Old and new doctor stranamore.

di Rete dei Comunisti

Lo sferzante attacco – dai toni volutamente diretti e trash – del neo Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, contro il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, è stato un cosiddetto fulmine a ciel sereno solo per chi, nei mesi scorsi, ha abboccato alla mistificante narrazione mainstream che ha presentato la vittoria dei democratici come la fine della tirannide Trumpiana e l’affermazione – finalmente – nel centro della metropoli imperialista dei sacri valori dell’universalismo democratico.

Già nel corso della campagna elettorale delle presidenziali statunitensi e nel successivo epilogo culminato con l’assalto a Capitol Hill – che è stato un evento tutt’altro che grottesco o folkoristico – è venuta montando una apologetica retorica da parte dei circoli democratici (fortemente influenti nelle grandi catene della comunicazione globale) i quali hanno iniziato a costruire, sia per l’opinione pubblica interna americana e sia per quella internazionale, il nuovo pericolo russo che insidierebbe le sorti della concordia e della democrazia mondiale.

Bastava leggere attentamente i discorsi elettorali di Biden – ma anche quelli di Kamala Harris – per cogliere come il mollaccione Joe, in sostanziale continuità con i contenuti programmatici che già, qualche anno fa, Hillary Clinton avanzava nel suo confronto/scontro con Donald Trump, stava preparando la ripresa di una offensiva culturale, diplomatica, economica e militare (quest’ultima soglia, al momento, ancora attraverso modalità trasversali ed indirette) contro la Russia e le aree geo/politiche che gravitano attorno a questo paese.

Del resto la ripresa – a pochi giorni dall’insediamento di Biden alla Casa Bianca – dei bombardamenti USA in Siria, il rinfocolamento dei conflitti confessionali ed etnici nel Medio Oriente con l’obiettivo di nuove provocazioni contro l’Iran, lo zampino destabilizzante nei recenti avvenimenti in Myanmar (Birmania), le pressioni sul governo di Kiev affinché riprenda la guerra contro le provincie del Donbass e il mai sopito ruolo sovvertitore contro il Venezuela egli altri paesi che osano provare a percorrere relazioni multilaterali sono le tappe più eclatanti di un nuovo interventismo imperialista – in salsa democratica – che la neo Amministrazione USA sta configurando ad ampia scala.

Siamo – dunque- ad un ennesimo passaggio di fase delle strategie USA le quali – dentro le complesse dinamiche della competizione globale tra potenze internazionali, aree monetarie e blocchi militari – necessitano di guadagnare peso ed autorevolezza per tentare di arrestare l’accertato declino storico stellastrisce che si manifesta da oltre un decennio.

Che lo scontro innestato dalla neo/presidenza Biden non è un episodio isolato è confermato dall’amplificarsi di alcune contraddizioni materiali e politiche con gli stessi alleati storici europei ai quali viene chiesto – senza tanti giri di parole – di prendere posizione, di non aumentare gli scambi commerciali e le partenership con la Russia e di mostrare – concretamente – la vigenza fattiva dell’elemento di fedeltà atlantica.

La vera e propria guerra delle multinazionali farmaceutiche USA che producono il Vaccino anti/Covid verso analoghi prodotti europei (ma anche russi e cinesi) e le muscolari dichiarazioni del Segretario di Stato, Antony Blinken, che minaccia di introdurre sanzioni contro i paesi europei che partecipano alla realizzazione del gasdotto Nord Stream-2 sono le forme più evidenti di come gli Stati Uniti stanno premendo sull’Unione Europea per scongiurare qualsiasi allentamento dell’ostilità verso la Federazione Russa ricreando – di fatto – quel clima da guerra fredda che le cancellerie europee tendevano a superare per accreditarsi verso Est e in direzione dei mercati orientali e asiatici.

Si sta rideterminando – fatto salvo le differenze storiche mai replicabili allo stesso modo – una assonanza con quel clima politico di inizio anni Ottanta quando l’Amministrazione Reagan impose l’istallazione, sul suolo europeo,dei missili Cruise e Pershing nel quadro dell’offensiva a tutto tondo contro l’URSS che alla fine di quel decennio implose.

Ieri come oggi l’imperialismo USA sta imprimendo una accelerazione militarista verso il suo nemico storico (la Russia) senza però distrarsi dal suo vero competitore strategico: la Cina. A tale proposito le cronache di queste ore del Vertice bilaterale USA/Cina in corso in Alaska dove gli elementi di divergenze sembrano prevalere sulle possibilità di una positiva conclusione di questo summit dimostrano che su questo versante dello scontro con Pechino la contrapposizione è tutta in piedi ed è destinata ad aumentare attorno ai vari dossier aperti.

L’inanità dei Democratici e la subordinazione della Sinistra.

Colpiscono a tale riguardo – considerando la gravità delle affermazioni di Biden nonché le inusuali modalità usate – i silenzi delle cancellerie del vecchio continente e del mondo democratico europeo, compresi i Sinistri di casa nostra, i quali, a parte invertite, avrebbero urlato alla necessità della guerra umanitaria mentre ora o tacciono o si genuflettono, come ha fatto Mario Draghi e la sua Union Sacrè nel discorso di investitura in Parlamento, alla rinnovata centralità euro/atlantica.

Ancora una volta il mondo democratico europeo e gli epigoni di una Sinistra sempre più compatibilizzata confermano la loro adesione al partito della guerra e delle rinnovate tensioni internazionali.

Ancora una volta tutte le ipocrite chiacchiere sulla superiorità della civile Europa e sulla sacralità dei fondamenti dell’universalismo occidentale mostrano la loro vacuità e si irreggimentano dentro gli schieramenti per l’oggi (e per il domani) del militarismo e dell’interventismo.

Sarebbe ora di riaccendere l’attenzione, la denuncia e la mobilitazione su queste questioni ritrovando e riqualificando le ragioni storiche ed immediate che i Movimenti No War hanno sempre espresso, in varie latitudini, ogni volta che i venti di guerra riprendono a soffiare.

19 marzo 2021




L’albero e la foresta, draghi e l’unione europea

di Mauro Casadio (Rete dei Comunisti)

Alla fine ci siamo arrivati! Draghi presidente del consiglio che dopo aver imbarcato i ministri di tutti i partiti con il manuale cencelli del XXI° secolo è pronto ad essere santificato con l’elezione a presidente della repubblica nel prossimo anno.

Effettivamente “Super Mario” sembra aver fatto un miracolo convertendo il lupo Salvini in europeista convinto ed aver confermato il M5S nel suo ruolo di forza responsabile. Grillo, infatti, è passato dal voler aprire il parlamento come una scatoletta di tonno a essere direttamente tonno.

Draghi salvatore della patria! Ma di quale patria? Forse su questo c’è un equivoco in quanto la patria da salvare per l’ex presidente della BCE è l’Unione Europea e non certo una Italia che mostra una indecente classe politica di cui Renzi ne è solo il “campione” per eccellenza e indecenza.

Questo è solo il proscenio della farsa politica attuale che ci viene ossessivamente quotidianamente centellinato dai giornaloni e dai mezzi di comunicazione per i quali il problema centrale è individuare l’uomo della salvezza.

D’altra parte che stessimo dentro una sceneggiata democristiana ce lo ha fatto intuire anche il presidente della repubblica Mattarella quando ha dato il mandato esplorativo a Fico sapendo perfettamente che il cecchino Renzi avrebbe preso la mira e sparato conto terzi. Ben sapendo già quale alternativa proporre immediatamente dopo.

Questo è “l’albero” che ci viene raccontato ma tutti fanno finta di niente sulla “foresta” cioè nessuno ci dice che le prospettive del nostro paese, ma questo almeno dal 2011 con la famosa lettera Draghi-Trichet, non vengono certo decise a palazzo Chigi ma nelle stanze degli apparati burocratici dell’Unione Europea e dai potentati finanziari ed economici continentali che ne determinano le politiche reali.

Un’Italia sbandata in quanto socio fondatore dell’UE, date anche le sue dimensioni non indifferenti, mette in crisi anche l’azione comunitaria che invece ha come problema principale la competizione globale sia verso altri paesi imperialisti sia verso una potenza economica emergente quale la Cina.

E’ questo il fulcro del problema in quanto tenere testa alla competizione in una condizione generale di arretramento economico prodotto dalla vicenda Covid e comunque di limitata crescita mondiale significa riorganizzare all’interno le diverse aree competitive “l’un contro l’altra armata”.

Questo riguarda il piano produttivo e finanziario, il piano lavorativo e sociale e quello politico istituzionale laddove è necessario. E questo è proprio il caso del nostro paese che va commissariato ne più ne meno come è stato fatto in Grecia all’inizio degli anni ’10 sulla questione del debito.

Senza entrare troppo nel merito di una analisi, pure tutta da approfondire, sui caratteri della nuova fase va rilevato che questi si vanno delineando in modo sempre più evidente sul piano istituzionale con una serie di “riforme”, fisco, giustizia, digitalizzazione, pubblica amministrazione, etc., ma soprattutto con una relazione sempre più stretta e funzionale della produzione e della finanza nostrana con i centri forti della UE.

Dunque riorganizzazione e razionalizzazione delle filiere produttive che tendono a centralizzarsi e ricomporsi dentro lo spazio europeo e nelle aree geografiche limitrofe. Riorganizzazione finanziaria con la nascita del debito comune che non solo deve sostenere il rilancio economico ma diviene competitivo con i bond USA sul mercato finanziario internazionale.

Riorganizzazione sociale che non riguarda più solo i settori di lavoro dipendente ma anche tutte quelle attività di servizio e terziarie entrate in crisi con la pandemia ma che sta favorendo il ruolo delle multinazionali nella circolazione e nei servizi.

Ciò sta gettando sul lastrico una parte consistente del paese su cui si è appoggiata l’economia nazionale fin dai tempi della Democrazia Cristiana con la moltiplicazione dei “bottegai” in funzione anticomunista.

Siamo in modo evidente ad un salto di qualità della UE che ancora una volta è reso possibile da una crisi, nel 2008 da quella finanziaria ed oggi da quella Covid. Si creano così le condizioni per rompere le resistenze nazionali (anche della Germania) e di ridisegnare le classi sociali nello spazio europeo sia per quanto riguarda la borghesia, dove al suo interno la divaricazione di prospettive è evidente, sia per quanto riguarda il proletariato e le classi subalterne.

Soprattutto di quelle dei paesi mediterranei che vengono maggiormente penalizzate e svolgono sempre più il ruolo di prima periferia di quella che possiamo definire un’Europa carolingia.

Questo procedere per balzi e crisi, da tenere a mente perché si manifesterà in tale forma anche nel futuro, è stato teorizzato da tempo da un ideologo della UE che si chiama Romano Prodi il quale ha detto chiaramente in più interviste ed articoli che le crisi sono lo strumento su cui costruire l’Unione.

Né più né meno, e questo lo diciamo noi, come le guerre sono state lo strumento per costruire gli stati nazionali in altri momenti storici; ma anche questa volta l’esito pacifico di un tale processo “globale” non è certo scontato.

Passo passo si sta costruendo quello che da tempo come RdC definiamo il Polo Imperialista Europeo in modi, tempi e forme inedite storicamente ma che sono strettamente legate alle dinamiche del Modo di Produzione Capitalista proiettato inevitabilmente verso la sua moderna evoluzione imperialista.

Questa dinamica è pervasiva, non riguarda solo i dati strutturali ma investe anche le altre dimensioni da quella ideologica a quella politica fino alla ridefinizione delle istituzioni nazionali in funzione di quelle comunitarie.

E’ da questo livello che va letta la presente crisi politica; Renzi è odioso, Conte è una persona per bene, Draghi è il salvatore della patria ma nessun evento è correttamente interpretabile se continuiamo ad astrarci dalla “foresta” dell’UE.

Allora la crisi politica va vista come crisi di una classe politica indecente ma che non è di per se il male assoluto in quanto è “solo” il prodotto di una grande borghesia storicamente subalterna, senza capacità progettuale e spesso servile come lo è stata durante la guerra fredda verso gli USA.

Insomma una classe dominante e non certo dirigente oggi entrata nel ridisegno della UE che lascia indietro non solo il lavoro dipendente, le classi subalterne e distrugge lo Stato Sociale, come la pandemia ha ampiamente dimostrato, ma si appresta a gettare a mare quella piccola e media borghesia “imprenditoriale” e i ceti parassitari che sono stati la base sociale di una Italia sostanzialmente reazionaria e anticomunista ma che ora non serve più per sostenere la competizione a cui è chiamata l’UE.

Questa “macina” produrrà i suoi effetti strutturali nel tempo ma quelli sul quadro politico nazionale sono immediati. Dalla precedente crisi, concretizzatasi con il governo Monti nel 2011, le contraddizioni di classe e quelle spurie del nostro sistema sociale si sono manifestate con due fenomeni nuovi quali quello, principale, della nascita del M5S come soggetto fortemente conflittuale verso l’assetto politico-istituzionale, a cominciare da Berlusconi, e quello della Lega salviniana proiettata sul piano nazionale nel tentativo di superare l’origine settentrionale della Lega Nord bossiana.

Il salto attuale prodotto dalla Pandemia e dal riequilibrio delle forze internazionali ha superato la condizione precedente ridisegnando, sotto l’egida della UE, le forze politiche, le alleanze e l’impianto istituzionale del paese come è avvenuto per il taglio del numero dei parlamentari perorato proprio dalle nuove forze politiche.

L’accucciamento del M5S al potere finanziario, da loro sempre denunciato, e il ritorno alla Lega Nord, quale rappresentanza della piccola e media impresa legata a doppio filo alla “locomotiva” germanica, sono la riduzione a cui sono arrivate le forze populiste e sovraniste che tanto hanno terrorizzato i bravi democratici del nostro paese, ovviamente di sinistra.

Il miracolo di Draghi è stato esattamente quello di aver colto il frutto maturo, o marcio a seconda dei punti di vista, di un sistema politico imballato in cui le non più nuove forze chiamate al governo del paese hanno mostrato tutta la loro inconsistenza non riuscendo ad emancipare i settori sociali da loro rappresentati dalla subalternità alla grande borghesia italiana in via di integrazione con quella europea.

Questa mancata, ma dal punto di vista dei comunisti impossibile, emancipazione non avviene dentro un recupero prodotto dalla crescita economica ma dentro la crisi più difficile e profonda che l’occidente abbia mai conosciuto nel secondo dopoguerra. Dunque non è difficile sostenere che la crisi delle precedenti rappresentanze “eterodosse” accentua le molteplici contraddizioni in atto e ciò riapre in tempi non lunghissimi il nodo della rappresentanza politica dei settori sociali subalterni.

In questa analisi non possiamo evitare un rapido inciso sul ruolo del PD, e della sinistra alla LeU e affini, che avendo accettato l’egemonia dell’avversario si sono limitati a galleggiare nel quadro politico facendo da spettatori e giocando di rimessa sulle contraddizioni degli altri. Anche se, va detto, con una segreteria di Zingaretti più accorta e forti solo di essere dei nani sulle spalle del “gigante” UE. Spalle sulle quali si vanno ad aggregare i pentastellati oltre che la ormai esausta sinistra nostrana in un potenziale polo politico “democratico”.

Lotta contro/rottura della UE e rappresentanza politica delle classi subalterne sono le questioni non superate e che ora si ripropongono con la testardaggine dei fatti nelle condizioni che stanno emergendo dalla profonda crisi di sistema e di egemonia che gli apparati ideologici borghesi cercano di nascondere ma che diviene palese nonostante i tentativi di mistificazione.

Crisi di egemonia che ripropone l’attualità del socialismo dentro le contraddizioni del presente modello sociale come hanno improvvisamente e inaspettatamente svelato gli aiuti cubani e cinesi portati al nostro sistema sanitario proprio nelle regioni “dell’eccellenza” sanitaria nel Nord.

Da tempo la RdC va sostenendo, teoricamente, politicamente e analiticamente che questi sono i punti su cui la sinistra di classe può fare un salto qualitativo rompendo la stagnazione e rilanciando il conflitto politico e sociale nel paese. Non è certo un caso che è proprio su questi due elementi che si sta incentrando la crisi istituzionale e quella dei partiti. Ne certamente la macchietta di Fd’I può candidarsi a raccogliere l’eredità di “rottura” reazionaria che prima Berlusconi e poi Salvini hanno tentato di rappresentare.

Nella chiarezza dei riferimenti politici alti, dalla denuncia del ruolo della UE alla attualità del socialismo, è necessario lavorare per la costruzione di un fronte di forze rappresentative della crisi sociale e politica. Inclusa la contraddizione che sta attraversando il M5S che sembra poter produrre fratture forse ai vertici del movimento ma sicuramente nella sua base che per il 40% ha votato contro Draghi.

La RdC intende promuovere la propria iniziativa politica in questo senso in tutte le sedi possibili e poiché siamo convinti che la realtà che abbiamo di fronte vada anche interpretata nelle sue intime dinamiche vogliamo aprire nelle prossime settimane con un Forum di confronto ampio una fase di approfondimento sui caratteri del passaggio attuale che, come abbiamo più volte affermato, ha lo spessore della storia.

12 Febbraio 2021




Conversazione con Mauro Casadio della Rete dei Comunisti, Livorno’21: cent’anni di storia nostra, guardando al futuro.

a cura di Michele Franco

DOMANDA: Il 21 gennaio del 1921, a Livorno, i militanti socialisti in dissenso con la linea dei riformisti maggioritaria nel Partito Socialista, abbandonarono il Teatro Goldoni dove si svolgeva il Congresso del PSI e si recarono al Teatro San Marco dove, nel corso di una tumultuosa assemblea, proclamarono la nascita del Partito Comunista d’Italia (sezione Italiana della Terza Internazionale).

In questi giorni impazzano sulla stampa e sui social rievocazioni e ricordi in cui, in gran parte, il filo politico conduttore è rappresentato da coloro che, a distanza di 100 anni, definiscono come una jattura la “scissione di Livorno”. Non è un caso che, in giro per l’Italia, molti esponenti del Partito Democratico si stanno cimentando con questo potremmo definire l’ennesimo funerale ad una storia politica e materiale di grande importanza. Come interpreti questo clima culturale e politico e – a tuo parere – come dovremmo approcciare al complesso tema della necessità del bilancio storico dell’esperienza comunista nel nostro paese?

RISPOSTA: Non c’è niente di nuovo sotto il sole, sono decenni, dagli anni ’90, che si continua con un’opera di demolizione ideologica dell’esperienza del comunismo in tutta una serie di varianti. Dai pentiti del PCI e della rivoluzione, alcuni come Veltroni ci dicono di non essere mai stati comunisti, fino ai più reazionari che ritrovano toni del tipo che “i comunisti mangiano i bambini”. Va detto però che questa insistenza sull’anticomunismo in tutte le salse svela una debolezza delle classi dirigenti che ci stanno procurando il vantaggio di dare alla propaganda comunista un sapore sempre più stantio perchè la fase storica del “crollo del comunismo” ormai sta alle nostre spalle e la coazione a ripetere sempre lo stesso mantra nasce dalla paura che questo “spettro” ritorni a materializzarsi.

Innanzitutto la paura di riprodurre contraddizioni che l’ideologia dominante aveva considerato ormai superate perchè la storia era finita, la paura di vedere paesi e forze che si richiamano al comunismo dimostrare una solidità ed una tenuta alla quale non credevano e la paure, infine, di perdere l’egemonia delle classi subalterne anche nei paesi imperialisti dove la crisi economica, quella sociale e di civiltà sta mostrando i limiti del presente assetto sociale. Il punto è che anche una minima espressione soggettiva ed antagonista delle contraddizioni che si stanno affacciando nel nuovo secolo rischia di mettere in crisi un equilibrio che viene reso senmpre più precario. Per certi versi la recente vicenda Trump e gli incidenti a Washington mostrano la pervasività di tali contraddizioni che rompono assetti politici di potere interni al capitalismo statunitense.

Dunque una valutazione sulla nascita del PCI non può che essere valutata sulla base di un giudizio storico e dinamico che riguarda anche il presente. Il comunismo non è uno stato dell’animo ed i comunisti non si trovano in natura ma sono il prodotto di necessità storiche che non sono mai statiche e che si manifestano all’interno delle diverse fasi di un modo di produzione. La rivoluzione Bolscevica e la nascita del PCI avvengono in un contesto oggettivamente rivoluzionario dove una soggettività “giovane” riesce a svolgere un ruolo storico di superamento del capitalismo in alcune parti del mondo e di organizzazione proletaria in altre, alla faccia della retorica di un D’Alema che afferma che il PCI è stato sempre riformista.

Il PCI ha svolto egregiamente quella funzione in quel momento storico che trova una sua svolta con la fine della seconda guerra mondiale, la divisione del mondo in campi contrapposti ed una ripresa economica nell’occidente capitalista. Questo ha modifcato la condizione e la linea del partito che si è espressa in quel contesto e che ha generato le deviazioni possibili in quel contesto. Va detto che in forme diverse questo non è avvenuto solo per il PCI ma ha agito su tutto il movimento comunista mondiale.

DOMANDA:Tornando alla scelta di Livorno ’21 c’è un arco temporale – sostanzialmente i primi 5 anni di vita del Partito, dalla fondazione al Congresso di Lione (1926) – che racchiude i termini di una battaglia politica aspra ma di alto respiro, tra opzioni diverse dentro il neonato Partito, che prefigureranno l’identità futura di questa formazione che subito subirà la clandestinità, il confino, l’esilio e, dopo quasi 20 anni di regime fascista, rappresenterà il fulcro principale della Resistenza. Ritieni che le questioni poste all’epoca di quello scontro interno – mutatis mutandis – siano ancora lezioni teoriche valide per l’oggi e, soprattutto, utili alla ricostruzione/riqualificazione di una moderna soggettiva comunista organizzata?

RISPOSTA: Ovviamente no e si allo steso tempo nel senso che va fatto una lavoro di analisi teorica, storica e politica approfondito e specifico per capire quello che è ancora valido. Nella realtà una lettura non dialettica, ovvero di verità assolute, non funziona perchè va distinto il movimento storico di fondo dalle forme che questo assume nell’evoluzione delle società ed in quella delle dinamiche del capitalismo.

In altre parole i punti alti del pensiero marxista e comunista, dall’analisi economica, all’analisi di classe, alla competizione imperialistica, sono tutti riscontrabili nella realtà attuale, quello che cambia è il modo di espressione di questi caratteri di fondo che è dato dai cambiamenti materiali che la società produce nella sua evoluzione temporale. Cambiano e si arricchiscono le forze produttive, quelle sociali cambiano forma e condizione nella produzione, cambia il peso degli Stati, le visioni culturali e molto altro.

Dunque non c’è una risposta univoca alla domanda ma si tratta di collocarsi dentro un processo continuo di analisi e di scelte per verificare le analisi prodotte che richiedono anche un rapporto ed un intreccio con la materialità delle soggettività organizzate che si pongono nella prospettiva di superamento dell’attuale modo di produzione.

DOMANDA: Interpretare la storia del Partito Comunista (dal 1921, al “partito nuovo” di Togliatti, a quello di Longo/Berlinguer/Natta fino allo scioglimento, nel 1991, con la segreteria di Achille Occhetto) come un unicum è un errore da ogni punto di vista. E’ innegabile, però, che dalla fine del secondo conflitto mondiale in poi è iniziato un corso politico che – lentamente ma incessantemente – ha revisionato il corpo teorico, gli atti e l’azione del partito fino alla scelta di assumere funzioni di governance ad ogni costo coerentemente all’identificazione piena nelle compatibilità capitalistiche.

In un lavoro teorico della Rete dei Comunisti “Coscienza di classe e Organizzazione” nel paragrafo “Partito ed Organizzazione” si propone una “Ipotesi di Schema” che rifiuta di schierarsi (molti decenni dopo) con questa o quella posizione del movimento comunista ma si avanza un piano di analisi fondato sulle fasi storiche del MPC, sulle trasformazioni strutturali della classe e sul rapporto tra composizione di classe e coscienza. Un approccio – quindi – eretico ed inedito che prova a collocare la funzione dei comunisti oggi su un livello più avanzato e, possibilmente, più adeguato alle sfide della nostra contemporaneità. A che punto è la riflessione della Rete dei Comunisti su questo versante?

RISPOSTA: Non so se è “eretico” ma l’elaborazione teorica/politica della RdC è certamente in discontinuità con la cultura politica dei comunisti nel nostro paese sia che vengano dal PCI che dalle altre formazioni anche rivoluzionarie che hanno animato la scena militante. Per capire cosa fare oggi dobbiamo avere chiara non solo la visione del momento specifico che stiamo attraversando quanto e come questo sia il prodotto delle precedenti fasi ed anche le potenzialità che questo implicitamente contiene.

Abbiamo scritto diversi testi su questo aspetto collocando la condizione attuale dentro una dinamica storica che contempla lo sviluppo delle forze produttive, le diverse fasi di crisi, le continue trasformazioni della composizione di classe e l’evolversi delle contraddizioni internazionali in relazione alla valorizzazione del capitale e molti altri aspetti che sembrano non avere collegamento con l’azione politica diretta ma che invece ne sono le cause profonde che non possono essere scisse da quella azione delle forze comuniste.

Questo aspetto è stato dagli anni ’80 completamente eliminato dal pensiero comunista ed è stato sostituito dal politicismo e dall’elettoralismo che in questa nuova condizione generale sono immeditamente precipitati sulla testa di chi li ha praticati portandoli, e portando, purtroppo, anche con loro una gloriosa storia, nella insignificanza attuale che ben conosciamo.

DOMANDA: Un ricordo non formale di Livorno ’21 e lontano da ogni forma di stanco ed inefficace reducismo è il taglio che stiamo cercando di imprimere alle variegate discussioni su questo Centenario. Più volte abbiamo evidenziato che i comunisti se vogliono svolgere, per davvero, un ruolo utile alle loro ragioni – storiche ed immediate – devono tentare di assolvere una funzione di avanguardia in ogni campo della struttura e della sovrastruttura. In questi anni il percorso di definizione teorica e programmatica e di costruzione organizzata della RdC – basandosi sulle proprie forze e conscio dei propri limiti – ha stimolato e promesso discussioni ed approfondimenti sullo scarto tra le ragioni e la forza dei comunisti, sulla nuova fase strategica del capitale, sull’attuale congiuntura della competizione inter/imperialistica, sulla novità rappresentata dal continente/Cina, sulle caratteristiche del capitalismo italiano e la dicotomia Nord/Sud e su varie altre questioni afferenti a tematiche di analisi e prospettiva del corso storico che stiamo attraversando. Il tutto continuando a portare il nostro contributo militante nei fronti della lotta politica, sociale e sindacale su cui siamo costantemente impegnati. Insomma – come è noto – la RdC pur non proclamandosi come l’ennesimo “partito comunista ricostituito” prova a contribuire con un apporto serio e sperimentato alla battaglia comunista nel nostro paese e in Europa. Cosa vuoi aggiungere a questa premessa – di metodo e di sostanza – in relazione a questo anniversario che corre il serio rischio di essere opacizzato in una convergente forbice tra narrazioni tossiche e amarcord nostalgici?

RISPOSTA: La Rete dei Comunisti si è sempre definita organizzazione comunista, e non partito, in quanto cosciente dei propri limiti soggettivi come forza comunista e oggettivi come forza che agisce dentro un polo imperialista che è uno dei maggiori competitori a livello mondiale, questo la avevamo già ben chiaro dagli anni ’90. Raramente ci siamo impegnati nel fare delle ricorrenze storiche un punto fondante della nostra identità, anche se in quelle ci riconosciamo pienamente, ed abbiamo preferito proiettare l’analisi in avanti nelle nuove condizioni che mano mano andavano a manifestarsi in Italia, in Europa ma anche nel mondo intero.

I cento anni del PCI, nelle sue evoluzioni, non possono essere valuati nella giornata del 21 Gennaio per poi esser rimessi nel dimenticatoio analitico. In questo senso credo che la RdC debba utilizzare tutto questo 2021 per costruire una scadenza pubblica a carattere teorico e politico in cui si coglie l’occasione del Centenario per fare una riflessione approfondita ed organizzata su quello che è stato il movimento comunista del ‘900 a partire dalla fondamentale esperienza storica del PCI pur in tutte le sue contraddizioni.

21 gennaio 2021




La crisi di un imperialismo e la fine di una nuova favoletta!

Comunicato della Rete dei Comunisti

Tanto tuonò che piovve, alla fine il fiume carsico della crisi degli USA e dell’intero occidente è sgorgato all’aperto; crisi economica e sociale, competizione globale e pandemia, oggi presentano il conto producendo una profonda spaccatura delle classi dominanti statunitensi e dello stesso elettorato presso il quale Trump ha ancora un forte seguito oltre che la metà dei voti ricevuti nelle elezioni presidenziali.

Crolla la favola di una società “democratica” e avanzata, dove sono nati i “diritti civili”, ed emerge la realtà di un mondo dominato da relazioni sociali barbare che gli apologeti dell’imperialismo a stelle e strisce – nonostante le evidenze – cercano ancora di nascondere e sminuire affermando che le responsabilità sono “solo” di un presidente irresponsabile e folle.

Operazioni propagandistiche che tentano di rimuovere le profonde e insanabili, contraddizioni che sono alla base degli sconvolgimenti attuali, incrinando drammaticamente l’egemonia statunitense e dell’intero occidente capitalista.

La storia non è finita per niente!

Su questo aspetto la RdC da tempo ha messo in evidenza la crisi di egemonia che attraversa tutto il capitalismo e che oggi esce allo scoperto, senza offrire coperture ideologiche a nessuno, trovando nella realtà forti conferme delle analisi e delle valutazioni fatte. Naturalmente le forme in cui si manifesteranno queste contraddizioni sono imprevedibili, come appunto l’assalto al Congresso Usa.

Dovremo abituarci a queste forme inedite, alle sorprese che verranno dalla realtà di una crisi sistemica dello stesso modo di produzione capitalista.

Mai come oggi, dalla fine dell’URSS, si ripropone con forza la necessità dell’alternativa socialista contro un sistema che sta, di nuovo, portando l’umanità verso una crisi generale drammatica. Ma su questa alternativa bisogna ragionarci da subito, ed in questo senso abbiamo organizzato un primo momento di discussione sulla Cina per il prossimo sabato 16 gennaio che oggi si presenta, al di là delle stesse aspettative della dirigenza cinese, come forza alternativa agli USA.

E’ certo che i cerchi concentrici prodotti dalla crisi USA impatteranno in forme diverse su tutto l’occidente. Per i comunisti si pone non solo un problema di analisi e comprensione, ma anche la necessità di attrezzare le forze di classe di fronte ad un nuovo salto di qualità delle contraddizioni di un modo di produzione che sta manifestando tutti i propri limiti storici.

8 Gennaio 2021




L’Unione Europea prova a rilanciarsi come “impero di mezzo”

di Rete dei Comunisti

La riunione del consiglio europeo del 10 e 11 dicembre scorso, tenuta dai capi di Stati e di Governo dei 27 paesi membri, certifica un passaggio di fase rilevante. L’UE marcia spedita verso nell’edificazione di un polo imperialista in grado di affrontare la competizione economica – e lo scontro geo-politico – per come andrà delineandosi dopo la pandemia.

Infatti in sede di Unione Europea – nonostante le iniziali frizioni registrate con Polonia e Ungheria – è stato raggiunto un compromesso che allinea i singoli Stati facendoli convergere verso un significativo “balzo in avanti” dell’Unione o, come afferma il quotidiano francese Le Monde nel suo editoriale. “la costruzione europea ha fatto un salto qualitativo considerevole”.

È stato approvato un Piano di Rilancio pari a 750 miliardi di Euro – di cui 390 di “concessioni” ed il resto in prestiti – nonché il bilancio comunitario dal 2021 al 2027, pari a 1074 miliardi. Le misure dovranno essere approvate dai singoli parlamenti nazionali.

Non a torto il Presidente francese Macron ha usato una metafora bellica, definendo i provvedimenti un’ “arma budgetaria”. In sostanza passa il principio di un “debito comune” che rafforza la governance centralizzata dei processi politico-economici.

È stato altresì definito un principio selettivo che omogenizza il quadro giuridico dei singoli Stati, stabilendo un meccanismo che lega l’attribuzione dei fondi europei al rispetto dello Stato di diritto per gli Stati membri, di fatto vincolandone ancora maggiormente il margine d’azione. Un meccanismo le cui conseguenze vanno bene al di là del contenzioso strumentale contingente con Polonia e Ungheria.

Le altre decisioni, prese sempre la scorsa settimana, che confermano il passaggio di fase a livello di politica economica, riguardano la BCE.

La Banca Centrale Europea ha infatti deciso un aumento (di 500 miliardi) della capacità di acquisto dei titoli di debito dei singoli Stati fino al marzo del 2022, e la continuità delle politiche di sostegno al credito fino all’estate del 2022.

La BCE ne incrementa l’accessibilità permettendo alle banche un -1% sui prestiti loro concessi, e che a loro volta dovranno andare a finanziarie imprese e consumatori, cui verranno imposti tassi d’interesse per la restituzione in una forbice che va dall’1,3% al 1,7%, a seconda che si tratti di consumatori o aziende.

Da marzo la BCE è intervenuta pesantemente nell’acquisto del debito degli Stati, diventandone acquirente per poco più dei due terzi – il 71% per la precisione – similmente a quanto fanno gli altri istituti centrali bancari nel mondo con il debito del proprio Paese. Un po’ meno di quanto avviene in Giappone (75%), ma molto di più degli USA (57%) o della Gran Bretagna (50%).

A conti fatti, la capacità d’intervento della BCE è di 2.400 miliardi, e procede al ritmo attuale di 15 miliardi a settimana, mentre erano 30 a marzo.

Queste scelte sono state una strada obbligata – l’alternativa sarebbe stata il rassegnarsi ad un ruolo marginale e periferico nella competizione globale – di fronte al fatto che l’emergenza pandemica è tutto meno che superata.

Le stime sul calo del PIL nella UE parlano di un -7,3% per quest’anno. La Cina e altri Paesi orientali – dopo avere di fatto sconfitto il virus – sono invece già in forte ripresa, mentre gli USA hanno una situazione disastrosa.

A Tali decisioni, in sede UE e BCE, si affiancano le prime timide sanzioni (comunque importanti) alla Turchia per la sua politica nel Mediterraneo Orientale. Oltre a questo, si è deciso l’incremento del taglio alle emissioni di gas serra entro il 2030, che traccia la strada di una “transizione ecologica”, con obiettivo la fine delle emissioni da carbone entro il 2050.

Le oligarchie europee intendono in realtà puntare all’autonomia energetica, o quantomeno alla minore dipendenza da terzi, e costituirsi come polo innovativo nella ricerca e nella produzione di energia “ecologica”, in netta competizione con la Cina.

Queste scelte si inseriscono in un processo di accelerazione che riguarda il raggiungimento di una autonomia strategica della UE in differenti campi: dal reperimento delle materie prime fondamentali per il “salto” all’elettrico alla produzione industriale tout court, dallo sviluppo dei big data, a quello dell’intelligenza artificiale.

A questo si unisce la necessità di riconfigurare complessivamente le filiere produttive della UE, che durante la pandemia hanno mostrato la loro dipendenza dalla Cina anche in settori strategici (come quello delle attrezzature mediche), con una “re-internalizzazione” di alcune produzioni e un ri-orientamento della propria economia, finora votata all’export.

Poco meno della metà del PIL della UE è stato fin qui dovuto all’esportazione di beni e di servizi. L’UE ha un surplus commerciale importante, che si era prodotto però soprattutto nei Paesi del Nord: più del 10% del Pil dell’Olanda ed il 5,8% della Germania, contro il 2% dell’Italia, per esempio.

Questo significa che, all’interno delle gerarchie politiche della UE, potremmo assistere ad una parziale inversione di tendenza nella “de-industrializzazione”, un processo che – tranne la Repubblica Ceca e la Germania – ha riguardato in differente misura tutti gli Stati dell’Unione: il PIL dovuto alla produzione industriale nei Paesi UE è calato infatti dal 16,8% del 2000 al 14,1% del 2018.

Non stupisce che gli imperativi della concorrenza mondiale abbiano messo a tacere, specie in Germania, le voci critiche “di peso” rispetto al cuore del progetto “neo-carolingio” franco-tedesco.

Sembrano lontani, in Germania, i tempi in cui venne aperto un fuoco di fila contro la proposta del ministro dell’economia tedesco: “una strategia per una politica industriale europea”. Era appena il febbraio del 2018…

Persino il “falco” per eccellenza, Wolfgang Schläuble, ex ministro delle finanze tedesco, si è dovuto arrendere alla realtà: “rafforzare economicamente l’Europa affinché possa affermare le proprie forze di fronte alla concorrenza mondiale”, ha dichiarato tempo fa, mentre la Confindustria tedesca ha preso atto del ruolo della Cina come “concorrente sistemico”.

Tra novembre e dicembre sono stati approvati tre importanti progetti di interesse comune, probabilmente i più rilevanti dopo Airbus, e riguardano: le batterie per l’automotive elettrico, la creazione di un cloud europeo (Gaia-X) e, per ultimo, la creazione della filiera europea dei semi-conduttori.

In tutti in campi si è assistito ad una maggiore definizione del profilo e delle scelte della UE favorevoli alle oligarchie continentali, in competizione con USA e Cina: dall’autonomia finanziaria, che dovrà essere messa in campo dopo la Brexit, alla politica commerciale, fino alla funzione militare. Con il problema di dover raggiungere un difficile bilanciamento tra il conseguimento della propria autonomia strategica e la fedeltà atlantica.

Su questo punto, la NATO andrà ad una veloce verifica nei prossimi anni, ma è chiaro fin da adesso che il possibile risorgere di un asse atlantico si dà solo in funzione anti-cinese, nel quadro di una guerra fredda di nuovo tipo in cui l’UE giocherà un ruolo non marginale.

È chiaro che il rafforzamento organico della UE a tutti i livelli, per provare a diventare un polo imperialista compiuto in gara con Usa e Cina, avverrà a detrimento delle condizioni di vita di grandi porzioni porzioni delle classi subalterne, specie dei Paesi della periferia, escluse dal nuovo “patto sociale europeo”.

Le popolazioni che vivono nelle aree in cui la UE proietta i propri interessi, e dove è in corso una lotta al coltello per definire gli assetti politici a venire – dall’Africa al Medio Oriente, ma fino all’Asia Minore, attraverso il Caucaso – sono le “vittime designate” dell’espansionismo europeo.

Per questo occorre attrezzare sin da ora una discussione a tutto campo che rimetta al centro il “mutato” ruolo dell’Unione Europea in questo epocale passaggio di fase.

Bisognerà comprendere quali possono essere gli strumenti di contrasto al corso degli eventi che si prospetta, individuando con precisione le ricadute sul nostro blocco sociale.

Bisognerà prefigurare le possibili alternative concrete alla gabbia costruita da questo blocco di potere, misurandosi con le contraddizioni reali che comunque genera, in termini di conflitto.

Senza fare questo, si rischia l’irrilevanza politica e l’azzeramento di una prospettiva di cambiamento; nel nostro Paese come in tutto il Vecchio Continente.

 13/12/2020