deficit commerciale.

Rivolgiamoci quindi a Trump, per chiedergli semplicemente: “Se dovessimo toglierci le maschere per un momento, chi sarebbe il vero ‘ladro’ in tutta questa faccenda?”

Note:

  1.  L’analisi di Marx è infinitamente più complessa della breve presentazione che proponiamo qui, vincolati come siamo dallo spazio. Per un resoconto più completo del suo pensiero sulla questione in esame, invitiamo il lettore a fare riferimento, tra gli altri, a: Rémy Herrera, “La Colonisation vue par Marx et Engels: évolutions (et limites) d’une réflexion commune,” in Le Colonialisme, Karl Marx and Friedrich Engels (Paris: Éditions Critiques, 2018), 7–73. Alcuni dei passaggi più importanti (e difficili) dell’interpretazione di Marx degli effetti del commercio internazionale possono essere trovati in: Karl Marx, Le Capital, vol. 1, section 8, chap. 31 (Paris: Éditions sociales, 1974), 195–201; Karl Marx, Le Capital, vol. 3, section 4, chap. 20 (Paris: Éditions sociales, 1974), 341–42; Karl Marx, Fondements de la critique de l’économie politique and Matériaux pour l’“économie, in Œuvres – Économie II (Paris: Gallimard, 1968), 251, 489–97; and Karl Marx, Théories sur la plus-value (Paris: Éditions sociales, 1975), 636.
  2. Si veda Samir Amin, Accumulation on a World Scale (New York: Monthly Review Press, 1974) e molti altri, dopo Arghiri Emmanuel, Unequal Exchange (New York: Monthly Review Press, 1972).
  3. Fra gli altri, si vedano gli articoli che Marx aveva dedicato alla colonizzazione dell’India, come ad esempio in Karl Marx e Friedrich Engels, On Colonialism (Moscow: Foreign Languages, 1968).
  4. Karl Marx, “On the Question of Free Trade” (discorso alla Democratic Association of Brussels, January 9, 1848).
  5. Si confronti questa frase con i tweet di Donald Trump o le dichiarazioni di Mike Pence o Peter Navarro, per esempio
  6. Osservazioni del presidente Trump alla firma della “fase uno dell’accordo commerciale USA-Cina”, Casa Bianca, 15 gennaio 2020, disponibile su whitehouse.gov.
  7. Sulla questione si vedano Bill Gibson, “Unequal Exchange: Theoretical Issues and Empirical Findings,” Review of Radical Political Economics 12, no. 3 (1980): 15–35; Akiko Nakajima e Hirochi Izumi, “Economic Development and Unequal Exchange among Nations: Analysis of the U.S., Japan, and South Korea,” Review of Radical Political Economics 27, no. 3 (1995), 86–94; e Zhixuan Feng, “International Value, International Production Price and Unequal Exchange,” in Economic Growth and Transition of Industrial Structure in East Asia, ed. Zhixuan Feng et al. (Singapore: Springer, 2018).
  8. Zhiming Long, Rémy Herrera, and Zhixuan Feng, “Turning One’s Loss into a Win? The U.S. Trade War Against China in Perspective” (mimeograph, CNRS—UMR8174, Centre d’Économie de la Sorbonne, Paris; University of Tsinghua, Beijing; University of Nankai, Tianjin, 2020).
  9. Sulla nuova interpretazione della teoria del valore si veda Duncan Foley, “Recent Developments in the Labor Theory of Value,” Review of Radical Political Economics 32, no. 1 (2000), 1–39; Jie Meng, “Two Kinds of MELT and Their Determinations: Critical Notes on Moseley and the New Interpretation,” Review of Radical Political Economics 47, no. 2 (2015), 309–16. Il secondo metodo, come alternativo al primo, si ispira ad un modello proposto da Andrea Ricci in “Unequal Exchange in the Age of Globalization,” Review of Radical Political Economics 51, no. 2 (2019), 225–45.
  10. Wim Dierckxsens e Andrés Piqueras, 200 Years of Marx: Capitalism in Decline (Hong Kong: International Crisis Observatory, Our Global U, 2019).
  11. Rémy Herrera and Zhiming Long, “The Enigma of China’s Growth,” Monthly Review 70, no. 7 (December 2018): 52–62; Rémy Herrera, Zhiming Long, and Tony Andréani, “On the Nature of the Chinese Economic System,” Monthly Review 70, no. 5 (October 2018): 32–43.
  12. Si veda Martin Wolf, “Why America Is Going to Win the Global Currency Battle,” Financial Times, 12/10/2010.



L’attività internazionalista dell’Unione Sindacale di Base. Intervista a Cinzia della Porta

L’attività internazionalista è uno degli aspetti centrali nell’iniziativa dell’Unione Sindacale di Base che aderisce alla FSM-WFTU.

Questa caratteristica del sindacalismo militante di USB si intreccia sempre più con questioni rilevanti che riguardano i lavoratori e le lavoratrici in Italia.

L’USB, nonostante le difficili condizioni in cui ha operato a causa della pandemia ha dato vita a campagne, singole iniziative e momenti formativi su un ampio spettro di questioni dal forte carattere internazionalista. Ne parliamo con Cinzia della Porta dell’Esecutivo Nazionale di USB responsabile del dipartimento internazionale.

RDC: Partiamo da un inquadramento generale di quella che è l’attività del Dipartimento Internazionale della USB e come si connette da un lato con l’iniziativa della Federazione Sindacale Mondiale e dei sindacati alla quale aderiscono, in particolari di quei Paesi che fanno parte della UE?

L’internazionalismo è un elemento costituente dell’USB, in termini teorici e pratici. Esso è il filo rosso che ci lega alla storia del migliore movimento sindacale di classe del ‘900. Una storia che trova continuità materiale nella Federazione Sindacale Mondiale e nel nostro naturale posizionamento al suo interno.

Siamo entrati nella FSM nel 2010, dopo il congresso fondativo di USB. Oggi la FSM dopo gli anni di crisi dovuti alla fine dell’URSS, è una organizzazione sindacale internazionalista con caratteristiche nuove che si è strutturata su tutti i continenti attraverso la costruzione di uffici regionali e di categorie che fanno un lavoro importantissimo a livello mondiale. Crescita e lavoro contrastati fortemente dalla CSI, Confederazione sindacale internazionale, a cui aderiscono i sindacati collaborazionisti, comprese CGIL, CISL e UIL. Oggi la FSM ha 105 milioni di iscritti in 130 paesi ed è in continua crescita. A livello europeo USB è all’interno della segreteria europea della FSM e della segreteria mondiale della struttura di pubblico impiego.

In questi anni abbiamo sviluppato una intensa attività internazionale, legando la solidarietà internazionalista al più generale conflitto di classe, che riflette la volontà e la forza che i lavoratori esprimono, ancora oggi, in ogni angolo del pianeta, come dimostra il grande movimento dei contadini indiani, le rivendicazioni dei popoli dell’America latina, ma anche quelle dei portuali e dei lavoratori statunitensi, unitisi alle battaglie del Movimento Black Live Matter. L’elenco dei luoghi del conflitto è molto lungo, ed investe anche il nostro martoriato continente, colpito dalle politiche di un polo imperialista europeo in costruzione che usa cinicamente la pandemia per veicolare i processi di ristrutturazione continentali, al servizio delle multinazionali del farmaco e dei vari settori di punta della produzione, delle infrastrutture e dei servizi avanzati. La lotta per accaparrarsi i proventi del Recovery Plan è lì a dimostrarlo.

L’attività internazionale è e diverrà sempre più un elemento caratterizzante del nostro sindacato, parte inscindibile del nostro impegno a costruire il Italia il sindacato di classe, unitario, indipendente, conflittuale.

Ma il nostro internazionalismo non si ferma al fondamentale nesso con il conflitto che quotidianamente ci mette a confronto con il nostro nemico di classe. I motivi che ci spingono a dare forza a questo settore di intervento travalicano il terreno della contrattazione, configurandosi come parte integrante di quella grande ispirazione che ha da sempre mosso il Movimento Operaio internazionale verso il superamento delle relazioni economiche imposte dal modello di produzione capitalistico, fonte unica della sofferenza del genere umano e della natura. Per l’Unione Sindacale di Base essere internazionalisti significa orientare la lotta economica verso la rottura di questo sistema profondamente iniquo ed irrazionale, per la costruzione del Socialismo del Secolo XXI, unica possibile via di uscita dalla barbarie dell’oggi.

Su questo terreno si vanno delineando veri e propri percorsi comuni di lotta a livello internazionale, che disvelano le linee carsiche delle sempre mutevoli catene del valore, implementate dal grande capitale alla costante ricerca del massimo profitto. Uno scenario dove convivono le vecchie catene di montaggio delocalizzate nelle periferie del pianeta al fianco del super-sfruttamento delle catene della logistica, dei servizi alle imprese, dello sfruttamento del lavoro mentale sulle piattaforme digitali nei paesi del centro imperialista.

La crescita di consapevolezza all’interno di USB sull’importanza di questo fronte è sempre più percepito dal nostro quadro intermedio, ma il lavoro da fare è ancora tanto, e ci deve vedere ancora più impegnati nel prossimo futuro.

Di fronte alle sfide che ci impone il nostro nemico di classe attardarci in una visione solo nazionale o, peggio ancora, vertenziale spicciola, porterebbe USB fuori dai binari della Storia, di un mondo in corsa verso nuove conflagrazioni sociali, frutto delle irriducibili contraddizioni prodotte dal modo di produzione capitalistico.

RDC: Una delle questioni centrali per USB è il contrasto alle politiche imposte all’Italia, ma non solo, dall’Unione Europea ed in generale una critica radicale a questo dispositivo fortemente anti-democratico. In questo solco si inserisce la gestione fallimentare da parte nel UE di contenimento del Covid-19 e delle campagne di vaccinazione, in un contesto dove i tagli al settore sanitario – principalmente a causa delle politiche di austerità dettate dall’Unione – hanno smantellato il Sistema Sanitario Nazionale. Puoi dirci come USB ha svolto e svolgerà la sua ampia iniziativa di mobilitazione su questo tema coniugandola con la critica alla gabbia dell’Unione Europea?

Anche noi, come tutti, ci stiamo interrogando sul futuro derivante dal Covid 19. È evidente ormai a chiunque che ad uscire con le ossa rotte da questa durissima prova che sta uccidendo centinaia di migliaia di persone è il sistema capitalistico che ha dimostrato di essere incapace di assicurare un futuro all’umanità. Soprattutto sono venuti al pettine i risultati di politiche di rapina delle risorse e di smantellamento di ogni sistema di tutela collettiva che, nel nostro Paese ma più in generale in tutto il mondo, si erano affermate grazie alle lotte del movimento dei lavoratori dopo la fine della II Guerra mondiale e, sostanzialmente, fino alla caduta dell’URSS. Ora è chiaro che si apre una lotta durissima per impedire che l’uscita dalla crisi pandemica, che da crisi sanitaria è diventata crisi economica e sociale, sia a carico delle classi lavoratrici e che sia l’occasione per modificare ancora in peggio i rapporti di forza tra capitale e lavoro ad esempio attraverso la modifica peggiorativa del sistema contrattuale o che con l’introduzione dello Smart Working si introduca ulteriore flessibilità e aumento del tempo e dei carichi di lavoro. La partita che stanno giocando i “prenditori” nostrani e le multinazionali è che il capitale si appropri delle risorse disponibili riuscendo così a passare pressoché indenne una crisi che in larga parte è frutto della sua criminale gestione del potere. L’enormità delle risorse che l’Europa e i Governi dei Paesi coinvolti stanno tirando fuori è impressionante e dovrebbero rendere chiaro a tutti che le politiche di austerità a cui i governi e l’UE hanno costretto milioni di persone per anni, strangolando intere economie e massacrando la vita della gente comune, sono il frutto di scelte economiche e non di reale mancanza di risorse. Lo scontro in atto, a cui è necessario partecipare, è quindi quello di determinare dove e a chi dovranno essere rivolte le risorse messe in campo e come lo Stato debba tornare a svolgere una funzione generale e determinante nella gestione di queste risorse e, in definitiva, nell’economia. È chiaro che il sistema imprenditoriale, memore dei fasti del capitalismo assistito all’italiana, cerchi in ogni modo di assicurarsene la fetta più consistente. Abbiamo quindi due compiti fondamentali, quello del rendere patrimonio comune l’analisi di quanto sta accadendo, di quali sono le cause reali e questo a cominciare dal nostro tessuto organizzativo affinché possa arrivare in ogni luogo di lavoro, in ogni quartiere attraverso un largo e approfondito lavoro di formazione dei quadri, l’altro è quello di tenere assieme le lotte che certamente saranno la cifra dei prossimi mesi ed anni. È ovvio che le conseguenze economiche e sociali del dopo Covid non colpiranno tutti allo stesso modo, anche se tutti ne porteranno cicatrici profonde per molto tempo. Compito di una organizzazione di classe è quello di tenere assieme sul piano confederale tutte le spinte alla lotta che si presenteranno, orientandole e dirigendole affinché il giochetto classico delle classi dominanti di mettere uno contro l’altro gruppi di interesse diversi per impedire una forte capacità di impatto alle lotte non riesca ancora una volta. In questi dieci anni abbiamo attraversato situazioni difficili e complicate ma l’organizzazione è sempre stata capace di uscirne grazie alla capacità di analisi, inchiesta e previsione e grazie alla strutturazione organizzativa che ci siamo dati. Ritengo che anche in questa fase l’USB tutta sarà capace di occupare gli spazi sindacali, sociali e politici che si apriranno e di ingaggiare con successo la battaglia che abbiamo di fronte.

RDC: L’USB ha sostenuto la campagna per attribuire il Premio Nobel Per la Pace alla Brigata di medici cubani Henry Reeve che ha operato anche in Italia durante il primo periodo pandemico. Come ha scritto giustamente: “Il premio Nobel per la pace a questi uomini e donne, che di fronte ad ogni catastrofe sono pronti a lasciare il proprio paese e i propri affetti per rischiare la vita a favore di persone sconosciute, è un premio alla concezione del mondo che rappresentano, in un’epoca nella quale la vita stessa del genere umano è in pericolo, a causa della irrazionalità di un sistema economico che ancora domina su gran parte del pianeta.” Puoi illustrarci le ragioni di tale campagna e le sue modalità di svolgimento?

Abbiamo portato avanti una campagna intensa per quantità e qualità, l’impostazione e le ragioni sono state quelle di mettere in evidenza che la terribile situazione che questo paese sta vivendo non è frutto della malasorte ma di scelte politiche ben precise, scelte fatte sia nella gestione della pandemia che prima: ovvero dare priorità al profitto e sacrificare la salute e la vita dei cittadini. La razionalità quindi del capitalismo a confronto con la razionalità di un sistema socialista come Cuba, che non solo sta salvaguardando la vita del proprio popolo, ma ha anche inviato le proprie brigate di medici in aiuto di diversi paesi del mondo.

Una piccola isola sottoposta a un blocco economico che in momento terribile invia i propri medici in uno dei posti più ricchi del mondo, la Lombardia. La materializzazione della solidarietà internazionalista sotto gli occhi di un popolo, quello italiano, che contemporaneamente assisteva alla chiusura delle frontiere dell’Unione Europea e a migliaia di morti.

il covid19 ha messo di nuovo a confronto due modelli sociali ed economici, che hanno dato risposte sia immediate sia strutturali radicalmente differenti alla pandemia, ottenendo risultati diametralmente opposti. Questo abbiamo discusso nelle nostre iniziative sostenendo il Nobel alla brigata di medici cubani.

Abbiamo fatto molte iniziative, come USB e FSM, una prima conferenza nazionale di lancio della campagna coinvolgendo tra gli altri il segretario generale della FSM e il rappresentante del sindacato cubano e, a seguire, una iniziativa in ogni regione. L’obiettivo era quello di discutere all’interno della nostra organizzazione nella maniera più ampia e diffusa possibile, coinvolgendo in primis le strutture della sanità e della ricerca, che in maniera sempre più evidente oggi rappresentano il fallimento del sistema capitalistico.

Come abbiamo detto in tutto il nostro percorso, Cuba per noi ha già vinto il Nobel per la pace e noi continueremo a trarre ispirazione per il nostro lavoro da quella esperienza socialista, portando sostegno e solidarietà al popolo e al governo cubano.

RDC: Una attenzione particolare da parte dell’USB è stata quella dedicata alle Palestina e alle azioni concrete in suo sostegno. Penso in particolare alle iniziative in sostegno ai prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri sioniste e per l’embargo militare nei confronti di Israele, con cui l’Italia purtroppo collabora in una serie di settori di punta. È una attività preziosa quella del sindacato, considerato l’allineamento delle formazioni politiche del quadro istituzionale tutto e lo schiacciamento dei media italiani sulle necessità israeliane. Può spiegarci quale è l’approccio di USB e quali sono le iniziative svolte?

USB è da sempre a fianco del popolo palestinese, attraverso campagne, iniziative, momenti di lotta, e anche portando la nostra solidarietà concreta direttamente in Palestina. I sindacati palestinesi di classe e che non hanno legami con Israele sono affiliati insieme a noi alla FSM, le attività che portiamo avanti (di lotta e di controinformazione) sono basate sul carattere antiimperialista e anticapitalista nostro e della FSM.

Siamo stati più di una volta in Palestina e vivere direttamente la vita del popolo palestinese è devastante. Un popolo costretto in una gabbia, circondato da muri, filo spinato e check point.

Parlare di normalità in Palestina è un ossimoro. Qualsiasi forma di normale quotidianità è negata.

in solidarietà con il popolo e i lavoratori Palestinesi, dal 2016 abbiamo dato la formale adesione dell’USB alla campagna internazionale BDS – Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni, nei confronti dello Stato di Israele.

Una campagna che riteniamo possa avere effetti rilevanti sul piano internazionale, attraverso un aumento della pressione democratica per fermare i crimini commessi dallo Stato Israeliano nei confronti del popolo Palestinese, analogamente ai successi ottenuti dalla campagna BDS nei confronti del regime Sudafricano dell’Apartheid.

Sempre nei nostri incontri veniamo sollecitati a sviluppare una costante pressione sui governi dei vari paesi e sulla UE, chiedendo in particolare l’interruzione di ogni collaborazione scientifica e universitaria con Israele. Di recente abbiamo aderito alla campagna internazionale per la liberazione dei bambini palestinesi dalle carceri israeliane e partecipato all’iniziativa di presentazione del dossier BDS sull’embargo di armi a Israele, anche su questo promuoveremo altre iniziative.

RDC: Una parte importante della classe operaia che ha espresso maggiore combattività in Italia lavora nella logistica e nelle campagne, in cui USB ha una presenza organizzativa sempre più rilevante. Parte di quegli stessi operai di origine indiana organizzati da USB che qui lottano per migliori garanzie complessive e non solo lavorative, si sono mobilitati in sostegno alle lotte dei contadini indiani contro il pacchetto legislativo approvato (anche se sospeso) da governo di Modi in India che stravolge le condizioni nel lavoro agricolo.

In che modo USB ha sostenuto tale lotta?

La risposta è duplice, comprendendo sia la lotta dei lavoratori della logistica nel nostro paese, composta soprattutto da lavoratori immigrati, sia la solidarietà concreta data da USB ai contadini indiani, che ha visto la naturale esposizione dei lavoratori di quel paese presenti in Italia, impiegati in questo settore.

Per quanto riguarda la logistica nel nostro paese, possiamo affermare senza timore di smentita che il supporto sindacale ed organizzativo di USB è stato un elemento fondamentale per lo sviluppo del conflitto a Piacenza, epicentro della prima ondata di scioperi, costata la vita a Abd El Salam, nostro militante sindacale schiacciato da un “padroncino” di un tir nella serata del 14 settembre del 2016, durante un picchetto davanti all’azienda Gls. Una vittima di un conflitto durissimo, che ancora oggi contrappone operai e padroni in un settore strategico per il sistema produttivo capitalistico. Un conflitto che è continuato in questi anni a Piacenza e in altre città e regioni, ottenendo risultati concreti in termini di diritti e apertura di spazi di contrattazione precedentemente inimmaginabili. Una lotta che continua, trovando alimento e forza in una classe operaia giovane e non condizionata dalle sconfitte introiettate dalla classe operaia nostrana in tutti questi anni di arretramento, causato dalla complicità del sindacalismo confederale e da una legislazione antioperaia tra le peggiori del continente europeo, grazie a governi di destra e di falsa “sinistra”.

Naturale, in questo contesto, la solidarietà dei lavoratori indiani presenti in Italia verso i loro compatrioti in lotta contro una proposta di legge che, se attuata, riporterebbe indietro di un secolo i diritti conquistati dai contadini del continente indiano. Così come naturale è stata la solidarietà di USB, attraverso una serie di iniziative veicolate in tutto il mondo dalla FSM al fianco della più grande mobilitazione della storia del movimento contadino a livello mondiale, oscurata solo dal servilismo dei nostri mass media.

RDC: L’Italia fa parte della NATO. La nuova amministrazione nord-americana sembra volere utilizzare l’Alleanza Atlantica come strumento per lanciare contro Cina e Russia una Nuova Guerra Fredda. A questa rinnovata politica bellicistica i singoli paesi che ne fanno parte dovrebbero contribuire destinando ben il 2% del proprio PIL alle spese belliche legate alla NATO. Visti i meccanismi di articolazione di bilancio dettati dalla UE, questo vuol dire di fatto – per l’Italia ma non solo – tagliare ulteriormente i fondi destinati al welfare. Come si muoverà il sindacato in questo contesto di tendenza alla guerra e di aumento delle spese militari non legate a nessuna minaccia concreta?

Il capitalismo ha sempre utilizzato, in condizioni di crisi sistemica, l’arma della guerra guerreggiata come ultima “ratio” per recuperare egemonia politica ma soprattutto capacità di ripresa del suo infernale sistema di sfruttamento e valorizzazione dei profitti.

Di nuovo, come in altre fasi storiche, il capitalismo, nella sua fase imperialistica, si trova a fronteggiare una crisi di profondità inedita, che assume caratteristiche “sistemiche”, coinvolgendo non solo l’economia ma anche l’ambiente e i suoi limiti “oggettivi”, riversandosi in tutta la società, sfregiata da oltre trent’anni di politiche ferocemente neoliberiste che hanno gettato le basi per l’attuale incapacità manifesta nella gestione della pandemia.

La sanità pubblica, ridotta ai minimi termini, è esattamente il prodotto di quelle politiche, trasformandosi in un cappio al collo per le maggioranze. Una crisi che coinvolge la legittimità stessa delle classi dominati al potere nei vari paesi e poli imperialisti occidentali, evidentemente incapaci di mantenere una egemonia politica ed ideologica stabile, producendo vuoti di potere riempiti da personaggi come Trump, Bolsonaro, Johnson o come Draghi in Italia, a rappresentare il fallimento di una intera classe dirigente nazionale, incapace di gestire le politiche “espansive” del Recovery Found.

In questa situazione è naturale, per il capitalismo, la spinta ad una nuova guerra fredda, gestita dal “democratico” Joe Biden, che sta superando per provocazioni e sfrontatezza il suo predecessore. Gli obiettivi manifesti del decadente imperialismo a stelle e strisce sono gli antagonisti economici diretti, a partire dalla Cina e dalla Russia, legati a doppio filo con una serie di altri paesi indisponibili a sottostare ai diktat USA e UE.

Siamo, quindi, di fronte ad un nuovo periodo storico di grandi rivolgimenti, dove l’opzione bellica generalizzata – unica che potrebbe rispondere alle esigenze di distruzione / ricostruzione sufficienti a ridare fiato al capitalismo – è frenata dal diffuso possesso dell’arma atomica e da rapporti di forza profondamente mutati, nel breve lasso di tempo che ci separa dall’inizio della cosiddetta “globalizzazione” a dominanza statunitense.

Il Movimento Operaio internazionale e i sindacati di classe che lo hanno innervato si sono sempre schierati al fianco dei movimenti pacifisti e contro la guerra. Questa è la “mission” di USB, che si e’ battuta e si batterà con tutte le sue forze contro le spese militari, il militarismo e la tendenza alla guerra.

Una lotta non solo etica contro la barbarie della guerra, ma anche di carattere materiale. Le spese militari tolgono linfa vitale ad un sistema di welfare già prostrato da oltre 30 anni di tagli e di politiche antioperaie, finalizzate a estrarre il massimo profitto dov’è ancora possibile per un sistema agonizzante: i salari e le pensioni.

Tutto il nostro impegno sarà concentrato nell’unione di questi elementi, al fine di rendere possibile il rilancio di un forte movimento contro la guerra. Dobbiamo rendere comprensibile alle larghe masse il senso e il valore di questa battaglia per il mantenimento della pace, uscendo dagli stereotipi di un pacifismo autoreferenziale, coinvolgendo le vecchie e le nuove figure del lavoro salariato in questa battaglia per la sopravvivenza dell’umanità, che potrà continuare ad esistere se sarà capace di scrollarsi di dosso il capitalismo.

RDC: Un’ultima domanda, quest’anno è previsto lo svolgimento del Congresso della FSM-WTUF in Vietnam a dicembre. Puoi parlarci del valore che assume questo appuntamento in un contesto ancora fortemente segnato dalla pandemia, proprio in un Paese che si è caratterizzato per una delle gestioni più virtuose nel contenimento del contagio?

Appuntamento importantissimo, soprattutto per l’enorme lavoro che la FSM sta facendo in tutto il mondo e la necessità della definizione del sindacato di classe necessario in questa fase storica.

A questo si aggiunge lo svolgimento in una paese che ha risposto alla pandemia in maniera completamente diversa dai paesi capitalistici, ovvero il congresso in un paese che ha priorità diverse dal profitto del capitale.

Sarà un momento decisivo per tutti noi anche per ridefinire l’assetto interno vista la grande crescita avuta in questi anni dall’ultimo congresso di Durban in Sud Africa a oggi.