Si cantara el gallo rojo…Cina e nuovo sistema economico-monetario. Critica delle relazioni internazionali e progetti di democrazia nel mondo pluripolare.

IL nuovo testo di Luciano Vasapollo in collaborazione con Joaquin Arriola, Efrain Echevarria Rita Martufi.

Mi preme sottolineare un esempio in particolare, tra i tanti a cui questo volume rende giustizia, offrendone la dovuta profondità analitica. Un florilegio di titoli ha accompagnato, negli ultimi anni, lo sguardo occidentale sulla Cina: quasi tutti, utilizzando il paradigma del “totalitarismo”, si limitavano a esprimere i lai degli Stati imperialistici, sempre alla ricerca di cause esterne per spiegare la crisi dell’economia impostata secondo un rigido assetto neoliberista, al massimo “adornato”, dal 2008 in poi, con qualche capzioso orpello keynesiano. Il presente lavoro ci ricorda l’opportunità, nell’affrontare fenomeni considerati ormai propriamente globali, di stigmatizzare la perniciosa semplificazione insita in quelle rappresentazioni il cui unico obiettivo consiste nel demonizzare l’avversario politico, esorcizzando il rischio che possa esercitare un sorpasso – magari “definitivo” – nel Campionato Mondiale delle Nazioni. Perché questo è il capitalismo globalizzato, fuori dalle polemiche politiche e dagli endorsement personali: l’idea di una competizione continua e interminabile, giocata sulla pelle dei più deboli (intesi come Stati e come classi sociali subalterne, tanto da poter parlare di colonialismo “interno” e “esterno”) e volta a imporre supremazie, a condannare (presunte) inferiorità, a sfruttare risorse naturali, a legittimare élites in declino, a imporre una sorta di “darwinismo” nelle relazioni internazionali, in base al quale è giusto, inevitabile e addirittura auspicabile che il più forte (nella declinazione unica di forza militare ed economica, non certo di capitale culturale e di solidarietà sociale) prevalga sul più debole. Qui s’impone una scelta di campo, politica e insieme scientifica. Questo che il lettore si appresta ad affrontare è un vademecum che mette in guardia dall’offensiva che il capitalismo globalizzato inevitabilmente riserva a tutte quelle realtà (Stati, organizzazioni internazionali, comunità locali, strutture politiche, comitati di quartiere, sindacati conflittuali, collettivi studenteschi) che non riesce a “funzionalizzare”, a utilizzare a proprio vantaggio, a spolpare della loro umanità. In questo senso, Si cantara el gallo rojo… – coerente con la bibliografia ormai sterminata di Luciano Vasapollo – riannoda i fili del pensiero critico marxista e di quella che è stata definita «la Chiesa dei poveri, la Chiesa senza frontiere≫, riunendo idealmente in un abbraccio tutti coloro che, per concludere con un’altra iconica citazione, tra “uomini” e “caporali” hanno scelto di essere “uomini”. Dalla prefazione di Paolo De Nardis




Il Partito dalle Pareti di Vetro “di Alvaro Cunhal”

Il Partito Comunista come strumento del processo rivoluzionario e “anticipazione” del socialismo

Prefazione di Álvaro Cunhal – Introduzione di Fosco Giannini.    Postfazione di Salvatore Tiné.

POST/FAZIONE di Salvatore Tinè

Nella storia del movimento comunista internazionale del ‘900, la questione del partito, del suo ruolo nel processo di trasformazione rivoluzionaria della società e quindi delle forme e della natura della sua organizzazione non ha avuto una importanza solo tecnica ma bensì profondamente politica. Si può dire che proprio intorno al nesso inscindibile tra politica e organizzazione, ovvero all’identità non statica ma storica e dialettica tra i due termini, si sia definita in una misura rilevantissima l’identità stessa dei partiti comunisti del ‘900 come la loro unità internazionalista nell’ambito del movimento comunista mondiale. Più di qualsiasi altra organizzazione politica di classe nazionale e internazionale dell’800 e del 900, il movimento comunista ha saputo sviluppare, sia pure in modi e forme del tutto originali quell’idea del “partito comunista” come parte più avanzata della classe operaia in grado di indicare il movimento complessivo della sua azione sociale e politica e così spingerla sempre in avanti, che Marx ed Engels avevano messo al centro del “Manifesto” del ’48, in stretta connessione con una concezione del comunismo inteso non come astratto ideale cui conformare la realtà storica e sociale ma come espressione teorica e consapevole di una “lotta di classe che già esiste”. Tuttavia il rapporto tra partito e classe, tra “comunisti” e “proletari” è un rapporto storico, tutt’altro che lineare e spontaneo. La coscienza di classe è essa stessa non un dato scontato ma il prodotto di una maturazione e di una esperienza storica che si svolge solo sull’aspro terreno materiale delle lotte e dell’organizzazione sul terreno della produzione immediata come su quello della riproduzione sociale complessiva, in un confronto continuo con la potenza non solo materiale ma anche ideologica e culturale del dominio capitalistico. In questo senso essa, secondo l’insegnamento fondamentale di Lenin, viene “dall’esterno”, non può prescindere dal ruolo del partito e dell’organizzazione.

Perciò proprio a partire proprio a partire da tale impostazione originaria, già le tesi sul partito approvate dal II Congresso del Komintern rivendicavano necessità di una salda configurazione organizzativa della “parte” più avanzata della classe operaia insistendo fortemente sulla necessità di una sua netta “separazione” dalla parte restante del movimento, come condizione fondamentale per condurre la lotta di classe e di massa su un terreno sempre più avanzato. E’ questo nesso di unità e distinzione tra partito e classe, tra avanguardie e masse che sta a fondamento della concezione comunista dell’organizzazione politica del proletariato. La riflessione di Cuhnal consegnata in questo aureo libro sul partito scritto e pubblicato nel 1985 si svolge tutta in una fortissima linea di continuità con questa concezione dell’organizzazione destinata a segnare non solo l’identità del movimento comunista mondiale del ‘900 ma ancor più la sua gigantesca esperienza storica. Ma è sulla natura insieme democratica e rivoluzionaria dell’organizzazione d’avanguardia che l’elaborazione del dirigente comunista portoghese si sofferma maggiormente. Il carattere separato, nettamente distinto dalla classe e dalle masse, dell’organizzazione comunista d’avanguardia si impone già nella fase costitutiva del Komintern come una necessità imposta dallo sviluppo della crisi generale del capitalismo e dai compiti politici immediatamente rivoluzionari che da quello sviluppo discendono. L’acutizzarsi delle contraddizioni di classe e quindi la necessità di spingere la lotta di classe sul terreno immediatamente decisivo della lotta per il potere richiedono un tipo nuovo di organizzazione, radicalmente diverso da quello che si era venuto consolidando nella fase dello sviluppo pacifico del movimento operaio e della II Internazionale: un tipo di organizzazione fortemente unita e disciplinata, in grado di tradurre sulla base di un rigido centralismo la strategia e la tattica, ovvero la visione complessiva del movimento sul terreno concreto dell’azione di massa e dell’iniziativa rivoluzionaria. La riflessione di Cunhal mostra come questo nuovo tipo di organizzazione necessiti insieme un massimo di unità e di capacità di direzione e insieme un massimo di democrazia. La separazione tra il terreno dell’azione immediata e quello dei fini, degli obiettivi storici del movimento proletario è caratteristico dell’organizzazione di tipo socialdemocratico, la cui azione politica finisce così per esplicarsi prevalentemente sul terreno legale e parlamentare: di qui la separazione tra gli organismi dirigenti del partito e il gruppo parlamentare e la conseguente divisione in correnti dello stesso partito.

Viceversa il partito di tipo nuovo nato col movimento comunista risponde sotto il profilo organizzativo alla necessità di riconnettere in modo permanentemente concreto e dialettico gli obiettivi immediati e la prospettiva della conquista del potere. Ma proprio per questo esso è chiamato alla definizione di una linea politica organica ed unitaria in grado di unire tutto il partito a partire dal suo nucleo dirigente centrale e quindi l’intero suo corpo collettivo. Una linea politica corretta non può che scaturire infatti da una discussione ed elaborazione collettiva, la sola in grado di produrre una sintesi reale, ovvero effettivamente in grado di spingere in avanti, su un terreno sempre più avanzato l’insieme all’azione del partito, la totalità del movimento proletario e di massa che esso è chiamato a dirigere. In questa fortissima sottolineatura dell’esigenza dell’unità ideologica e politica del partito come espressione del suo carattere di organismo unitario, la riflessione di Cunhal sembra convergere con la teoria gramsciana del partito come “intellettuale collettivo”. Il centralismo democratico è il principio fondamentale di una organizzazione la cui unità lungi dal fondarsi sul mero equilibrio “parlamentaristico” tra posizioni diverse sul piano politico come su quello ideologico trova la sua legittimazione sostanziale e il suo criterio pratico nella giustezza della sua linea politica. In questo senso l’organizzazione del partito non coincide con quella dei suoi apparati. L’apparato è solo il nucleo centrale della sua vita collettiva e della sua forza rivoluzionario. Dunque, il partito è strumento e tale deve continuare ad essere anche quanto si struttura nel suo ordine formale e nelle sue gerarchie inevitabili, funzionali alla forza e all’efficacia della sua organizzazione. L’esperienza della rivoluzione di Aprile ha costituito per il partito portoghese il più alto momento di sviluppo e maturazione di questa concezione del partito sul terreno della lotta politica e di massa per la rivoluzione democratica e socialista. Su questo terreno determinato, l’esperienza dei comunisti portoghesi si è posta in una linea di stretta continuità con l’esperienza leniniana e bolscevica del partito di quadri, differenziandosi da esperienze pure di straordinario rilievo nella storia del movimento comunista mondiale, come quella del “partito nuovo” di massa che caratterizzato la vicenda dei comunisti italiani particolarmente nel corso della Resistenza e della lotta per una “democrazia progressiva”.

Ma proprio sull’aspro terreno della lunga lotta contro la dittatura salazarista per la democrazia e per il socialismo l’esperienza del partito comunista portoghese ha saputo sviluppare e arricchire la concezione leninista del partito in una direzione profondamente legata alle specificità e alle particolarità nazionali del Portogallo. Di qui la sua capacità di adeguare continuamente in modo efficace e flessibile le forme di lotta e di organizzazione alle scadenze della lotta immediata sul terreno legale e illegale, coniugando sempre l’iniziativa, la capacità del gruppo dirigente di anticipare e prevedere gli sviluppi della situazione e dei rapporti di forza con la rapidità dell’azione di assalto, articolando ogni volta in modo diverso a seconda del mutare delle fasi o delle congiunture “guerra di movimento” e “guerra di posizione”, tattica e strategia. Così si è venuto forgiando un tipo di partito di quadri non separato, non burocratico, un organismo compatto che unisce in un tutto unico e solidale gli apparati di vertice ai quadri, i quadri ai militanti. Un partito di quadri ma profondamente popolare e “patriottico”, meno astrattamente volontaristico e “giacobino” del partito di quadri nella sua versione staliniana e forse anche leniniana. Un partito in cui il carattere di classe proletario è rafforzato piuttosto che indebolito dalla sua capacità di porsi alla testa delle masse e del popolo. Lo scioglimento del Komintern, ovvero del “partito mondiale” nel maggio del ’43 su iniziativa di Stalin assume in tal senso nella riflessione di Cunhal un significato fondamentale anche per le conseguenze che ne sono discese

nella concezione comunista del partito e dell’organizzazione. La riflessione di Cuhnal ruota tutta intorno a questo nesso inscindibile tra l’unità del movimento comunista internazionale da un lato e il suo radicamento di massa e nazionale dei partiti comunisti dall’altro. La perdurante vitalità e forza politica e organizzativa di cui il del partito comunista portoghese continua a godere ai nostri giorni in un quadro storico-mondiale completamente mutato possono essere valutate come un’ulteriore conferma del valore storico della concezione dell’organizzazione che ha ispirata l’elaborazione dei comunisti portoghesi e in particolare di Alvaro Cunhal. Ma essa contiene forse degli insegnamenti validi ancora per il presente e per il futuro.

Salvatore Tinè




Marx oltre i limiti del “marxismo bianco” e i confini dell’eurocentrismo.

di Riccardo Bravi (da MARXISMO OGGI – on line)

Il volume a cura di Miguel Mellino e Andrea Ruben Pomella, Marx nei margini. Dal marxismo nero al femminismo postcoloniale (Alegre, 2020, pp. 332, 18 euro) tenta di ridefinire lo schema concettuale degli studi marxisti allargandone il portato a una serie di elementi che oltrepassano il dualismo borghesia/proletariato, nel tentativo di comprendere globalmente questa vasta dottrina di analisi sull’uomo e sulla società.

Rifuggendo da una visione prettamente “eurocentrica” del marxismo, gli studi presentati cercano di ricollocare il materialismo storico nello spettro di una rivalutazione mondiale del suo portato rivoluzionario, dove razzismo, colonialismo, femminismo, Cultural Subaltern Studies costituiscono la materia viva sulla quale distendere – scrive Mellino nell’introduzione, ampliando il campo semantico del termine impiegato a sua volta da Fanon nei Dannati della terra (1961) – il marxismo. “Il titolo scelto potrebbe rinviare a Marx at the Margins, di Kevin B. Anderson. Tuttavia, a differenza dell’importante lavoro di Anderson, il nostro testo propone un’operazione diversa: non tanto riprendere il lavoro di Marx sui margini quanto un confronto con i margini stessi del marxismo come costellazione teorico-politica genealogicamente europea”, insiste ancora Mellino.

Pertanto, attraverso l’analisi di voci dislocate in varie parti del globo (A. Cabral, J. C. Mariátegui, H. P. Newton, A. Césaire), talvolta poco affrontate nell’ambito di una rilettura globale del marxismo, ed altre europee di più ampia conoscenza (G. Spivak, L. Althusser, R. Williams) inserite a pieno nel tessuto del “marxismo bianco” occidentale, il volume intende porsi come una disamina a 360 gradi del modo di affrontare, non solo le implicazioni economiche che deriverebbero dall’analisi dei rapporti di classe (borghese/proletario-colonizzatore/colonizzato ecc.), ma anche quelle accezioni di razza, cultura e genere che ne sarebbero sottintese e che sembrerebbe siano state trascurate dalla visione eurocentrica dei partiti comunisti del Vecchio continente, troppo impegnati, a giudizio dell’autore, a promuovere l’avvento di una possibile rivoluzione socialista mondiale, senza preoccuparsi molto del carattere specifico ed eterogeneo delle diverse identità nazionali.

E questo proprio nel momento in cui lo scoppio delle rivoluzioni anticolonialiste sembrava dare una scossa allo status quo e ai rapporti di dominio che lo fondavano.

Recuperando categorie che formano già l’ossatura del primo marxismo – razzismo, colonialismo, imperialismo – insieme ad altre desunte dagli Studi di Genere e dagli Studi Culturali, lo scopo del volume è infine quello di allargare il campo di azione del movimento

Potenzialità spesso inibite da un quadro discorsivo incentrato in massima parte sull’“operaio bianco”. Si tratta di un quadro dai confini decisamente ristretti, che è giunto il momento di rimettere una volta per tutte in discussione, anche in considerazione dei “problemi che si trova ad affrontare l’Europa nella congiuntura politica attuale”.

Maggio 2020




Karl Marx ‒ Friedrich Engels, Opere complete. Vol. XXVI

Segnaliamo la pubblicazione del volume XXVI delle Opere Complete di Marx-Engels:

Scritti etno-antropologici, a cura di Ferdinando Vidoni e Stefano Bracaletti, Napoli, Edizioni La Città del Sole, 2020, 724 pagine




Antimperialismo e internazionalismo: riflessione teorica e iniziativa militante nel libro “Liberare i popoli”

di Luca Cangemi

Il
lettore giunto alle ultime pagine del volume dispone senza dubbio di
elementi sufficienti per apprezzare, negli scritti di Fosco Giannini
dedicati alle questioni internazionali, il valore di una riflessione
teorica e dell’iniziativa militante che vi è indissolubilmente connessa.

Con
eguale nettezza emerge la forte personalità dell’autore e la sua
passione politica. Personalità e passione che lo portarono, anni fa, a
levarsi in Parlamento, sfidando l’isolamento anche nelle file della
sinistra, per denunciare un mistificante servizio della televisione di
Stato sulla Rivoluzione d’Ottobre. E il grande spartiacque dell’assalto
bolscevico al cielo ritorna con forza, come stella polare, teorica e
politica in ogni scritto di Giannini. E giustamente.

La
centralità della dimensione internazionale, il carattere in qualche
modo sovradeterminante di essa nell’azione politica quotidiana, sono
caratteristiche specifiche del movimento comunista nato dalla rottura
rivoluzionaria in Russia. Giusto cent’anni fa (e l’anniversario avrebbe
meritato da parte degli storici ben altro impegno di quello finora
espresso) nasceva, con il Komintern, il primo esempio di movimento
politico, compiutamente e intenzionalmente, globale. In un periodo in
cui l’orizzonte di larga parte dell’umanità era ancora limitato
angustamente, l’Internazionale Comunista forgia migliaia di uomini e di
donne che hanno come campo d’intervento il mondo.

Ce
lo raccontano, meglio di complesse analisi storiche, le biografie di
questi militanti e queste militanti. Vite straordinarie come quella di
Ilio Barontini: tornitore da adolescente, consigliere comunale e
dirigente sindacale nella Livorno che dà i natali al PCI, ufficiale
dell’Armata Rossa, consigliere dei comunisti cinesi all’alba della
rivoluzione, combattente in Spagna, guerrigliero in Etiopia contro i
suoi connazionali colonialisti, partigiano in Francia, straordinaria
guida dei gappisti durante la resistenza italiana. O come quella di Olga
Benario organizzatrice dei gruppi studenteschi comunisti nella Germania
di Weimar (tra i ragazzi che la sua struttura recluta c’è un
diciassettenne, destinato a divenire lo storico del “secolo breve”, Eric
Hobsbawm). Fuggita in Urss dopo aver liberato a mano armata un compagno
arrestato, paracadutista sovietica, è inviata dall’Internazionale
Comunista in Brasile dove viene arrestata durante un tentativo
rivoluzionario e consegnata ai nazisti, che la uccideranno, anni dopo,
in una camera a gas. Il movimento comunista internazionale pensa,
dunque, il mondo come unico teatro possibile della politica
contemporanea.

Il contesto della teoria e della pratica politica non coincide con l’Europa o con quell’Europa allargata che verrà chiamata “Occidente”. E qui si registra una cesura nettissima con la tradizione della Seconda Internazionale, eurocentrica e non esente da complicità con il colonialismo. Questa centralità assoluta della dimensione internazionale si coniuga, dialetticamente e creativamente, con un investimento strategico sulle lotte di liberazione nazionale e, in generale, con una grande capacità di radicamento nella vita e negli interessi dei popoli.

I comunisti assumeranno così il ruolo storico di ricostruttori di
grandi nazioni in Asia e di forze politiche pienamente nazionali in
antichi paesi europei. E saranno in prima fila nelle lotte di
liberazione in America Latina e Africa. Sulla scena internazionale
Giannini ritrova anche elementi per analizzare la crisi dell’esperienza
comunista, in particolare in Italia e Europa. L’esperienza
dell’eurocomunismo viene, per esempio, criticata innanzitutto come
chiusura eurocentrica che colloca il PCI in una dimensione
“occidentalista” (a cui è connessa la stessa accettazione della Nato),
consumando una separazione non solo dal PCUS ma anche da forze decisive
del movimento antimperialista mondiale. Una separazione che pesa non in
termini di cultura politica ancor più che di linea e collocazione.

È
una prospettiva di ricerca interessante che va coniugata fortemente con
le ragioni interne ai quadri politici dell’Italia (e anche della
Francia e della Spagna) che contribuirono alla nascita
dell’eurocomunismo e, ben presto, della sua crisi. La riconsiderazione
del passato è premessa, negli scritti di Giannini, a un ragionamento sul
presente e sul futuro, che ispira il progetto della ricostruzione di
una forza comunista in Italia. Una forza che abbia come peculiare
caratteristica una rinnovata propensione internazionalista, teorica e
militante. Un intellettuale collettivo che si cimenti prioritariamente
nell’analisi delle grandi questioni del mondo, che sempre più
sovradeterminano le vicende politiche nazionali, e nel collegamento con
le grandi forze progressive in movimento sulla scena globale.

Quest’approccio
di riflessione e di proposta politica si articola in molteplici nuclei
problematici, in riflessioni puntuali sui più importanti avvenimenti
internazionali, in aspre polemiche con il pensiero dominante. Da questo
materiale assai esteso (Giannini è un poligrafo non ripetitivo!) vorrei
sottolineare al lettore, in particolare, tre temi particolarmente cari
all’autore e oggettivamente rilevanti: il ruolo e la natura dell’Unione
Europea, l’esperienza cinese; la solidarietà internazionalistica e la
lotta antimperialista.

Fosco
Giannini esprime una posizione assai netta di forte contestazione
dell’Unione Europea, del suo ruolo geopolitico, delle scelte economiche
strutturali che impone ai paesi membri (in particolare quelli più
deboli), della sua ideologia. In questa posizione politica viene assunto
e in qualche modo “popolarizzato” un lavoro di analisi critica da
sinistra della costruzione europea che in questi anni è andato avanti
nonostante il silenzio o la mistificazione di cui è stato fatto segno
dall’apparato mediatico e accademico.

Netta
è l’indicazione politica che ne consegue: l’Ue non è uno spazio agibile
e contendibile, è uno strumento delle classi dominanti europee e del
loro rapporto non privo di conflitti ma in definitiva strategicamente
solidale con l’imperialismo statunitense. Un quadro che viene confermato
dalla postura europea nelle vicende cruciali di questi anni: Ucraina,
Venezuela, Siria. Per forze comuniste e di classe che vogliano far
valere la propria autonomia tanto sulle vicende politiche quotidiane
quanto sul piano strategico e suscitare un nuovo ciclo di lotte sociali
nel vecchio continente, la rottura della gabbia europea appare obiettivo
discriminante.

Vi
è però da notare che da una posizione così netta non deriva, nelle
posizioni di Giannini, un atteggiamento ultimativo ma anzi un approccio
dialogante, tipico del dirigente politico consapevole delle difficoltà,
teoriche e politiche, di una discussione di questo tipo tra le stesse
forze comuniste, della necessaria processualità di un percorso di
posizionamento, della costante necessità, se non si vuole essere
declamatori, di costruire alleanze politiche e sociali, anche a partire
da piattaforme parziali.

Questo
quadro generale incrocia, negli scritti raccolti nel volume, vicende
specifiche assai rilevanti. Vorrei solo citare – perché a mio parere
costituisce merito particolare di Giannini – la polemica costante
riservata al progetto di esercito europeo, cogliendone la pericolosa
funzione politica e persino ideologica e contrastando l’illusione,
diffusa anche a sinistra, che esso possa divenire strumento di autonomia
dell’Europa dagli USA. L’enfasi posta in queste settimane dalla nuova
Commissione sulla forza militare europea, sulla sua complementarietà
alla struttura Nato e sugli interessi 432 del complesso militare
industriale, confermano la lungimiranza dell’analisi che il lettore
trova in queste pagine. Alla Cina l’autore ha dedicato una non episodica
attenzione come dimostra, tra l’altro, l’importante volume che ha
curato, insieme a Francesco Maringiò, dedicato ai più recenti sviluppi
dell’esperienza del grande paese asiatico.

Molti
sarebbero gli spunti da sottolineare. In questa sede vorremmo soltanto
indicare alla valutazione del lettore due elementi cruciali: il
ragionamento sul “compromesso” con il mercato operato da Deng Xiaoping e
approfondito nei decenni seguenti e la valorizzazione politica della
proposta della Via della Seta. Giannini colloca la svolta cinese in una
connessione storico-teorica con la fase della NEP, fortemente voluta da
Lenin negli ultimi anni della sua direzione del partito bolscevico.
Leninista è anche il concetto chiave di “alture strategiche” cioè quegli
elementi chiave dell’economia di cui lo stato (e il partito) mantengono
il controllo, conservando così una capacità di direzione reale, pur in
un quadro segnato profondamente da meccanismi di mercato.

Si
tratta, a ben vedere, esattamente di quegli elementi, sia in termini di
proprietà statale di grandi comparti produttivi, sia in termini di
indirizzo politico di un’economia gigantesca e globale, che spesso
finiscono nel mirino delle polemiche occidentali.

A
conferma indiretta ma significativa delle forti basi del ragionamento
proposto. L’ambiziosa proposta economica, commerciale, finanziaria e
infrastrutturale di Xi Jinping che occupa la scena globale, la “Via
della Seta”, viene considerata in particolare nel suo aspetto
geopolitico. Essa viene vista, intanto, come una proposta capace di
accelerare il riequilibrio epocale – già in corso – tra il capitalismo
USA e i suoi più stretti alleati (a partire da UE e Giappone) e la Cina e
un fronte di paesi emergenti che, sia pure con caratteristiche assai
diverse l’uno dall’altro, aspirano ad un assetto multipolare del mondo.
Se oggi l’acronimo BRICS (Brasile, Russia, Cina, India, Sud Africa) non è
più adatto a indicare questo fronte (in particolare dopo il colpo di
stato contro Dilma e Lula in Brasile e l’affermarsi di un orientamento,
sia pure con notevoli contraddizioni, filo-USA in India), rimane diffusa
in molti paesi di Africa, Asia, America Latina una volontà di
rinnovamento del quadro politico internazionale che trova nella Cina un
interlocutore attento.

La
Via della Seta è, però, anche un possibile terreno di lotta più
avanzato per le forze antimperialiste e per lo stesso movimento operaio
europeo, laddove volesse superare le sue inerzie e i suoi limiti. Mentre
infatti aumenta visibilmente la propensione dell’imperialismo
statunitense alla guerra, la proposta cinese pone il confronto sul
terreno di una proposta aperta di pace e cooperazione. 

La
sottolineatura della rilevanza storica e strategica dei successi e dei
progetti della Repubblica Popolare Cinese certo non mette in secondo
piano i grandi problemi ancora presenti (e di cui sono consapevoli per
primi i dirigenti del PCC) nell’immenso paese e le stesse contraddizioni
generate dal modello di sviluppo scelto. Anzi, proprio la rilevanza
dell’esperienza cinese dovrebbe spingere i comunisti ad uno studio di
essa, fuori da ogni modellistica e nello spirito critico proprio del
marxismo. Il terzo ed ultimo (ma solo in ordine di esposizione non certo
in ordine d’importanza!) aspetto degli scritti di Giannini che voglio
sottolineare al lettore attento è il forte investimento politico che
viene indicato in direzione della solidarietà internazionalista e nella
lotta contro la Nato. Una tensione internazionalista che incrocia i
punti caldi delle crisi provocate dalle manovre imperialiste
(dall’Ucraina al Venezuela), storiche lotte di liberazione un tempo
oggetto nel nostro paese d’appassionata partecipazione poi venuta meno
nella crisi politico-culturale della sinistra italiana (come la vicenda
Palestinese), la persecuzione anticomunista che si diffonde nell’Europa
centro-orientale (dalla Polonia ai paesi baltici).

Nel
volume si trovano tante e documentatissime pagine che hanno un valore
forte d’informazione e denuncia e l’intento, nobilmente pedagogico, di
recuperare la solidarietà internazionalista, come elemento necessario e
quotidiano di ogni impegno di trasformazione. Questo intento si salda
alla lotta contro la Nato, struttura imperialista fondamentale, che
lungi dall’essere archiviata, dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia
giunge a portare le sue minacce fino ai confini della Federazione Russa
e amplia le sue attività su scala globale.

Giannini
ha promosso, come responsabile Esteri del PCI in questi anni, una lunga
campagna per l’uscita dell’Italia dall’Alleanza Atlantica, articolata
in decine di iniziative soprattutto nei tanti territori che ospitano
basi Usa e Nato. Una campagna di Partito ma caratterizzata da grande
apertura al mondo dei movimenti che in questi anni, in una situazione
assai complessa, hanno continuato a porre le questioni della
militarizzazione del territorio, dell’aumento delle spese militari,
delle missioni di guerra all’estero.

Un
libro, quello di Giannini, dunque, da leggere per chi pensa che i
comunisti abbiano molto da dire sul mondo del presente e del futuro. Un
testo anche da conservare bene in vista, a cui tornare spesso, per
trarre spunti, materiali, contributi per iniziative, assemblee,
mobilitazioni. Un volume che aiuta la militanza. È dall’ampiezza con cui
questo avverrà praticamente che, crediamo, l’autore misurerà il
successo di questa sua fatica